Crea sito

Libera ricerca del vero

Mese: Dicembre 2020

Favola breve di fine anno. Buon anno e grazie a tutti!

L’uomo che fece ridere Dio

Qualcuno ha detto che Gesù non ha mai riso. I vangeli non parlano di questo, anche se spesso in essi lo vediamo tra l’altro rivelare certi paradossi della vita. Per esempio certo era un uomo nel profondo felice ma l’unica volta che viene esplicitamente riportato che esultò nello Spirito è quando disse: “Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate agli infanti (= coloro che non sanno parlare, testo originale)”. O quando a quelli che non volevano guarisse in giorno di sabato domanda perché invece se il loro bue cade nel pozzo di sabato può venire tirato fuori. Ancora, si può ricordare l’episodio in cui a quelli scandalizzati perché aveva rimesso i peccati chiede se sia più facile operare ciò o far camminare un paralitico e il paralitico torna sano.

Io comunque preferisco cercare di lasciare il giusto spazio al mistero. Ma riporto una storia dove si narra che Gesù rise.

Il fatto è che al vedere tutti i miracoli che compiva, cambiare l’acqua in vino, moltiplicare i pani e i pesci, camminare sul mare, far comparire le monete in bocca ai pesci, un bambino aveva cominciato a seguirlo dappertutto avendolo scambiato per un prestigiatore e deciso a non perdersi uno spettacolo.

Così una volta Gesù, indicandolo alla folla disse: “In verità, in verità, vi dico: quel bambino mi crede un prestigiatore”.

“No, no” si difese il bambino “Io ti credo un… un… un…” non gli veniva la parola.

“Un prestigiatore?” fece Gesù.

“Macché, non sei un prestigiatore?” chiese il fanciullo, vinto dalla curiosità.

“Di più, di più”.

” Un inventore!”

“Di più”

“Un illusionista!”

“Di più”

“Un mago!!!” esclamò emozionatissimo il bambino, che non aveva osato sperare tanto

“Di più” ripeté però ancora una volta Gesù.

“Ma allora… Allora sei Dio!!!”

E Gesù sorridendo rispose: “Tu l’hai detto”.

https://gpcentofanti.altervista.org/un-racconto-breve-habemus-papam/

Intervista ad Angela Ambrogetti

D: Angela Ambrogetti, direttore editoriale di ACI Stampa, parliamo di fede, di Chiesa, di Vaticano. Come cominciamo?

R: Dalla fede e dai sacramenti, tutto il resto è relativo, ci sono le diversità di vita…

D: Lei ha scelto la professione di giornalista vaticanista? Perché?
R: Mi piace per tanti motivi, mi stimola a conoscere la fede, il magistero dei pontefici, senza filtri in un tempo in cui si riscontrano manipolazioni giornalistiche. E per la storia, l’arte, la cultura, la diplomazia… Evidente e umano poi che quando si devono gestire anche delle strutture possano emergere limiti, difficoltà…

D: Accennava a manipolazioni giornalistiche. Per un giornalista vi sono margini per esprimersi e far esprimere liberamente?

R: Un giornale nasce intorno ad un progetto concordato tra editore, direttore editoriale, giornalisti. Si tratta di compiti seri e delicati. Ma ogni giornalista ha una sua etica e la sua onestà intellettuale per cui si può essere sempre corretti nella informazione, oppure lasciare che le notizie vengano manipolate per un fine. Ma ripeto è sempre compito del giornalista essere intellettualmente onesto e professionale e nella etica della professione c’è la possibilità di rifiutare certe imposizioni. E questo vale per ogni tipo di giornale, su carta, on line in tv etc.

Altra cosa sono i blog che sono espressioni libere e senza controllo, senza limiti e possono essere luoghi di libera espressione, di incontro, ma anche luoghi pericolosi proprio per la mancanza di verifica e controllo. 


D: Quale può risultare un’esigenza nella vita religiosa che oggi è più forte?

R: La mancanza di attenzione ai Sacramenti anche da parte dei sacerdoti . Faccio un esempio: se un anziano non può uscire di casa ( e in questo anno è stata un problema per tanti) non sempre trova dei sacerdoti che vadano a casa per portare i Sacramenti. Parlo per esperienza diretta. Il rischio oggi è che i preti facciano tante cose che invece farebbero meglio i laici e facciano poco i preti. 

D: In questo difficile tempo un compito importante lo hanno le famiglie…

R: Le famiglie sane oggi sono purtroppo una minoranza. La maggioranza ha gravi problemi e vive situazioni disastrose. Anche nelle famiglie di cultura cristiana spesso non si ha una vita davvero familiare. Eppure bisogna ricordare che la prima formazione è in famiglia, per poter poi dare una vera testimonianza  e aiutarsi reciprocamente vivendo ciascuno la propria diversa vocazione, i laici e i sacerdoti e i religiosi. Del resto la famiglia dovrebbe essere anche la culla delle vocazioni. 

Guido Oldani, 2021

2021

e l’anno è stato un chiodo; da ragazzi

lo si metteva sotto un treno in moto,

come lama da barba era all’uscita.

ora lascia alle spalle quel che è andato

e cala un ponte levatoio nuovo

sperando non si cada ai coccodrilli,

ma ai miracoli io ci credo sempre:

la fogna cambi in fonti di zampilli.

La rivoluzione al tempo del covid

Ave Maria

Apri come non mai tutte le porte

del cuore

ecco chi sei, chiara stella dell’alba.

Vieni come non mai dove alcuno

ti cerca

tersa aria nuova e non veduta.

Ah, come umilmente sei amorevole

e vera

che cerchi sempre i cuori e mai

le cose.

Povertà e sete e non sapere

e chiedere a tutti e mendicare,

ecco perché il potente non ti vuole.

Ah, se sapesse invece quanto è dolce.

Seconda Ave Maria
Sempre la sera quando scende la tua pace
domando che sia del mondo che non spera.
Potenti affannati a dominare gente
che cerca solo una vita più serena.
Oh Signore, tu sai perché permetti
queste cose, questi dolori, queste ferite
astruse. Quando le cose semplici e buone?
Quando la fede coltivata a scuola,
pure lo scambio col pensare altro?
Lasciateci campare, siamo stanchi.
Viene la sera, ogni voce si fa eco distesa,
si quieta il campo di girasoli, il faggio riposa.
Fuma il comignolo del casolare nella tenue rossastra
luce diffusa. E l’allodola dal nido ai margini del bosco
canta che questa vostra vita non è vera.

Preghiera del vespro.

La sera tu vieni sileziosa
come una pace segreta
tra il vento e la rosa.
Un raggio di luce rossa
ferisce per un solo istante
la siepe odorosa di gelsomini.
Qui nella campagna
tu parli confidenzialmente
come il marito e la sposa.
Come la mamma e il bimbo
che rotola sull’erba
senza farsi male.
E la mamma ride contenta
di questo gioco che
non le dà pensiero
ma solo infonde fiducia
in tale tempo di prova.

Compieta

Ci sia pace nel tuo cuore
lascia scendere la pace.
Senti? Bussa alle finestre
dalle brume della sera
e ti dona di ascoltare.
Tu aprile. Non temere
– ti dice – i fantasmi dell’inverno,
né la notte che viene.
Riposa. Io sono invece
nel crepitare del caminetto,
nel cagnolino beato
della tua presenza,
nelle semplici cose
contro le quali nulla
davvero può il male.

Breviario pasquale

In questo tempo di sera
sento un canto
come una sorpresa
che si rivela un appuntamento.
Non devo fare nulla, viene
ed io soltanto sento.
Sento il dolore per il vento
che scuote questo mondo
e più nel fondo una pace,
una speranza, in cui mi perdo
senza più alcun ragionamento.

https://gpcentofanti.altervista.org/una-chiave-per-la-vita-di-tutti/

L’equivoco che torna nei secoli

Il punto drammatico è che il tecnicismo, il funzionamento e via dicendo sono soluzioni spesso proposte anche da chi vorrebbe sinceramente innovare. Ma così l’uomo diventa sempre più un pupazzo manovrato dai potenti, la società si svuota e finisce per crollare. La perenne illusione della storia è dimostrata dall’implodere dall’interno, per spegnimento, di ciò che l’animava davvero e che finiva per essere scambiato come mera capacità funzionale. Per leggere il futuro veramente è fondamentale ben leggere anche il passato. 

https://gpcentofanti.altervista.org/una-chiave-per-la-vita-di-tutti/

Intervista a Stefano Zamagni

D: Professore Zamagni (Stefano Zamagni, Rimini, 4 gennaio 1943, è un economista e accademico italiano, ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, apprezzato in tutto il mondo per i suoi studi in materia di economia sociale. Dal 27 marzo 2019 è presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali. NdR)  cosa suggerirebbe a dei giovani studiosi?

R: Abbandonare l’individualismo possessivo che ormai domina sulla scena internazionale e dal quale un giovane rischia di venire abbindolato.

Coltivare dunque relazioni dismettendo l’io per il noi. Cosa che oggi può talora risultare raro riscontrare.

Pensare lo studio come una ricerca della verità e non solo in funzione di futuri guadagni.

Importante affrancarsi dalla dipendenza dalle tecnologie digitali. Cosa grave. La politica, anche internazionale, subisce il potere dei padroni dell’high tech che orientano a proprio favore le stesse leggi. I giovani possono venire liberati dalle influenze di questa difficile società attraverso la maturazione nelle virtù cardinali, se non credenti: giustizia, fortezza, prudenza, temperanza. E anche in quelle teologali, se cristiani: fede, speranza, carità. Bisogna trovare e sviluppare le vie per una libera maturazione che favorisca una libera e viva partecipazione. Dalla tecnica all’uomo specifico, non omologato e all’incontro allora autentico.

Intervista al cardinale Versaldi sull’anno di San Giuseppe

D: Padre Versaldi (cardinale, arcivescovo e prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica. NdR) siamo nell’anno dedicato, fino al prossimo 8 dicembre, a San Giuseppe. Lei porta questo nome, può dirci qualcosa su tale santo? E su questo anno a lui dedicato? Come vede il fatto che l’anno esordisca e termini nel giorno dell’Immacolata?

R: La decisione di Papa Francesco di indire un anno sotto la protezione di San Giuseppe, in occasione della ricorrenza del 150° anniversario della dichiarazione di Patrono della Chiesa universale,  deve rendere felice non solo chi, come me, porta il suo venerato nome, ma tutti i fedeli della Chiesa. Infatti, tutti in quanto appartenenti alla Chiesa sono sotto la sua protezione. Purtroppo, non tutti ne apprezzano il significato legato alla missione che San Giuseppe ebbe nella nostra redenzione. Giuseppe, all’inizio della vita di Gesù, ebbe un ruolo essenziale che egli accettò come uomo di fede e di umiltà coraggiosa. A lui fu chiesto di assumere il ruolo di sposo di Maria e di padre di Gesù di fronte alla comunità in cui viveva in osservanza delle leggi in vigore. Possiamo dire che a Giuseppe fu chiesto di entrare nel mistero dell’Incarnazione come colui che garantiva l’umanità del Verbo incarnato che nascondeva la sua divinità nella apparente normalità della sua venuta nel mondo. Giuseppe salvò Maria e Gesù non solo dalle insidie di Erode, ma ancor prima dalla illegalità a cui la nascita verginale esponeva l’inizio della incarnazione. Fino alla manifestazione pubblica di Gesù, ben oltre la vita di Giuseppe, Gesù fu considerato il “figlio del falegname” e lo sposo di Maria, benché tutto ciò non fosse secondo la carne ed il sangue. L’importanza di questa missione di Giuseppe si accompagna con la fede ed umiltà con cui egli, ispirato dall’alto, accettò e portò a compimento quanto Dio gli chiedeva. L’aver assicurato a Gesù e Maria una vita ordinaria e una legalità sociale è stata la condizione per cui si è potuta realizzare la nostra redenzione. E, come alcuni Santi hanno messo in rilievo, tale ruolo ha reso Giuseppe così caro ed autorevole sia per Gesù come per Maria, da farne ancora un potente loro aiuto nel compimento dell’opera redentiva che si sta realizzando nella storia umana. Per questo è Protettore della Chiesa universale: perché ancora collabora, con il suo stile silenzioso, ma operoso, a rendere efficace il progetto di Dio che è la salvezza di tutti gli uomini. Dunque, non possiamo dimenticare San Giuseppe come servo buono e fedele anche nella Chiesa di oggi, perché concretamente la redenzione è iniziata nella famiglia di Nazaret e non è lecito separare ciò che Dio ha unito! Giuseppe, Maria e Gesù sono ancora, ciascuno secondo la sua diversa missione, protagonisti della vita della Chiesa. Giuseppe continua ad assicurare le condizioni concrete e socialmente più adatte perché la Chiesa possa continuare la sua missione. E quanto ne abbiamo bisogno in questi tempi difficili per la Chiesa ed  il mondo intero! Ricorriamo, dunque, con fiducia alla intercessione di San Giuseppe per imitarne la fede e l’umiltà che gli permisero di assicurare l’incolumità della sacra famiglia in mezzo ai pericoli e le difficoltà incontrate subito al suo inizio. Con le parole di Papa Francesco, che ci fa riscoprire il “cuore paterno di San Giuseppe, lo invochiamo: “O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi e guidaci nel cammino della vita. Ottienici grazia, misericordia e coraggio, e difendici da ogni male”. Così sia.

Guido Oldani, Due poesie

Nevicare

non si vedeva niente su per aria

se non una tinteggiatura grigia

magari mescolata con bambagia.

la neve in nessun modo compariva,

pare ora un formaggio grattugiato

che giù cancella via ogni colore,

specialmente lo sporco che è di casa,

anche se si fa finta non esista

ma il bianco un giorno all’anno dà pudore.

La natività

c’è un raggio che non so da dove venga,

nel cielo non si vede alcuno specchio

che lo rifletta sulla nostra spocchia.

e il suono quand’è muto nel tacere

lo accompagna mentre viene al mondo;

quest’anno la capanna è il mio cappotto

e lui ritornerà a ossigenarci

anche se ormai il pianeta è mezzo rotto.

Angela Ambrogetti, Una pubblicazione storica

https://www.acistampa.com/story/una-pubblicazione-storica-la-prima-edizione-completa-del-codice-penale-vaticano-15762

Mauro Antimi, Un piccolo spunto

Questo è un periodo grigio della nostra vita e, nonostante la forzata esteriorità del Natale, incombe spesso dentro di noi uno stato d’animo di tristezza e di malinconia. Probabilmente è l’età che avanza-dirà qualcuno – o la percezione che è fragile la resistenza psicofisica di chi non è più giovane. Sarà che emerge, inutile, quello stucchevole cerimoniale degli auguri pieni di stereotipati auspici di virtù  poco proponibili al momento come la serenità, la letizia, la gioia. Siamo stanchi, eppure c’è sempre un interiore “ristoro” energetico: quello di non chiudersi in sé stessi, nella “turris eburnea” dei pochi o nella disperata amarezza dei tanti che soffrono. Tutti si spera soffrendo e si sogna di ricostruire futuro. Nessuna novità in questo pensiero, credo sia millenario. C’è stato un fatto che mi ha indotto a riflettere. Un mio caro, vecchio amico in un semplice sms ha augurato a me, assieme a sé stesso, di superare le traversie con una “rinnovata passione di vita”. Il mio saggio, benevolo amico in quattro parole ha tracciato il senso dell’ambivalente termine “passione”: quello che si sta “patendo” apparterrà al passato, ciò che si rinnoverà dentro di noi sarà il “colore” stesso della Vita. Andiamo allora in questa direzione. Anche questo è Natale. E’ sentire l’amore che rigenera, quello di Dio per noi: l’augurio per tutti.

Intervista a mons. Vincenzo Paglia

D: Mons. Paglia (Presidente della Pontificia accademia per la vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Pao II) la vita di ognuno ha percorsi particolari ma che cosa orientativamente suggerirebbe prima di tutto ad un sacerdote e cosa ad un laico?

R: Ad ogni cristiano, prete o laico non importa, suggerirei di tornare a meditare la Parola ed il Vangelo. Da lì nasce la vita del discepolo. Siamo generati dalla Parola. Non a caso il vangelo di Giovanni esordisce con la Parola che si fa carne, che viene ad abitare ciascuno di noi. Custodire pertanto la Parola come ha fatto Maria e lasciarla crescere in noi definisce la vocazione cristiana. E la prima Parola di Dio in Gesù è Amore: il Dio invisibile si è reso visibile nel volto di un Bambino che ci ama e chiede di essere amato. 

Ad un sacerdote di essere un uomo per tutti e per tutte senza conservare nulla per sé. E questo avviene all’altare. Il prete nasce dall’altare e deve tornare all’altare. Francesco d’Assisi diceva che il Natale si ripete in ogni messa. Infatti a Greccio non fece un presepe dio statuine viventi. No, fece celebrare una Messa sulla mangiatoia come altare. Lui diacono cantò il Vangelo. Per un sacerdote l’altare è l’inizio e la fine della sua missione.

Il compito di un laico è di vivere la sua testimonianza sugli altari della vita quotidiana, quelli della famiglia e del lavoro, quelli dell’economia e della politica, quelli della fraternità con tutti. Insomma vivere per rendere giusto e solidale il mondo.

Prete e laico hanno un’unica missione in due dimensioni inseparabili sull’altare della Chiesa e della Creazione.

Cercare il bandolo della matassa

https://gpcentofanti.altervista.org/la-via-che-scioglie-i-nodi/

M. Guzzi, La storia al bivio

http://www.darsipace.it/2020/12/28/un-pianeta-al-bivio-tra-distruzione-e-ricominciamento/#comment-23654

Mons. Dal Covolo, Riflessioni tra il Natale e la Sacra Famiglia

https://photos.app.goo.gl/1QSnZgNjAyJ59jzv9

Mario Adinolfi su scuola e università

https://mobile.twitter.com/marioadinolfi/status/1332282899660476416

Dal 19 marzo 2021 anno speciale della famiglia

http://diocesiforli.it/news+e+appuntamenti/-hcDocumento/id/3898/news-e-appuntamenti.html

Angela Ambrogetti, Pio IX chiude il Concilio Vaticano I

https://www.acistampa.com/story/la-sacrilega-e-repentina-invasione-di-roma-obbliga-pio-ix-a-fermare-il-concilio-vaticano-15280

Intervista a Marco Guzzi

Cieli e terre

https://gpcentofanti.altervista.org/il-magnificat-le-nozze-di-cana-e-questo-nostro-tempo/

Il Messaggero: Il Natale al santuario della Madonna del Divino Amore

Franca Giansoldati. Città del Vaticano – «Forza romani guardiamo avanti: ce la faremo a superare questo brutto momento, con l’aiuto di Dio e la nostra collaborazione. La speranza ci accompagna sempre”. Dal Divino Amore, il santuario per eccellenza della capitale, alla vigilia di Natale arriva un messaggio di speranza, di fiducia, di tenacia, un messaggio che incoraggia a ritrovare nella spiritualità e nella preghiera la forza per uscire migliori anche dai frangenti più difficili. Al cappellano del santuario, don Giampaolo Centofanti, viene spontaneo paragonare i dolori della guerra, quando c’erano i bombardamenti sul quartiere di San Lorenzo ai momenti complicati che oggi, a causa del Covid, stanno mettendo a dura prova migliaia di famiglie, nonché il tessuto produttivo di interi quartieri. Allora come oggi la gente continua a riversare speranze sul santuario, punto di riferimento della pietà popolare. «Maria è una madre ed è amata e il suo manto si stende si chi soffre. Proprio in questi giorni abbiamo letto il Magnificat che ci parla di come Dio conduce la storia con la collaborazione delle persone. Di tutte le persone. Di quelle semplici, spesso nascoste e non conteggiate, come di quelle importanti o potenti. Persone che aprono il loro cuore con abnegazione, devozione, impegno. Pensiamo a quello che sta accadendo. Accanto alle difficoltà c’è anche un visibile flusso di bene che è scaturito. Se lo osserviamo lo possiamo individuare».
«La storia della salvezza – spiega il don Centofanti – è una lettura che filtra lo sguardo di Dio. Il Magnificat è un veicolo di fiducia. La speranza nella mano di Dio per chi crede è una certezza, nonostante i momenti bui, le sofferenze, i dolori».
Il cappellano insiste nel definire la figura di Maria e cita il passaggio evangelico che descrive le nozze di Cana. «Non è un caso se è Maria che avverte che non c’era più vino. Maria in qualche modo previene con la sua vicinanza». E Natale, spiega ancora, è il momento in cui si concretizza il messaggio della vicinanza di Dio all’uomo. «Questo ci aiuta a superare tutto. Ci dà fiducia sul fatto che ne usciremo fuori. Che con Lui ce la faremo. E non è solo un messaggio per i credenti perchè sono proprio gli angeli a cantare per le persone di buona volontà. Quel Bambino ci insegna che il messaggio di Dio, ci indica la strada, ci apre vie nuove. E le apre anche a chi non crede. E’ questa la grazia del Natale».
Roma secondo lei è una città che sta perdendo la fede? «Dal nostro osservatorio, il santuario del Divino amore, vedo che c’è un flusso enorme di brava gente, di credenti, persone che fanno parte di quella maggioranza silenziosa che opera ma non è appariscente. Roma è una città complessa, una metropoli con mille problemi, ma anche chi apparentemente si è allontanato da Dio, nel suo cuore mantiene sempre una radice. Personalmente lo posso toccare quando vado a fare la benedizione nelle case. Non c’è quasi nessuno che la rifiuta. E questo secondo me la dice lunga, ci insegna tanto».

Buon Natale!

https://gpcentofanti.altervista.org/maria-e-la-storia-della-salvezza/

F. Giansoldati, Il card. Filoni sul viaggio del papa in Iraq

Fonte Il Messaggero

Il cardinale Filoni parla del Natale e anticipa il viaggio del Papa in Iraq per la pace tra sciiti e sunniti

Il cardinale Filoni parla del Natale e anticipa il viaggio del Papa in Iraq per la pace tra sciiti e sunniti

Mercoledì 23 Dicembre 202009:47

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Imparare ad alzare lo sguardo verso il cielo, allenarsi a fare sentire meno solo chi è lontano e aiutare chi è vicino. Un piccolo gesto può scaldare il cuore e racconta meglio il Natale al tempo del Covid, uno dei più duri dai tempi della Guerra. «Quest’anno persino la cittadina di Betlemme sarà terribilmente vuota e senza nessuno». Il cardinale Fernando Filoni da questa crisi intravede cose positive. «E’ possibile coltivare speranza con una visione soprannaturale delle cose. Il Natale deve essere dentro di noi». Dal quartier generale dell’Ordine del Santo Sepolcro, formidabile osservatorio internazionale, dal quale dipendono scuole, università, seminari, istituti in Terra Santa, intravede già due fatti positivi da tenere sotto osservazione che potrebbero cambiare il mondo: il Patto di Abramo – siglato da Israele con alcuni paesi arabi – e l’annunciato viaggio in Iraq di Papa Francesco che potrebbe fare da ponte a relazioni meno burrascose tra sciiti e sunniti. Praticamente un miracolo.

Il Natale gramo di Betlemme, contagiato anche il Patriarca Pizzaballa: «In quarantena»
Papa Francesco a marzo 2021 andrà in Iraq (Covid permettendo)
Vaticano, niente benedizione Urbi et Orbi dalla Loggia per evitare assembramenti a San Pietro
Papa Francesco, allarme Covid: due cardinali (spesso a contatto con lui) sono positivi

E’ difficile fare i conti con un Natale così duro… 

«Le persone di una certa età ne hanno vissuti di Natali difficili ai tempi della guerra, e anche dopo, benché vi fosse il grande desiderio di ricostruire la vita. Se andiamo a vedere quei 25 dicembre non c’erano le palline dorate da mettere sugli abeti, si mettevano le mele, i mandarini, le arance. Non c’era altro. Il presepe era fatto da statuine di terracotta, i dolci erano quelli che si facevano in casa e si scambiavano con i vicini. I regali potevano essere il maglione di lana fatto coi ferri. Per chi ha vissuto quei Natali il paragone affiora. Stavolta potrebbe essere l’occasione per rivedere quello che è essenziale. La gioia è fatta di piccole cose. Penso a un invito fatto al vicino, il tempo donato ad un anziano o a chi è solo. Penso anche che questo Natale ci spinga a non essere miopi, a guardare più lontano, alzare lo sguardo al cielo. Osservare meglio quello che ci circonda, anche fuori ai nostri soliti confini esistenziali».

