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Libera ricerca del vero

Mese: Novembre 2020

Dov’è che sbagliamo? Il vero successo, di don Fabrizio Centofanti

La sensazione di sbagliare ci accompagna spesso: a ragione o a torto, perché a volte non risponde al vero. Al di là delle incertezze, che fanno parte dell’umano, c’è un motivo per cui abbiamo una possibilità di cadere in errore facilmente, ed è quando viviamo, come dice san Paolo, secondo l’uomo vecchio. Se le nostre coordinate di vita incrociano, in qualsiasi punto, i vizi capitali (segni caratteristici dell’uomo vecchio nell’accezione paolina), possiamo essere sicuri che in qualche modo sbaglieremo. 

Si tratta, in tutti i casi, di un attaccamento all’io, che non è quasi mai un buon consigliere: la verità è nel profondo, in quello che Carl Gustav Jung chiama il Sé. In un momento della sua evoluzione ha identificato significativamente l’archetipo del Sé col Cristo. 

Ciò cambia la nostra idea di successo: quello mondano è quasi sempre collegato all’uomo vecchio, che soffre di invidie, antagonismi, gelosie, nonché di ambizioni sbagliate. Questo tipo di successo porta con sé ansie e insicurezze, ben visibili in certe vite di star, concluse talvolta col dramma del suicidio.

Il vero successo consiste nel passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, dal vizio alla virtù, dalla carne allo spirito. Questo successo porta gioia, generosità, vitalità, per cui vale la pena dedicargli una vita. È l’unica scelta che consente di non sbagliare più con la frequenza che logora le forze e conduce alla tristezza. La gioia profonda, presente anche nelle circostanze più difficili, è quindi il segno della vera riuscita nella vita.

Due testi decisivi di M. Heidegger

Se posso rispondere brevemente, e forse [284] un po’ grossolanamente, ma sulla base di una lunga riflessione, direi così: la filosofia non potrà produrre nessuna modificazione immediata dello stato attuale del mondo. E questo non vale solo per la filosofia, ma per ogni riflessione e per ogni aspirazione degli uomini. Solo un Dio, ormai, può aiutarci a trovare una via di scampo. Vedo, come unica possibilità di via di scampo, questo: preparare, nel pensiero e nella poesia, una disponibilità e una prontezza per l’apparizione del Dio oppure per l’assenza, il dis-stanziarsi, del Dio nel tramonto; in modo che il nostro destino non sia quello, per dirla brutalmente, di “crepare”, ma che sia, se dobbiamo tramontare, quello di tramontare al cospetto del Dio assente.

Noi non possiamo avvicinarlo col pensiero, siamo tutt’al più in grado di risvegliare la disponibilità dell’attesa.

La preparazione della disponibilità e della prontezza potrebbe essere il primo aiuto. Il mondo non può essere ciò che è e come è grazie all’uomo, ma neppure senza l’uomo. Secondo ciò che posso vedere, il punto è questo: quello che indico con la dizione «essere» – dizione di lunghissima tradizione e dai molteplici significati, ed ora logorata dall’uso –, ebbene, l’«essere» ha bisogno dell’uomo; infatti l’essere non è essere senza che l’uomo sia usato, impiegato per la sua (dell’essere) aperta manifestazione, per la sua custodia e per la sua configurazione. L’essenza della tecnica la vedo in quello che chiamo Ge-stell, espressione che a prima vista può essere facilmente fraintesa, ma che, se soppesata rettamente, rimanda al cuore della storia della metafisica – ossia di ciò che oggi intona e determina ancora il nostro [285] Dasein. Il vigere del Ge-stell significa questo: l’uomo è posto, preteso e reso oggetto di una ingiunzione da una potenza che diviene apertamente manifesta nell’essenza della tecnica. Ora, esattamente nell’esperienza – che l’essere umano fa – di questo essere posto, preteso e reso oggetto di un’ingiunzione da parte di qualcosa che egli stesso non è e di cui non è affatto padrone, ebbene in tale esperienza gli è offerta la possibilità di gettare uno sguardo nel fatto che l’uomo è usato, impiegato, adoperato dall’essere. Qui, nell’elemento più proprio della tecnica moderna, si nasconde la possibilità dell’esperienza dell’essere usato e impiegato e dell’essere pronto per queste nuove possibilità. Condurci a questo sguardo, a questa “visuale”: il pensiero non pretende più di questo, e la filosofia è finita.

Tratto da: https://gabriellagiudici.it/heidegger-ormai-solo-un-dio-ci-puo-salvare/

Cosa è pensare? https://www.filosofiablog.it/filosofia-contemporanea/heidegger-e-il-compito-del-pensiero-il-dono-dellessere/

La rivoluzione sociale dei piccoli

Se Dio esiste, si manifesta ed opera allora il più profondo rinnovamento non avviene principalmente ad opera dei potenti, dei grandi della cultura ma dei piccoli. Non sono stati essi a riconoscere e accogliere Gesù?

https://gpcentofanti.altervista.org/una-chiesa-famiglia/

Una via nuova nella Chiesa in tre preghiere

http://www.centromadonnadiloreto.it/index.php?option=com_content&view=article&id=104&Itemid=66

Intervista a M. Guzzi

Intervista al poeta e filosofo Marco Guzzi  (http://marcoguzzi.it/biografia/ ).

D: Quando sono nati i gruppi Darsi Pace?

R: I Gruppi DP nascono il 16 ottobre del 1999 a Roma, e da venti anni continuano a svilupparsi, anche grazie alla loro natura fisico-telematica, sono cioè praticabili on line anche da ogni parte d’Italia.

D: Mi può indicare un’ispirazione di fondo che li caratterizza?

R: L’ispirazione fondamentale è stata quella di offrire alle persone di oggi, a noi, migranti antropologici, un percorso da vivere insieme, con pratiche concrete che ci aiutino a liberarci interiormente per poter operare quelle trasformazioni del mondo che risultano sempre più urgenti.

D: Alcuni contenuti concreti. Per esempio il rapporto, nel percorso da lei proposto, tra la fede cristiana e le altre religioni.

R: Noi tentiamo di integrare un elemento culturale, e cioè una interpretazione nuova e forte del tempo che viviamo, con un elemento autoconoscitivo, e uno più strettamente spirituale. Ogni elemento si esprime in una pratica, con esercizi, studio, e meditazione e contempazione quotidiane.

D: Quali altre religioni, filosofie, quali figure, possono in modo particolare aver inciso in questa ricerca? 

R: Noi ci consideriamo assolutamente moderni come diceva Rimbaud, e quindi portiamo nel nostro linguaggio tutti gli sviluppi evolutivi della modernità, dalla psicoanalisi alla poesia e alla scienza del 900, insieme a quegli insegnamenti delle tradizioni orientali, e in particolare asiatiche, che ci offrono oggi immensi spunti di apprendimento. Tutta questa ricchezza confluisce in una esperienza rinnovata della centralità dell’evento della Incarnazione.

D: Quali sviluppi può avere questo percorso nella vita personale?

R: Il nostro lavoro manifesta grandi trasformazioni in chi lo segue con umiltà e perseveranza. La vita interiore viene radicalmente rinnovata, e ciò comporta ovviamente molteplici effetti anche nell’esistenza concreta e relazionale.

D: E nella vita dei gruppi? Sono già, possono divenire più manifestamente, un movimento? Come si può rapportare un aderente con la vita sociale e politica? 

R: Noi ci consideriamo fin dall’inizio un movimento spirituale, culturale, e politico al contempo. Le manifestazioni storiche di questi tre livelli non dipendono solo da noi. Ciò che constatiamo, in questi 20 anni, è una penetrazione costante dei nostri contenuti in ambiti sempre più vasti di popolazione.

Maria, una grazia nuova in un mondo che crolla

Nei vangeli vediamo Maria maturare nella fede. Aiuta la crescita del Figlio e al tempo stesso da lui viene condotta nel mistero di Dio e dell’uomo. Tutto ciò lo esprime quando rivela il suo segreto. La Madonna nel Magnificat non ci manifesta che il Signore ha guardato all’umiltà della sua serva. Non si attribuisce da sola questa virtù. Il testo originale parla di piccolezza costitutiva, creaturale: potremmo dire la sua piccolina (Lc 1, 48). E Gesù il centro della sua crescita, il suo stesso segreto, lo apprende dalla mamma: “Imparate da me che sono docile e piccolino di cuore” (Mt 11, 29). Come uomo anche Gesù è creatura con il cuore che matura gradualmente, serenamente, nel dono dello Spirito, in mezzo agli altri. Cristo non è un energumeno ma accoglie con semplicità la luce che scende delicatamente, come una colomba.

Maria ha detto a Fatima che il suo cuore immacolato trionferà. Ed è proprio nel cuore che si trova la via semplice e profonda. Di fronte a dubbi, aridità, oscurità, se Dio ti ha donato la fede puoi ascoltare nella tua coscienza la risposta alla domanda se credi o meno nel Signore. Se è sì significa che hai ricevuto questa grazia e ciò non dipende da ragionamenti. Appunto puoi essere talora confuso, arrabbiato ma il sì, se ascolti sinceramente, resterà tale. “Beato te Simone, figlio di Giona, perché né carne, né sangue te l’hanno svelato ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16, 17).

Poi in questo cammino discerniamo anche meglio di quando ci impantanavamo in logiche da tavolino. Spiritualità, culture, astratte, che possono orientare a fuggire in prassi senza adeguati riferimenti. Ma forse anche queste oscillazioni tra astrazioni, pragmatismi, aiutano, stimolano, ad intuire un oltre. Ogni uomo si può ritrovare con semplicità nel proprio cuore che cerca di lasciarsi portare dalla luce serena, imparando anche da ciascuna persona. Forse questo è il passaggio, il guado, che stiamo avvicinando. In Gn 32, 23-33, proprio al guado dello Iabbok, l’angelo dice a Giacobbe che si chiamerà Israele perché ha combattuto con Dio e con gli uomini e ha vinto. Come mai se invece Giacobbe in quella lotta sembra aver perso? Proprio per aver perso col Signore e in qualcosa anche con gli altri ha vinto. È divenuto piccolo e fiducioso di cuore, non puntando più sui propri calcoli, sulle proprie forze. Figlio del popolo di Dio, e, in questo corpo, del mondo. Ha cominciato a sperimentare la pace dell’abbandono mentre paradossalmente l’innaturale fatica era tenere tutto sotto il proprio controllo. Siamo figli di Dio, questa è la nostra natura. A Fatima Maria ha detto che alla fine il suo cuore immacolato trionferà. Alla fine, col fallimento, dell’autosalvarsi della persona umana?

Spunti interessanti da Emanuele Severino

https://www.google.com/amp/s/antemp.com/2014/01/07/emanuele-sul-libro-biagio-de-giovanni-disputa-sul-divenire-gentile-e-severino-editoriale-scientifica-2013/amp/

L’uomo è destinato a restare chiuso nei suoi ragionamenti, nel suo fare, anche buono, anche “cristiano”? http://gpcentofanti.altervista.org/la-parola-carne/

Intervista a Mario Adinolfi

D: Nella bella intervista pubblicata il 4 febbraio dall’Osservatore Romano Ciriaco De Mita osserva che la rinascita della società può partire soltanto dal favorire la libera scelta della formazione anche scolastica. Possiamo sviluppare questi importanti temi? Che i giovani possano crescere alla luce di ciò in cui liberamente credono e nello scambio con le altre religioni e filosofie?

R: Conosco bene il presidente De Mita e ho letto la sua intervista all’Osservatore Romano, interessante anche su altri temi. Quello della libera formazione, anzi, diciamo chiaramente, della libertà scolastica è decisivo per la crescita del sistema dell’istruzione in genere e per l’ampliamento degli effettivi elementi di scelta educativa in campo ai genitori. Libera scelta della formazione significa mettere i giovani su un cammino di conoscenza non privo di forti elementi identitari, che vengono minacciati invero dal finto ecumenismo di Stato.

D: In modo che non si finisca nel falso neutralismo o in un incontro senza anche lo sviluppo delle identità, che svuotano i giovani e neanche nell’opposto svuotamento di identità chiuse in sé stesse, senza autentica, vissuta, maturazione?

R: Bisogna sfuggire i neutralismi falsi e insegnare che il confronto, persino il mescolamento, non possono che nascere da un’affermazione di identità che non può essere presupposta, deve essere edificata. L’apertura vera all’altro nasce solo dopo l’assunzione della coscienza di sé.

D: È possibile arrivare a questa crescita, a questo vero sviluppo della democrazia, nel quale le stesse guide escono da uno sviluppo comune, partecipato e non da avulse oligarchie dei tecnicismi, degli apparati culturali e politici?

R: Io sono ottimista, vedo nelle giovani generazioni svilupparsi nuove forme di assunzione di responsabilità che sanno evitare le trappole del già vissuto, della costruzione orwelliana di una società dove la libertà è solo presunta, mai praticata effettivamente. Senza un livello qualitativo di libertà non c’è democrazia. Le oligarchie più pericolose si sviluppano abbassando quei livelli.

D: Quali difficoltà si possono incontrare, come superarle?

R: La principale difficoltà è rappresentata dalle inerzie di sistema, che solo una dinamica innescata da forze libere e fresche (Sturzo avrebbe detto “liberi e forti”) può superare, comunque non senza sforzo.

D: La società del pensiero unico tecnicistico può venire teleguidata da pochi veri potenti e da un sistema ad essi asservito ma che da tale subalternità trae guadagno e prestigio. Mentre il popolo è oppresso, svuotato, manipolato, emarginato. Un sistema che sembra andare verso il crollo in ogni campo senza che alcuno lo possa fermare?

R: Quando ho citato la società orwelliana non l’ho fatto a caso. L’intuizione profetica di George Orwell racconta il rischio dei tecnicismi applicati da oligarchie sempre più ristrette e inaccessibili, che addirittura riscrivono all’istante la storia per piegarla ai propri interessi. Non credo però che quel destino sia ineluttabile, esiste la possibilità di lottare contro questa evoluzione involuta. In sostanza è quello che il Popolo della Famiglia e anche il quotidiano che dirigo, La Croce, quotidianamente fanno.

Alla ricerca del discernimento

https://gpcentofanti.altervista.org/alla-ricerca-del-discernimento-di-d-giampaolo-centofanti-su-radio-popolo-della-famiglia/

Mauro Antimi, Covid-19 in tempo di Avvento

Questo virus, 600 volte più piccolo di un capello, ha messo in ginocchio l’umanità o il genere umano narcisista, arrogante, autoreferenziale, quello che riteneva di essere prossimo all’onnipotenza perché dotato di molte robuste risorse e di scarsissima coscienza del limite? Entrambe, purtroppo. Di certo, la prima soffre, e spesso si nobilita, il secondo ringhia, guarda e resta cieco. Molte volte nella Storia le popolazioni di questa nostra Terra sono state provate da terribili esperienze, a tutti note, ma c’è sempre stata una ripresa vitale. Anche stavolta sarà così, ma intanto quanto siamo diventati più poveri, nell’animo e nelle cose? E quanto siamo (o saremo stati) capaci di soffrire, ma anche di recuperarci comunque ai sentimenti universali del Bene? Cerchiamo sicurezze ed esistono probabilità, al massimo, ragionevoli: siamo di fronte all’ignoto che si appalesa in modi poi man mano meglio conosciuti, ma intanto c’è paura, dolore, solitudine. E anche morte: quella altrui non ci riguarda mai, ha connotati sempre diversi dai nostri, potrebbe non toccarci. Ma se ci è entrata in casa, ha sconquassato la nostra esistenza e infranto le nostre presuntuose certezze. Forse domani ci sarà una qualche dolcezza di memoria umana, ma oggi è dura, eppure dobbiamo uscire dal chiostro della speranza. La forza della Vita è in noi e dobbiamo trasmetterla: è più contagiosa di questo stesso virus e porta al Bene, accoglie le fasi evolutive della Scienza, chiama Speranza e ci darà, stanchi, la pace, finalmente. Dobbiamo averne consapevolezza e attendere questo tempo con spirito di positività, nonostante la durezza delle prove che sosteniamo e proprio per questo averne contezza e dare senso morale al nostro comportamento, laddove il rispetto umano è quello della reciprocità e dell’attenzione, perché nulla in salute è soltanto nostro.
Dietro ogni amarezza e ogni dramma c’è un Dio che ci salva e sta per farsi nuovamente Uomo: ma c’era già prima a lenire la pena, sta per riprenderci per mano nel cammino della nostra vita.
Facciamoci trovare pronti, stanchi e fragili, ma Uomini e Fratelli.