Natale per tante persone non sarà facile. C’è chi ha perso il lavoro, la salute, chi è solo e non sa su chi poter contare. Stavolta in giro c’è disperazione… 

«Mi viene in mente il Vangelo di Luca, quando dice ai discepoli che stavano litigando su chi di loro fosse più importante: io sto in mezzo a voi come uno che serve. Significa che Dio è sempre accanto a noi, anche nei momenti difficili, bui. Che cosa è il Natale dunque? E’ un fatto che entra nella nostra realtà umana. E’ qui entra in gioco la speranza. L’uomo non può camminare sempre guardando per terra, dobbiamo alzare gli occhi ed è qui che le nostre capacità si aprono a una dimensione spirituale. La fede è la fiducia che si pone in Dio. Se da una parte si alza lo sguardo, dall’altra c’è Dio che si rivela». 

A proposito di fiducia, in un anno si è sgretolato tutto il nostro mondo di certezze e in questo momento si spera in un vaccino davvero efficace. Lei si vaccinerà?

«Ho fatto la prenotazione in Vaticano. Sarà a gennaio ma non ci hanno ancora fissato una data. Viviamo tutti con la fiducia che possa funzionare. La scienza dice che sarà efficace al 95 %, e allora fidiamoci. Se alla base delle nostre relazioni umane non c’è un atto di fiducia finisce che restiamo tutti isolati, gli uni agli altri, e saremmo finiti» 

Ne usciremo da questa crisi?

«Papa Francesco ha di recente parlato di due aspetti fondamentali per analizzare questi tempi complessi. Ha parlato di crisi e di contrapposizione. La crisi è una occasione di verifica e porta in sé normalmente a una crescita, a una positività. La contrapposizione implica uno scontro, una logica di perdere-vincere e quindi il prevaricare. Personalmente vedo che questa pandemia, accanto ai tanti drammi, abbia sprigionato anche cose buone. Per esempio ha fatto capire che per troppo tempo gli anziani hanno vissuto una dimensione di spaventosa solitudine anche se avevano una famiglia alle spalle. La crisi – volente o nolente – ci sta facendo capire che per troppo tempo li abbiamo abbandonati e che bisogna cambiare direzione». 

Qualcuno potrebbe chiedersi ma in questa pandemia dove è Dio?

«Dio non se ne è mai andato. Egli continua ad essere presente. Sta sulla croce e non è mai sceso anche se, tante volte, vorremmo mettere quella croce in un angolo e dimenticarla. Ma la croce significa che Dio è con noi, nelle nostre sofferenze nei nostri drammi, silenzioso, capace di accettare anche il bestemmiatore che, accanto a Gesù crocifisso, lo offende. Allo stesso modo è capace di stare accanto all’altro ladrone che dice: ricordati di me quando sarai nel Regno dei Cieli. E’ vicino a chi si converte ma anche a chi resta isolato». 

Sbagliato, allora, lamentarsi per quello che sta succedendo?

«Lamentiamoci pure se aiuta. Ma non tiriamo conclusioni utilitaristiche, semmai andiamo verso gli altri, a chi sta male, sosteniamo gli anziani, doniamo tempo, ascoltiamo chi è in difficoltà, non chiudiamoci nei nostri mondi di prima. Alziamo gli occhi. Cerchiamo di non essere miopi. Ho ascoltato alla radio che un gruppo di ragazzi di un paesino del Nord Italia si impegnano per andare a recitare poesie agli anziani che non possono muoversi. C’è bisogno di piccoli gesti di grande affettività. La gente che soffre dice: grazie. Serve riscoprire l’umanità. Mi ha commosso l’abnegazione di tanti ricercatori che si sono messi a studiare per il vaccino e sono sicuro che per tanti non era solo una questione di denaro. La disponibilità dimostrata andava ben oltre. Fare un dono fa regala più gioia a chi lo fa che non a chi lo riceve. Tutto questo prima del Covid non era così evidenziato. Ora i drammi si vedono meglio. Ma è altrettanto grande la sensibilità che sta crescendo attorno a noi. Non è tutto negativo. Non è tutto perso. Tanti aspetti stanno emergendo. Il Natale è anche questo. Rinascita».

Lei è a capo di un Ordine (Equestre del Santo Sepolcro) dal quale dipende la vita materiale di tutte le scuole, università, seminari, dispensari che sono in Terra Santa. A Betlemme il Natale stavolta è terribile, tutto chiuso, sembra una cittadina spenta. Tra l’altro l’emorragia dei cristiani sembra inarrestabile.. 

«E’ una realtà in Palestina ma anche in Giordania, Iraq, Siria. In Terra Santa la crisi è stata prodotta dalla mancanza di pellegrinaggi, di turismo, di profilassi medica, di certezze. Eppure in questo quadro complesso io non vedo solo aspetti negativi».

Per esempio?

«E’ interessante il Patto di Abramo. Sono vissuto in medio oriente per decenni per dire che si tratta di un aspetto da guardare davvero con una certa speranza». 

Qualcosa di buono lo ha fatto anche Trump allora…

«E’ un percorso, vediamo se funziona per portare sollievo in quella zona del mondo. Il patto di Abramo nasce dalla consapevolezza che bisognava superare le divisioni politiche. Nasce anche da un altro passo importante (e meno noto) che riguarda le relazioni tra religioni, tra ebrei e musulmani. Mi riferisco all’accordo sulla Fratellanza che è stato firmato da Papa Francesco ad Abu Dhabi, negli Emirati». 

Il Papa vuole andare in Iraq a marzo, secondo lei riuscirà con la pandemia che avanza?

«Nell’annuncio fatto si specifica che dipenderà dalla situazione. Ma già il fatto che il Papa abbia programmato una data, per gli iracheni è una speranza di vita. L’Iraq vive internamente ancora tanti drammi. Per esempio la divisione tra sciiti e sunniti iniziata dopo la morte di Maometto con l’uccisione del nipote Ali. Sono 15 secoli che si combattono».

Pensa che la visita del Papa possa favorire un gesto di riavvicinamento tra sciiti e sunniti?

«Il Papa non risolverà ovviamente il problema dentro l’Islam. Ma iforse c’è spazio per sperare che anche all’interno dell’Islam si cominci a parlare. Perché non potrebbe accadere? Servirebbe una forma di ecumenismo da sviluppare tra musulmani. Un po’ come noi cattolici facciamo con i nostri fratelli cristiani».

Il Papa potrebbe davvero costruire ponti tra sciiti e sunniti?

«Noi li incoraggiamo, se possiamo dire o fare qualcosa. Il fatto che vada li, è un passo importante nell’Iraq dove è marcata la divisione tra sciiti e sunniti. Prima o poi si dovrà rinunciare alla contrapposizione. La crisi fa crescere, la contrapposizione produce solo negatività». 

L’unica via per l’indipendenza, di don Fabrizio Centofanti

La mancanza di indipendenza è una brutta bestia e lo sappiamo bene. I sintomi sono il dover strafare per essere accettati, la paura dell’abbandono, la rabbia per non essere compresi. Chissà quante volte ci siamo trovati in queste condizioni, e abbiamo fatto di tutto per ricuperare situazioni compromesse. L’ossessione del riaggiustare, il rincorrere soluzioni rabberciate è una spia del senso di dipendenza patologico in cui ci ritroviamo invischiati. 

La via d’uscita non è mai in qualche ritocco parziale, ma nel trovare la propria identità in certi eventi rivelatori dell’amore di Dio. L’immagine calzante è quella della vite e dei tralci, utilizzata nel Vangelo da Gesù. Solo se aderisco radicalmente a una vita ricevuta in dono sarò indipendente dall’approvazione o dal giudizio altrui. 

Ciò implica la rinuncia all’egoismo, all’egocentrismo, alla carnalità: è lo spirito che rende liberi. 

Bisogna fare memoria dell’amore vero per sentire una linfa vitale scorrere in noi. Sono questa linfa, questo flusso, i segni dell’indipendenza raggiunta che, come sempre, è possibile soltanto nell’amore.

Ritrovare l’umano frammentato

https://gpcentofanti.altervista.org/domande-a-magister/

Mons. Dario Gervasi, vescovo ausiliare di Roma, Natale 2020

In Attesa del Natale 2020

“I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi», Così scriveva all’ inizio del suo pontificato Benedetto XVI parlando della difficile situazione mondiale. Oggi, ancor più di prima, ci troviamo a vivere in un clima che ha reso molti di noi più disincantati e stanchi. Ascoltiamo continuamente i dati di una crescente povertà come effetto della Pandemia e seguiamo il fluttuare della curva epidemologica aspettando un ritorno alla normalità. La crisi sanitaria ed economica che stiamo attraversando ha appesantito lo sguardo verso il futuro che per diversi aspetti appare molto incerto. Non si tratta solo di un problema legato alla salute. Il deserto di cui parlava Papa Benedetto era dovuto all’oblio dei valori forti e la perdita di speranza nel nostro mondo occidentale. Scrive Papa Francesco: ”la Pandemia ha messo in luce le nostre false sicurezze.”(Lettera enciclica Fratelli Tutti n.7).
Il Natale che stiamo per vivere sarà sicuramente molto diverso da quelli precedenti. Il silenzio serale racchiude in maniera per noi inconsueta la nostra città. Anche la notte di Natale sarà più del solito avvolta dal silenzio. Il Natale dei consumi si è ridotto ed ha lasciato spazio ad un Natale molto più semplice.
Proprio in questa cornice, dove molto cose esteriori vengono a mancare, si nasconde una grande e nuova opportunità. E’ quella annunciata dalla liturgia dell’Avvento: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore (Mc 1,3).” L’Annuncio del Natale nella Scrittura viene dato in un luogo desolato, un luogo che per sua natura può manifestare molto più chiaramente la grandezza di ciò che sta per venire. E ed anche nel ‘deserto’ del lockdown che possiamo rintracciare i segni di questa venuta. Girando le parrocchie di Roma ho raccolto tante voci di parroci che hanno raccontato la sofferenza della propria gente e la generosità di quanti si sono adoperati per rinunciare a qualcosa e condividerlo con chi improvvisamente si è trovato nell’indigenza. Questa carità è segno di qualcosa di nuovo che si sta generando proprio ora, qualcosa che ci fa sentire più vicini. Arriviamo al Natale più consapevoli della nostra fragilità, arriviamo al Natale più consapevoli di essere ‘ sulla stessa barca’ e che: “possiamo far rinascere fra tutti una aspirazione mondiale alla fraternità”( Papa Francesco). Forse è proprio questo il clima più favorevole per accogliere l’Annuncio del Natale che la Chiesa ha ripreso a cantare nella liturgia. Il Natale viene lo stesso. A proposito c’è una storia per bambini che racconta di un piccolo pastore povero che si recava alla grotta di Betlemme. Voleva vedere Gesù, ma durante il percorso si accorse che non aveva proprio nulla da offrire al Divino Bambino. Mentre la fila avanzava vedeva tutti i doni che portavano le altre persone: lana, latte, formaggi, coperte, paglia per la culla. Lui, non aveva proprio niente e dietro di lui c’era ancora molta gente che portava doni preziosi. Mentre si avvicinava sempre più confuso ripeteva dentro di sé: ‘Signore perdonami’. Quale sorpresa quando arrivato davanti a Maria lei stessa con un sorriso lo accolse e vedendo le sue mani vuote gli chiese di aprirle e tenere in braccio il suo piccolo Bambino mentre prendeva i doni che le portavano. Quale gioia! Quel povero pastore aveva ricevuto nelle sue braccia vuote il dono più prezioso!
Una bella storia! Nel vuoto sarà forse più facile accogliere il Dono che troppe volte trova le nostre braccia troppo occupate per riceverlo. Nel deserto di questo tempo la Chiesa canta l’arrivo della gioia, l’arrivo di Colui che è Emmanuele, che è in mezzo a noi.

Buon Natale cari fratelli e sorelle!

Come mettere insieme bellezza, bontà e verità? di don Fabrizio Centofanti

Sperimentiamo vari tipi di bellezza. Al grado più basso c’è quella del peccato: il frutto dell’albero “era bello a vedersi e buono da mangiare”. Spesso si rimane prigionieri di questa falsa bellezza, si resta ammaliati, come dalla maga Circe del poema omerico. Che sia falsa è dimostrato dal fatto che non risponde alle domande ultime, corrispondenti all’altezza della vocazione umana, ma si ferma al contingente: non a caso gli uomini che entrano in contatto con Circe sono trasformati in bestie. 

C’è poi un’altra bellezza, quella della relazione, della comunione: è la scoperta del Tu, che avviene spesso nella sofferenza, perché i sensi hanno bisogno di essere purificati per liberarsi dalle attrazioni contingenti. Il bello, in questo stadio, coincide col buono: non è più una bellezza effimera, superficiale, seduttiva, ma profonda, autentica, umana.

Il terzo stadio è quando questo bello-buono si rivela come il nostro destino ultimo: il cuore trova la sua collocazione solo in prospettiva dell’eterno, quando si sente avvolto in un amore che attrae nella purezza del dono reciproco. Allora bello, buono e vero diventano quello che sono: il nostro essere uniti a Cristo, alla Sua umanità e divinità. Il cuore si allinea col progetto di Dio e fa esperienza di una pace non più minacciata dalle vicende della vita.

Enneatipo Uno, di Sabrina Trane

L’atmosfera interiore del tipo Uno può essere resa con i sostantivi: serietà, ordine, pulizia (soprattutto morale), compostezza.

Per questo tipo i temi della giustizia, dell’etica e del rispetto sono basilari. 

Un altro termine importante per la comprensione del tipo Uno è il controllo: spesso sono persone molto sensibili, che percepiscono le emozioni ma sentono la necessità di controllarle, in particolare la rabbia, che pure è un tema dominante in questo carattere. Nel corso della sua storia questa emozione non ha trovato la possibilità di esprimersi, per i più svariati motivi, e per questo è negata.

Sappiamo però che le emozioni eliminate dall’orizzonte cosciente non scompaiono, ma trovano un’altra via per manifestarsi: una ricerca dell’azione giusta, che intervenga sul mondo per modificarlo e renderlo migliore.

La tendenza a migliorare la propria porzione di mondo è molto presente, spesso attraverso critiche e borbottii, e una difficoltà a comprendere le ragioni degli altri, quando si discostano dal proprio giusto modo di vedere.

Si tratta di persone volte all’azione, che tendono al perfezionismo (ma, come vedremo, non sono gli unici nell’Enneagramma ad avere questa tendenza), che per loro significa svolgere nel miglior modo possibile ciò che va fatto.

Decisione e autorevolezza (ma a volte anche autoritarismo) completano il quadro.

Il focus è su ciò che è giusto fare, e raramente ci sono dubbi al riguardo.

Tutto questo porta le persone Uno a provare facilmente indignazione, che è un termine chiave per comprendere questo tipo. Naturalmente tutti provano indignazione, ma qui è un modo ricorrente di relazionarsi al mondo, che mantiene l’idea di fondo di avere ragione, e che sono gli altri che non funzionano come dovrebbero. Nello stesso tempo giustifica l’espressione di quella rabbia che non si può buttar fuori in modo scomposto, ma che pur richiede di fuoriuscire in qualche modo per non esplodere: sbottare è riprovevole, ma indignarsi per una “giusta causa” è sacrosanto. Così pensa l’Uno, e ciò gli impedisce di prendere coscienza del fatto che non sempre la  ragione è dalla sua parte, e che la rabbia lo rende spesso intollerante.

Lo stile di comunicazione è tendenzialmente direttivo, anche se la modalità è molto corretta, con uso frequente dei condizionali“ (Forse questa cosa non è fatta come dovrebbe), e anche imperativi (Impegnati, fai le cose fatte bene!).

Quando trovano un contesto in cui si sentono rilassati, sanno però lasciarsi andare e anche ridere di gusto, senza mai però superare la misura (detestano la volgarità e le manifestazioni disordinate ed eccessive).

Se la critica è così presente, lo è ancor di più l’autocritica, ma difficilmente lo mostrano agli altri, e questo alimenta il perfezionismo, e anche la rabbia.

I tipi Uno tendono ad avere un’immagine di sé di persona giusta, etica, seria, corretta. Ciò che sfugge loro è la permalosità che li caratterizza, e anche il rischio di diventare arroganti, ipercritici e dogmatici.

Ogni tipo di personalità, quando non è consapevole di sé e vive i propri automatismi caratteriali in modo rigido, tende a non dare il meglio di sé, ma quando al contrario comincia a rendersi conto dei propri punti ciechi, può rendere più flessibili i propri tratti, ampliare la gamma di schemi mentali e comportamentali, e indirizzare al meglio le proprie caratteristiche.

Per il tipo Uno il cammino di crescita interiore consiste nel prendere contatto con la rabbia rimossa e le altre emozioni giudicate inaccettabili, e nell’accoglierle e integrarle senza condannarle: il giudice interiore è infatti implacabile in questo tipo. Smettere di temere la propria ombra, accettarsi e rilassarsi, aiuta paradossalmente a vivere più autenticamente e pienamente quei valori e quegli ideali così importanti per l’Uno,  parte essenziale del proprio orizzonte esistenziale.

Un esempio di Uno che si colloca in questa linea è Nelson Mandela, che ha combattuto la sua giusta battaglia ponendosi su un piano di verità etica senza mai piegarsi, e ha avuto il coraggio di portare fino in fondo le conseguenze delle sue scelte.

Come sentire che non siamo soli, di don Fabrizio Centofanti

Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, leggiamo nel Vangelo di Giovanni. È la chiave per capire che non siamo soli. Viviamo in un creato che porta, in ogni cosa, la traccia di Dio. Il segreto sta nel prendere il dato sul serio, nel sentire che niente è casuale, che l’universo parla col linguaggio dell’amore. Se tutto è stato creato per amore, significa che posso godere della realtà che mi circonda, e che provo il desiderio che sia così per gli altri. La solitudine si supera immergendosi nel destino comune, nella coscienza che siamo amore fatto per amare, e che al di fuori di questo c’è il non senso delle incomprensioni, dei rifiuti, dello spirito ribelle che porta in sé una carica autodistruttiva. Non sono mai solo, il Padre è sempre con me, dichiara Gesù: dobbiamo lasciarci avvolgere dalla paternità universale, che pone tutto sotto il suo manto protettivo. Se ci sentissimo soli, in qualche momento della vita, ripetiamo le parole terapeutiche: tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste (Gv 1,3).

Franca Giansoldati, Papa Francesco fa il bilancio dell’anno

Papa Francesco ammette la crisi della Chiesa: «La nostra fragilità non sia ostacolo al Vangelo»

Lunedì 21 Dicembre 202011:05

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Papa Francesco fa il bilancio dell’annus horribilis della Chiesa segnata non solo dal Covid e dall’impossibilità di celebrare come prima, ma anche da scandali, lotte di potere, riforme mancate, opacità nella struttura affiorate più volte in questi dodici mesi. Bergoglio tiene fermo il timone e nel discorso alla curia per gli auguri di fine anno indica che il cammino iniziato non subirà modifiche. Avanti tutta.

«Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento. Ma se vogliamo davvero un aggiornamento, dobbiamo avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica» dice il Papa aggiugendo subito dopo che non si tratta di «rattoppare un abito, perché la Chiesa non è un semplice vestito di Cristo, bensì è il suo corpo che abbraccia tutta la storia».

Vaticano, Cassazione annulla misura cautelare per Cecilia Marogna: «Non c’era ragione per arrestarla»

Semmai si tratta di riformare alla radice il rapporto i singoli. «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre!: siamo chiamati a rivestire con un vestito nuovo quel medesimo Corpo, affinché appaia chiaramente che la Grazia posseduta non viene da noi ma da Dio (…). Questo è un tempo in cui sembra evidente che la creta di cui siamo impastati è scheggiata, incrinata, spaccata. Dobbiamo sforzarci affinché la nostra fragilità non diventi ostacolo all’annuncio del Vangelo».

Francesco insiste anche nel non leggere semre la Chiesa «con le categorie di conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti – frammenta, polarizza, perverte e tradisce la sua vera natura: essa è un Corpo perennemente in crisi proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti. Infatti, in questo modo diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa». 

Francesco spiega che la novità introdotta dalla crisi voluta dallo Spirito non è mai una novità in contrapposizione al vecchio, “bensì una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo. Gesù usa un’espressione che esprime in maniera semplice e chiara questo passaggio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. 

Nel suo discorso non fa menzione a nessuno degli scandali che quest’anno sono affiorati, disorientando i fedeli di tutto il mondo. Per esempio il caso del cardinale Becciu, le inchieste sul capitolo di San Pietro, la gestione del denaro e i contrasti in curia, il rapporto burrascoso con la Chiesa tedesca. Stavolta non c’è stato alcun ribrotto alla curia, esattamente come era accaduto negli anni passati. 

«Qui nella Curia sono molti coloro che danno testimonianza con il loro lavoro umile, discreto, silenzioso, leale, professionale, onesto. Anche il nostro tempo ha i suoi problemi, ma ha anche la testimonianza viva del fatto che il Signore non ha abbandonato il suo popolo, con l’unica differenza che i problemi vanno a finire subito sui giornali, invece i segni di speranza fanno notizia solo dopo molto tempo, e non sempre».

E ancora: «Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere (…)Infine, vorrei esortarvi a non confondere la crisi con il conflitto. La crisi generalmente ha un esito positivo, mentre il conflitto crea sempre un contrasto, una competizione, un antagonismo apparentemente senza soluzione fra soggetti divisi in amici da amare e nemici da combattere, con la conseguente vittoria di una delle parti». Fonte: Il Messaggero

Il Padre nostro

https://gpcentofanti.altervista.org/la-professione-di-fede-di-gesu-il-padre-nostro/

Cos’è la bellezza? di don Fabrizio Centofanti

In questi giorni di malattia mi sto interrogando sulla vera bellezza. Quando c’è la sofferenza sembra svanire, sei preso in una morsa in cui la realtà pare tutto tranne che bella. Poi ci rifletti: Gesù non ha sofferto? E la bellezza per eccellenza non è quella divina? Allora le categorie si ribaltano: bellezza è soffrire con Lui, condividere la prova come azione purificatrice che compie su di me. Posso ringraziare per la sofferenza, guardarmi negli occhi con il Cristo e scoprire che soffre con me, e in me. Non c’è bellezza più vera di questa: non è soggetta al tempo, non è insidiata da alcunché, è l’eterna giovinezza di Dio.

Mons. E. Dal Covolo, Buon Natale

Angela Ambrogetti, Una app per l’anima in tempo di pandemia

ACI Stampa

In tempo di pandemia prendiamo tutti qualche integratore e le vitamine per il corpo. Ma forse ci dimentichiamo la salute dell’anima.

Dopo una Quaresima e una Pasqua senza Sacramenti, e considerando che in molte parti del mondo sono chiuse anche le chiese, la vitamina più necessaria è la VitaminaV, la vitamina Vangelo. 

Prendi un po’ di Vitamina V(angelo), ogni giorno e permetti al Signore di parlare al tuo cuore”. É la idea che c’è dietro alla creazione di un app che si chiama proprio VitaminaV.

Commenti al Vangelo, ma anche preghiere, magistero dei Pontefici, vite dei Santi, la Via Crucis e una ricerca per temi specifici.

“C’è bisogno di qualcuno che creda in te. Di qualcuno che ti dica che il tuo desiderio è giusto, è buono, è vero. Che la delusione, il cinismo, la rassegnazione non sono l’ultima parola sulla vita. Che c’è qualcuno che ti vuol bene così come sei, che è disposto a giocarsi la vita per te e con te, perché il desiderio con cui sei stato messo al mondo possa essere realizzato. E chi è questo, se non Gesù?” Spiega Alessandro Cristofari, l’autore della App.

La App si scarica gratuitamente dagli store di Apple e Google play.

“Il Gesù che esce da questa app è vivo, vitale: un uomo di carne e ossa, che gira impolverato per le strade di Palestina, che incontra donne e uomini veri, che partecipa alla loro vita, si commuove per loro. Che quando apre bocca non è per dettar regole, ma per suggerire come si può fare per essere un po’ più contenti. E puoi fare l’esperienza che entrare nella cerchia degli amici di Gesù rende la vita più lieta.

Vitamina V, è necessaria per la salute del tuo spirito e l’equilibrio del tuo cuore. Si tratta di una molecola richiesta dall’organismo soltanto in piccole quantità, ma necessaria per condurti a conoscere, frequentare e vivere di Colui che è la Via, la Verità e la Vita”.

E non dimenticatevi di lasciare una recensione!

Novità nel menù

Toccando le tre righe orizzontali in alto a destra compare il menu’ con molte novità.

Dom Scicolone, Messaggio di Natale 2020

Messaggio di Natale 2020

    Auguro a tutti voi e alle vostre famiglie un Buon Natale. Tutti sappiamo che il Natale 2020 sarà unico, e speriamo non si ripeta. Sarà un bene o un male? Dipende da noi. Ci sono tre modi di intendere e di vivere questa festività: 

  • C’è il Natale consumistico: feste, luminarie, pranzi, cenoni, regali. Non si celebra la nascita del nostro Redentore, ma “Babbo Natale”. Quest’anno ci sarà, ma in misura ridotta. E potrebbe essere un bene, per riscoprire, da parte dei cristiani, gli altri due aspetti.
  • C’è il Natale devozionale: nasce un bambino, da genitori poveri, fuori casa, deposto in una mangiatoia, scaldato dagli animali; ci parla di umiltà, semplicità, gioia per il lieto evento. A questo ci prepara una novena, con preghiere e canti popolari, gli zampognari…
  • C’è il Natale “teologico-sacramentale”. Quel bambino è Dio che nasce come uomo, e porta a compimento ciò che profeticamente era stato preparato e simbolicamente annunziato al popolo ebraico: il Signore viene.

La nascita di Gesù può e deve essere vista come l’unione sponsale tra Dio e l’uomo.

Tante profezie annunziavano al popolo di Israele: “Tuo sposo è il tuo Creatore” (Is 54, 5); “mi ricordo di te… dell’amore al tempo del tuo fidanzamento” (Ger 2, 2); “ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te – oracolo del Signore Dio – e divenisti mia” (Ez 16, 8); “il re si è invaghito della tua bellezza. E’ lui il tuo Signore: rendigli omaggio” (sal 45, 12); tutto il Cantico dei cantici. In questi e simili testi veterotestamentari, il matrimonio umano è immagine del rapporto tra Dio e il suo popolo. Ma quando Dio si fa uomo, quella immagine diventa realtà: Dio è unito “indissolubilmente” all’umanità, quando “il Verbo si è fatto carne”: Gesù, “vero Dio e vero uomo” è il compimento del piano di Dio. Il Natale del Signore è l’evento dell’unione sponsale tra Creatore e creatura. Il grembo di Maria è stato il “talamo nuziale” dal quale è nato il Salvatore. 

Ecco perché a Natale cantiamo che Gesù nasce come “il sole che esce dalla nuziale”

(sal 18), del quale Dio dice “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato” (sal 2). Questo accostamento con il sole ha fatto sì che, a Roma, si celebrasse la natività a mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre. 

Questa data non si trova registrata nei Vangeli. Che fosse notte, si può desumere da Luca che parla dei pastori che pernottando, vegliavano il gregge. Ma perché proprio “a mezzanotte”, e il 24/25 dicembre? Il giorno è stato scelto perché i Romani festeggiavano la “nascita del sole”: da quel giorno “solstizio” d’inverno, il sole comincia a crescere (al contrario, il 24 giugno, festa di s. Giovanni Battista, comincia a diminuire comincia a decrescere: Giovanni diceva “bisogna che lui cresca e io diminuisca”). E perché a mezzanotte? Perché in Sap 18, 14 leggiamo. “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, … si lanciò…”. La mezzanotte la ritroviamo in Mt 25,6: “A mezzanotte si alzò un grido: Ecco lo sposo! Andategli incontro”. Vedete come Gesù nasce a mezzanotte perché è lo Sposo che viene. Ciò si è verificato nella nascita e si verificherà alla seconda venuta. E si verifica ogni volta che noi siamo nella mezzanotte e si fa vedere dentro di noi, il Sole che sorge dall’alto”.

    Questo è il mio augurio per tutti e per ciascuno di voi.

Come resistere nella malattia, di don Fabrizio Centofanti

Quando si sta male, le energie si assottigliano, i pensieri si incupiscono, non sai più a che santo votarti. Io ho un metodo personale collaudato, che potrebbe tornare utile a qualcuno.

Mi metto davanti al volto di Gesù, ed evoco ciò che è bello, buono e vero. Sono le categorie attraverso cui si comunica lo Spirito. Così ci soccorrono energie più profonde, le uniche capaci di trasmettere una forza superiore al male. Il bene vince sempre, anche in questi casi.

La malattia si trasforma in occasione di miglioramento, acquista un senso, diventa una ricchezza. I momenti difficili sono i più indicati per intrecciare con Gesù una più stretta relazione. Bellezza, bontà e verità sono la via per incontrarlo in modo concreto, così come Lui vuole. È un carisma di guarigione che chiunque può sperimentare nell’intimità della preghiera, che mai come qui diventa vita.

Guido Oldani, Il ponte

Il ponte

l’arcobaleno, sai , con sette tinte

è come un grande ponte d’autostrada

che crolla se ci fanno sporchi intenti.

lì dove dormono gli zombi santi

nasce chi spiazzerà tutte le genti

a partire da chi gli sta più accanto

che a costo zero lo farà inchiodare

ma lui rivive, sballa i continenti.

Cosa fare del dolore, di don Fabrizio Centofanti

La sofferenza toglie lucidità e voglia di vivere, costringendoci a concentrare l’attenzione su un territorio ristretto, a camminare su un campo minato. Ci sentiamo privati delle solite risorse, come se fossimo ridotti a una condizione d’impotenza. Nessuno è esente da esperienze come queste. Ciò spinge a trovare una soluzione che renda costruttivo questo passaggio inevitabile. L’unica trasformazione possibile è quella di offrire la crisi, darle un senso profondo, che tocchi lo spirito. Abbiamo sempre, intorno a noi, situazioni difficili che richiedono un contributo di preghiera: lo strumento più potente è offrire il dolore che proviamo per cause come queste. Si sperimenterà il miracolo di un’apertura inedita, di un amore che si fa letteralmente carne. Si può gustare il bene anche nelle avversità, come è avvenuto per Gesù nella passione: secondo i Padri diventiamo spirituali quando vediamo il più bello tra i figli dell’uomo nel volto sfigurato del Cristo. La grazia realizza queste meraviglie: vale la pena scoprirle nella nostra esperienza quotidiana.

Rivoluzioni vere e fasulle nella storia

https://gpcentofanti.altervista.org/la-vecchia-rivoluzione-e-quella-sempre-nuova/

Enneagramma, uno specchio per conoscersi meglio, di Sabrina Trane

Iniziare un viaggio alla scoperta di sé può essere molto difficile: sono tanti i meccanismi che impediscono di vedere i nostri punti ciechi, e spesso sono gli altri a coglierli meglio, e spesso è duro accettarli quando ce li rimandano!

Uno strumento interessante e utile, a questo riguardo, è l’Enneagramma, un mondo complesso e variegato, che può nello stesso tempo costituire un primo approccio nel riconoscimento della propria struttura caratteriale.

Quando si parla di Enneagramma bisogna stare attenti: è una materia vasta, spesso trattata in modo superficiale, e può essere usata addirittura alla stregua dei segni zodiacali, o venire abbinato all’esoterismo. 

Esiste una vasta letteratura, soprattutto negli Stati Uniti (ma sta cominciando a prendere piede anche in Italia), che studia in modo approfondito e rigoroso i meccanismi alla base dei nove profili caratteriali descritti da questo strumento, così come i loro movimenti, cioè le tendenze tipiche quando, ad esempio, ci si trova in un periodo di stress, o quando si va verso una fase di equilibrio psichico.

Il viaggio inizia dalla ricerca della tipologia che meglio ci descrive: non è sempre facile trovarla, perché siamo complessi e, in una certa misura, ogni approccio al mondo descritto dall’Enneagramma ci appartiene, nel senso che possiamo adottarlo nel rapporto con la realtà; ma c’è una sola tipologia che descrive le dinamiche profonde della nostra personalità, con i suoi inciampi – le cosiddette “passioni”-, modi fissi di vivere e percepire le esperienze.

Le passioni e le fissazioni dei tipi hanno il potere di  riportare ogni situazione all’interno di quegli schemi precostituiti, utili nel momento  in cui si sono strutturati (nel corso della nostra crescita), ma che oggi risultano angusti e limitanti. 

E’ il concetto di “copione” di cui parla la psicologia transazionale: una sorta di canovaccio messo a punto nei primi anni della nostra esistenza, ritoccato in quelli adolescenziali, e poi recitato continuamente sulla scena della nostra vita, con poche possibilità di uscire dal personaggio così confezionato.

Le personalità descritte sono nove, indicate ciascuna con un numero. Molti autori vi affiancano un nome per sintetizzarne le caratteristiche, ma può risultare fuorviante: bisogna evitare le eccessive schematizzazioni e le tendenze a etichettare.

In questa rubrica, dedicherò ogni appuntamento a un tipo di personalità: sarà uno schizzo, un assaggio, e se a qualcuno verrà appetito e desiderio di approfondire, potrà farlo con facilità perché in rete è presente molto materiale.

Per ogni tipo, oltre a una descrizione generale dei tratti più caratteristici, fornisco le indicazioni sulla cosiddetta passione dominante (la tendenza psicologica strutturata nel passato, che condiziona inconsapevolmente il nostro modo di relazionarci al mondo), e la fissazione, che è il modo in cui il nostro comportamento sostiene tale passione. 

Si tratta di un’indicazione dei punti di cui ogni tipologia di personalità dovrebbe prendere coscienza, per poter poi lavorare su di sé. 

Ognuno di noi mette in atto dei meccanismi di auto inganno per non vedersi nella verità: per questo, riconoscersi nel tipo non è sempre facile. Come afferma Martin Buber, ci sono personalità più unitarie, altre più complesse e contraddittorie: queste ultime avranno ancor più difficoltà a individuare il proprio tipo. Non bisogna scoraggiarsi: se si è interessati, approfondendo l’argomento si arriverà di certo al riconoscimento.

Trovo che il processo di conoscenza di sé che l’Enneagramma  aiuta a sviluppare, sia utile anche da un punto di vista spirituale, per esempio come guida a un più approfondito esame di coscienza, perché i meccanismi messi in atto possono ripercuotersi in modo negativo sulle relazioni, e dunque sulla capacità di crescere nell’amore disinteressato e gratuito.

È meglio il coinvolgimento o il distacco? di don Fabrizio Centofanti

Nella vita spirituale ci sono paradossi apparentemente insolubili. Uno di questi è se sia meglio, nelle situazioni della vita, il coinvolgimento o il distacco. A volte ci sentiamo immersi fino alla punta dei capelli in vicende che richiederebbero lucidità e riflessione; altre volte ci sentiamo distanti laddove sarebbe richiesta una partecipazione affettiva consistente. Se dovessimo fare un elenco dei momenti in cui ci siamo sentiti sulla lunghezza d’onda più adeguata, si conterebbero sulla punta delle dita: ci sono sempre sfasature, dovute a eccessi o difetti logici o emotivi. Sorgono tentazioni di scoraggiamento, sussulti di rabbia, gorghi di amarezza. La soluzione è nello spirito: solo se mi lascio unificare interiormente, attingo alla dimensione in cui coinvolgimento e distacco si amalgamano in una miscela di natura e di grazia. È importante sapere che c’è una possibilità ulteriore rispetto ai limiti della psicologia. La psiche approda alla sua autenticità solo nell’abbraccio con lo spirito. L’unità è l’apice dell’evoluzione, che si realizza ogni momento.

Il nucleo della crisi

https://gpcentofanti.altervista.org/i-punti-profondi-della-crisi-attuale/

Angela Ambrogetti, Giovanni Paolo II e le Chiese dell’est

CITTÀ DEL VATICANO , 17 novembre, 2020 / 6:00 PM (ACI Stampa).- 

“Giovanni Paolo II modificò radicalmente la tradizionale “Ostpolitik vaticana guidata dall’arcivescovo Agostino Casaroli e orientata al compromesso con i Governi comunisti. Dall’inizio del suo pontificato iniziò una linea più dura nei confronti dei governi comunisti”.

A dirlo è stato il professor Mikrut Jan, sacerdote e insegnante alla Gregoriana presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa e presso la Facoltà di Teologia . É lui che da anni cura la collana di Storia della Chiesa in Europa centro-orientale. Oggi pomeriggio ha presentato il volume più recente: “ Sangue del vostro sangue,  ossa delle vostre ossa.  Il Pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005)  e le Chiese in Europa centro-orientale.  Nel centenario della nascita di Karol Wojtyła” edito da Gabrielli.

In un evento on line della Università Gregoriana cui ha partecipato anche l’attuale Arcivescovo di Cracovia  Marek Jędraszewski , il professor Mikrut ha evidenziato che “Gorbaciov stesso ha attestato a Giovanni Paolo II un contributo decisivo nella caduta del comunismo in Europa e il 9 novembre 1989 alla caduta del muro di Berlino. Arrivò la fine del blocco orientale e del regime sovietico. Con gli sforzi congiunti anche della diplomazia pontificia, cominciarono le iniziative verso una larga cooperazione”.

 Il curatore presentando il volume ricorda che “il Papa era un protagonista del tutto singolare della storia della Chiesa: da polacco, da sacerdote e da papa, egli ha affrontato in prima persona tutte le dimensioni.  Tutti gli autori evidenziando le relazioni che Giovanni Paolo II ebbe con i loro Paesi. Giovanni Paolo II era il pastore che si inchinava a baciare il suolo della loro Patria, intriso di lacrime e di sangue dopo i decenni delle dittature nazista e comunista, per parlar loro dal cuore al cuore”.

L’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszwski si è soffermato sulla frase che da il titolo all’opera: “Sangue del vostro sangue, ossa delle vostre ossa”, deriva dalla frase usata  da Giovanni Paolo II durante il suo primo pellegrinaggio in Polonia. “Al termine dell’omelia di Pentecoste, il 3 giugno 1979 a Gniezno, disse di sé: “Così canterà con voi, amati compatrioti, questo papa, sangue del vostro sangue, ossa delle vostre ossa”.

“Sapeva che le stesse parole furono usate nel XIX secolo dal cardinale John Henry Newman quando parlava della dignità dei sacerdoti, uguali nella sua umanità a quelli a cui erano stati inviati: “Egli ha stabilito come predicatori del Vangelo non esseri di origine straniera di qualche natura sconosciuta, ma i vostri fratelli, sangue del vostro sangue e ossa delle vostre ossa”? Era a conoscenza del fatto che le stesse parole adoperò Józef Piłsudski uno dei padri dell’indipendenza polacca nel 1918, e Wojciech Korfanty, quando nel 1921 invocò la Terza Insurrezione Slesiana? ”.

L’arcivescovo ha ricordato che Giovanni Paolo II “quando venne in Patria per la seconda volta, il 16 giugno 1983, durante la legge marziale allora ancora vigente, confessò: “Vengo nella Patria. La prima parola, detta nel silenzio e in ginocchio, è stata un bacio a questo suolo: un suolo natale. /…/ Il bacio deposto sul suolo polacco ha però per me un significato particolare. È come un bacio dato nelle mani della madre, poiché la Patria è la nostra madre terrena”. Ed ecco anche  perché “mentre parlava contro l’aborto, a Kielce, il 3 giugno 1991, con grande emozione ha giustificato la sua voce sollevata, veramente profetica: “Forse è per questo che parlo così, perché questa è mia madre, questa terra! Questa è mia Madre, questa Patria! Questi sono i miei fratelli e sorelle! E capite, tutti voi che prendete queste cose con sconsideratezza, dovete capire che queste cose non possono essere irrilevanti per me, non possono non procurarmi il dolore. Dovrebbero addolorare anche voi!”.

Dalla Bulgaria si è levata la voce di Ivan Stoyanov Ivanov del Patriarcato ortodosso di Bulgaria.

Il viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in Bulgaria  “un sogno” diventato realtà “.  Una forza ecumenica che a seguito della visita apostolica di Papa Giovanni Paolo II  ha fatto nascere molte iniziative positive, anche in termini di attività sociale, ecclesiastica e politica. “La sua missione era anche quella di aprire le porte del popolo bulgaro al mondo” ha detto Stoyanov Ivanov. Il suo studio nel libro ha lo scopo “di perseguire l’unità tra cristiani, principale filo conduttore del pontificato di Giovanni Paolo II.  Credo che sebbene il processo di unità tra i cristiani sia difficile, non è un’utopia e, nonostante le sue varie difficoltà, può essere realizzato attraverso la diplomazia della Chiesa, gli studi teologici e i fatti storici oggettivi, che vengono gradualmente scoperti in modo ragionevole per una comunicazione più completa, in futuro, tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente”.

Da parte sua la ambasciatrice della Albania presso la Santa Sede Majlinda Dodaj ha ricordato il viaggio di Giovanni Paolo II nel suo paese ma anche la attenzione del Papa per gli Albanesi emigrati. Nel 2004 mette a disposizione degli albanesi la Chiesa di San Giovanni della Malva a Trastevere e nel 2005 ricostruisce la gerarchia della Chiesa cattolica in Albania.  E la sede di Tirana Durazzo ritorna ad essere Metropolia.

Singolare la testimonianza di  Tomo Vuksic arcivescovo coadiutore di Sarajevo e amministratore apostolico dell’Ordinariato militare.

La lotta di Giovanni Paolo II per la pace era continua” ha detto. “Le guerre degli anni 90’ nei Balcani all’inizio non hanno destato alcun interesse particolare e preoccupazione né dell’opinione pubblica internazionale né delle autorità mondiali che avrebbero forse potuto impedirle o magari fermarle presto. A differenza loro, intravedendo il pericolo incombente, tra i primi ad alzare la propria voce in maniera vigorosa vi fu Giovanni Paolo II. Più volte alle udienze generali, aveva avvertito sui pericoli e sulle inevitabili tragiche conseguenze della guerra, e quando era già scoppiata parlò molte volte degli orrori e delle sofferenze che aveva causato. Di tali tragici avvenimenti il papa accennò spesso nei suoi discorsi ai fedeli radunati in Piazza di San Pietro per la preghiera dell’Angelus, come pure nelle prediche e nelle omelie soprattutto nei viaggi apostolici in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina. Della guerra e delle sofferenze che essa causava egli parlò nelle udienze private e generali, ai partecipanti di vari convegni politici e altri a Roma, poi ai singoli uomini di stato e delegazioni, ai diplomatici e ad altre persone di riguardo. Sulla guerra in Bosnia ed Erzegovina attirava l’attenzione internazionale anche nei consueti incontri con i membri del corpo diplomatico, accreditati presso la Santa Sede, per la presentazione degli auguri di nuovo anno, ma anche nei tradizionali messaggi di Natale e Pasqua”.

Indimenticabile poi la visita di Giovanni Paolo II a Sarajevo nel freddo aprile del 1997 con la celebrazione della messa nello stadio e quelle parole: “Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, hai un avvocato presso Dio, Gesù Cristo giusto!”.

Sapete chi siete? di don Fabrizio Centofanti

Sapete chi siete? Siete figli di Dio, persone create per credere, sperare e amare. Persone amate che non temono nulla, perché si sentono protette. Persone che hanno in sé un ingrediente di eterno che impedisce di sentirsi in scadenza; o inutili, superflui, fuori luogo. Nell’eternità nessuno è inutile, superfluo o fuori luogo, anche se è fuori del tempo. Siete creati per amarvi, come quando note diverse si collegano in una complessa sinfonia. Dio è il direttore d’orchestra: conosce alla perfezione il timbro e la potenza di ciascuno strumento. Bisogna seguire i suoi gesti, il suo orecchio sapiente, conoscitore di armonie. Siete gente fatta per il paradiso, che anche passando per l’inferno non dimentica la musica composta dal Padre, e seguendo una melodia inconfondibile è in grado di sorridere anche nella sofferenza, persino nel momento della morte. Ora che sapete chi siete, vivete all’altezza della vostra identità, al servizio di chi non lo sa ancora.

Guido Oldani, Tre poesie sul Natale

QUESTO NATALE

è il natale più vero che ricordi

in cui l’abito e il trucco non consola

e il presepe vivente è l’ospedale.

la noia è i pacchetti dei regali

e il virus dove viaggia spadroneggia,

fa la crociera ma non vuol pagare

e va a sciare da mattina a sera

però io canto “scendi dalle stelle”

e di babbo natale me ne frego

come già dell’abete illuminato,

“gesù inchiodato salvaci la pelle”.

NATIVITA’ OVUNQUE

qui sul tavolo dove scrivo i fogli,

il natale dei due col bambino

è un bicchiere di vetro stretto ed alto

con tre penne, ma una è la matita

corta che scrive con dell’oro chiaro

e la coppia è giuseppe con maria:

stilografica lei, lui una biro

eppure in questo poco vive il tanto

santo, che sta anche in questa stanza mia.

PRESEPE SANTO

è un bastone di pane il falegname

e una brocca di vino la ragazza,

gesù la messa che noi celebriamo.

e l’angelo volante è una zanzara

che il carillon lo suona sibilando

ed il virus quest’oggi non ci punge,

la neve è il bianco latte che si munge.

Benedetti ostacoli, di don Fabrizio Centofanti

È nelle difficoltà che si conosce la vita. Finché tutto va bene, procediamo con automatismi che non mettiamo in discussione, e non cambiamo. Quando sorgono ostacoli, dobbiamo rivedere le abitudini mentali, escogitare nuove strategie, comprendere meglio chi siamo. Da tempo sappiamo di utilizzare una minima parte del cervello. Se non siamo costretti a estendere le potenzialità non lo facciamo, per un principio autoconservativo che tende a prevalere. Ma quando viene a mancare il terreno sotto i piedi troviamo nuove vie, lasciando emergere risorse nascoste che sentiamo finalmente nostre. L’ostacolo non è un fastidio, ma un’occasione per crescere: l’unica dall’effetto garantito.

Davidia Zucchelli, Volontari dentro e fuori il carcere

Davidia Zucchelli *

Volontari dentro e fuori il carcere

Riflessioni da una esperienza

L’attività di volontariato in carcere è condotta da numerose associazioni laiche e religiose, alcune a livello nazionale, altre attive solo in alcuni istituti. Secondo la normativa che regola l’accesso ai penitenziari, in Italia il volontariato è di tre tipi[1]: volontariato di singoli, la forma più tradizionale ma oggi la meno diffusa, volontariato di singole associazioni e volontariato di gruppi di associazioni coordinate da una più ampia organizzazione. L’autorizzazione per l’accesso in istituto è comunque nominativa, rilasciata ai singoli volontari, ed è disciplinata dagli articoli 17 e 78 dell’ordinamento penitenziario (L. 354/1975). L’art. 17 di tale ordinamento consente l’ingresso in carcere a tutti coloro che «avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera». L’art. 78 disciplina un’attività di volontariato più specifica e comprende la collaborazione con gli operatori istituzionali nelle attività trattamentali e risocializzanti. Oltre che entrare in carcere, i volontari ex art. 78 possono anche collaborare con gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (U.E.P.E) nell’esecuzione delle misure alternative alla detenzione e per l’assistenza a coloro che escono dopo aver scontato la pena e alle loro famiglie.

* Economista, è il referente-coordinatore del gruppo Carcere della Parrocchia S. Francesco al Fopponino di Milano che svolge attività di volontariato presso la Casa Circondariale F. Di Cataldo – San Vittore. Membro della redazione di «Munera».

Dossier: Il carcere oggi Munera, 3/2019, pp. 77-86

78 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Davidia Zucchelli

In altre parole, lo scopo di questi due articoli è quello di consentire alla società civile di partecipare alla risocializzazione dei detenuti attraverso attività di vario genere che hanno come fine il rafforzamento dei contatti fra il carcere e la società libera, anche in vista di un futuro reinserimento nella società. Sulla base dell’esperienza vissuta nel carcere di San Vittore di Milano, in queste brevi note vorrei richiamare l’importanza dell’attività svolta dai volontari, sottolineando talune peculiarità che meritano particolare attenzione e alcune criticità.