Dom Scicolone: Vivere la messa

La funzione delle umiliazioni, di don Fabrizio Centofanti

Cambiare è la cosa più difficile. I motivi sono tanti, ma la causa ricorrente è che niente ci sembra così garantito come il nostro io. Anche facendo l’esperienza di continui fallimenti nei rapporti, di fratture insanabili, di strappi irricucibili, la colpa non è nostra, ma sempre degli altri. Preferiamo coltivare il vittimismo, piuttosto che contraddire un io inamovibile e immutabile. Di fronte a questo muro, la vita non trova altre soluzioni se non quella di umiliarci, colpirci nell’orgoglio, metterci in crisi con eventi dolorosi e inaspettati. Di fronte a essi si presentano due scelte: confermarci ulteriormente nel ruolo di vittime predestinate, oppure optare per il passo della vita, la svolta mai presa sul serio, quella di cambiare. È la funzione preziosa delle umiliazioni, che non possiamo cercarci da soli: la vita stessa si incarica di prestarci un servizio più prezioso di tanti successi e di tante gratificazioni nocive, se illusorie. È il momento in cui usciamo dal sentimento di onnipotenza conscio o inconscio, facendo un passo verso l’umiltà, ossia la verità di noi stessi. Gesù stesso ci ha dato l’esempio di questa spoliazione, indispensabile per la carità, ossia l’amore vero. “Bene per me se sono stato umiliato”, recita il salmo 119: una sapienza ardua ma preziosa per arrivare a essere se stessi.

L’onnipervasivita’ del pensiero unico

La finanza e i potenti di internet dominano la cultura e l’informazione. Chiunque legga i giornali sperimenta il grigio ripetersi dei soliti ritornelli. È vitale diffondere la consapevolezza della necessità di sviluppare canali alternativi. Questa è oggi la via di salvezza dallo svuotamento e dunque dal sempre più possibile crollo di tutto.

https://gpcentofanti.altervista.org/la-presa-di-coscienza-del-nuovo-quarto-stato/

Come vivere la sofferenza? di don Fabrizio Centofanti

Nella navigazione della vita c’è uno scoglio inevitabile: la sofferenza. Da qualche parte spunta, anche fuggendola. I tentativi di aggirare il dolore falliscono regolarmente, perché le situazioni rimosse continuano ad agire nell’inconscio, causando più danni. 

Una forma certamente perdente di gestione del problema è l’evasione: è il classico “bere per dimenticare”, che può essere esteso ben oltre l’uso e abuso di alcol. Ciò che si cerca di rimuovere è la morte, la grande paura che si concretizza in piccole paure distribuite nelle nostre giornate. 

Proprio qui si prospetta la soluzione del problema. La fede cristiana è pasquale, costituita inscindibilmente da morte e risurrezione, dolore e gioia, sacrificio e festa. L’esistenza umana sulla terra è il luogo dell’unione degli opposti. 

Una gioia incompatibile con la sofferenza è destinata a esaurirsi, perché il dolore è onnipresente.

Donandosi con gioia anche nel sacrificio della croce, Dio ci mostra la via da percorrere: integrare la sofferenza nell’amore, per trasformarla in qualcosa di nuovo. La novità è la Pasqua: ogni volta che proclamiamo la morte del Signore e annunciamo la Sua risurrezione accogliamo la manifestazione del senso vero della vita, l’unico capace di portare con sé una gioia che non finisce, resistente a qualsiasi dolore.

Avvento, di dom Ildebrando Scicolone

Vieni, Signore Gesù. Il tempo di Avvento

D. Ildebrando Scicolone O.S.B.

La parola “Avvento” significa “venuta” e anche “arrivo”, dal latino “adventus”; in greco corrisponde a “parusia”, che significa “arrivo”, “presenza”: parusia è la venuta, l’apparizione (talvolta corrisponde a epiphania) del Re, del Sovrano.

La parola parusia fa pensare alla fine dei tempi, a quando Cristo apparirà; e noi, invece, quando parliamo di Avvento pensiamo a un tempo di preparazione al Natale. Il Natale è stato istituito a Roma nel 336, come attesta il cronografo del 354. Il periodo di avvento, invece, nasce fuori di Roma, qualche secolo dopo; non è dunque nato come preparazione al Natale, ma come ultima parte dell’anno liturgico, nel senso dell’Avvento escatologico. Lo possiamo vedere alla luce della storia e dalla teologia del Concilio Vaticano II.
Storicamente, se prendiamo il messale attuale, l’anno liturgico comincia con la I domenica di Avvento. Ma se apriamo il Sacramentario Gelasiano, troviamo in prima pagina: In vigilia nativitatis ad Nonam, e in fondo al secondo libro del Gelasiano: In dominicis de Adventu. Ugualmente nel Sacramentario Gregoriano, antenato del nostro messale (sec. VI-VII), all’inizio (sez. 9) troviamo la vigilia di Natale, mentre l’Avvento si trova quasi alla fine (sezioni 185-193). Sembra chiaro quindi, che l’avvento sia alla fine e non all’inizio dell’anno liturgico. Natale era una volta l’inizio dell’anno liturgico. Noi monaci, ancora oggi, nella carta di professione scriviamo: “Nell’anno 2009 dalla sua nascita …” . Gli anni si contavano dalla nascita del Signore e prima ancora si contavano dall’Incarnazione (25 marzo). Gli ebrei contavano gli anni dalla Pasqua. L’inizio dell’anno ha oscillato. Dunque, l’anno liturgico cominciava dal Natale, perché il primo evento è la nascita di Cristo.

Del resto, non è la prima venuta del Signore che noi aspettiamo. Egli è già venuto! Noi aspettiamo la seconda venuta. Però si diceva: nell’avvento noi ci mettiamo nella prospettiva dell’Antico Testamento e facciamo nostri i sentimenti dei patriarchi, dei profeti, di quelli che aspettavano il Messia, noi lo aspettiamo come se ancora non fosse venuto. Ma la liturgia non fa finzioni. Come facciamo a dire che aspettiamo il Messia quando sappiamo che siamo nel 2009 dalla sua venuta?

L’Avvento in origine è nato come attesa dell’avvento escatologico, cioè della venuta alla fine dei tempi. Il tempo della Chiesa va dal giorno in cui noi siamo rimasti a guardare il cielo (il giorno dell’ascensione i discepoli rimasero a guardare in alto e due uomini dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare in alto? Quel Gesù che voi avete visto salire al cielo verrà di nuovo così come l’avete visto salire al cielo”) e noi stiamo ancora aspettando che venga. Da quel giorno noi aspettiamo quella venuta, “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. “Vieni Signore Gesù”, “Maranatha”, “Venga il tuo Regno”. Mentre noi umanamente parlando, vorremmo dire “Vieni Signore Gesù, ma senza premura”, la Chiesa nella sua fede e gioiosa speranza prega: Veni, Domine, et noli tardare.
Che l’Avvento non sia la prima ma l’ultima parte dell’anno liturgico, lo conferma l’articolo 102 della Sacrosanctum Concilium: “La pia madre Chiesa ritiene suo dovere celebrare con sacra memoria in giorni determinati l’opera redentrice del suo sposo divino. Nel corso dell’anno la Chiesa dispiega (esplicat) i misteri della nostra redenzione, a partire dalla Incarnazione e dalla Nascita di Cristo fino alla sua Ascensione e alla beata Pentecoste e all’attesa della sua venuta nella gloria”.

Le “Norme generali dell’anno liturgico”, pubblicate nel 1969, nell’ambito della riforma liturgica post-conciliare (si trovano all’inizio del Messale e della Liturgia delle Ore), parlando dell’Avvento recitano: “Il tempo di Avvento ha un duplice carattere: è infatti un tempo di preparazione alla solennità del Natale, nella quale si fa memoria della prima venuta del Figlio di Dio agli uomini, ed insieme il tempo in cui, attraverso tale ricordo, la mente si rivolge all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. Per queste due ragioni il tempo di Avvento si presenta come un tempo di devota e gioiosa attesa” (n. 39).

Per quanto i due temi, avvento nella carne e avvento escatologico siano piuttosto intrecciati, trovo che l’Avvento, così come è ora, è diviso chiaramente in due parti: fino al 16 dicembre la prima parte, dal 17 dicembre la seconda parte. È un taglio netto, perché il 17 dicembre noi cominciamo le antifone “O”, o “antifone maggiori”: sono le antifone al Magnificat, di origine medievale. Sono state disposte in modo che quando si completano, il 23 dicembre, le iniziali, dall’ultima alla prima, formano un acrostico, che dice: ERO CRAS (= sarò domani). Esse sono: O Sapientia, O Adonaj, O Radix Iesse, O Clavis David, O Oriens, O Rex Gentium, O Emmanuel. Sono rivolte a Cristo, invocato con titoli che provengono da diversi testi dell’AT, letti come profezie di Cristo.
Dal 17 dicembre inoltre ci sono antifone proprie per le lodi e i vespri di ogni giorno. E infine, il Messale prevede due prefazi per l’Avvento, il primo fino al 16 dicembre, di chiara intonazione escatologica:: “…verrà di nuovo…“, il secondo dal 17, con riferimento al prossimo Natale: “La Vergine Madre l’attese in grembo con ineffabile amore….“.
Non solo, ma il 17 dicembre noi cominciamo a leggere la prima pagina del primo vangelo e dal 17 al 24 leggiamo i vangeli dell’infanzia, di Matteo e di Luca, tutti i preparativi della nascita: la genealogia, l’angelo che appare a Giuseppe, l’apparizione a Zaccaria, a Maria, Maria che va a trovare Elisabetta, Maria che canta il Magnificat, finalmente la nascita di Giovani Battista e Zaccaria che canta il Benedictus; arriviamo così al 24, poi nasce Gesù. La nascita di Gesù è preparata dal 17 dicembre, ma fino al 16 è l’avvento escatologico.

Se guardiamo il Lezionario della Messa domenicale, si vede chiaramente che nella I Domenica di Avvento si parla della venuta alla fine dei tempi (la “parusia”), ma in fondo anche le ultime domeniche dell’anno precedente hanno già questi discorsi escatologici, quindi c’è continuità. È vero poi che, nella seconda e nella terza domenica di Avvento, abbiamo la figura e la predicazione di Giovanni Battista. Ma egli non annunzia la nascita di Gesù (la loro differenza di età è di soli sei mesi!); il Battista annunzia, anzi minaccia un Messia giudice: “La scure è posta alla radice dell’albero… Sta per venire colui che ha in mano il ventilabro per separare il grano dalla pula“, è il Signore, che viene a raccogliere “i frutti”. Sono discorsi escatologici.
Potremo dire allora che l’anno liturgico comincia il 17 dicembre? Cioè che comincia con la nascita di Gesù preparata dal 17 dicembre, ma fino al 16 siamo alla fine della storia. 

Se l’anno liturgico è un cerchio, non è un cerchio che ritorna sempre su se stesso. E noi dovremmo viverlo sempre su un piano superiore. La storia alla luce di Cristo è orientata verso un compimento, però per circulum anni e qualcuno l’ha raffigurato come una spirale: ogni anno ritorniamo alla stessa festa, ma sempre su un piano superiore. Perciò questo cerchio possiamo cominciarlo da qualunque punto, anche a Pasqua, ma, di per sé, la Chiesa lo comincia dalla nascita di Cristo fino al suo ritono. Ogni anno ripercorriamo questa storia. 

Di fatto l’Avvento dovrebbe ricordarci che Gesù è Colui che era, Colui che è, Colui che viene. Facciamo memoria della prima venuta (il passato), lo facciamo presente con la celebrazione di oggi (il presente), e anticipiamo la seconda venuta (il futuro). Così il tempo di Avvento diventa un sacramentum, come espressamente troviamo in un prefazio del Supplemento Anianense (n. 1699): “adventus admirabile sacramentum“, per indicare non solo la prima, ma ogni venuta. Il sacramento è un evento della storia della salvezza, di cui facciamo memoria, che si rende presente, e di cui pregustiamo il futuro. Il Signore è venuto, viene, verrà definitivamente.

Non solo il Avvento aspettiamo il Signore: queste poche settimane sono come il “sacramento” di tutta la vita e di tutta la storia: la nostra vita cristiana è tutta un’attesa, non del giudice, ma dello Sposo. È chiaro che, per una sposa infedele, l’arrivo improvviso dello sposo, è temuta come una sciagura, ma per una fedele, sarà una lieta, lietissima sorpresa.
Il tempo di Avvento è un tempo di gioiosa speranza. La Chiesa “non vede l’ora” che arrivi lo Sposo. E lo attende vigilante, ansiosa, non paurosa.

Come ritrovare se stessi, di don Fabrizio Centofanti

Come ritrovare se stessi? È la domanda più importante, proveniente da un passato lontano, come testimonia il “conosci te stesso” scritto sul frontone del tempio di Apollo, a Delfi. Il riferimento al tempio sottolinea la sacralità del tema, che rimanda implicitamente alla presenza del divino nell’essere umano. Ciò significa che possiamo conoscerci solo tenendo conto di qualcosa che ci supera, che è oltre il nostro io, che è più profondo, e dà il senso pieno alla nostra identità. Se è qualcosa che è oltre, vuol dire che l’io ha bisogno di riceverlo: la preghiera è necessaria, non opzionale, per sapere chi siamo. Il mio consiglio è quello di mettersi davanti a un volto di Gesù e chiedergli: chi sono io per Te? Solo Lui possiede questa informazione. Nel mito antico, Prometeo ruba il fuoco agli dèi; nella fede cristiana, Dio dona il fuoco dello Spirito Santo, Spirito di intelletto, di scienza, di consiglio, di sapienza. Torna in primo piano la sacralità del conoscere se stessi: solo il dono di qualcosa che va oltre, che supera l’io, comunica una conoscenza altrimenti interdetta. Concretamente, ciò significa che la preghiera autentica non è un rito che comincia e termina in noi, ma un dialogo continuo con la presenza che ci supera. È il motivo per cui la preghiera autentica è incessante: se si interrompesse, ricadremmo nella cecità dell’io, incapace di conoscersi. Se vuoi ritrovare te stesso, sospendi per un momento il fare e cerca il tuo essere davanti allo sguardo di Cristo: troverai il tuo vero nome, scritto da sempre nel progetto eterno di Dio.

Dom Scicolone, La terza edizione del Messale Romano

Terza edizione del Messale Romano in pdf: https://www.chiesacattolica.it/?p=806004&post_type=post

Mario Adinolfi, Il popolo della famiglia

Una mappa per questo tempo, di don Fabrizio Centofanti

Il sentimento più comune, ultimamente, è il disorientamento. Non se ne comprende il motivo, ma è così. Personalmente, sento la responsabilità di confortare la gente, di indicare una strada, di aprire spiragli di speranza. Come mai mancano i punti di riferimento? Quali certezze abbiamo perduto? È possibile azzardare una diagnosi e prescrivere una terapia? Il dubbio è che siamo andati tanto avanti nel processo di decomposizione dei valori, che gli stessi rimedi sarebbero inapplicabili ed estrinseci. Se dovessi formulare uno schema per descrivere la situazione, lo costruirei con le seguenti coppie di opposti:

Mons Enrico Dal Covolo: Roma cristiana dinanzi ai migranti

ROMA CRISTIANA DINANZI AI MIGRANTI

L’insegnamento e l’azione dei Papi dal XIX secolo a oggi 

                                        + Enrico dal Covolo

Il confronto con l’insegnamento recente dei Papi – sebbene ridotto qui a una sintesi ingenerosa – è utile per comprendere l’atteggiamento di Roma cristiana dinanzi ai migranti.

Nel corso dell’Ottocento, l’ampiezza dei flussi migratori fa emergere, a livello ecclesiale romano, la difficoltà di accogliere i numerosi migranti cattolici che arrivano, soprattutto nel Nuovo Mondo, nelle tradizionali parrocchie territoriali, dove si parla solo la lingua del luogo. 

Sotto il pontificato di Pio IX (1846-1878) si comincia, allora, a inviare in emigrazione sacerdoti che parlino la stessa lingua e condividano la stessa cultura degli emigrati. Si invitano, inoltre, alcune congregazioni religiose a sopperire alla scarsità del clero diocesano. 

Con Leone XIII (1878-1903) la scelta del rispetto di lingua, cultura e tradizioni religiose del migrante viene riaffermata soprattutto attraverso l’istituzione di parrocchie nazionali, personali o linguistiche, e attraverso l’approvazione data a Giovanni Battista Scalabrini di fondare un istituto di religiosi per l’assistenza specifica degli emigrati italiani in Brasile e negli Stati Uniti. Vengono poste così le basi per una pastorale migratoria specifica, dove emerge la convinzione che dei migranti si devono occupare sia le Chiese di arrivo sia quelle di partenza.