1.​ ​ ​ ​Un piccolo esercito

Il Ministero della Giustizia fornisce numerose statistiche sulle at-tività svolte nelle carceri. In particolare, dai dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP)[2] emerge che nel 2018, in tutto il territorio nazionale, i volontari ex art. 17 superavano le 15.500 unità, sostanzialmente stabili rispetto al 2017 (15.594); mentre i volontari ex art. 78 sono leggermente aumentati, per un totale di 1.301 persone (1.248 nell’anno precedente), invertendo il trend degli ultimi anni. Il totale dei volontari è pertanto rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 2017: 16.838 rispetto ai 16.842 dell’anno precedente. Il 40% (6.214 in valore assoluto) delle attività in cui i volontari ex art. 17 sono coinvolti sono soprattutto sportive, ricreative e culturali, al secondo posto con il 28% (4.346) si trova il sostegno alla persona e alle famiglie, seguono le attività religiose (23.5%, in aumento dal 19% del 2017) e di formazione e lavoro (8.6% rispetto al 9%). Invece, fra i volontari ex art. 78, con percentuali stabili rispetto all’anno precedente, il 63% (818) opera nel settore del sostegno alla persona e alle famiglie. La più elevata percentuale rispetto ai volontari ex art. 17 è da ricollegare semplicemente alla specifica funzione di collaborazione esterna svolta da questi volontari. Seguono le attività sportive, ricreative e culturali (19%) e quelle religiose (15%). Il restante 3.5% è occupato in attività di formazione e lavoro.

79 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ V olontari dentro e fuori il carcere. Riflessioni da una esperienza

Tabella 1.

Fonte: Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Dalle rilevazioni del Ministero della Giustizia emerge inoltre che gran parte dei volontari appartiene a un’associazione. Le associazioni di volontariato sono numerose,[3] alcune specializzate, altre svolgono attività diversificate. Numerosi tuttavia (oltre il 20% del totale dei volontari a fine 2018) sono i volontari individuali che si avvicinano a una realtà tanto complessa quale quella del carcere anche senza avere competenze specifiche.[4] Il numero complessivo dei volontari nelle nostre carceri è costantemente aumentato nell’ultimo decennio, raddoppiando da più di 8000 a oltre 16.000 unità. Purtroppo però sfuggono alle rilevazioni statistiche ufficiali coloro che operano al di fuori delle carceri, e sono numerosi. Si tratta di persone di ogni estrazione sociale, spesso pro-fessionisti in pensione, e molte sono le donne.

80 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Davidia Zucchelli

Grafico 1. Volontari nelle carceri italiane (migliaia)

Fonte: ns. elaborazione su dati DAP.

2. Un ruolo strategico

I volontari, inutile dirlo, svolgono un ruolo centrale. Ma chi può aiutare il cammino di rieducazione dei carcerati? A questo proposito, il Cardinale Martini, che tanta attenzione dedicò a San Vittore, scrisse: «La persona educa la persona. Voglio dire che ogni azione educativa o rieducativa avviene attraverso il coinvolgimento di almeno un’altra persona. Chi è detenu to e si perde per depressione o per aggressività, deve sapere che c’è una persona che si interessa a lui seriamente e di cui lui stesso può interessarsi».[5] Diventare volontario è semplice, ma molte associazioni chiedono di seguire un corso di formazione. Se è assolutamente vero che non vi sono esperienze professionali più utili di altre, né sono richieste abilità particolari, è anche vero che il volontario del carcere è un po’ speciale: non è psicologo, non è medico, non è insegnante, ma è un po’ di tutto questo insieme. Il volontario deve avere, prima di tutto, piena consapevolezza del fatto che, per quanto utile e indispensabile, è “ospite” in una struttura che ha regole molto precise, ben chiare, che devono essere rispettate, sempre, anche per evitare di perdere l’autorizzazione all’accesso.

È chiesto quindi – questo sì – un grande sforzo di umiltà, di pazienza e di servizio, di rispetto e di riservatezza. Se ciò è intuitivo, forse non lo è un altro requisito essenziale: l’equilibrio interiore e la “sicurezza” di potersi impegnare per un tempo relativamente lungo. La presenza in carcere infatti genera l’attesa dell’incontro, il detenuto aspetta, in lui/lei spesso nasce il bisogno di ritrovarsi, di rivedersi, il bisogno di continuità. E i tempi in carcere sono lunghi; il tempo trascorre con lentezza, si dilata, occorrono minuti solo per aprire e chiudere una porta dietro di sé.

Entrare in carcere da volontari è complicato non solo per le disposizioni di sicurezza, ma soprattutto per le implicazioni psicologiche. È naturale essere assaliti dalla brutta sensazione di “andare a vedere”, quasi di “curiosare”, o persino di “sentirsi orgogliosi di sé stessi/gratificati per il bel gesto compiuto”, ed è una reazione del tutto comprensibile. Occorre semplicemente scacciare questi pensieri. Occorre piuttosto trasmettere il desiderio e il piacere di partecipare, con la disponibilità a un’apertura verso persone che sono in difficoltà, cercando di trasmettere loro, direttamente con la propria presenza, un po’ di considerazione piuttosto che indifferenza.

Con riferimento al proprio credo religioso, la fede non è ovviamente un requisito necessario, non certo nel senso di dover essere battezzati, ma è anche vero che nei fatti chi crede trasmette serenità, sicurezza, stabilità, equilibrio; quelle qualità che sono essenziali per poter mantenere un impegno complesso nel tempo.[6] Può essere difficile altrimenti riuscire a superare piccoli o grandi segni di ingratitudine, di mancanza di rispetto, sgarbi o altro, che, inevitabilmente, in contesti di forte tensione e dolore, possono colpire, anzi per certo colpiscono il volontario.[7]

82 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Davidia Zucchelli

Il carcere ha bisogno di tutto e ogni cosa va organizzata con cura, come fosse un’azienda, un quartiere fra gli altri quartieri della città. Qualche anno fa, l’Italia è stata condannata perché le sue carceri non garantivano una permanenza dignitosa ai detenuti, ovvero per trattamento degradante, e quindi si decisero le dimensioni minime della cella (circa 3 mq per persona). Va da sé che non è un problema di quantità ma di qualità, perché “custodire” non è questione di spazio ma vuol dire prendersi cura delle persone a prescindere da quello che hanno compiuto, solo per il fatto che sono “persone”. «E si può cambiare! Possono cambiare anche i mafiosi» – come ci hanno testimoniato numerosi operatori di grande esperienza – ma questo richiede tempo, esige un lungo percorso di elaborazione interiore. Certo, in un carcere come San Vittore i tempi di permanenza sono talmente brevi che non si può pensare che la persona “cambi”, che possa prendere coscienza di quello che ha fatto e maturare una consapevolezza del male compiuto, tuttavia è convinzione diffusa che occorre intervenire tempestivamente. Rispetto ad altre sedi, infatti, San Vittore è propriamente una casa circondariale dove arrivano gli imputati in attesa di giudizio che rimangono in media più o meno tre mesi, quindi per un periodo molto limitato. Questo incide molto sul loro atteggiamento: l’imputato per definizione si dichiara “innocente”, e fa di tutto per dimostrare di esserlo; raramente confessa (altrimenti si autocondanna) e, per una reazione psicologica facilmente comprensibile, non è disposto a mettersi in discussione, non si preoccupa delle vittime e del male che ha fatto e nei confronti degli agenti si pone nell’atteggiamento di chi vuole “tutto e subito”. L’imputato peraltro vive in una condizione paradossale: mentre il condannato può beneficiare di una serie di provvedimenti e di misure cautelari alternative (ad es. i cosiddetti “domiciliari”), per l’imputato vi sono meno strumenti agevolativi e risulta di fatto “punito”. Gran parte dei detenuti sono stranieri extracomunitari che vengono catapultati in un altro mondo, in un contesto culturale radicalmente diverso, con abitudini alimentari e comportamentali lontane dalle nostre e spesso con una limitata capacità di comprensione e di confronto.

​ Il volontario del carcere è un po’ speciale: non è psicologo, non è medico, non è insegnante, ma è un po’ di tutto questo insieme.

83 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Volontari dentro e fuori il carcere. Riflessioni da una esperienza

Il ruolo dei volontari è strategico anche per gli agenti. Negli istituti dove la presenza di volontari e contatti con l’esterno è bassa risulta più difficile il lavoro del personale interno alla struttura, su cui ricadono tutte le fragilità e frustrazioni che i detenuti non riescono o non possono esprimere attraverso le attività e i contatti con il mondo esterno.[8]

Nel rapporto con i detenuti, mentre gli agenti rappresentano l’Istituzione, che è il “nemico da combattere”,[9] ciò che rende i volontari insostituibili è proprio il loro disinteresse, il fatto di operare gratuitamente: chi opera senza alcun tornaconto personale, chi decide di investire il suo tempo, solo costui “buca”, riesce cioè a entrare “in relazione” con i detenuti, a ottenere da loro più facilmente fiducia e rispetto. Certo il volontario non può “giudicare”, deve occuparsi del detenuto indipendentemente da quello che ha commesso, con l’unico obiettivo di aiutarlo a fare un percorso di vita nuova. Però, anche quando i tempi brevi di permanenza, come ho già ricordato, lo rendono difficile, occorre aiutare i detenuti a prendere in mano la propria vita per farne un’altra storia.

Sotto il profilo organizzativo, è molto importante tenere presente che i volontari entrano a far parte – con gli agenti, i medici, la cappellania – di una rete di operatori che devono tra loro interagire: ognuno rappresenta un tassello del puzzle che ha come fine ultimo il sostegno al detenuto, attraverso la condivisione delle informazioni (come eventuali disturbi fisici o particolari problemi familiari) e il confronto continuo. La rete deve essere compatta per evitare che si creino legami diretti fra i singoli volontari e i detenuti, poiché il servizio – questo deve restare – deve essere percepito come offerto da un’organizzazione sociale coesa. Non si tratta di violare la privacy ovviamente, tutt’altro, significa operare tutti insieme per il bene delle persone.

Molto è stato fatto, ma molto si può ancora pensare e realizzare. Entrare in carcere significa offrire un servizio alla persona, che può

84​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​​ Davidia Zucchelli

comprendere molte cose, all’interno del carcere, ma anche dopo, fuori dal carcere. E quando i detenuti vengono coinvolti in attività pensate per loro, non succede nulla di pericoloso, perché essi non possono tradire la fiducia di chi li tratta con rispetto, di chi li tratta come “persone”. La realizzazione di ogni progetto deve avvenire sempre sotto la supervisione e il coordinamento degli organi interni (la direzione, in primo luogo, e gli educatori), al fine di ottenere il miglior contributo di tutte le parti coinvolte. Non di rado infatti l’operato dei molti volontari va guidato per affinare il loro intervento verso una crescente professionalità, evitando che essi si sostituiscano allo Stato, richiedendo piuttosto l’intervento di quest’ultimo quando esso è tenuto ad agire in adempimento degli obblighi previsti dalla legge.[10] I volontari non si devono sostituire alle istituzioni, piuttosto si affiancano alle realtà che si occupano del carcere.

3. Una nuova consapevolezza

La recente esperienza condotta in San Vittore[11] mi porta a concludere questo articolo sottolineando un ulteriore importante ruolo svolto dai volontari: favorire la diffusione di una consapevolezza nuova fra chi sta fuori del carcere.

Partiti con obiettivi molto modesti (essenzialmente la distribuzione di vestiario e la preghiera dall’antica chiesetta al Fopponino, preziosa per il suo valore storico fin dai tempi della peste del Manzoni, rivolta proprio verso il carcere),[12]​ ci siamo resi conto ben presto che

La presenza in carcere genera l’attesa dell’incontro.

85 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Volontari dentro e fuori il carcere. Riflessioni da una esperienza

un fine altrettanto meritevole era la necessità di far sapere cosa fosse veramente il carcere. E i risultati sono stati significativi: le iniziative sono cresciute rapidamente[13] e con esse il numero delle persone interessate.

Non è affatto scontato, anche noi non lo sapevamo e lo abbiamo imparato progetto dopo progetto. Per capirlo davvero occorre aprire la nostra mente, fare un salto di comprensione e di compassione. Occorre entrare. E capire che il carcere è diventato di fatto un luogo di «detenzione sociale».[14] Non è cioè la dimora di delinquenti incalliti, ma un luogo dove spesso paradossalmente trovano rifugio persone che “svernano”, senza una casa, disadattati, soli, persi in un mondo complicato. Vi è chi ha rigettato gli arresti domiciliari perché sapeva che fuori sarebbe tornato a delinquere oppure chi – e sono molti – agli arresti domiciliari non ci può andare, perché non ha un domicilio.

86 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Davidia Zucchelli

Per la stragrande maggioranza, per gli ultimi della catena sociale, gli esclusi, per i quali la società non riesce a trovare un posto, il carcere è diventato ospedale, casa di riposo, rifugio. E il loro numero continua a crescere, soprattutto dopo la pesante crisi economica del decennio passato: persone senza lavoro, con malattie mentali o doppia dipendenza, segnate da traumi che portano devastazioni non solo a loro, ma all’intera famiglia a cui appartengono.

Particolare attenzione infine va rivolta al “dopo” carcere, al reinserimento sociale. È questo forse il momento più delicato della detenzione. Spesso, infatti, il suicidio fra i detenuti avviene proprio pochi giorni prima dell’uscita: un drammatico paradosso, che testimonia del vuoto intorno, della paura del nulla, di un mondo esterno dove i reclusi devono tornare a vivere, trovare casa, lavoro, costruirsi nuove relazioni… Non sempre la società è disposta a offrire una nuova opportunità.

In questo articolo, ho cercato di spiegare l’importanza del lavoro svolto da tutti coloro che operano nelle nostre carceri, ma il lavoro davvero impegnativo è quello dentro di noi, tutti noi, per riuscire a essere autenticamente aperti nel prendere coscienza del disagio di altri e ritrovare la volontà di partecipare alla costruzione di un mondo migliore.

“Custodire” non è questione di spazio ma vuol dire prendersi cura delle persone.


[1] Cfr. L. 26 luglio 1975, n. 354, Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà (GU n. 212 del 9-8-1975 – Suppl. Ordinario).

[2] Si veda il sito del Ministero della Giustizia, Attività trattamentali, Volontaria-to, vari anni:[inrete]https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page?facetNode_1=0_2&frame10_item=1&selectedNode=0_2_6. Tutti i siti citati in questo articolo sono stati consultati per l’ultima volta in data 1 settembre 2019.

[3] Ricordo fra le molte associazioni: Antigone, Caritas, Mario Cuminetti, Sesta Opera San Fedele, Il Girasole. Un dato significativo è il rapporto detenuti/volontari, ma le rilevazioni appaiono discordanti: secondo l’Osservatorio di Antigone, tale rapporto è pari a 7, vale a dire 1 volontario ogni 7 detenuti a fronte di 1 volontario ogni 3,5 detenuti secondo i dati del DAP.

[4] Fra le molte testimonianze scritte da volontari, segnalo Teresa Michiara, Viaggio in un carcere italiano, San Paolo, Milano 2003, fuori commercio, disponibile sul sito di Sesta Opera.

[5] Come riportato sul sito di Sesta Opera: [in rete] http://www.sestaopera.it/ attivita-intramuraria/.

[6] Molti volontari organizzano la messa domenicale, specie nei tempi forti. Considerando il graduale processo di apertura (uno degli obiettivi sempre più diffusamente perseguiti dalle direzioni carcerarie è proprio quello di “aprire” il carcere all’esterno, favorendo incontri quali servizi di ristorazione e spettacolo) e pur con tutte le ragioni di prudenza e di tutela necessarie, ovviamente, forse non è utopistico pensare che un giorno si possa poter scegliere di andare a messa in carcere con “libertà”, come se fosse una chiesa qualunque, per partecipare alla messa assieme a persone, i detenuti, che si trovano in una condizione particolare; partecipare quindi in condizioni di “quasi normalità”. Anche questo potrebbe costituire un passo verso una maggiore integrazione.

[7] In carcere operano volontari appartenenti prevalentemente alla Chiesa cattolica, ma significativa e in aumento è la presenza di volontari appartenenti ad altre confessioni, in particolare le Chiese evangeliche. Si veda lo speciale di Confronti, Uscire Dentro. Carceri e fedi, settembre 2018.

[8] Cfr. i materiali presenti sul sito dell’associazione Antigone: [in rete] www.antigone.it.

[9] La posizione degli agenti non va trascurata. Essi svolgono un ruolo estremamente delicato e stressante, tanto che il numero dei suicidi fra loro risulta lo stesso di quello dei detenuti. Molti, come ci hanno testimoniato, passano dalle celle dei detenuti alle loro stanze, certo riservate e più confortevoli, ma ciò di cui lamentano la mancanza è un adeguato inserimento nella città.

[10] Sull’importanza del ruolo dello stato nella “ricostruzione” dei detenuti, per la conquista di nuova fiducia e autostima, cfr. G. Siciliano, Il recupero vero? È uso del tempo e la dignità della persona, «Corriere della Sera», 21 maggio 2019.

[11] Faccio riferimento al Progetto Carcere della parrocchia San Francesco al Fopponino, confinante con San Vittore, un unicum nella diocesi di Milano. Il gruppo dei volontari, di cui sono il referente-coordinatore, si compone di circa 30 persone. Il progetto ha seguito alcuni passaggi fondamentali negli ultimi anni: dapprima la conoscenza della realtà carceraria, nonché la preghiera, la promozione di gesti concreti di solidarietà e la definizione di forme continuative di sostegno, con uno sguardo al futuro, per favorire il reinserimento sociale dei detenuti.

[12] Ogni venerdì pomeriggio, alle 15:00, le campane suonano per i detenuti, accompagnate dalle preghiere dei parrocchiani e con i detenuti riuniti in gruppi di preghiera, con l’aiuto della cappellania. Quelle stesse campane che hanno fatto compagnia alla beata Enrichetta Alfieri, suora della carità dal maggio 1923 al novembre 1951, e figura di riferimento in carcere per tanti anni, alla quale è dedicata una lapide all’ingresso di San Vittore: «Passò come un Angelo, pianse come una Mamma nel tacito eroismo di ogni dì. Veramente e sempre Suora di Carità». Certo gran parte dei reclusi è di altra fede, soprattutto musulmana, ma, a quanto ci riferiscono dalla cappellania, la preghiera è un momento vissuto con rispetto e tolleranza da tutti.

[13] Il progetto tuttavia non vuole comprendere tanto una serie di iniziative, ma un vero e proprio cammino di solidarietà, un “gemellaggio”, un percorso di crescita umana e spirituale. Fra i vari programmi che abbiamo seguito, ricordo in particolare l’installazione di una cella-tipo all’interno della chiesa, a cura della Caritas Ambrosiana, denominata Extrema Ratio, espressione usata dal cardinale Martini per indicare che il carcere deve essere la soluzione ultima per chi commette un reato, da impartire solo quando non vi sia alcuna alternativa. Nonché la cena di carnevale, preparata con un gruppo di ragazzi, alcuni figli dei detenuti, che frequentano una scuola professionale di cucina e turismo per far loro guadagnare qualche credito a scuola e un po’ di attenzione dalla città. I giovani meritano una cura speciale e noi dobbiamo contribuire a spezzare la catena del destino che li proietta, con elevata probabilità, a seguire le orme dei padri. Ricordo infine il corso estivo di alfabetizzazione, guidato da un gruppo di giovani universitari e rivolto a circa 30 studenti di diversa nazionalità, tenuto in un periodo in cui la scuola interna era chiusa.

[14] Come ci ha spiegato Gloria Manzelli, ex-direttrice del carcere di San Vittore, in un incontro in parrocchia tenuto nel gennaio 2018. La direttrice non ci è sembrata affatto buonista: «Ci sono quelli che è giusto che scontino la pena in carcere, ma sono pochi, davvero molto pochi», ha precisato.

Video: Byoblu dialoga con d. Giampaolo Centofanti

https://gpcentofanti.altervista.org/intervista-di-byoblu-a-d-giampaolo-centofanti/

Scegli chi vuoi essere, di don Fabrizio Centofanti

In teologia morale c’è la cosiddetta opzione fondamentale, che è il fondamento del nostro stile di vita. Tutto dipende da questa scelta. Mi sembra consolante, perché a volte ci sentiamo vittime di un destino irrevocabile, ma non è mai così, fino all’ultimo respiro. 

Siamo noi a decidere la qualità dell’esistenza, che può svariare dalla carne allo spirito, dal bene al male, dal vizio alla virtù. Capita, nella quotidianità, di sentirsi sbagliati, amareggiati, delusi. Sentiamo che qualcosa non va, che stiamo pensando o facendo qualcosa che non corrisponde a ciò che siamo veramente. Dobbiamo essere grati per queste sensazioni, perché ci fanno comprendere che stiamo dando il peggio di noi stessi, e che, di conseguenza, ci è impossibile essere felici.

Solo se abbiamo il coraggio di guardare in faccia l’infelicità accadrà qualcosa che ci farà cambiare: cercheremo un’altra visione della vita, un modo più consono ai nostri desideri più profondi. I maestri spirituali dovrebbero servire a trovare questa alternativa. Gesù si è dedicato a un’opera così, permettendo a tante persone di essere se stesse, di salvarsi.

Trasfigurazione come ri-nascita (Mc 9), di don Fabrizio Centofanti

da qui

Mons Dal Covolo, I “FONDAMENTI PATRISTICI” DELL’ENCICLICA FRATELLI TUTTI DI PAPA FRANCESCO

+ Enrico dal Covolo

Come è noto, l’età patristica si conclude ufficialmente con Isidoro di Siviglia (+ 636) in Occidente e con Giovanni Damasceno (+ 749) in Oriente. Ma – ora che la Chiesa è cresciuta in età – non è arbitrario prolungare i termini cronologici tradizionali, fino a coprire tutto il primo millennio. Di fatto, Bernardo di Chiaravalle, che è morto nel 1153, viene chiamato spesso “l’ultimo dei Padri”; per l’Oriente, invece, la data estrema di riferimento può essere quella del doloroso scisma del 1054.

Se si accetta questa cronologia non ufficiale, allora potremmo dire che Francesco (1181-1226), erede originale del monachesimo patristico, ha respirato a pieni polmoni l’insegnamento dei nostri Padri, in stretta continuità cronologica con la loro vita e con le loro opere. Così l’Enciclica Fratelli Tutti (d’ora in poi FT) – che dal titolo e dallo sviluppo del primo paragrafo si apre con due citazioni dirette delle Ammonizioni del Santo – trova fin dal suo inizio un solido fondamento patristico.

Ma per chi vuole attenersi alla cronologia ufficiale dell’età patristica, diciamo che – a parte alcune citazioni isolate, che pure esamineremo, perché aiutano a comprendere meglio il pensiero di Papa Francesco – il riferimento ai Padri della Chiesa si concentra nell’Enciclica soprattutto sulle questioni della distribuzione dei beni materiali, del diritto comune alla proprietà, e in definitiva sul tema della povertà e della ricchezza.

1. Il “fondamento patristico” nello sviluppo del tema “povertà e ricchezza”

Conviene leggere anzitutto il paragrafo 119 di FT, verso la conclusione del terzo capitolo, dedicato a “generare e a pensare un mondo aperto”. Per raggiungere questo obiettivo, scrive il Papa Francesco, è necessario “riproporre la funzione sociale della proprietà”.

“Nei primi secoli della fede cristiana”, egli afferma, “diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò induceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che ‘non dare ai poveri parte dei propri beni, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro’. Come pure queste parole di Gregorio Magno: ‘Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra, ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene’”.

Nelle relative note al testo (91-93) il Papa cita, a supporto, Basilio, Pietro Crisologo, Ambrogio e Agostino, riportando i titoli di alcune loro opere. Per le due citazioni dirette egli si riferisce rispettivamente al De Lazaro del Crisostomo e alla Regula pastoralis di Gregorio.

Piuttosto che analizzare le singole citazioni, propongo qui una riflessione di sintesi, complementare al testo dell’Enciclica, riguardo al tema della povertà e della ricchezza nei primi secoli cristiani.

Occorre riconoscere nella letteratura cristiana antica la compresenza di un duplice filone di pensiero. 

Da una parte prevale la prospettiva ascetica, carismatica, escatologica: nella tensione verso la città celeste (spesso avvertita come molto vicina), tutto l’interesse è riservato alla sequela povera di Gesù, e alla rinuncia radicale al mondo.  Sembra essere questa, per molti aspetti, la prospettiva di san Francesco, che non coincide però con quella di FT.

Dall’altra parte si impone, soprattutto nel prosieguo dei secoli, una prospettiva sociologico-caritativa, che riguarda piuttosto l’uso corretto delle ricchezze, mentre avanza l’imperativo etico della condivisione dei beni e la convinzione del diritto comune alla proprietà. E’ questa la linea percorsa da Papa Francesco nella sua Enciclica.

A tale riguardo, è decisivo il paragrafo 74 di FT, dove si legge: “Ci sono modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio. San Giovanni Crisostomo giunse ad esprimere con grande chiarezza tale sfida che si presenta ai cristiani: ‘Volete onorare veramente il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo. Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate a patire il freddo e la nudità’”.

E’ questa una citazione diretta della celebre Omelia 50 di Giovanni Crisostomo sul Vangelo di Matteo. Conviene riprenderla ampiamente, nel suo contesto storico-letterario.

 Le Omelie crisostomiane sul Vangelo di Matteo rappresentano per noi il più antico commento completo al primo vangelo. Rappresentano altresì una significativa testimonianza di quell’attività omiletica che avrebbe assicurato al Crisostomo il massimo riconoscimento tra gli oratori ecclesiastici. Risalgono agli anni fra il 386 e il 397 (probabilmente al 390) – vale a dire tra l’ordinazione sacerdotale in Antiochia e l’elezione alla cattedra patriarcale di Costantinopoli –, periodo nel quale il Crisostomo fu chiamato a svolgere diversi incarichi di predicazione nelle più importanti chiese antiochene. Questi incarichi riuscivano particolarmente congeniali a Giovanni, che aveva abbracciato il sacerdozio per un’irresistibile vocazione pastorale, e che specialmente attraverso la predicazione delle Scritture puntava a realizzare tale vocazione: coerentemente la sua predicazione e la sua esegesi – fedeli ai fondamentali indirizzi della cosiddetta “scuola antiochena” – paiono singolarmente sensibili alle condizioni concrete, ai problemi e alle necessità anche materiali dei destinatari.

Tali istanze esegetiche e pastorali caratteristiche della predicazione crisostomiana si riflettono puntualmente nell’Omelia 50, e ne giustificano la singolare impostazione, piuttosto “sproporzionata” rispetto al testo di Matteo.  

L’Omelia infatti intende commentare la pericope conclusiva di Matteo 14.

I temi sviluppati nei primi due paragrafi – dedicati all’esegesi puntuale dei vv. 23-36 – sono soprattutto quelli della preghiera, della pazienza nelle prove, della pedagogia di Dio e della fede dei discepoli. Di fatto, però, la spiegazione del versetto 36 si prolunga lungo gli altri due paragrafi, il terzo e il quarto, così da occupare più di metà dell’intera Omelia

La “sproporzione omiletica” si giustifica grazie al contesto della liturgia eucaristica, in cui l’Omelia è collocata: “Tocchiamo anche noi il lembo del suo mantello”, così il Crisostomo apostrofa i suoi fedeli; “anzi, se vogliamo, noi possediamo Cristo tutto intero. Il suo corpo infatti è ora qui, a nostra disposizione. Non solo il suo mantello, ma il suo stesso corpo: e non per toccarlo soltanto, ma per mangiarlo e per esserne saziati… Che importa se tu non senti la sua voce? Tu lo contempli sull’altare; o meglio tu senti anche la sua voce, dato che egli ti parla per mezzo degli evangelisti”.

Da qui in poi l’Omelia si concentra tutta sul tema dell’Eucaristia e sulle condizioni morali indispensabili per celebrarla degnamente.

Così prosegue infatti il Crisostomo: “Credete che anche ora c’è quella mensa, alla quale anche Gesù sedette con gli apostoli. Non c’è infatti nessuna differenza tra l’ultima cena e la cena dell’altare”. Tale certezza di fede interpella in modo decisivo la responsabilità dei cristiani, poiché la partecipazione alla mensa del Signore non consente incoerenze di sorta: “Comprendiamo bene tutti noi, sacerdoti e fedeli, quale dono il Signore si è degnato di darci, e a quale onore ci ha elevati. Riconosciamolo e tremiamo. Cristo ci ha dato di saziarci con la sua carne, ci ha offerto se stesso immolato. Quale scusa avremo ancora se, così alimentati, continuiamo a peccare; se, cibati dall’Agnello, viviamo come lupi; se, nutriti di tale cibo, non cessiamo di essere avidi come i leoni? Questo sacramento esige non solo che siamo sempre esenti da ogni violenza e rapina, ma puri anche della più piccola inimicizia. Questo sacramento infatti è un sacramento di pace, e non permette di avere attaccamento alle ricchezze”.

Ed ecco finalmente il punto di approdo dell’Omelia, quello a cui si riferisce il Papa Francesco nell’Enciclica: “Che nessun Giuda… si accosti alla tavola!”, esclama il Crisostomo. E non è un criterio sufficiente di dignità quello di presentarsi alla mensa con vasi d’oro: “Non era d’argento quella mensa, né d’oro il calice da cui Cristo diede il suo sangue ai discepoli… Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che egli sia nudo: e non onorarlo qui in chiesa con vesti di seta, per poi tollerare, fuori di qui, che egli stesso muoia per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: ‘Questo è il mio corpo’, e ha confermato il fatto con la sua parola, ha detto anche: ‘Mi avete visto affamato, e non mi avete nutrito’; e: ‘Quello che non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me’… Impariamo dunque ad essere sapienti, e ad onorare Cristo come egli vuole… spendendo le ricchezze per i poveri. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro… Che vantaggio c’è, se la sua mensa è piena di calici d’oro ed egli stesso muore di fame? Prima sazia la sua fame, e allora con il superfluo ornerai la sua mensa! Fai un calice d’oro e non dai un bicchiere d’acqua fresca? E che vantaggio c’è? Prepari per la mensa paramenti ricamati in oro e non gli offri nemmeno il rivestimento necessario? E che profitto ne deriva?”.

Ecco chi è Giuda, secondo il Crisostomo. E’ colui che si accosta al Corpo e al Sangue del Signore, ma in realtà non ne condivide il progetto di vita. Giovanni, sempre attento ai risvolti concreti e alla rilevanza sociale della scelta di fede, non perde l’occasione per sottolinearlo con forza, a costo di rendere sproporzionata la sua Omelia.

Egli può approdare così ad uno dei temi caratteristici della sua predicazione, quello dell’elemosina. Il tema dell’elemosina, infatti, scaturisce come un corollario: il Corpo di Cristo condiviso richiama i fedeli alla solidarietà fraterna. Questo spiega perché i sermoni sui poveri si svolgono alla presenza dell’Eucaristia. In effetti, essa crea un nuovo linguaggio di solidarietà per una duplice ragione, che il Crisostomo sottolinea: anzitutto la partecipazione alla stessa mensa, che rafforza i vincoli della comunione; in secondo luogo il fatto che nell’Eucaristia si svela la synkatábasis di Dio, ossia quella “condiscendenza” (abbassamento), che diventa paradigmatica per i cristiani ricchi.

Così infatti termina l’Omelia 50: “L’elemosina purifica dal peccato…, è più grande del sacrificio…, apre i cieli. Essa è più necessaria della verginità; così infatti quelle [le vergini stolte] furono scacciate dalla sala delle nozze; mentre le altre [le vergini prudenti] vi furono ammesse. Consapevoli di tutto ciò, seminiamo generosamente per mietere con maggiore abbondanza e conseguire i beni futuri”.

Come si può verificare facilmente, molti di questi temi sono affrontati in vario modo da Papa Francesco nella sua Enciclica.

Al riguardo possiamo addurre un altro testo patristico più o meno contemporaneo all’Omelia 50 – testo però non citato dal Papa –, trascorrendo così dall’Oriente all’Occidente, cioè dal Crisostomo (+ 407) a Massimo di Torino (+ 420).

Si tratta dei Sermoni 17 e 18 del vescovo, dedicati al tema della povertà e della ricchezza nella comunità cristiana della sua città. 

Ne emerge l’immagine di una città scossa da forti tensioni. 

La ricchezza viene accumulata e occultata. “Uno non pensa al bisogno dell’altro”, constata amaramente Massimo nel suo diciassettesimo Sermone. “Infatti molti cristiani non solo non distribuiscono le cose proprie, ma rapinano anche quelle degli altri. Non solo, dico, raccogliendo i loro danari non li portano ai piedi degli apostoli, ma anche trascinano via dai piedi dei sacerdoti i loro fratelli che cercano aiuto”. E conclude: “Nella nostra città ci sono molti ospiti o pellegrini. Fate ciò che avete promesso” aderendo alla fede, “perché non si dica anche a voi ciò che fu detto ad Anania: ‘Non avete mentito agli uomini, ma a Dio’”.

Nel Sermone successivo, il diciottesimo, Massimo stigmatizza forme ricorrenti di sciacallaggio sulle altrui disgrazie. “Dimmi, cristiano”, così Massimo apostrofa i suoi fedeli, “dimmi: perché hai preso la preda abbandonata dai predoni? Perché hai introdotto nella tua casa un ‘guadagno’, come pensi tu stesso, sbranato e contaminato?”. “Ma forse”, prosegue, “tu dici di aver comperato, e per questo pensi di evitare l’accusa di avarizia. Ma non è in questo modo che si può far corrispondere la compera alla vendita. E’ una buona cosa comperare, ma in tempo di pace ciò che si vende liberamente, non durante un saccheggio ciò che è stato rapinato. Considera l’origine del contratto, l’autore della vendita, il livello del prezzo, e capisci di essere complice di una rapina, piuttosto che compratore di una vendita! Donde un barbaro possiede monili d’oro e di gemme?… Sappiamo che tutte queste cose appartengono a nostri comprovinciali o concittadini. Agisce dunque da cristiano e da cittadino chi compera per restituire”.

Senza darlo troppo a vedere, il vescovo di Torino giunge così a equiparare i doveri civici del cristiano e del cittadino. Vivere una vita cristianamente impegnata, infatti, costituisce per lui un impegno civico, così come è un impegno religioso non abbandonare la città. Viceversa, ogni cristiano che, “pur potendo vivere col suo lavoro, cattura la preda altrui col furore delle fiere”; che “insidia il suo vicino, che ogni giorno tenta di rosicchiare i confini altrui, di impadronirsi dei prodotti, di divorare gli animali”, non gli appare neanche più simile alla volpe che sgozza le galline, ma al lupo che si avventa sui porci.

2. Altri riferimenti patristici dell’Enciclica

Altri riferimenti patristici si incontrano anzitutto nei paragrafi 90-91 di FT.

Siamo sempre nel terzo capitolo dell’Enciclica, ma in un contesto differente, che riguarda l’impegno generoso dell’accoglienza nei confronti dei pellegrini di passaggio. Tale impegno, scrive Francesco, “lo hanno vissuto anche le comunità monastiche medievali, come si riscontra nella Regola di San Benedetto. Benché potesse disturbare l’ordine e il silenzio dei monasteri, Benedetto esigeva che i poveri e i pellegrini fossero trattati ‘con tutto il riguardo e la premura possibili’. E nella nota 68 il Papa cita alla lettera Regula 53,15: Pauperum et peregrinorum maxime susceptioni cura sollicite exhibeatur.

Diversamente – sostiene Francesco, sviluppando nel successivo paragrafo 91 un discorso sulla gerarchia e sull’autenticità delle virtù – “avremo forse un’apparenza di virtù, e queste saranno incapaci di costruire la vita in comune. Perciò San Tommaso d’Aquino – citando Sant’Agostino – diceva che la temperanza di una persona avara non è neppure una virtù”. E prosegue: “San Bonaventura, con altre parole, spiegava che le altre virtù, senza la carità, a rigore non adempiono i comandamenti ‘come Dio li intende’”.

Di notevole rilevanza è – infine – il riferimento all’Adversus haereses di Ireneo (+ 202), per sostenere alcuni diritti comuni, in particolare il diritto alla proprietà. E necessario rileggere l’intero paragrafo 58 di FT. 

Siamo all’inizio del capitolo secondo, intitolato “Un estraneo sulla strada”: “Il libro di Giobbe”, scrive il Papa, ricorre al fatto di avere un medesimo Creatore come base per sostenere alcuni diritti comuni: ‘Chi ha fatto me nel ventre materno, non ha fatto anche lui? Non fu lo stesso a formarci nel grembo materno?’ (31,15). Molti secoli dopo, Sant’Ireneo si esprimerà in modo diverso con l’immagine della melodia: ‘Dunque chi ama la verità non deve lasciarsi trasportare dalla differenza di ciascun suono né immaginare che uno sia l’artefice e il creatore di questo suono e un altro l’artefice e il creatore dell’altro […], ma deve pensare che lo ha fatto uno solo’”.

3. Riflessione di sintesi

Come affermava con chiarezza Giovanni Paolo II verso la conclusione dell’Enciclica Sollicitudo Rei Socialis, la Chiesa “non propone sistemi o programmi economici e politici, né manifesta preferenze per gli uni o per gli altri, purché la dignità dell’uomo sia debitamente rispettata e promossa” (n. 41).

Tale affermazione resta valida per una valutazione complessiva dei Padri riguardo alle questioni sociali. 

Sulla povertà e la ricchezza, in particolare, il pensiero patristico – saldamente ancorato alla riflessione biblica – è concorde su considerazioni di natura morale, concernenti principalmente la bontà delle cose create, l’uguale dignità delle persone (siano esse ricche o povere), il dovere della solidarietà e della condivisione, l’elemosina… In ogni caso, la gestione delle risorse non può avvenire nella logica e nell’atteggiamento di chi si sente “padrone” di esse, bensì di chi si sente “fratello di tutti” e,  in particolare, fratello dei più poveri.

Precisamente da questo punto di vista i “fondamenti patristici” dell’Enciclica FT si manifestano saldi e convincenti.

Dom Scicolone, Il matrimonio, la celebrazione esprime la vera teologia

LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO NUZIALE

D. Ildebrando Scicolone

Mentre per gli altri sacramenti si dice che «sono stati istituiti da Gesù Cristo», per il matrimonio si dice che «Cristo ha elevato il matrimonio alla dignità di sacramento». Ciò perché il matrimonio appartiene già all’ordine della creazione, e quindi delle realtà terrestri. Ne è conferma il racconto della Genesi a proposito della creazione dell’uomo, maschio e femmina. La tradizione profetica e poi tutto il NT hanno presentato il rapporto di amore tra Dio e il suo popolo, e poi tra Cristo e la chiesa come un rapporto sponsale. La realtà del matrimonio umano è diventata simbolo dell’Unione tra Cristo e la chiesa: è stata cioè «transignificata». La riflessione del Concilio sul matrimonio cristiano ha portato ad approfondire una tale dimensione sacramentale, mentre da un punto di vista antropologico ha posto l’accento sul rapporto personale di amore dei coniugi, più che sull’aspetto giuridico del contratto. Frutto di tali indicazioni conciliari è il nuovo “Rito del Matrimonio”.

A) Il matrimonio cristiano nella storia

Prima di parlare del matrimonio dei cristiani, dovremmo tenere presente due elementi: la prassi e la teologia dei matrimoni nella Bibbia (cf.  i matrimoni di Isacco e Rebecca, Booz e Ruth, Tobia e Sara), e la prassi greco-romana, dato che in questi ambiti il primo cristianesimo si è impiantato e diffuso. Elementi comuni sono il carattere sacro di tali celebrazioni e il carattere familiare. Si tratta infatti di invocare la benedizione di Jahvè (rispettivamente delle divinità familiari), e di stringere alleanza tra due famiglie. Il carattere romano porrà l’accento sull’aspetto giuridico del consenso e della «congiunzione delle destre», ad opera del padre della «pronuba»

Nei primi secoli, il matrimonio dei cristiani non si distingueva da quello dei pagani. La Lettera a Diogneto dice esplicitamente che «i cristiani si sposano come gli altri e hanno figli». L’unica avvertenza che si registra è che essi non hanno banchetti sacrificali, ma i loro matrimoni si fanno «nel Signore», cioè – per lo più si intende così- tra cristiani. Per questo s. Ignazio richiede l’approvazione del vescovo. Ciò non sembra comportare una presenza fisica del ministro ecclesiastico, ma serve solo a far evitare i matrimoni misti, per le conseguenze negative che potevano comportare. È forse in questo senso che va interpretato il celebre passo di Tertulliano, nell’opera Ad uxorem.

«Da dove può venirci la capacità adeguata per proclamare la felicità di quel matrimonio che la comunità (ecclesia) concilia e l’oblazione conferma e la benedizione sigilla, (del quale) gli angeli portano l’annuncio (e che) il Padre ratifica?».

Da questo testo, però, l’interpretazione tradizionale deduce che già a quel tempo (verso il 200) esisteva nella chiesa un rito di benedizione nuziale e per giunta durante la messa (oblazione).  Certo è che abbiamo documenti per questa benedizione solo a partire dai secoli IV-V.  Le prime benedizioni della sposa si trovano nei sacramentari, dal Veronese in poi. Questi testi riportano le preghiere della messa e un’ampia benedizione sulla sposa, da recitarsi prima della comunione. Non si parla invece di consenso. Probabilmente ciò era avvenuto prima, in ambiente familiare, e solo dopo gli sposi cristiani ricevevano una tale benedizione. Avremmo così due momenti distinti: il consenso-contratto che aveva tutto il carattere civile, senza presenza della chiesa, e poi la benedizione della sposa. Perché si benediceva solo questa? Probabilmente per due motivi, uno di ordine antropologico (la donna è più debole, oppure si prega per la sua fecondità) e l’altro di ordine teologico (se lo sposo è segno di Cristo e la sposa della chiesa, è solo questa che riceve una benedizione).

  Bisognerà arrivare all’epoca carolingia per vedere avvicinati i due momenti, quando il consenso-contratto si farà in facie ecclesiae, cioè materialmente davanti la porta della chiesa, e quindi anche con la presenza del sacerdote.  Dopo questo (diventato) rito, si entrava in chiesa per la messa e la benedizione.

  Questa benedizione era chiamata dai vecchi testi anche col nome di velatio: un velo copriva la testa della sposa. In oriente oltre il velo gli sposi ricevono una corona (donde il termine di incoronazione o stephania dato al matrimonio orientale). L’anello rimarrà invece un segno del consenso, esso sarà prima di ferro, poi di oro: esso (uno solo) veniva dato dallo sposo (che lo aveva ricevuto dal sacerdote) e lo metteva al dito della sposa, con o senza l’invocazione della Trinità.

  Nel Rituale romano del 1614 le due parti del rito (consenso e benedizione) si avvicinano ancora di più: si fanno ambedue in chiesa, ma il consenso viene espresso prima che inizi la messa, e la benedizione non ha luogo sempre (essa non si dà alle seconde nozze, ed è vietata in alcuni tempi penitenziali: in questi casi viene rinviata ad altro tempo, cosa che non sempre poi si verificava).

Si sviluppa così l’idea che il matrimonio consiste solo nel consenso, e la benedizione è un superfluo.

B) Il nuovo Rituale

La situazione – almeno nel rito- cambia con la riforma dell’ultimo concilio. La costituzione liturgica (art. 77-78) decreta:

“il rito della celebrazione del matrimonio, che si trova nel rituale romano, sia riveduto e arricchito, in modo che più chiaramente venga significata la grazia del sacramento e vengano inculcati i doveri dei coniugi” (77). 

“In via ordinaria il matrimonio si celebri nel corso della messa, dopo la lettura del vangelo e l’omelia, e prima della “orazione dei fedeli”. La benedizione della sposa, opportunamente

ritoccata così da inculcare ad entrambi gli sposi lo stesso dovere della fedeltà vicendevole… e venga sempre impartita.

Seguendo queste indicazioni, è stato preparato un nuovo Rito del Matrimonio. La prima edizione latina è del 1969, la seconda latina del 1990 (edizione italiana arricchita del 2004). 

L’Assemblea nuziale

  •  Domani sono di matrimonio”.  
  • Dove?  
  • Al ristorante tale.

Questo è un dialogo tra amici che si sente spesso. Il matrimonio si identifica con il pranzo. Per esso ci vuole un abito di cerimonia, per cui sembra una sfilata di moda.

La “cerimonia” che si fa in chiesa è una premessa, che interessa solo gli sposi e – tutt’al più – i testimoni. I presenti in chiesa sono gli “invitati”, non importa se cristiani o no. Essi vi stanno come spettatori: non rispondono, non cantano, non partecipano, non si comunicano: non sanno di essere un’assemblea radunata per celebrare non uno, ma due sacramenti, cioè l’eucaristia e il matrimonio. Molti sacerdoti giustamente lamentano: si celebra male, sono le assemblee peggiori.

Eppure il matrimonio cristiano è sacramento della Chiesa, e come tutte le celebrazioni liturgiche – non è “azione privata, ma dell’intero corpo ecclesiale, lo interessa e lo coinvolge; i singoli vi sono però impegnati in vario modo secondo la diversità dei ruoli, dei ministeri e dell’attuale partecipazione” (cfr. SC 26).

Per una celebrazione nuziale, specialmente se avviene durante la Messa, bisognerebbe suonare le campane, cioè convocare la comunità ecclesiale, non semplicemente accogliere coloro che sono stati “invitati” dagli sposi.

Il ruolo della comunità, sia nella preparazione, sia nella celebrazione del sacramento, è richiamato più volte nelle premesse al nuovo Rito.

n. 12: “La preparazione e la celebrazione del matrimonio, … per quanto attiene alla dimensione pastorale e liturgica, è competenza del Vescovo, del parroco e dei suoi vicari e, in qualche modo almeno, di tutta la comunità ecclesiale”.

n. 14: “I pastori d’anime devono aver cura che questa assistenza sia offerta nella propria comunità…”.

n. 26: “Altri laici possono…, in vari modi, svolgere compiti sia nella preparazione dei fidanzati sia nella celebrazione stessa del rito. È necessario poi che tutta la comunità cristiana cooperi a testimoniare la fede e a manifestare al mondo l’amore di Cristo”.

n. 28: “Poiché il matrimonio è ordinato alla crescita e alla santificazione del popolo di Dio, la sua celebrazione ha un carattere comunitario che consiglia la partecipazione anche della comunità parrocchiale, almeno attraverso alcuni dei suoi membri”.

Ma perché ciò si possa realizzare è necessario che “il matrimonio sia celebrato nella parrocchia di uno dei fidanzati, oppure altrove con licenza del proprio Ordinario o del parroco” (n. 27).

Tenuto conto di tutto questo, è necessaria un’opportuna e costante catechesi perché i presenti a una celebrazione nuziale abbiano coscienza di essere una comunità cristiana e una assemblea, a suo modo “celebrante”.

Nella stessa celebrazione è quanto mai opportuno che il sacerdote e altri eventuali ministri stimolino alla partecipazione. Se nessuno, per esempio, risponde al saluto iniziale, è bene che il sacerdote, con opportuni modi, esorti a rispondere, perché non ci sono spettatori, ma popolo celebrante, chiamati cioè a partecipare con il corpo e la mente. Bisogna far capire che sono lì, non solo per pregare per gli sposi e con loro.

Il rito stesso fa rivolgere la parola a tutta l’assemblea. Così l’invito a far memoria del Battesimo è rivolto a tutta la comunità presente:

“Fratelli e sorelle, ci siamo riuniti con gioia nella casa del Signore, nel giorno in cui N. e N. intendono formare la loro famiglia. In quest’ora di particolare grazia siamo loro vicini con l’affetto, con l’amicizia e la preghiera fraterna.  Ascoltiamo attentamente la Parola che Dio oggi ci rivolge … supplichiamo Dio Padre… Facciamo ora memoria del Battesimo…”

Il popolo tutto poi acclama alla formula trinitaria. I fedeli (“fratelli e sorelle”) sono invitati, dopo il consenso degli sposi, a pregare perché essi mantengano ciò che hanno promesso. Essi invocano “ascoltaci, o Signore”. Ancora, prima della benedizione nuziale, il sacerdote invita tutti, “fratelli e sorelle” ad invocare “con fiducia il Signore…”, e in alcune di queste benedizioni il popolo è chiamato ad acclamare e a supplicare.

Un elemento importante di una celebrazione festiva è il canto. Ora, nei matrimoni, difficilmente l’assemblea canta. Ci si contenta (!) di sentire brani di organo, o si invita un tenore o un soprano a cantare pezzi d’opera, che nulla hanno a che fare con una celebrazione eucaristica o liturgica. Il n. 30 recita: «I canti da eseguire siano adatti al rito del matrimonio ed esprimano la fede della Chiesa, in modo particolare si dia importanza al canto del salmo responsoriale nella liturgia della Paola».

Come si può fare ciò, se i presenti non sono abituati a farlo, o se in quel momento, non sanno di essere assemblea celebrante?