Il pontificato di Pio X (1903-1914), sollecito a salvaguardare la fede degli emigranti, è caratterizzato da una riorganizzazione centralizzata della pastorale migratoria con la creazione di norme giuridiche e disciplinari per il clero addetto all’assistenza degli emigranti, oltre che di apposite strutture ecclesiastiche, sia a livello locale sia a livello centrale, per l’assistenza e l’accompagnamento dei migranti.

Il pontificato di Benedetto XV (1914-1922) vede lo scatenarsi del primo conflitto mondiale, che – se da un lato rallenta i flussi migratori volontari dall’Europa verso le Americhe – dall’altro lato acuisce il dramma di sfollati, profughi e prigionieri di guerra: il papa esorta i vescovi a farsene carico, e a non trascurare nulla di quanto è richiesto dalla salute spirituale e materiale delle persone. 

Durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), anche se il fenomeno migratorio si riduce quasi ovunque a causa delle misure restrittive adottate dai principali Paesi di ìmmigrazione, la situazione non sminuisce l’importanza del fenomeno stesso. Il Papa pensa ormai a un’assistenza globale dellemigrazione, che include la dimensione religiosa (parrocchie, confraternite, associazioni religiose), quella morale e sociale (ospedali, ricoveri, patronati) e quella educativa (scuole e formazione professionale). 

Pio XII (1939-1958) è il papa che riconosce nei valori delle culture non cristiane una base sufficiente di salvezza per le persone che non conoscono Gesù Cristo. E’ anche il papa che legge il fenomeno migratorio nei suoi molteplici aspetti sociali, politici, demografici, economici, morali e religiosi, e che elabora la magna charta della pastorale migratoria con la Costituzione apostolica Exsul familia, dove i pastori delle Chiese locali sono invitati a creare le condizioni favorevoli alla vita religiosa dei migranti, mettendo in atto strumenti specifici di cura pastorale.

Giovanni XXIII (1958-1963) con il Concilio Vaticano II accende le speranze della Chiesa, e rimette in moto le forze del rinnovamento ecclesiale. Anche in campo migratorio il papa privilegia l’azione degli organismi internazionali, perché cerchino il miglior rapporto possibile tra crescita demografica, beni disponibili e possibilità di lavoro, così da evitare quegli squilibri profondamente lesivi della dignità umana e della vita morale e religiosa dell’umanità itinerante.

Sulla scia della speranza di rinnovamento veicolata dal Concilio Vaticano II, il pontificato di Paolo VI (1963-1978) immerge la Chiesa nei nuovi scenari del mondo, sempre più attenta alle istanze dei poveri, e dal punto di vista migratorio meno legata alla realtà italiana e più preoccupata della connotazione mondiale del fenomeno. In tale ottica l’emigrazione è vista come fenomeno complesso, nel quale al diritto di emigrare devono corrispondere l’impegno di integrazione e il dovere di collaborare allo sviluppo da parte del Paese di accoglienza. Le stesse strutture ecclesiali si evolvono, tanto che, nel 1970 il papa istituisce la Pontificia Commissione per la pastorale delle migrazioni e del turismo, con il compito di coordinare a livello centrale la cura pastorale dei migranti e degli itineranti.

Nei suoi diversi e numerosi interventi sulle migrazioni, Giovanni Paolo II (1978-2005) si schiera chiaramente a difesa dei diritti dei lavoratori migranti, delle loro famiglie e dei rifugiati, diritti che non sempre trovano riscontro nelle legislazioni e nelle prassi nazionali e internazionali. Perciò la Chiesa deve esercitare la sua tutela, insieme a una costante opera educativa. Il papa, però, non si limita a enunciare i diritti, ma invita la Chiesa a promuovere attivamente tutte quelle iniziative che possono valorizzare le migrazioni come elemento importante per l’arricchimento reciproco, per rinsaldare i vincoli di comprensione tra i diversi Paesi e per la costruzione della grande famiglia dei popoli. Occorre occuparsi del benessere integrale dei migranti, che ha come obiettivo principale quello di favorire il processo della loro integrazione nella Chiesa e nella società: per la Chiesa di Roma, afferma con forza Giovanni Paolo II, «nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano».

Ai nostri giorni, Benedetto XVI ha chiaramente annoverato tra gli odierni segni dei tempi il fenomeno delle migrazioni (specialmente nelle sue componenti femminili, familiari e giovanili), che ha assunto una dimensione strutturale delle società odierne, diventando una caratteristica importante del mercato del lavoro a livello mondiale, come conseguenza, tra l’altro, della globalizzazione, Il papa emerito è cosciente che, da un lato, la solidarietà esige risposte politiche, una più ampia comprensione delle cause dell’’emigrazione, una volontà reale di affrontarle e unaccettazione delle responsabilità internazionali, e che, dall’altro lato, l’esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi della vita cristiana.

Infine, per presentare il magistero di papa Francesco sulla questione migratoria, sarebbe necessaria un’intera monografia.

Ci limitiamo qui a citare un passo significativo della sua Enciclica più recente, firmata ad Assisi lo scorso 3 ottobre: «Gesù dice: Ero straniero e non mi avete accolto», scrive Francesco, citando il racconto del giudizio universale di Matteo 25. E prosegue: «Gesù poteva dire queste parole perché aveva un cuore aperto, che faceva propri i drammi degli altri… Quando il cuore assume tale atteggiamento, è capace di identificarsi con l’altro, senza badare a dove è nato o da dove viene» (Fratelli tutti, 84).

In conclusione, anche in seguito ai cambiamenti radicali nel mondo della mobilità umana, appare sempre più rilevante da parte di Roma cristiana e del suo magistero pontificio un approccio globale al fenomeno migratorio, con un7azione pastorale e sociale a tutto campo, che supera le barriere tra gruppi di origine diversa, e tende a non considerare le migrazioni come mere emergenze problematiche da fronteggiare, ma soprattutto come eventi potenzialmente positivi, dal punto di vista spirituale, sociale, economico e culturale, tanto per le società di partenza, come per quelle di arrivo, e soprattutto per i migranti stessi.

Mauro Antimi, ospedali e umanità

Ma perché vi è bisogno di umanizzazione negli ospedali?

Si parla di bisogno quando qualcosa manca. In un luogo di sofferenza, come un ospedale, il rapporto umano, che sarebbe di per sé indispensabile, viene a mancare o ad essere scarso per la progressiva perdita del senso caritatevole degli atti sanitari. A favore poi di un’organizzazione prevalentemente cadenzata sul numero delle prestazioni da effettuare, da modalità restrittive del tempo da utilizzare e da una, seppur non costante, necessità di concludere un’azione per passare presto ad un’altra. Si “umanizza” una presenza o si gestisce un numero? Il sacrosanto diritto di civiltà che è la salvaguardia della salute, specie se è a rischio di essere perduta (la criticità dell’accesso in ospedale), è sterile e alienante se la medicina non recupera una dimensione “dal volto umano”.

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La solitudine del malato e quella del medico di fronte all’altrui e alla propria fine

Quando si teme che la propria salute si stia perdendo, la paura e l’incertezza colorano di un’atmosfera cupa l’esistenza e se non vi è accoglienza, o ve ne è poca e superficiale, ci si sente soli, vuoti e amari. Se la situazione poi evolve in negativo, la vita residua si svolge quasi su un piano parallelo e lontano rispetto a quello della vita ordinaria. Se vi è lucidità e consapevolezza, è una condizione di una tristezza infinita; se il male ottunde la coscienza di sé “la Natura è Madre e non Matrigna”. La carità è il braccio attivo della fede e nella reciprocità del sentire umano il destino ultimo non fa distinzione tra chi assiste e chi è assistito. E non è un privilegio sapere “come” si finisce: se vi è lucidità la triste consapevolezza porta all’abbandono già prima del buio. Ma per chi crede, la luce della fede illumina il passaggio verso la Speranza.

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Un mestiere, una professione, una fratellanza. Il cocktail valoriale del lavoro “sanitario”

“Più cuore in quelle mani fratello!” diceva san Camillo de Lellis a chi poteva fare oltre e meglio l’assistenza ai malati. Quel vocativo fratello è lo specchio di chi oggi è sano e domani potrebbe ammalarsi: basta guardarsi, e capire. Non la banalizzazione di gesti ripetitivi, non l’orgoglio del ruolo e dell’immagine di sé, ma la comprensione della fragilità umana e la grandezza di senso quando si acquisisce la nobiltà del dovere. Verso gli “altri” e verso di noi. È il privilegio della fatica, della preoccupazione, della solitudine del pensiero dubbioso, ma anche la forza interiore che non ti fa demordere e traduce la speranza in un atto d’amore e di sereno coraggio umano.