Non potrebbe il sacerdote, o un altro ministro, nell’attesa della sposa (che arriva sempre all’ultimo momento) fare un minimo di preparazione, almeno dei canti più necessari, quali il ritornello del salmo, l’Alleluia e il Santo?

Un’ultima osservazione, che ritrovo nelle Premesse, al n. 37: “Anche se i pastori sono ministri del Vangelo di Cristo per tutti, abbiano tuttavia una speciale premura verso coloro che, sia cattolici sia non cattolici, mai o quasi mai partecipano alla celebrazione dell’Eucaristia”. La celebrazione deve riuscire attraente e diventare essa stessa una catechesi, per sollecitare il desiderio di ritornare in chiesa, dal momento che si è “gustato quanto è buono il Signore”. 

Riti di ingresso

    Normalmente per “ingresso” si intende la processione del celebrante e dei ministri. Nel caso del matrimonio invece si pensa all’ingresso dello sposo e soprattutto della sposa, al suono di una marcia nuziale. In questa fase, cerimoniere è il fotografo. Il Rituale invece prevede due forme di ingresso: 

a) il sacerdote accoglie gli sposi all’ingresso della chiesa, e processionalmente, prima i ministri e il sacerdote, poi gli sposi. “Durante la processione si esegue il canto d’ingresso” (n. 46). 

b) dopo che gli sposi sono entrati e hanno raggiunto il loro posto, “il sacerdote li accoglie e li saluta cordialmente, manifestando la partecipazione della Chiesa alla loro gioia” (49).

Invece dell’atto penitenziale, il rituale italiano prevede una “memoria del battesimo” con l’aspersione dell’acqua benedetta.        

La liturgia della Parola

Il n. 35 delle Premesse al rito del Matrimonio, tra “i principali elementi della celebrazione” elenca, al primo posto “la liturgia della Parola, nella quale si esprime l’importanza del matrimonio cristiano nella storia della salvezza e i suoi compiti e doveri nel promuovere la santificazione dei coniugi e dei figli” (p. 25).

Già nella prima edizione era presente un’abbondante scelta di letture; ora, in questa seconda edizione, il numero delle pericopi è stato aumentato, fino ad un totale di 82 letture (dispiace il fatto che non sono state numerate), così distribuite:

a) Prima lettura: 16 dell’Antico Testamento, 6 del Nuovo (nel Tempo Pasquale)

b) Seconda lettura: 19 dalle Lettere degli Apostoli

c) Vangelo: 23 brani

d) Salmo responsoriale: 18 Salmi (alcuni di essi si ripetono)

Al n. 29 delle Premesse si raccomanda: “secondo l’opportunità, si scelgano insieme con gli stessi fidanzati le letture della Sacra Scrittura che saranno commentate nell’omelia…”. Ora è chiaro che, per scegliere, i fidanzati dovrebbero averle lette tutte. Non potrebbe questa lettura, specialmente se fatta insieme col sacerdote celebrante, essere una ricca e fruttuosa catechesi sul sacramento del matrimonio? Si potrebbe così passare in rassegna tutta la teologia biblica del sacramento, dalla Genesi (uomo e donna) all’Apocalisse (lo Spirito e la Sposa).

Grande aiuto per questa preparazione potrebbe essere la Presentazione al Lezionario del Matrimonio, che la Conferenza Episcopale Italiana offre all’inizio del Capitolo IV del Rito. Sono 8 numeri abbastanza lunghi, che vanno letti e studiati. Si tratta di criteri di lettura dei brani biblici:

  1. “Nelle pagine della Bibbia, il matrimonio – mysterium magnum – è una realtà costante e molteplice”. Se ne parla – come dicevo – “dalla creazione della prima coppia, fatta ad immagine di Dio”, fino all’Apocalisse, dove si ha il compimento della storia della salvezza “nell’incontro finale dell’Agnello con la Gerusalemme celeste, contemplato come un incontro sponsale”. Bisogna perciò inserire ogni brano che si legge in questa visione d’insieme, perché “ogni singolo brano in sé stesso è insufficiente a dire tutta la ricchezza del matrimonio”. È necessario altresì ricordare che la Bibbia ci presenta una progressiva evoluzione, nella linea della pedagogia divina, che vuole purificazione le deviazioni che l’uomo ha introdotto (la poligamia, il ripudio, la mortificante concezione della donna, vista talvolta come “proprietà” dell’uomo) riportando il matrimonio alla “santità della sua prima origine”, anzi a esprimere già nel segno quell’unione tra Cristo e la Chiesa che si compirà nel mondo futuro (senza bisogno del segno).
  2. Se i brani della Genesi, dalla creazione della coppia, benedetta da Dio, ai matrimoni con la benedizione di Isacco con Rebecca e di Giacobbe con Rachele (a cui si aggiunga quello di Tobia con Sara), manifestano che il matrimonio unico e indissolubile sono voluti dal Creatore, i testi profetici di Isaia, Geremia, Ezechiele, Osea, come pure il testo del Cantico dei Cantici, mostrano che “nella Scrittura è chiara la coscienza che Matrimonio e Alleanza sono realtà misteriosamente collegate” (n. 4).
  3. Al n. 7 della Presentazione del Lezionario si mette in luce che le varie pericopi “illuminano le dimensioni del vivere da credenti la realtà del matrimonio”:
    • la dimensione ecclesiologica, per non chiudere la celebrazione del matrimonio in un limitato orizzonte di semplice rapporto personale e di puro avvenimento familiare;
    • la dimensione pneumatologica, … in quanto lo Spirito Santo è fonte dell’amore (vedi Ezechiele 36 e Rm 5,5; Gv 14, 16-17);
    • l’aspetto di vocazione-missione che ha la nascita di una famiglia cristiana, e il ruolo che ne consegue di essere segno del mistero divino e della vita trinitaria;
    • il tema di Cristo-sposo proposto come mistero in cui immergere tutta la vita di coppia… (vedi i testi paolini di Efesini 5, Gv 2; Gv 3,29; Ap19).
  1. Il n. 8 presenta le varie aree tematiche del Lezionario, che qui riassumo:
    • Amore sponsale e carità del Padre: la vita trinitaria come fonte e modello dell’amore sponsale cristiano (cfr Rm 5,5; 1 Gv 4,7-12; Gv 17,20-26)
    • Il matrimonio nel mistero di Cristo e della Chiesa (cfr Ef 5; Gv 3,28-29)
    • Spirito Santo e matrimonio (cfr Ef 5, Gv 14, 12-17)
    • Matrimonio e alleanza (cfr Osea, Geremia 31, Ezechiele 16)
    • Famiglia, Chiesa domestica (cfr Efesini, Colossesi, 1 Pietro, Matteo 5)
    • Valore della persona nel matrimonio (vedi i testi di Matteo 5 e 19)
    • Matrimonio e fedeltà; amore gratuito e capace di perdono (cfr Osea, Ezechiele, Matteo 18,19-22)
    • Matrimonio e preghiera (cfr Tobia 8, 4b-8; Colossesi) 
    • Il valore del corpo (cfr 1 Corinzi 6, 13-15. 17-20).
  2. Oltre a tutte queste letture, se ne potrebbero utilizzare altre? A mio modesto giudizio, sì. Il rapporto sponsale, per esempio, tra Cristo e la Chiesa si potrebbe vedere già nel Prologo del Vangelo di Giovanni. La divinità si è unita “indissolubilmente” all’umanità, quando “il Verbo si è fatto carne” (in qualche rito orientale, si legge il Prologo nella Messa di fidanzamento). Tale unione sponsale poi si è consumata sulla Croce, quando la Sposa (la Chiesa) è stata tratta “dal costato di Cristo che dorme sulla Croce” (cfr Gv 19,34). Stranamente, a mio avviso, questi brani non sono presenti nel Lezionario.

La Parola di Dio che illumina il significato cristiano del matrimonio è tanto importante che anche quando si celebra in una solennità o domenica dei tempi forti, pur dovendosi usare il lezionario domenicale e festivo, “una delle letture può essere scelta tra quelle previste per la celebrazione del matrimonio” (Premesse, n. 34).

Il consenso sponsale

Purtroppo il Rituale titola “Liturgia del Matrimonio” la parte che comprende la parte in cui i fidanzati esprimono il loro consenso. In questa parte non c’è nessuna preghiera, tranne la breve benedizione degli anelli. Ma questo non è il sacramento, ma solo quello che, nelle ordinazioni e nelle professioni religiose, è chiamato “Interrogazioni” previe.

Questo ha fatto pensare che non solo la volontà dei due, cioè il consenso è l’essenza del matrimonio, ma ha fatto dire che “ministri del matrimonio” sono gli sposi. Essi sono ministri – se così vogliamo chiamarli – del matrimonio umano o civile, ma non del sacramento, che è opera dello Spirito. 

Comunque sia, questa è una parte necessaria, perché già il Diritto romano sanciva: il matrimonio lo fa il consenso, non la coabitazione” (matrimonium consensus, non concubitus facit).

    Prima che gli sposi esprimano il vero e proprio consenso, il sacerdote (o il diacono) rivolge agli sposi una triplice domanda: se si sposano in piena libertà e consapevolezza, se accettano la indissolubilità e se sono aperti alla procreazione. Senza questi requisiti, il matrimonio è invalido.

    Gli sposi si danno la mano destra (gesto che risale al diritto romano (la dexterarum iunctio). Il consenso può essere espresso in vario modo: importante è che sia chiaro. Il rituale propone due formule: a) prima lo sposo e poi la sposa dichiarano: 

Io N. accolgo te, N., come mio sposo/a. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. 

b) Lo sposo chiede alla sposa: N., vuoi unire la tua vita alla mia, nel Signore che ci ha creati e redenti? La sposa risponde: Sì, con la grazia di Dio, lo voglio.

Il Sacerdote, stendendo la mano sulle destre unite, accoglie il consenso, e ammonisce:

Non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce.

Segue la benedizione e lo scambio degli anelli. L’anello è l’unico segno rimasto nel rito romano. Ma le tradizioni liturgiche orientali (in particolare la bizantina) hanno altri segni, quali la corona e la velazione. Il nuovo rituale italiano prevede che – con il consenso del Vescovo – si possa fare sia l’una che l’altra. L’incoronazione è prevista dopo lo scambio degli anelli (n. 78): La rubrica recita: Il sacerdote, tenendo le corone nuziali (dorate o argentate, o di fiori) sul capo degli sposi, con le mani incrociate incorona prima lo sposo e poi la sposa dicendo: N., (servo/serva di Dio) ricevi N. come corona” e prosegue pregando: O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore. La velazione invece accompagna la solenne benedizione degli sposi. La rubrica recita: 

    “Nei luoghi dove c’è la consuetudine, o altrove con il permesso dell’Ordinario si può fare a questo punto l’imposizione del velo sugli sposi (velazione), segno della comunione di vita che lo Spirito, avvolgendoli con la sua ombra, dona loro di vivere. Insieme, genitori e/o testimoni, terranno disteso il ‘velo sponsale’ (bianco, con eventuale appropriato e sobrio ornamento) sul capo di entrambi gli sposi per tutta la durata della preghiera di benedizione”.

La benedizione degli sposi (e la Velatio)

Tra i principali elementi della celebrazione del matrimonio da mettere in evidenza, accanto al consenso, alla liturgia della Parola e alla comunione eucaristica, il n. 35 delle Premesse annovera “la solenne e veneranda preghiera con cui si invoca la benedizione di Dio sopra la sposa e lo sposo”. 

    Potremmo allora dire che lo specifico cristiano della celebrazione del matrimonio sta proprio in questa benedizione. Essa aveva luogo dopo la Preghiera eucaristica, prima della comunione, precisamente dopo il Padre Nostro.

    Prima del Concilio Vaticano II, la benedizione riguardava la sola sposa; era chiamata anche benedictio sponsae. Si portavano per questo due ragioni: una antropologica e l’altra teologica. Da una parte si pensava che la benedizione fosse invocata in vista della fecondità, riferendosi alla Genesi, dove si dice che “Dio li benedisse dicendo: siate fecondi e moltiplicatevi”. E allora si pensava che la fecondità o la sterilità dipendesse dalla donna. Alla luce della teologia del sacramento, poi, lo sposo è segno di Cristo, la sposa della Chiesa: si benediceva quindi la sposa, non lo sposo. 

    Il Concilio ha esplicitamente voluto che “la benedizione della sposa, fosse opportunamente ritoccata così da inculcare ad entrambi gli sposi lo stesso dovere della fedeltà vicendevole”. Così il rituale precedente la intitolava “Solenne benedizione della sposa e dello sposo” (notate l’ordine delle parole che ricorda la storia precedente!). Oggi il nuovo rito la chiama semplicemente “benedizione nuziale”.

    Per quanto riguarda il momento di questa benedizione, il nuovo Rituale, pur conservando quello tradizionale, e cioè dopo il Padre Nostro, prevede un’altra possibilità: “Se lo si ritiene opportuno, a questo punto [dopo lo scambio degli anelli] può essere anticipata la benedizione nuziale”. Io penso che sia opportuno, per due motivi: 1. Nel caso contrario, il rito vero e proprio del matrimonio, che è previsto dopo la liturgia della Parola (e l’omelia) non avrebbe alcuna preghiera (salvo la benedizione degli anelli); 2. la benedizione data dopo il Padre Nostro non viene spesso compresa, e si pensa che sia nient’altro che una preghiera in più del sacerdote. 

All’unica preghiera degli antichi Sacramentari, il Rituale del 1990 ne aveva aggiunto altre due; il nuovo ne aggiunge ancora una quarta. Ognuna di queste preghiera si compone di due parti: nella prima parte “si ricorda” (anàmnesi) o “si fa presente” a Dio il progetto che ha avuto nella creazione dell’uomo e della donna “donandoli l’uno all’altro [non all’altra, perché è un dono reciproco] come sostegno inseparabile, perché siano non più due ma una sola carne”. Ricorda poi che il mistero nuziale è “sacramento di Cristo e della Chiesa”. Ricorda ancora “quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio”. Nella seconda parte si invoca (epiclesi): “Guarda con bontà questi tuoi figli che, uniti nel vincolo del Matrimonio, chiedono l’aiuto della tua benedizione”. E poi in modo esplicito (cosa nuova!) si invoca lo Spirito Santo: “effondi su di loro la grazia dello Spirito Santo perché, con la forza del tuo amore diffuso nei loro cuori (Rom 5,5) rimangano fedeli al patto nuziale”. Sottolineo che questa epiclesi esplicita è cosa nuova. Non può esistere infatti sacramento senza l’azione dello Spirito Santo; era proprio strano che il sacramento dell’amore sponsale non risultasse frutto della presenza e dell’azione dello Spirito di amore tra il Padre e il Figlio,

La seconda formula è simile alla prima quanto a struttura, ma il linguaggio è più vicino alla moderna sensibilità. Nella parte anamnetica si ricorda, oltre alla creazione, il patto di alleanza: quello dell’AT, cantato dai profeti, e compiuto poi nel “mistero nuziale di Cristo e della Chiesa”. L’epiclesi è così espressa: “O Dio, stendi la tua mano su N. e N. ed effondi nei loro cuori la forza dello Spirito Santo”. Seguono delle espressioni molto belle, per esprimere la comunione di vita e il senso del dono che Dio fa ad entrambi: “Fa’, o Signore, che, nell’unione da te consacrata, condividano i doni del tuo amore e, diventando l’uno per l’altro segno della tua presenza, siano un cuor solo e un’anima sola”. E si invoca: “Dona a questa sposa N. benedizione su benedizione, perché come moglie e madre, diffonda la gioia nella casa e la illumini con generosità e dolcezza”. Per lo sposo si chiede: “Guarda con paterna bontà N., suo sposo, perché, forte della tua benedizione, adempia con fedeltà la sua missione di marito e di padre”. La preghiera si conclude con un accenno alla comunione eucaristica: “concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo”. Mi piace pensare che la prima cosa che, come sposi, mangiano insieme, è il corpo e il sangue di Cristo. 

    La terza preghiera ha un’anamnesi più breve, mentre l’epiclesi è più sviluppata: “Scenda, o Signore, su questi sposi la ricchezza delle tue benedizioni, e la forza del tuo Santo Spirito infiammi dall’alto i loro cuori… Ti lodino, Signore, nella gioia, ti cerchino nella sofferenza: godano del tuo sostegno nella fatica e del tuo conforto nella necessità; ti preghino nella santa assemblea, siano tuoi testimoni nel mondo. Vivano a lungo nella prosperità e nella pace…”.  Questa preghiera, così come la quarta, può essere intervallata da due acclamazioni dell’assemblea: all’anamnesi si acclama: “Ti lodiamo, Signore e ti benediciamo. Eterno è il tuo amore per noi”. All’epiclesi invece si invoca: “Ti supplichiamo, Signore: ascolta la nostra preghiera”.

    La quarta formula è proprio nuova, e più adatta a essere usata nel tempo pasquale. L’anamnesi è più lunga e più incentrata sul Nuovo Testamento. Dopo aver ricordato la creazione, passa a ricordare l’incarnazione di Cristo in una famiglia umana; ricorda la presenza di Cristo alle nozze di Cana quando, “cambiando l’acqua in vino, è divenuto presenza di gioia nella vita degli sposi”. Si ricorda soprattutto il mistero pasquale, da cui ogni sacramento trae senso e forza: “Nella Croce, si è abbassato fino all’estrema povertà dell’umana condizione, e tu, Padre, hai rivelato un amore sconosciuto ai nostri occhi, un amore disposto a donarsi senza chiedere nulla in cambio. Con l’effusione dello Spirito del Risorto hai concesso alla Chiesa di accogliere nel tempo la tua grazia e di santificare i giorni di ogni uomo”. L’invocazione epicletica è pure molto sviluppata: “Ora, Padre, guarda N. e N., che si affidano a te: trasfigura quest’opera che hai iniziato in loro e rendila segno della tua carità. Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini”. La preghiera diventa poi augurio e raccomandazione: “Siano lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. Non rendano a nessuno male per male, benedicano e non maledicano, vivano a lungo e in pace con tutti” (cfr Rom 12, 12-18). 

La Preghiera e la Comunione eucaristica

    Il centro della celebrazione è la Preghiera eucaristica. In essa rendiamo grazie a Dio per tutta l’opera salvifica operata da Cristo nel suo mistero pasquale. In essa, nella prima parte (prefazio) e nelle “intercessioni” si fa menzione della particolare festività che si celebra o del sacramento che vi è inserito (nel nostro caso, il matrimonio). Abbiamo così tre prefazi che inseriscono l’evento sponsale nel “mistero grande” e si prega per gli sposi.

    Il momento della comunione è la pregustazione del banchetto escatologico: “beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, secondo la beatitudine di Apocalisse 19,9:

“beati gli invitati alla cena delle nozze dell’Agnello”. La vita eterna sarà un abbraccio eterno dello Sposo e la sposa. 

    Il matrimonio cristiano, come tutti i sacramenti, è un segno “rememorativo”, ricorda cioè l’unione sponsale del Verbo con l’umanità, e segno “ripresentativo” nella vita terrena degli sposi, e segno “prognostico” che annunzia quel banchetto escatologico.

    Altro che un semplice “rito”! 

A cosa aggrapparsi quando tutto crolla, di don Fabrizio Centofanti

È facile dire: aggrappati a Gesù. Un momento, andiamo con ordine. Ci sono periodi, nella vita, in cui sembra che ogni certezza venga meno: non che uno creda in cose come la sfortuna; sarebbe più ragionevole pensare alle molestie del demonio. Comunque sia, va tutto male: al lavoro, negli affetti, nel regime economico, nell’organizzazione del tempo. Sembra che il negativo si concentri su di te, e non abbia altri bersagli da colpire. In questi casi, in ambito cattolico, si consiglia di aggrapparsi a Cristo. Niente da eccepire, ma si dimentica che aggrapparsi a Gesù vuol dire assumere come valida la sua prospettiva, il suo sguardo sulle cose. Per Lui non è stato facile venire nel mondo che ha creato e gli si è voltato contro. Questo sì che è un caso di molestia totale, umanamente intollerabile. Gesù ha vissuto controcorrente, ha percorso il torrente in senso opposto, come i salmoni, perché abbiamo cambiato la direzione della vita. Aggrapparsi a Gesù significa una cosa precisa: guizzare, come il salmone, in direzione ostinata e contraria, come ha cantato qualcuno. Ciò implica un sentimento perduto, di cui è divenuto incomprensibile perfino il nome: lo zelo. Solo questa passione tenace per il bene, l’opposto dell’accidia, consente di andare nel senso antitetico rispetto a quello dell’intera società: ma solo allora si sperimenta la libertà dei figli di Dio, superiore a ogni altra gioia terrena.

La fonte della profezia

Ogni uomo può in mille modi contribuire alla ricerca del vero, anche semplicemente con la sua stessa vita, le sue speranze, i suoi bisogni, le sue difficoltà. Ogni uomo può ricevere intuizioni originali, profetiche. Ma la profezia più profonda nasce dal sempre più profondo ascolto, dalla sete di Luce. Gesù è la Parola di Dio perché è l’ascolto del Padre. E il titolo con cui preferisce chiamarsi è quello di Figlio dell’uomo. Ossia uno che impara da tutti e da tutto. Anche Maria imparava da tutti e da tutto, serbava tutti quei fatti-parole gettandoli alla rinfusa nel suo cuore, sembra dire letteralmente il testo di san Luca. Erano essi, accolti nel cuore, a rivelarsi gradualmente. Semi, doni di grazia, non concetti. Sete di Luce. E non già circoscritta da paletti, solo spiritualistica, intellettualistica o solo pratica. Fatti parole, secondo l’intraducibile parola greca ῥῆμα. L’umanità intera della persona sempre più aperta dalla e alla Luce di Cristo, Dio e uomo, alla sua grazia divina e umana. Vi diranno eccolo qua, eccolo là, non andateci – dice Gesù – perché il regno di Dio è in mezzo a voi, con il contributo di tutti e di tutto. Verità, libera identità e scambio, vita concreta. Non solo un aspetto, chiudendo e svuotando le persone. Restando nelle astrazioni, nel tecnicismo, che stanno conducendo l’umanità al crollo.

Forse in mezzo a tanti pericoli stiamo giungendo ad una nuova tappa nella storia della salvezza: alla fine il mio cuore immacolato trionferà. Cosa vuol dire poi “alla fine”? Forse che specifiche persone e società devono sperimentare il fallimento per appoggiarsi sempre più in ogni cosa a Dio?

“Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole” (1 Sam 3, 19). Ascoltare significa vivere: “Tu sei degno di prendere il libro

e di aprirne i sigilli,

perché sei stato immolato

e hai riscattato per Dio con il tuo sangue

uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione

e li hai costituiti per il nostro Dio

un regno di sacerdoti

e regneranno sopra la terra” (Ap 5, 9-10).

Dove trovare la gioia, di don Fabrizio Centofanti

Spesso la fede, i preti, le suore, con gli annessi e i connessi, sono liquidati per l’atmosfera zuccherosa e direi gelatinosa con cui parlano di pace, di gioia, di amore e cose simili. Sembra una finzione messa in scena da persone che imparano la parte a memoria. Questa melassa è in contrasto con la realtà della vita, che ti fa maledire le burocrazie, inveire contro le ingiustizie, prendertela con i tuoi simili, che cercano di fregarti o in auto ti tagliano la strada. Che c’entra la gioia in tutto questo? Per trovarla, bisogna fare un passo indietro. Nel nostro modo di vivere, la gioia non esiste. Sperimentiamo gratificazioni, piaceri strappati alla routine quotidiana, euforie passeggere per fenomeni come il tifo sportivo e via sparendo. La gioia è da un’altra parte, dalla parte di Dio. Lui sa come funzionano le cose, avendole create. Sa come funzioniamo, quale cammino sia necessario per diventare ciò che siamo. Solo rintracciando queste coordinate, anche non essendo ufficialmente credenti, possiamo riscoprire il sentimento sconosciuto ai più che va sotto il nome di gioia. Bisogna riconoscere che credere conviene: se non credo, non so chi sono, ma continuo a cercare risposte per le mie domande vere. Risultato: insoddisfazione, rabbia, tristezza. Vi siete accorti di quante persone siano insoddisfatte, tristi, rabbiose? Niente paura: proviamo a credere, a capire come la pensa Dio, come ci vede, Lui che ci ha creati. Poi ne parliamo.

Intervista al “decano” dei vaticanisti Luigi Accattoli

Di d Giampaolo Centofanti, gennaio 2020

Da qualche mese ho conosciuto da vicino Luigi Accattoli, vaticanista di lungo corso: prima alla “Repubblica” e poi al “Corriere della Sera”. Dal 1973 scrive sulla rivista “Il Regno”. Oltre a vari volumi sui Papi e sul Vaticano, ha pubblicato tre testi intitolati “Cerco fatti di Vangelo”: uno per la Sei e due per la EDB. Da 14 anni coordina il blog www.luigiaccattoli.it e anche in esso ha una pagina intitolata “Cerco fatti di Vangelo”. L’ultima pubblicazione, curata insieme a Ciro Fusco, è intitolata “C’era un vecchio gesuita furbaccione. 110 parabole di Papa Francesco” (Paoline 2019). Vive a Roma, ha cinque figli. Fa conferenze per l’Italia ed è attivo in parrocchia.

Luigi mi hai detto che la tua avventura di giornalista inizia in un luogo e una data cruciali: università la Sapienza, 1968, presidenza nazionale della Fuci. Che è stato per te il ‘68?

Sono stati anni importanti per l’acquisizione di una certa idea di impegno civile, quello che viene detto cattolico-democratico, nel quale poi sempre mi sono riconosciuto. Ma non sono stati gli anni più importanti: metto prima quelli di bambino in una famiglia contadina delle Marche che mi hanno insegnato la serietà della vita e quelli del matrimonio e della nascita dei figli, dove ho imparato la dedizione e l’umiltà. 

Gli anni del tuo incarico fucino coincidono con la scelta religiosa dell’Aci di Vittorio Bachelet. Che ricordo hai di quel periodo?

Da giovane ero contrario alla scelta religiosa ma oggi so che mi sbagliavo. Mi appariva come una scelta timida e avrei voluto uno schieramento netto con i poveri e i paesi poveri, in nome di don Milani e del vescovo Camara. Fu un periodo di grande travaglio, ma – direi – né più né meno che l’attuale. 

Se dovessi trovare un aggettivo per ciascuna delle stagioni ecclesiali che hai attraversato, quali sceglieresti?

Vado sui Papi e dedico un ossimoro a ciascuno. Montini: dolente e magnifico. Luciani: ridente e fuggitivo. Wojtyla: eroico e giocoso. Ratzinger: mite e fermo. Francesco: severo e misericordioso.

Su Francesco si dicono molte cose. Qual è l’aspetto che più ti colpisce?

“La riforma della Chiesa in uscita missionaria” (n. 17 della “Evangelii gaudium”), che è il cuore della sua predicazione. Sono convinto che la vera novità del Papa argentino sia qui e oso affermare che se non obbediamo a quella chiamata vanifichiamo l’intera dote – o dono – che da lui ci viene e che tutta è in funzione della chiamata all’uscita.

Quali sono gli orizzonti di questa Chiesa dell’uscita?

Sono quelli – epocali – del passaggio dal modello di Chiesa costituita della tradizione europea alla forma più agile di una Chiesa missionaria adeguata all’epoca post moderna, caratterizzata da un processo globale di secolarizzazione. Se non l’aiuteremo a compiere questo passaggio, che lui chiama uscita; se non usciamo con lui, Francesco resterà un Papa simpatico, estroverso, che ha alleggerito i conflitti con la modernità e che ha semplificato l’immagine e il linguaggio, ma che non avrà ottenuto quello per cui è stato eletto, in accoglienza – si direbbe – al monito ch’egli stesso aveva rivolto ai confratelli cardinali alla vigilia del Conclave: la chiamata della Chiesa a uscire da se stessa per evangelizzare. La Chiesa in uscita va oltre l’ovile, le mura, la pedagogia, l’anagrafe, il linguaggio della Chiesa costituita, che sono stati grandi, gloriosi, ma non sono più in grado di parlare all’umanità circostante. La Chiesa costituita si curava innanzitutto dei “fedeli”, la Chiesa in uscita cerca per primi i non credenti.

Come hai affrontato la sfida di raccontare la Chiesa dalle pagine dei quotidiani laici?

Come piccola parte della sfida complessiva che i credenti si trovano oggi ad affrontare di fronte al mondo della non credenza. Se ti trovi a un ricevimento o dal barbiere e c’è chi irride al matrimonio cristiano non sei in una posizione diversa rispetto al giornalista che scrive sui giornali laici. 

Quali sono i pregiudizi dell’informazione laica verso il mondo cattolico? 

Intendono la Chiesa come gerarchia e la vedono come una realtà politica che tende al governo temporale, diretto o indiretto, da perseguire per via religiosa. Dovremmo tener un maggior conto di questo pregiudizio. Per esempio quando noi stessi identifichiamo la voce della Chiesa con quella dei vescovi, o quando riduciamo i vescovi al solo Papa.

Che linguaggio bisognerebbe adottare per l’informazione religiosa?

La lingua media comprensibile a tutti, che è regola del giornalismo in generale, con l’avvertenza specifica della necessità di tradurre in essa il linguaggio della fede. Tutto ciò arricchito dal linguaggio dei segni e delle storie di vita: dall’eloquenza dei gesti, come dice Papa Francesco. Nel mercato dell’informazione, la notizia forte (cioè suscettibile di un uso concorrenziale) scaccia quella debole; e la notizia religiosa rischia di risultare debolissima ogni volta che si riduce a messaggio verbale, o a segnalazione di avvenimenti interni alla comunità ecclesiale. Essa invece può esser forte quando veicola un gesto o una storia di vita. 

Sei conosciuto come un narratore di storie di vita che chiami “fatti di Vangelo”: com’è nata questa passione? 

Ho iniziato a raccoglierli nel marzo 1993, su impulso di Tonino Bello, il vescovo della diocesi di Molfetta: egli era morente e io ero andato a fargli visita; e mi chiese di aiutarlo a trovare ‘segni di speranza’ per l’omelia del Giovedì Santo che fu la sua ultima. Don Tonino morì due settimane dopo e io mi dissi: quello che mi ha chiesto questo caro vescovo morente io voglio farlo come opera della mia vita. 

Oggi questi “fatti” si trovano ancora? 

Essi ci sono ovunque due o tre si riuniscono ‘nel suo nome’. Persone che amano fino a dare la vita, che perdonano gli uccisori dei parenti, che inventano ogni forma di nuova carità per i nuovi bisogni, che accettano la malattia, la vecchiaia e la morte in attesa della risurrezione. I fatti di Vangelo ci sono sempre nella Chiesa: è la loro comunicazione che risulta generalmente inferiore alla loro consistenza. 

Che giudizio dai delle comunità cristiane del nostro Paese, che continui a visitare con la tua attività di conferenziere? 

Ottimo quanto a carità vissuta. Dubbioso quanto a capacità di attestare in parole la fede. Comunque non sono pessimista. E’ in crisi l’organizzazione ecclesiastica e la permanenza della religione tradizionale, non la presenza del Vangelo nella vita delle persone.

Di che ha bisogno la Chiesa oggi? In quale direzione i credenti dovrebbero impegnarsi di più?

Nell’attestazione in parole e opere del mistero di amore che professiamo, come ci stimola a fare Francesco e come già predicava Benedetto. Ma è una domanda superiore alle mie vedute. Dal mio punto di osservazione mi auguro la crescita di una reale tolleranza interna che permetta qualche riforma e una ripresa di iniziativa nel campo ecumenico e in quello della pace. Per la vita e il raggio d’azione dei cristiani comuni, spero che cresca il confronto sugli impegni storici. Non mi auguro il ritorno di un partito cattolico o di indicazioni elettorali da parte dei vescovi, ma la creazione di ambiti e momenti nei quali tutti i cristiani impegnati nella vita pubblica, non solo politica, possano discutere le loro esperienze e maturare indicazioni condivise. 

Da anni hai un blog d’autore e da qualche mese sei in Instagram. Perché hai scelto di sperimentare una presenza cristiana nella Rete? 

I cristiani debbono essere ovunque e ognuno deve contribuire a questa presenza secondo le proprie competenze. Vedo che anche i nuovi media sono attratti dalla diatriba e io in questo accanimento vorrei portare un germe di tolleranza, di accettazione del diverso. Di simpatia per l’universo, in definitiva. E di carità cristiana. Ma l’idea di partenza era di dedicarmi alla ricerca dei fatti di Vangelo per le vie della Rete, passando dalla raccolta in volume allo strumento più agile, più veloce e più capiente di un sito internet.

E di Instagram che dici? 

Ci sono entrato per una scommessa: quella di imparare un nuovo linguaggio. Mi affascina la sua comunicazione veloce e per immagini. Cerco di usarlo mescolando alle immagini le parole. Ma soprattutto mi applico ad apprendere in esso la comunicazione dei giovani e dei giovanissimi. 

Sei anche attivo in parrocchia: i nuovi media possono essere d’aiuto alla vita parrocchiale?

In parrocchia do una mano in attività del tutto tradizionali: quelle caritative e quelle culturali. Ma vorrei aiutare la comunità a passare dal cartaceo al digitale e da un sito Internet bacheca a un sito interattivo. Dove cioè i visitatori possano fare domande e dire la loro. Il sito parrocchiale, questo sconosciuto: che farne, oltre a metterci gli orari delle messe e il calendario degli appuntamenti? Qui le nostre comunità sono indietro sui tempi che corrono. Penso che potrei aiutare la mia parrocchia a realizzare un indirizzario digitale che permetta di raggiungere con sufficiente sicurezza, per posta elettronica e attraverso la messaggistica scritta e vocale, l’insieme della popolazione. Lo vedo come un primo minimo passo – ma adeguato ai tempi – della Chiesa in uscita.

Intervista a Ciriaco De Mita

Andrea Monda, L’Osservatore Romano, 4 febbraio 2020

Incontro Ciriaco De Mita il 31 gennaio, festa di san Giovanni Bosco, e alla fine della nostra conversazione l’ex-presidente del consiglio, 92 anni da compiere proprio due giorni dopo, mi dice: «La Chiesa dovrebbe ripartire dall’educazione, come facevano i salesiani, aprire scuole ma non per l’insegnamento, bensì per l’educazione, cioè per quell’arricchimento globale della persona nel segno della libertà. L’insegnamento rischia spesso di diventare qualcosa che cala dall’alto, soffocando la libertà».

Tutto il resto della nostra chiacchierata è in qualche modo riassunta in questa battuta finale, perché è la libertà il cuore dell’avventura umana e quindi anche della politica. Gli chiedo di Sturzo, l’anno appena trascorso ha segnato il secolo dal famoso Appello ai liberi e forti, ma lui parte dalla sua esperienza personale e la riflessione diventa un viaggio nella memoria:

Penso al Partito popolare di Sturzo — spiega — come a una tentazione a riflettere sulla politica in maniera sorprendente. Questo sin dall’inizio. Ricordo che c’era la guerra d’Africa e io avevo sette anni quando ascolto il bollettino alla radio che annuncia la vittoria dell’Amba Alagi in modo trionfalistico, la gente in paese parlava della conquista di una montagna d’oro. Io accompagnavo mio nonno che aveva le cataratte inoperabili e ricordo le sue parole che poi mi hanno segnato, ed erano le parole che riecheggiavano quelle dei Papi, di Benedetto XV e poi di Pio XII: «Con la guerra tutto è perduto, con la pace nulla è perduto». Quando nel 1940 fu dichiarata la guerra ricordo le manifestazioni dei giovani universitari tutte a favore della guerra, ma io seguivo mio padre che era diventato antifascista assieme ad altri tre o quattro nel paese. A Nusco intanto erano arrivati dei confinati politici, i quali avevano il dovere di farsi riconoscere dai carabinieri, la mattina alle dieci e il pomeriggio alle cinque, subito dopo venivano nella bottega di mio padre, chiudevano le porte e cominciavano a farla, la politica. Io avevo qualche difficoltà: non ero d’accordo sul fatto che per mandare via il fascismo bisognava perdere la guerra, questo oggi è difficile da capire ma all’epoca la patria era una cosa sacra, per questo ero in crisi, volevo combattere la guerra senza mettere in discussione il re ma poi dopo tre notti senza dormire mi convinsi. Poi la guerra finisce e insieme anche la monarchia, in quel periodo risorgono i partiti politici e la Dc e il Pci non erano contrapposti, le cose cambiano alla fine del 1947 quando si rompe la solidarietà di governo e si fa la campagna elettorale per l’elezione del 18 aprile 1948. Ricordo che dovevo fare l’esame di licenza liceale, ma dal mese di febbraio ho sospeso gli studi per andare in giro per fare comizi in tutto il territorio della diocesi. Fu un passaggio delicatissimo e il risultato per nulla scontato visto che il Partito comunista e quello Socialista avevano una capacità organizzativa maggiore della Dc. Ci venne incontro la Chiesa, furono inventati i comitati civici con Gedda che incarnava però una posizione clerico-moderata che si scontrò presto con l’opinione diversa dei democratici.

Cerco di riportare la discussione sulla figura di Sturzo:

Ho scoperto Sturzo soprattutto dopo, all’inizio degli anni ’80, quando ho cominciato a leggere tutta la sua opera. Con Sturzo ho avuto un rapporto non lineare, all’inizio non avevo per lui una particolare simpatia, per la sua posizione all’interno della Dc, il fatto è che lui era di un’altra generazione e per i giovani democristiani era stato fondamentale l’incontro con Maritain attraverso la mediazione di Montini, il futuro Paolo VI.

Qual è la forza della sua lezione per il tempo di oggi?

Sturzo mette in piedi un partito dopo averci pensato, è dal pensiero che scaturisce la forma concreta del partito politico, un’esperienza che è sempre collegata a una riflessione e le due cose camminano insieme: esperienza e riflessione. È ancora attualissimo il suo rapporto con la Chiesa, di piena fedeltà ma al tempo stesso di rivendicazione dell’autonomia della politica. Quando comincia l’esperienza politica Sturzo spiega che cosa vuole dicendo che la Chiesa cattolica è universale mentre la politica è sempre particolare, il partito è appunto una parte, e ha sempre mantenuto questa posizione. È l’ispirazione religiosa che lo porta a quel suo pensiero di fondo per cui in politica un problema si risolve ma nel momento stesso da un problema risolto se ne crea un altro, a differenza della sinistra che all’epoca pensava che tolta la proprietà privata tutto sarebbe stato risolto. Questo atteggiamento lo portava a riflettere sul fatto della pluralità di posizioni distinte, per lui (e per me) la contraddizione è segno di vita, è proprio per questo che il pensiero deve incarnarsi, diventare fatto, e ciò può avvenire se possiede una ricchezza di motivazione elevandosi dalla dimensione meramente particolare. Era poi un uomo che possedeva una dimensione internazionale della politica e che intuiva, al tempo stesso, proprio nell’autonomia del territorio la condizione della libertà e della crescita. In tutto questo e altro consiste il suo pensiero politico, il più alto che ci sia stato nel ’900, il che non significa che sia un pensiero definitivo, ma è piuttosto un modo di pensare, un metodo, quasi il rifiuto di un pensiero definitivo, definitorio, apparentemente capace di risolvere tutti i problemi ma per questo inevitabilmente ideologico e astratto, che calava dall’alto nella storia concreta delle vicende umane. Il popolarismo che Sturzo ha elaborato è un po’ come la medicina: essa aiuta a vivere ma non ha la pretesa di rendere immune l’uomo dalla malattia. Si aiuta il corpo a creare le condizioni dello sviluppo ma senza violentarlo, lo si accompagna nel rispetto della libertà, sapendo che la malattia non è mai debellata una volta per tutte. 

Un De Mita quindi sturziano al cento per cento, anche oggi?

Oggi più di ieri. Questa mia fede nel popolarismo, il senso forte della laicità della politica, mi ha portato in passato ad avere una storia un po’ controversa con il mondo cattolico e con il clero. Eppure rivedendo la mia esperienza posso dire che non ho mai messo in discussione la fede cattolica e devo dire che nell’ultimo periodo, merito anche di questo Papa che ha liberato il cristianesimo dalla lettura solo culturale, ho rivisto la mia opinione, scegliendo un atteggiamento meno critico che spinge invece verso una sempre maggiore attenzione alla dimensione religiosa, una dimensione può apparire come una cosa che frantuma e separa ed è invece un fermento che fa crescere la spiritualità e quindi anche la libertà politica. Oggi più di ieri la politica per me è finalizzata al mettere insieme le persone, è una forma di aiuto, è questo sforzo a metterci insieme per l’arricchimento e la crescita della dimensione spirituale, per combattere la miseria materiale e morale e la solitudine delle persone; metterci insieme direi per riscattare anche un mondo cattolico che ha vissuto quasi come un’inerzia la grandezza degli ultimi Papi, adagiandosi su di essi.

La riflessione su Sturzo e il suo essere anti-ideologico mi ricorda quello che dice Papa Francesco che parla del cristiano come «l’uomo dal pensiero incompiuto».

Sono d’accordo se con questa espressione si vuole sottolineare il dinamismo della realtà umana. Io dico “il pensiero diventa fatto” che è come dire una ruota con il motore perché nel momento in cui si fa fatto apre a un nuovo e non c’è una posizione vera che domina. Questo dinamismo insomma non si risolve, non si raggiunge mai una perfezione definitiva, nella storia. Vedo la storia come cammino, come processo e la politica come accompagnamento dei processi storici. 

La conversazione riprende il filo della memoria e si affacciano diversi personaggi, ad esempio il cardinale Martini.

Quando divento nel 1982 segretario della Dc era un periodo difficile per il mondo cattolico, c’era stato l’anno prima il referendum sull’aborto, un’aria di rottura tra il partito e la gerarchia ecclesiale. Io giravo molto per l’Italia ed ero messo in difficoltà dai vescovi e dai sacerdoti su questo tema, poi arrivo a Milano, incontro Martini e gli espongo la mia difficoltà e lui mi fa: «E tu allarga il discorso sulla vita!», fu per me di grande aiuto e conforto.

La memoria lo porta a ricordare la sua “avventura cilena”:

Qualche anno dopo, nel 1984, vado in Cile e mi incontro con i democristiani del paese. C’è la prima manifestazione dei giovani, era il periodo di Pinochet, mentre andavamo alla manifestazione c’erano con me Piccoli e Rumor che mi consigliavano prudenza. Quando arriviamo in piazza però la parola più gentile che sentivamo era «assassino», insomma finisce che io scendo assieme ai ragazzi in piazza, era la prima volta in vita mia che scendevo in piazza a protestare. Arrivano i carabinieri, picchiano qualcuno, ma fu per me una grande esperienza e così qualche tempo dopo ho aiutato i democristiani e quando a Pinochet venne l’idea di fare il referendum, noi organizzammo una raccolta di fondi (si pagava per votare) e così tanta gente poté votare e Pinochet perse il referendum. Fui invitato di nuovo alla manifestazione ed ero là sotto il palco e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia cristiana.

La seconda metà degli anni ’80: la costruzione dell’Europa, Kohl e la Germania…

Ricordo una riunione in Germania nel 1988 con Kohl che era rude nel parlare ma di grande chiarezza espositiva e spiegò che la Germania al centro dell’Europa è un rischio per l’Europa stessa e per evitare il rischio bisogna inglobare la Germania in Europa. Oggi siamo ancora qui, il problema è ancora questo perché noi ci siamo fermati e la guida politica è stata più attenta alla sopravvivenza anziché al futuro.

…e Gorbačëv:

Con Gorbačëv ho avuto conversazioni bellissime, appena ci siamo incontrati cominciammo a parlare della piaga della droga tra i giovani che per me era un segno, almeno in Occidente, di un malinteso senso della libertà. Faccio con lui discorsi in varie sedi e a un certo punto gli dico che noi italiani faremo una specie di piano Marshall per aiutare lo sviluppo della Russia; lui, rivolto a me, dice che «voi siete cresciuti economicamente ma non siete integrati, mentre noi sovietici siamo uniti ma non siamo sviluppati economicamente, ci dovreste dare una mano». Gli chiedo se per lui era ancora valida l’esperienza marxista e lui dice che bisogna vedere di quale esperienza si vuole parlare, interviene la moglie e difende rigorosamente la posizione marxista-leninista, lui mi guarda e dice «mia moglie è filosofa» e poi dice a lei: «Ma l’uomo, senza spiritualità che cos’è?». Mi sembra stupendo che il leader del partito comunista sovietico ponga la questione sulla spiritualità dell’uomo.

C’è tempo anche per una riflessione autocritica: 

Dentro la Dc da giovane ero alquanto settario, non avevo il senso dell’unità, volevo fare la corrente degli intelligenti, un errore mortale. Quando ho fatto il segretario invece ho sempre pensato all’unità.

Gli ricordo una sua passata intervista in cui diceva che uno dei meriti della Democrazia cristiana è stato fare dell’Italia, che era un paese reazionario, un paese democratico. Finita la Dc in questi trent’anni l’Italia è forse tornata a essere un paese reazionario?

Il paese si è trasformato: quelli che poi sono venuti dopo di noi, pensando a tutto quello che si è realizzato, debbono tutti concludere che il difetto enorme è stata la crescita accelerata, ciò che negli altri paesi era avvenuto in qualche secolo da noi è avvenuto nel periodo tra il 1947 e il 1989. Dopo il processo democratico e la funzione della Dc hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza. Negli anni ’80 mi resi conto di questo rischio e provai a rinnovare le istituzioni, con Berlinguer ebbi un rapporto di grande solidarietà, lui era una persona di grande delicatezza, ricordo che una volta parlando con lui mi uscì un’espressione colorita e lui mi disse «Ringrazia Iddio che ti voglio bene perché questa espressione un sardo te la farebbe pagare». Purtroppo lui non ci sentì rispetto alle riforme istituzionali, non fu pronto in quel momento e poi quando si convinse avvenne la sua morte improvvisa.

Nella galleria dei ricordi c’è spazio anche per alcuni Papi che ha conosciuto (ben otto):

Giovanni XXIII è stato il Papa che forse mi ha colpito di più, direi quasi che la sua era una “sacralità manifesta”, che rivela l’insufficienza del pensiero rispetto a tanta grandezza. Penso alla bellezza di quella espressione sulla carezza da dare ai bambini tornando a casa e non posso ancora oggi non emozionarmi profondamente; quella fu una suggestione infinita per tutta la classe politica, indistintamente. Paolo VI lo avevo già conosciuto come assistente della Fuci, ricordo nel 1945 quando ci fu l’uccisione di Mussolini. Io mi trovato a Roma per una riunione politica e ci fu una grande discussione se era legittimo ammazzarlo e ricordo che lui insieme a Dalla Torre, il direttore de «l’Osservatore Romano», fecero degli interventi molto costruttivi. Con Giovanni Paolo II ebbi un lungo rapporto, finalizzato a riaprire il rapporto tra la Chiesa e la Dc che era molto in crisi, come ho già detto. Quando avemmo occasione di parlare mi fece capire che non aveva un pensiero preciso sulla situazione italiana e voleva comprendere meglio questo strano paese che è l’Italia; mi disse «Io sono il Primate d’Italia ma è un titolo onorifico, di fatto io non conosco bene la realtà italiana» e così cominciammo un bel rapporto, in cui mi aiutò anche l’amico Mario Agnes, il direttore de «L’Osservatore Romano».

Il cristiano non è un marziano, di don Fabrizio Centofanti

Il cristiano non è un marziano. Neanche la cristiana. Hanno dei gusti, fanno delle scelte, avvertono allergie e preferenze, si infastidiscono e gioiscono. Anche Gesù funzionava così, da vero uomo che era. È importante sottolineare questo aspetto, in tempi in cui vengono meno certezze elementari. Il cristiano e la cristiana sono uomini e donne come gli altri: vanno al bar e viaggiano coi mezzi, guardano alla finestra e vedono alberi, prati, nuvole (almeno qui, al Divino Amore). Il cristiano e la cristiana amano, soffrono, sono contenti se incontrano qualcuno con cui parlare della vita. Una particolarità ce l’hanno: credono che tutto abbia senso con Gesù. È come un filtro; come quando si scelgono certe frasi piuttosto che altre, o quando si decide di sorridere o tirare dritto. Il fatto di scegliere Gesù vuol dire consultarlo nelle cose di ogni giorno. Si lavora, si incontrano persone, si mangia, si beve, si canta, ed è sempre come se Gesù fosse lì, interlocutore fidato, suggeritore a tua disposizione. Gesù orienta verso il bene, anche quando le cose vanno male. Spinge al perdono, anche quando vorresti litigare. È un’amicizia impegnativa: chiede una qualità alta, non si accontenta della mediocrità, soprattutto se ti ha tirato fuori dalle sabbie mobili del male. Più ti ha cambiato, più ti ha estratto dalla melma, più lo ascolti volentieri, perché sai che significa scampare al pericolo. Il cristiano e la cristiana sono gente che ringrazia perché è stata graziata. Uomini e donne come tutti e tutte, con un grazie che sgorga da dentro.