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Curare, cura sé stesso

Curare significa prendersi cura: pensare a…, accudire e, soprattutto, non abbandonare. Curare è darsi e non rinunciare, ma anche comprendere, rispettare, stimolare, attendere ed accelerare. Curare è avere nei propri gli occhi di chi sta male e ti chiede aiuto, spesso in silenzio. Curare è esserci, dentro, profondamente: la superficialità non è ammessa, l’ignoranza è proibita. Curare è prudenza, la madre del coraggio e dell’attesa saggia. Curare è una scuola continua in cui gli “Altri”, siamo noi. E senza ironie banali, “Medice, cura te ipsum!”.

Mons Enrico Dal Covolo sul cristianesimo oggi

Il cristianesimo oggi tra dialogo e annuncio

                                                                                                          + Enrico dal Covolo

E’ ben noto che nell’ormai bimillenaria storia del Cristianesimo il Concilio Vaticano II ha segnato una svolta decisiva, appunto per ciò che riguarda il dialogo e l’annuncio.

Così, anziché raccogliere un’antologia dei relativi testi, ci limiteremo in buona sostanza a riflettere sull’Enciclica Ecclesiam Suam del 6 agosto 1964, autentica “chiave ermeneutica” dei Documenti conciliari. 

1. Era ormai trascorso più di un anno dalla sua elezione al Soglio petrino, ma Paolo VI non aveva avuto troppa fretta nella stesura e nella pubblicazione della sua Enciclica programmatica, mentre continuavano i lavori del Concilio Vaticano II, ai quali non voleva che la sua Enciclica si sovrapponesse. 

    Un primo elemento che non deve sfuggire, fin dall’inizio dell’Enciclica, è la sollecitudine di Paolo VI per la pace nel mondo. Evidentemente – pur non rientrando nel piano dell’Enciclica questo tema specifico (già diffusamente trattato da san Giovanni XXIII un anno prima, al termine del suo pontificato, e molte volte con energia da vari Documenti del Concilio) – Paolo VI volle ugualmente inserire nell’Enciclica, al termine dell’introduzione, un paragrafo dedicato all’“assiduo e illimitato zelo” della Chiesa per la pace nel mondo.

    Conviene rileggerlo. “Alla grande e universale questione della pace nel mondo”, dichiara solennemente Paolo VI, “Noi diciamo fin d’ora che Ci sentiremo particolarmente obbligati a rivolgere non solo la Nostra vigilante attenzione, ma l’interessamento altresì più assiduo ed efficace, contenuto, sì, nell’ambito del Nostro ministero, ed estraneo perciò ad ogni interesse puramente temporale e alle forme propriamente politiche, ma premuroso di contribuire all’educazione dell’umanità a sentimenti e a procedimenti contrari ad ogni violento e micidiale conflitto. E favorevoli ad ogni civile e razionale pacifico regolamento dei rapporti fra le nazioni; e sollecito parimenti di assistere – con la proclamazione dei principi umani superiori, che possano giovare a temperare gli egoismi e le passioni donde scaturiscono gli scontri bellici – l’armonica convivenza e la fruttuosa collaborazione fra i popoli; e d’intervenire, ove l’opportunità Ci sia offerta, per coadiuvare le parti contendenti a onorevoli e fraterne soluzioni. Non dimentichiamo infatti essere questo amoroso servizio un dovere, che la maturazione delle dottrine da un lato, delle istituzioni internazionali dall’altro, rende oggi più urgente nella coscienza della Nostra missione cristiana nel mondo, ch’è pur quella di rendere fratelli gli uomini, in virtù appunto del regno di giustizia e di pace, inaugurato dalla venuta di Cristo nel mondo” (17).

    Di per sé il tema della pace – in un’Enciclica dichiaratamente limitata “ad alcune considerazioni di carattere metodologico per la vita propria della Chiesa” (18) – non poteva che rimanere tangenziale. Ma la citazione riportata dimostra in maniera eloquente la sollecitudine per la pace, come condizione fondamentale per un dialogo sincero e per un annuncio efficace.

2. L’Enciclica si articola poi in tre parti fondamentali. La prima parte è dedicata all’“autocoscienza” che la Chiesa deve costantemente approfondire; la seconda al “rinnovamento” della Chiesa stessa; la terza, infine, al “dialogo”. 

    Soprattutto quest’ultimo tema caratterizza l’intero pontificato montiniano, mentre segna decisamente i decenni successivi, fino ad oggi.

    Nell’Ecclesiam suam Paolo VI disegna i “cerchi concentrici” del dialogo tra la Chiesa e il mondo, di cui i famosi e inediti viaggi apostolici sono la dimostrazione pratica. Il primo, immenso cerchio del dialogo, è disegnato da tutto ciò che è umano. C’è poi “un altro cerchio, immenso anche questo, ma da noi meno lontano”, ed è il dialogo con i credenti in Dio. Il terzo cerchio è quello del dialogo con i fratelli cristiani separati. Infine, il Papa torna a parlare tout court del dialogo all’interno della Chiesa.

    Il primo cerchio del dialogo è il più importante, e il viaggio apostolico che meglio lo rappresenta è quello compiuto da Paolo VI nel 1965, per visitare l’Assemblea delle Nazioni Unite, nel ventesimo anniversario della sua fondazione.  

3. Rimane celebre il Discorso del 4 ottobre, nel quale il Papa presenta la Chiesa bimillenaria, e pure sé stesso, come “esperti in umanità”. 

Qui i temi sviluppati nel “primo cerchio del dialogo” dell’Ecclesiam suam sono ulteriormente esplicitati, e giungono a valorizzare in massimo grado quel momento di incontro “semplice e grande” del 4 ottobre 1965. 

In nome dei morti, dei poveri e dei sofferenti, il Papa parla della giustizia, che deve regolare le trattative e le relazioni fra i popoli. Afferma con decisione: “Voi siete un’Associazione… La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli. Difficile impresa? Senza dubbio. Ma questa è l’impresa; questa la vostra nobilissima impresa”. 

E finalmente giunge il grido di pace di Papa Montini: “Non più gli uni contro gli altri, non più, non mai!… Ascoltate le parole di un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: ‘L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità’… Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità”.

“Dicendo queste parole”, prosegue più avanti il Papa, “Ci accorgiamo di far eco a un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri… Voi promuovete la collaborazione fraterna dei Popoli. Qui si instaura un sistema di solidarietà, per cui finalità civili altissime ottengono l’appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli, per il bene comune e per il bene dei singoli”.

Tuttavia non possiamo concludere la rivisitazione del Discorso del 4 ottobre senza rilevare che, insieme alla sollecitudine sincera per il dialogo con le nazioni del mondo e le loro religioni, il Papa volle portare esplicitamente l’annuncio di Cristo, pur rispettando la laicità dell’istituzione. Anche nel profondo rispetto della “sana laicità” dei valori intramondani, a san Paolo VI urge pur sempre richiamare l’Assoluto, la pienezza del bene. I Padri della Chiesa, a lui tanto cari, parlerebbero a questo proposito dei “semi” del Verbo di verità, sparsi in qualunque cosa vi sia di buono e di autenticamente umano. Ma solo il Verbo di verità – Gesù Cristo Signore – porta a maturazione questi medesimi “semi”, che lo Spirito sparge nel mondo.

    Così nel suo Discorso alle Nazioni Unite il Papa conclude con un annuncio esplicito: “L’edificio della moderna civiltà”, afferma con decisione, “deve reggersi su principi spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principi di superiore sapienza, essi non possono che fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell’areopago san Paolo agli Ateniesi? Ignoto a loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo? Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini”.

4. Siamo giunti così al punto d’arrivo. 

In ogni suo intervento, Paolo VI – che pure ha sempre dichiarato il suo rispetto profondo, sinceramente aperto al dialogo, verso i non credenti e verso i credenti di altre religioni, verso gli Ebrei e i fratelli cristiani separati – non ha mai cessato di mettere al centro dei vari cerchi del dialogo (ecco perché “concentrici”) l’annuncio di Gesù Cristo e della sua Chiesa.

    Si deve parlare anzi del cristocentrismo – non certo di un preteso, quanto errato, “ecclesiocentrismo” – di san Paolo VI. La parola di sant’Ambrogio risuonava sempre nella mente e nel cuore di questo Arcivescovo di Milano, divenuto Papa e santo: Omnia Christus est nobis!

    “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivo!” – egli avrebbe confessato, con accenti appassionati, il 29 novembre 1970 a Manila, nel corso di un altro viaggio emblematico del dialogo con credenti e non credenti –. “Egli è nato, è morto, è risorto per noi. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita… Gesù, il Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra!”.

    Inseguendo la spiritualità del cuore di Papa    Montini, nella linea giovannea e agostiniana della sua dottrina, possiamo affermare che la vera conoscenza viene dalla fede e dall’amore; invece, quando la ragione si avvita su sé stessa, non è più in grado di approdare alla percezione del mistero.

    Questa affermazione – che ho appena fatto, e che riecheggia intenzionalmente il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI – trova un anticipo ricco di significati nelle parole, che ora cito, di un grande amico ed estimatore di Paolo VI, mons. Pietro Rossano. Lo ricordo, anche perché egli fu tra i miei predecessori nella guida dell’Università Lateranense. Queste parole hanno un sapore indubbiamente “montiniano”: “Solo la conoscenza accompagnata da affetto raggiunge la verità; la parola senza amore è menzogna. E’ questo il mio principio per il dialogo con le religioni”. 

Nullum noscitur, quod non amatur, affermava Agostino. Non c’è amore senza conoscenza, né conoscenza senza amore.

    Ecco: la centralità affettuosa – senza proselitismo alcuno – di Cristo, Parola del Dio vivente, ha illuminato costantemente la vita e l’insegnamento di Paolo VI, in piena consonanza con il magistero conciliare: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”, dichiara la Costituzione Gaudium et Spes; e prosegue, poco più avanti: “Ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia” (n. 22). 

E mons. Rossano – un biblista attento, che i vicini e i lontani chiamavano con ammirazione, e forse con una punta di invidia, Monsignor Dialogo – aggiungeva ancora: “I valori esterni della cultura sfumano in un silenzio, che sarebbe infinito e mortale, se non ci fosse la Parola di Dio”, anche quando essa è collocata “nel chiaroscuro in cui la contiene la Bibbia”. 

“Gesù Cristo!”, proseguiva da parte sua Paolo VI a Manila, “tu sei il rivelatore del Dio invisibile, tu sei la via, la verità, la vita!”.

    Immersi nel chiaroscuro dell’esistenza terrena, noi restiamo pur sempre di fronte all’interrogativo cruciale, posto duemila anni fa dallo stesso Gesù di Nazaret: “Voi, chi dite che io sia?”.

    La risposta a questa domanda – la risposta che stava nel cuore di Paolo VI, mentre svolgeva il suo dialogo con l’Assemblea delle Nazioni Unite – la conosciamo molto bene. E’ la risposta definitiva dell’apostolo Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”.

5. Dialogo e annuncio insieme, non l’uno senza l’altro. Così è nella tradizione cristiana autentica, dai Padri apologisti, fino a Papa Francesco.

Riguardo all’annuncio, mai disgiunto dal dialogo, concludo con una citazione dell’Esortazione apostolica programmatica di Francesco, la Evangelii Gaudium, che fin dal titolo intende riagganciarsi all’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI. 

In questa citazione di Francesco troviamo un rinnovato slancio nel dialogo con il mondo e nell’annuncio del Vangelo. Vi si parla di una “Chiesa in uscita”, dunque di una Chiesa che “sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa ‘coinvolgersi’. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: ‘Sarete beati se farete questo’ (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze” (24).

6. In definitiva, è questo il cammino – costantemente ribadito da Papa Francesco nei suoi viaggi apostolici, che sembrano allargare i “cerchi del dialogo” di Paolo VI – su cui si stanno muovendo il dialogo e l’annuncionel Cristianesimo di oggi.

  + Enrico dal Covolo

Intervista a padre Ildebrando Scicolone

  1. Mi può dire qualcosa sulla situazione attuale della Liturgia?

R. Devo articolare la risposta, perché la domanda è troppo generica. Molti per “liturgia” intendono (ahimé!) il modo di svolgere i riti. Ma essi sono solo la veste, con cui ogni comunità cristiana esprime il contenuto della liturgia stessa. “Liturgia” non significa “cerimonie”. 

Prima di domandarsi “come si celebra?”, bisogna chiedersi: a) “che cosa si celebra?”, quindi b)  chi celebra?, e ancora: c)“ perché si celebra?. E rispondo brevemente:

a) I cristiani celebrano “l’opera della nostra salvezza” operata da Gesù Cristo, soprattutto con il suo mistero pasquale di morte e risurrezione”. Hanno celebrato quest’opera, a partire dal giorno di Pentecoste, principalmente facendo cià che Gesù aveva comandato di fare “in sua memoria”. Da allora ogni comunità cristiana lo ha fatto, esprimendosi nella propria lingua, secondo la propria cultura (ebraica, siriaca, greca, copta, romana). Nell’anno liturgico hanno poi “fatto memoria delle varie tappe in cui il disegno salvifico si è realizzato nella vita di Cristo. Così, a poco a poco si è sviluppato quello che chiamiamo l’Anno liturgico con le varie feste del Signore. 

Per partecipare a queste celebrazioni, gli uomini dovevano essere “iniziati” alla fede, con opportune catechesi (evangelizzazione) e con dei riti appositi (battesimo ed eucaristia).

b) Chi è il soggetto celebrante? E’ sempre Cristo, presente nella sua Chiesa, che raduna ancora il suo popolo, parla all’assemblea e spezza ancora il pane per loro, rendendo presente nel tempo la sua offerta al Padre per la salvezza del mondo. Presiede questa assemblea un successore degli Apostoli (vescovo) o un suo delegato (presbitero). Ma dobbiamo dire che è  al fine di tutta l’opera salvifica. Lo esprimono bene le varie preghiere eucaristiche e le altre preghiere rivolte al Padre. 

c) Lo scopo della celebrazione è quello di rendere presente l’evento salvifico, perché gli uomini di tutti i tempi possano “venirne a contatto”. Ciò che presente nell’eternità di Dio, viene reso presente (ri-presentato) “ogni volta” (! Cor 11, 25.26). Lo Spirito Santo che ha operato in Cristo la sua nascita, la sua predicazione, la sua morte e risurrezione, viene invocato su sul pane e sul vino, sull’acqua del battesimo, sull’assemblea e, nei sacramenti, sulle singole persone. In poche parole, invochiamo lo Spirito Santo perché “diventiamo un solo corpo e un solo spirito”. Scopo della celebrazione liturgica è,  quindi, formare la Chiesa come “unico corpo di Cristo”.

d) Come si celebra? Dicevo che ogni comunità cristiana esprime queste realtà  secondo la propria cultura. Ecco perché si sono formate le diverse famiglie e riti litugici, in Oriente e in Occidente. Dal sec. IV si stabiliscono i vari riti latini: romano, ambrosiano, gallicano, hispanico, celtico. Anzi, possiamo dire che ogni Chiesa(diocesi) o Monastero aveva delle proprie liturgie. Nel medioevo il Rito Romano è rimasto sempre più solo, e si è stabilizzato nei vari popoli del mondo di allora, fino a diventare unico per tutto il mondo. Ciò è avvenuto, quando nel 1570 il Papa Pio V ha imposto il Messale Romano (di Roma) a tutta la Chiesa di rito latino, Ma si è conservato anche il Rito Ambrosiano!

2. Qual è la novità apportata dal Concilio Vaticano II ?

R. Il Concilio, in vista del “rinnovamento della vita cristiana tra i fedeli”, si è occupato della riforma del rito romano, non del Messale Romano di Pio V. Il Consilium per la riforma ha utilizzato tutta la tradizione liturgica romana, dall’inizio della Chiesa ad oggi. Così ha riscoperto i libri liturgici precedenti il Concilio di Trento (i vari Sacramentari, Antifonari e Ordines). Ha concesso di poter utilizzare le lingue moderne, “specialmente nelle letture, nelle monizioni e in alcune (?) preghiere e canti. La perdita (nella pratica) del Latino doveva essere compensata dalla maggior comprensione e consapevolezza di ciò che si fa e si dice nella liturgia. Inoltre, gli artt. 37-40 della SC aprono ad un “adattamento della liturgia romana alle varie culture, in un mondo che non è solo europeo, ma globale. Questo immane sforzo di adattamento culturale, non si fa in pochi decenni. Bisogna quindi avere pazienza: saranno necessarie parecchie generazioni.

3) Perché, allora, questo ambizioso progetto stenta a realizzarsi e trova tante opposizioni?

R. A mio giudizio, ma anche a giudizio dell’Episcopato italiano, già nel 1983, a vent’anni dalla Costituzione liturgica, è mancato e manca ancora una adeguata “formazione” liturgica, mentre il testo conciliare la raccomandava prima di parlare della riforma. Siamo in ritardo, ma sempre in tempo. Per es.: è stato arricchito di molto il lezionario: ma quali sono i frutti sperati? Il popolo cattolico non conosceva la Scrittura e non la conosce tuttora. Eppure sono passati 50 anni con un complesso di lezionari, che prima si ignorava. Non è stato convenientemente spiegato il Rito della Messa, che pure è descritto e motivato nella introduzione al Messale. Non è stata fatta una catechesi biblica e liturgica. Non è stato messo in atto, nello studio della teologia, l’art. 16 della SC, dove si dice che “la liturgia deve essere considerata materia principale, e deve essere insegnata sotto l’aspetto teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico”. E non è stato messo in rilievo che quanto si insegna nella dottrina diventa “vita” nel momento liturgico, per la presenza e l’azione dello Spirito Santo,

Le varie opposizioni alla riforma, che non è mai compiuta, e deve essere continuamente riformata, non perché cambia il piano di Dio, ma perché cambiano le generazioni, la lingua e la cultura, si spiegano con la falsa idea che la liturgia risale a Gesù Cristo in persona. Nulla di più anti-storico. La liturgia “di sempre” non esiste, perché la vita in tanto rimane la stessa, in quanto continuamente muta.

4) La Chiesa sembra stia scoprendo in modo rinnovato la misericordia di Dio. Come si può riverberare ciò nella liturgia?

R. E’ al contrario. Non è la misericordia che deve modificare la liturgia, ma è proprio la liturgia compresa e celebrata bene che non ci rivela, ma ci fa sperimentare la misericordia, cioè che Dio “ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio”. E’ la celebrazione che diventa “eucaristia”, cioè ringraziamento, perché in essa riceviamo e continuamente facciamo esperienza della misericordia di Dio: “Dio abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”. Ogni Sacramento è incontro tra la nostra miseria e la sua misericordia.

5) Quali sviluppi vede come possibili, come doni o come pericoli per la liturgia?

R. Per prima cosa bisogna che i pastori facciano di tutto perché la liturgia sia compresa per quello che è: culmine e fonte della attività della Chiesa. Si fanno tante attività, ma sembrano fatte per la propria gloria e non per quella di Dio. La Chiesa non è una “società per azioni”, ma una comunità di credenti e viventi per ciò che Cristo ha fatto e ci ha lasciato, una “ecclesia orans”: i credenti erano assidui nella dottrina degli Apostoli, nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42). Si realizzare in ogni comunità quella “nuova evangelizzazione” di cui tanto si parlava al tempo di Papa Giovanni Paolo II. Il nostro popolo non conosce la Scrittura e non può capire la liturgia. Bisogna che le celebrazioni siano vissute come incontro con Dio e con i fratelli, superando l’atavico individualismo, per formare l’unico “corpo di Cristo”. Le forme celebrative, con il concorso di tutti i ministeri (lettori, cantori, accoliti e soprattutto presbiteri e diaconi) siano partecipate con intelletto d’amore e con fede viva e contagiosa.

A livello mondiale non ci si scandalizzi se le forme celebrative sono diverse: in Africa non si concepisce una festa (e la liturgia è la festa cristiana) senza la danza, Così in India e in America latina. Così pure, quegli elementi propri della cultura, che non sono in contrasto con l’unica fede, la Chiesa le considera amorevolmente e talvolta le accoglie nella stessa liturgia. Si pensi ai riti del matrimonio o dei funerali e, in genere, dei sacramenti e sacramentali. 

Le parole e la vita, di don Fabrizio Centofanti

Il linguaggio, in questi nostri anni, è un campo minato. Alcune parole sono diventate impronunciabili: dottrina, tradizione, maschio, femmina. Nessuno più potrebbe intitolare un libro “Se questo è un uomo”. C’è da temere a leggere il biblico “maschio e femmina li creò “. Si rischia grosso a fare affermazioni come queste: “Verrà un giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina”, anche se scritte due millenni fa, nella Seconda lettera a Timoteo. La libertà, oggi, comincia dalla riappropriazione di parole proibite, dalla decisione di non accettare censure preventive. Piegarsi al divieto vuol dire chiudere canali di comprensione che potrebbero non riaprirsi più. L’intelligenza ha bisogno di giocare tutte le carte per gestire la partita della vita. Anche a Gesù volevano interdire la possibilità di pronunciare parole decisive: Figlio di Dio, per esempio; ma non ha rinunciato, pagando il prezzo che sappiamo. La censura tocca la parola verità, col risultato che possiamo immaginare: la cancellazione di un’intera visione dell’uomo (e della donna!), col pretesto che la gente non è più in grado di recepire le categorie corrispondenti. Cosa ci sia di così incomprensibile in vocaboli come bellezza, bontà, verità, unità; o intelligenza, libertà, volontà, giustizia, amore, non è dato sapere. È evidente che è la sostanza che si intende rimuovere, perché il criterio prevalente è la sensazione, e guai a uscire dal recinto. La sostanza è l’esperienza reale dell’amore, indicibile, ineffabile, eppure assimilabile dalla coscienza proprio perché costituita da una realtà che è bella, buona, vera, intelligente, libera, concreta. Riappropriamoci della vita cominciando dalle parole che la rendono umana. Parliamone, anche in questo spazio libero per persone libere, e le cose inizieranno a cambiare.

Marco Guzzi: La bellezza del pensiero rivoluzionario

Cercare il vero insieme

Siamo cristiani che cercano il vero nella fratellanza, nel rispetto, reciproco, anche con cammini molto diversi. Ricerca del vero, non ruoli, titoli o notorietà, ossia quei criteri formali, tecnicistici, di apparato, che stanno svuotando la società conducendola al crollo. I contributi sono gratuiti, anche qui per evitare un altro rischio del tecnicismo, le logiche commerciali che finiscono per soffocare la libertà.

Sinodalità

Ho scoperto sul campo che quando marito e moglie, al di là di normali nervosismi, contrasti, alla fine cercano di accettarsi andando oltre le divergenze, i figli possono tendere a cogliere il buono di entrambi. Se le divergenze diventano disprezzo i figli vengono orientati a seguire pregi e difetti di un solo genitore. Nel primo caso li vedono, al di là dei limiti, come una sola carne. E i genitori cristiani possono nel tempo scoprire l’efficacia del dono della fiducia nel disegno (autentico) di Dio.

Anche nella Chiesa possiamo riscontrare orientamenti differenti, che qui estremizzo per farli comprendere: intellettualismo e conseguenti astrazioni, ricerca della societas christiana; spiritualismo, ricerca di un resto di puri e duri; fuggendo da tali problematiche pragmatismo, per esempio giusto incontro, ma senza grande attenzione  allo sviluppo, nei modi e nei tempi adeguati, anche delle identità. Allora rischio omologazione, che fa comodo a chi vuole svuotare la gente. Allo stesso modo dell’identitarismo, dello spiritualismo, chiusi in sé.

Sono i tre riduttivismi del razionalismo: se ci si basa su una ragione astratta resta poi un’anima disincarnata e un residuo emozionale, pratico, della vita quotidiana.

Orientamenti forse sperimentabili come provvidenziali, perché si interpellano l’un l’altro. 

Se si cerca di accettarsi, di dialogare, di dare un prudente spazio al pluralismo anche nella cultura, i fedeli si possono più facilmente sentire da tutto ciò portati a cercare una spiritualità (dallo spiritualismo) semplice in cammino sereno, personalissimo, ben al di là degli schemi (dal pragmatismo), verso e grazie ai riferimenti della fede (dall’intellettualismo, identitarismo astratto). Crescendo nella Chiesa e imparando da ogni uomo. Entrando in contatto col proprio cuore semplice nella luce serena. E così sulla propria via ogni uomo.

Può nascere gradualmente nella storia una speranza nuova che rinnova il mondo a tutto campo. La libera, semplice, crescita di ciascuno, nella Luce che lo illumina, anche nello scambio con gli altri. Nei modi e nei tempi adeguati fin dalla scuola. Il cammino pure verso una più viva, autentica, democrazia.

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