La sequela di Gesù, la cultura, la partecipazione sociale

Vi è un cammino di serena e graduale maturazione personale. Tale percorso può portare a divenire sempre più consapevoli anche della società, della cultura, in cui si vive. Gesù getta semi di vita, accompagna la crescita personale ma per certi aspetti lascia l’approfondimento culturale, la politica e via dicendo alla ricerca e al dialogo, nei tempi e nei modi di ciascuno, delle e tra le persone. Pur essendo comunque elementi della maturazione. Si può dunque da un lato aiutare, in uno scambio reciproco, una maturazione serena, libera e non schematica e dall’altro, più approfonditamente specie tra laici, con chi vuole sviluppare anche un dialogo su cultura e società. Se dal lato della maturazione personale l’interesse per questo secondo piano può svilupparsi in ciascuno secondo modi e tempi personalissimi, la drammatica, esiziale, e sconosciuta perché nuova, situazione che stiamo vivendo potrà stimolare chi così la vede a cercare insieme a chi vorrà le possibili contromisure. 

https://gpcentofanti.altervista.org/la-democrazia-aggirata-raggirata/

Come vincere la tristezza, di don Fabrizio Centofanti

Per i Padri orientali la tristezza è un peccato. Questo ci solleva, perché vuol dire che è un problema da cui dobbiamo liberarci, essendo sempre auspicabile disfarsi del peccato. E come sempre, la liberazione dal peccato è frutto di una sinergia fra la grazia di Dio e la nostra adesione. Perché siamo tristi? Chiedendocelo, siamo a metà dell’opera: spesso la tristezza è uno stato d’animo passivo, rischia di diventare un’abitudine, e delle abitudini non ci chiediamo più il perché. Più scaviamo in noi stessi, più la tristezza perde consistenza: la profondità è un antidoto infallibile, perché più vado verso il centro di me stesso, più mi avvicino a Dio. La tristezza spadroneggia nella periferia della persona, là dove abbiamo meno consapevolezza, meno dominio su noi stessi. Non a caso accidia e tristezza sono spesso imparentate: l’ozio, la pigrizia, sono un vagare alla superficie di sé, uno staccarsi dalle energie interiori, dal senso delle cose. La tristezza nasce dal non senso.

I vizi inducono tristezza: sono il bene, la virtù, a lasciar emergere la vitalità della persona, le motivazioni  radicate nel DNA della creazione, nell’amore, che è il segno della partecipazione alla vita di Dio. 

Se sono triste, dunque, devo innanzitutto chiedermi perché. Poi scavare, fino ad approdare a una sfera più profonda e ricca di energie. Poi riconoscere che il mio essere sta dentro un progetto più grande, l’amore di Dio che si comunica a ciò che Lui ha creato. 

Compiendo questi passi, non sarò triste neanche sforzandomi di esserlo di nuovo.

Perché le virtù sono preferibili ai vizi? di don Fabrizio Centofanti

Sembra una domanda scontata, banale, ma nella vita spirituale non c’è nulla di scontato. I vizi procurano gratificazioni e sicurezze, per questo fatichiamo a ripudiarli. Ci armiamo di buoni propositi, ma ricadiamo nelle abitudini di sempre. È necessario accrescere la consapevolezza per trovare una via d’uscita da questo labirinto.

I vizi hanno una caratteristica precisa: dietro l’apparenza piacevole o efficace, tendono a distruggere, gli altri e se stessi. Bisogna vedere dove portano, per rendersene conto. L’errore è quello di coglierne solo gli effetti più superficiali: il piacere, il vantaggio che ne viene. Ma se guardiamo oltre, ci accorgiamo che sono sempre collegati all’egoismo, che è distruttivo e autodistruttivo. 

Le virtù sono più impegnative, perché meno immediate, ma portano alla pace, che per Cristo è il bene supremo, al punto di farne il testamento personale (vi lascio la pace, vi do la mia pace).

Dobbiamo scegliere, dunque, tra queste alternative: la distruttività o la pace. Il cammino dal vizio alla virtù opposta non è dettato da qualche imperativo categorico, ma da un bene personale e interpersonale. Amare la virtù e odiare il vizio è una scelta conveniente, oltre che gradita al Signore e in sintonia con la sua volontà. È naturale che sia così, perché Dio ci ama. 

Alessandro Barbero, Domande sull’Unione Europea

Dal minuto 6,18

Umberto Galimberti, Heidegger

Come vede Gesù la cultura?

https://gpcentofanti.altervista.org/gesu-e-la-cultura/

Mons Dal Covolo, Mito, fede, religione, filosofia

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/un-altro-inedito-di-mons-dal-covolo-rivisitazione-critica-della-questione-religiosa-tra-cristiani-e-pagani-fino-alla-svolta-costantiniana-sulle-tracce-di-joseph-ratzinger/

Come scoprire la propria vocazione, di don Fabrizio Centofanti

A volte ci sembra così difficile trovare la strada che potremmo scoraggiarci o disperare. Sembra che Dio offra a ciascuno un compito, tranne che a noi. Possibile che ci consideri inutili per il suo progetto? No, è impossibile. Dobbiamo convincerci che il Signore ci ama, e nessuno ci valorizza come Lui.

Non sappiamo dove possiamo dare di più: pensavamo al matrimonio, e ci vuole preti o suore; sognavamo di raggiungere i vertici della società, e invece siamo gli ultimi. E chi ha detto che gli ultimi non siano più utili dei primi? Per il Vangelo è così.

Per Dio non esistono standard, sembra fatto apposta per sfatare ogni luogo comune. Gesù era, come qualcuno ha scritto, un ebreo marginale: avrebbe potuto nascere imperatore di Roma, o sommo sacerdote, chissà quante cose avrebbe migliorato. Ma l’amore è pieno di sorprese: dovremmo godere di questo rovesciamento delle previsioni, della creatività di un Dio che è sempre diverso da come lo aspettiamo. Crediamo di essere inutili perché non abbiamo rispettato il curriculum previsto dalla società? Brindiamo alla fantasia di Dio e diverremo così fecondi da cambiare il mondo intorno a noi.

Due interventi sull’ascolto

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/card-luis-francisco-ladaria-ferrer-un-anelito-di-rinnovamento/

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/card-angelo-de-donatis-il-volto-di-gesu-il-volto-delluomo/

La preghiera del battito, di don Fabrizio Centofanti

Molti si lamentano per le distrazioni da cui sono assaliti durante la preghiera. La causa, spesso, è una orazione fatta solo con la mente, a discapito della persona nella sua interezza. La soluzione sta nel coinvolgimento reale e intimo dell’identità. I Padri orientali consigliavano l’ascolto del battito del cuore, con cui si percepisce qualcosa che ci supera e spalanca scenari sorprendenti. Solo questa pratica ha il potere di cacciare i pensieri importuni, che si nutrono di negatività e di alienazione. La preghiera del battito – unitamente alla memoria dell’amore, alla sosta davanti al volto di Cristo e alla scelta di non mettere la propria persona in primo piano – costituisce l’ambiente ideale per la conservazione e l’evoluzione della vita nello Spirito. Esercitarsi in questo è la garanzia di una preghiera intima, autentica, sentita. Non si tratta di abilità particolari, ma della consonanza col lavoro dello Spirito, l’artefice di tutto ciò che è vitale nell’essere umano. Questa attitudine consente di impiegare nel modo più fruttuoso i propri talenti, che necessitano di un simile humus per essere riconosciuti e investiti. 

Francesca Libori, nuove forme di monastero

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/francesca-libori-un-monastero-virtuale/

Gesù e la psicologia

https://gpcentofanti.altervista.org/il-discernere-concreto-di-gesu-e-la-psicologia/

Mons Dal Covolo, Riflessioni sul cristianesimo oggi

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/mons-enrico-dal-covolo-il-cristianesimo-oggi-tra-dialogo-e-annuncio/

Spunti fuori dagli schemi dominanti

Questo è un intento del nostro sito Sinodalità. Si veda solo come esempio:

qui altri possibili contributi sul tema: https://gpcentofanti.altervista.org/il-discernere-concreto-di-gesu-e-la-psicologia/

Il denominatore comune dei vizi capitali, di don Fabrizio Centofanti

Vogliamo migliorare, ma non sappiamo come. Proviamo, ma ci ritroviamo al punto di partenza. E se ci sfuggisse la chiave fondamentale per cambiare le cose? 

Ecco alcuni criteri efficaci:

  1. Tutto ciò che, nella nostra storia, avviene in ordine alla salvezza, è frutto della grazia. Gesù ha detto esplicitamente che senza di Lui non possiamo far nulla.
  2. Ciò significa che senza la preghiera non può cambiare niente: si tratta di un’invocazione continua, un ricordo di Dio ininterrotto, una memoria dell’amore coltivata ogni momento.
  3. Stabilito questo, bisogna riconoscere l’ostacolo alla sua realizzazione: è il denominatore comune dei vizi capitali, che tocca la libertà e la collaborazione con l’opera di Dio, sempre prioritaria. Ciò che collega i vizi – o pensieri cattivi, secondo i Padri orientali – è il fatto di mettere in primo piano la propria persona. Questo atteggiamento interferisce in modo decisivo con la capacità di pregare e di amare gli altri e Dio. Pensieri, parole e azioni risultano inquinati alla radice da un errore di metodo.
  4. L’amore è dimenticarsi di sé: Dio lo ha dimostrato soffrendo e morendo per noi. Questa scelta di fondo ci libera dal nemico più insidioso, perché quasi mai riconosciuto: noi stessi. 
  5. Qui comincia l’avventura dell’amore: dall’io al tu, dal ripiegamento su di sé alla capacità di dare, dalla tristezza alla gioia. Se non prendiamo coscienza di ciò, ci ritroveremo al punto di partenza.

Psicoterapia e Spirito Santo. Nuove prospettive del “prendersi cura”, in quella terra di nessuno ai confini tra psichico e spirituale.

di Valter Cascioli

A dispetto di un’idealizzata neutralità in psicoterapia, di fatto il tema dei valori è costantemente presente  e pressoché inalienabile dal setting. Va da sé che la consapevolezza del mondo valoriale da parte del terapeuta si rende necessaria -oltreché opportuna- a tutto vantaggio della terapia stessa, influenzandola positivamente (“conversione valoriale”).

Nell’esercizio della professione si evidenzia, peraltro, un sempre maggiore allontanamento dai valori. In una società sempre più secolarizzata, dove la “dittatura del relativismo culturale” (Card. Joseph Ratzinger, omelia Santa Messa Pro eligendo Romano Pontefice, 18 aprile 2005)  sembra imperare, anche la psicoterapia rischia di entrare in soggezione, trincerandosi dietro la facciata di una presunta neutralità normativa, che la penalizza, riconducendola nell’ambito angusto di un riduzionismo riduttivista. La componente religiosa è spesso trascurata, purtroppo anche dai terapeuti di matrice cattolica, arrivando, addirittura,  ad essere svalutata. In tal senso si dimentica quanto la fede e la spiritualità condizionano la vita dell’uomo, oltre che la salute psicofisica dello stesso, entrando di diritto nello sviluppo cognitivo ed affettivo della persona.

È importante, allora, riconoscerne l’esistenza sia nel cliente che nel terapeuta. A quest’ultimo, ovviamente, è affidato il compito di concettualizzarla ed esplicitarla, “usandola” in senso terapeutico.

È innegabile come l’esperienza religiosa sia fondamentale per comprendere la natura umana, così come la Weltanschauung del soggetto, per comprenderne appieno le dinamiche psichiche. In tal senso, già la logoterapia -la cosiddetta “terza via” della psicologia-aveva considerato “nell’essere” la propensione dell’uomo a cercare, intenzionalmente, un significato capace di orientare la propria esistenza.

Se è vero che la psicoterapia può essere considerata come l’arte del cambiamento, allora la situazione di crisi, portata all’attenzione del terapeuta, già lo preconizza, quantomeno da un punto di vista etimologico. Entriamo, così, in una dinamica in continuo divenire che, mutatis mutandis, si riconosce in un “tendere verso” di junghiana memoria e in un “già e non ancora”. Quest’ultima ci richiama a quel desiderio d’infinito, inscritto da Dio nel cuore di ogni uomo. 

Nella presentificazione (il cosiddetto “hic et nunc”) il cambiamento apportato dalla psicoterapia e legato alla trasformazione interiore (crescita) viene, allora, visto come occasione opportuna e favorevole ovvero come tempo di grazia (kairós)  propiziato dall’esperienza di fede al quale il terapeuta dovrà, per primo, aprirsi.

Ogni professionista della salute mentale, veramente degno di questo nome, sa bene che il fattore di prim’ordine in psicoterapia è dato dalla relazione che si stabilisce nella diade terapeuta-cliente. Tale rapporto, nella sua vera essenza, è paragonabile alla corrente d’amore che, nella Santissima Trinità, procede dal Padre al Figlio e caratterizza la Terza Persona del Dio uno e trino: lo Spirito Santo.

Consideriamo, allora, quali implicazioni viene ad avere in una prospettiva psicoterapica.

A scanso di pericolosi equivoci, va subito precisato che lo Spirito Santo, che è Dio, non può essere certamente assimilato ad una tecnica né, tantomeno, “usato” come strategia, essendo -per la sua stessa natura divina- soprannaturale, indefinibile e non assoggettato (né assoggettabile!) al volere umano. Pertanto, prescinde da qualsivoglia strumentalizzazione da parte dell’uomo, che potrà soltanto invocarLo e desiderare di accoglierLo nel suo cuore (che, nel senso antropologico del termine, è la centralità dell’essere) rendendosi docile alla Sua imperscrutabile azione. È, dunque, lo Spirito Santo, “che è Signore e dà la vita” (cfr. Symbolum apostolorum) ad essere il protagonista e l’artefice di quel cambiamento/trasformazione interiore che caratterizza il processo psicoterapico stesso, mentre il terapeuta diventa lo strumento nelle Sue sapienti mani. Gli effetti della grazia divina sull’uomo, come insegna la pneumatologia, sono fondamentalmente tre: dona vita, santifica e crea la comunione.

Secondo l’antropologia cristiana, ed ancor prima, come ricorda l’Apostolo delle Genti (1Ts 5, 23) l’uomo è un’unità inscindibile di corpo, mente e spirito che interagiscono tra loro nella dimensione esistenziale, della quale il terapeuta si “prende cura”.     Pertanto, sarà necessario considerare sempre la persona nella sua interezza, cioè nella dimensione pneumo-psicosomatica (concezione tridimensionale). C’ė una tale interdipendenza fra queste tre parti, che non ė possibile distinguerle in modo autentico se non attraverso la loro rispettiva relazione né considerarle ciascuna a sé stante senza creare un artefatto. Tale presupposto diventa, pertanto, un aspetto irrinunciabile nella teoria e nella prassi del terapeuta cristiano. Dunque, come ci ricorda un profondo conoscitore dell’animo umano, sant’Agostino, bisogna, innanzitutto, credere per potere capire (“credo ut intelligam”) oltre che capire per credere (“intelligo ut credam”). È chiaro che la nostra mente ci dà le ragioni per credere, ma non può avere la pretesa di assolutizzare la realtà visibile, negando ciò che non riesce a cogliere, in quanto la trascende. Il mondo invisibile, infatti, pur essendo in comunicazione reale, intima e misteriosa con noi, è oltre la nostra dimensione spazio-temporale e, pertanto, non può essere indagato/conosciuto con i tradizionali mezzi/strumenti della scienza. Talvolta le forbici della ragione, autentica espressione di un razionalismo, retaggio di una cultura naturalistico-positivista, tagliano, pregiudizialmente, tutto quello che non conoscono, che non comprendono o che, in taluni casi, non accettano, limitando l’approccio ed il lavoro su tali complesse problematiche con le quali possiamo essere chiamati a confrontarci, nella quotidiana “presa in carico” dei nostri pazienti.

Il mistero della sofferenza e della malattia (fisica, psichica e/o spirituale) si può penetrare solo in preghiera e per grazia. Altrimenti potremo descriverlo, ma non capirlo appieno, guardare senza vedere, sentire senza ascoltare. Si richiedono, allora, anche al terapeuta cristiano, “occhi nuovi”, evitando così il rischio di  scotomizzare ciò che è inscritto nella condizione umana, disattendendo la nostra comune chiamata alla verità. Dunque, anche noi, consapevoli dell’importanza di riuscire a “vedere”, con gli “occhi” della fede diciamo Effatà o, in un linguaggio a noi più vicino, open your eyes!!

Per altri versi, lo Spirito Santo, in quanto Spirito di verità  (Gv 15, 26) ci consente di entrare davvero nella quidditas del processo di demistificazione, così importante per chiamare ogni cosa con il proprio nome e liberare l’uomo da ogni situazione di “non-verità”  e/o dipendenza. Come sappiamo, infatti, solo la verità rende l’uomo libero (Gv 8, 32).

Balza agli occhi in modo evidente come, nella valutazione dei singoli casi, sarà di fondamentale importanza per il terapeuta il ricorso ai carisma di conoscenza ed al carisma di  discernimento, doni che lo Spirito Santo elargisce ai battezzati per il bene comune. Questi carismi sono di fondamentale importanza anche per riconoscere talune manifestazioni di origine diabolica (c.d. mali preternaturali) arrivando  così ad una diagnosi differenziale con i disturbi e le malattie psichiatriche. Si eviterà, in questo modo, che una sintomatologia riconducibile a male malefico, venga ad essere misconosciuta o, addirittura,  contrabbandata come fenomenologia psichiatrica, dato che la prima può mimetizzarsi, fino a confondersi, dietro ai sintomi di una malattia naturale, come ci insegna l’esperienza. Ma è altrettanto vero, al contrario, che possiamo scambiare per possessione diabolica qualcosa che, in realtà, può essere una patologia di natura psichiatrica!

Auspico, in tal senso, la creazione di un’apposita scuola di formazione,  a livello universitario, per operatori sanitari, in una progettualità che riconsideri sempre più gli stretti rapporti tra la dimensione psichica e quella spirituale, entrando nelle complesse dinamiche sottese al mysterium iniquitatis (2Ts 2, 7). Tali problematiche, spesso al centro di accese dispute, ci richiamano, chiaramente, alla necessità di un approccio interdisciplinare e multilivellare, dove le cosiddette scienze umane si incontrano con le scienze religiose e  la psichiatria con la demonologia e l’esorcistica.

Last but not least, uno degli aspetti più pregnanti dell’opera dello Spirito Santo nell’esperienza psicoterapica è senza dubbio quella della rinascita psicologica e spirituale. È quanto Gesù dice a Nicodemo (Gv 3, 1-11) ma è, per altri versi, anche l’esperienza di ogni uomo che, attraverso la psicoterapia cristiana, cambia il proprio modo di “vedere” alla vita ed alle cose del mondo. Anche questo, per il terapeuta cristiano, è dono dello Spirito Santo. Stiamo parlando del carisma della Sapienza. Esso apre il cuore dell’uomo al mistero di Dio. Questo dono spirituale non va assolutamente confuso con la conoscenza umana, la saggezza o il buon senso comune ma è, in parole povere, il “guardare” al mondo e alle cose, con gli “occhi” di Dio.

Tutto questo porta ad elaborare più facilmente le situazioni conflittuali intrapsichiche consce e/o inconsce del soggetto e, attraverso una vera e propria catarsi, dona serenità ed un entusiasmo nuovo. Dall’etimologia stessa della parola -entusiasmo deriva dal greco “en” (dentro) e “thèos” (Dio)- ricaviamo che non è un semplice stato emotivo, né può essere autoindotto (come, ad es, lo stato di eccitamento) ma si tratta di una forza interiore, che nasce dal profondo, capace di farci affrontare e superare, con la giusta determinazione, ogni difficoltà/ostacolo. È, dunque, un’energia vitale che chiamiamo, più propriamente, sobria ebbrezza dello spirito. Questa condizione è, di per se stessa, contagiosa e diffusiva, crea un dinamismo spirituale. 

Da quanto abbiamo fin qui brevemente esposto si evince come il percorso psicoterapico, per ogni cristiano, non possa essere scisso da un personale cammino di fede, nel quale dovrà essere sensibilizzato alle realtà dello spirito e, in modo particolare, alla riscoperta del Sacramento del Battesimo. È l’adozione a figli di Dio, che riceviamo con questo sacramento dell’iniziazione cristiana,  che ci porta ogni volta, nella sua riattualizzazione, ad una vera e propria rinascita, ad un profondo cambiamento interiore. Anche il terapeuta implementerà la propria fede con la preghiera e chiederà allo Spirito Santo di riversare doni e carismi su di lui e sulla persona della quale si è fatta carico in terapia. Ovviamente entrambi dovranno rendersi docili all’azione dello spirito, come ci ricorda l’esperienza di Maria Santissima e degli Apostoli, riuniti in preghiera nel Cenacolo, il giorno di Pentecoste.

Dove è il regno di Dio

«Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17, 21)

Questo sito Sinodalità è nato proprio da queste parole di Gesù. Si cresce insieme in Cristo, nella Chiesa e con l’aiuto di ogni persona.

https://gpcentofanti.altervista.org/una-chiesa-famiglia/?doing_wp_cron=1607081901.5488409996032714843750

Come rovinarsi la vita, di don Fabrizio Centofanti

Ci sono modi sicuri per rovinarsi la vita. Uno di questi è coltivare attese sbagliate. Siamo specializzati in questa pratica. Ci aspettiamo dagli altri ciò che non possono o non vogliono darci, ed ecco la delusione, la rabbia, l’amarezza. 

Come sempre, c’è una via d’uscita dai labirinti della nostra insipienza. Provate a pensare quale possa essere: stiamo diventando esperti in esercizi come questi.

La risposta è semplice: dobbiamo tornare in contatto con noi stessi, sentire la vita a cui partecipiamo, la profondità collegata al tutto. Allora sorrideremo all’idea di aver pensato di appagare il desiderio bevendo a una cisterna screpolata, come scrive, ironicamente, il profeta Geremia.

Un racconto sulla Chiesa futura

https://gpcentofanti.altervista.org/un-racconto-breve-habemus-papam/

La fonte di tutti i problemi, di don Fabrizio Centofanti

Ogni tanto, nella vita, spunta qualcosa che non va. Non parlo delle grandi sofferenze (malattie, lutti, rovesci economici), ma di quei microeventi capaci di inquinare i nostri stati d’animo, se non troviamo gli antidoti efficaci. Anche se ci alziamo bene la mattina, basta un pensiero, una parola, un incontro, e la giornata si rabbuia. Come evitare questo automatismo che rischia di guastare non solo una giornata, ma la vita? Ecco una soluzione in cinque passi.

  1. Prima di tutto, ricordiamo ciò che dicevano i Padri della Chiesa: il nostro cuore è un paradiso terrestre, perché è il luogo dove regna Dio, che l’ha creato. Bisogna tener fermo questo punto, corrispondente alla promessa di Gesù: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Se stiamo con Lui, sperimentiamo un abbandono fiducioso.
  2. Tuttavia, come spiega l’episodio narrato nel libro della Genesi, nel paradiso terrestre c’è un serpente interessato a turbare questa pace. I Padri lo considerano il simbolo del pensiero cattivo, e per questo consigliano il più classico dei discernimenti: chiedere, a ogni pensiero che si affaccia, se sia dei nostri oppure del nemico. Fuor di metafora, il serpente/nemico è il demonio, colui che si è arrogato il compito di toglierci la pace. 
  3. È questa la fonte dei problemi: il pensiero si insinua – magari mascherato da bene – e comunica scoraggiamenti, dubbi, diffidenze, desideri di vendetta, il catalogo corposo  dei veleni che intossicano l’esistenza quotidiana.
  4. A questo punto si comincia a intuire quale sia l’antidoto infallibile: restare uniti a Cristo, che attraverso la memoria dell’amore ci immunizza dalle trame del male. 
  5. Si neutralizza così la fonte dei problemi: non è la garanzia di vite idilliache e prive di dolori, ma il cuore è libero da quella morte che, giorno dopo giorno, vorrebbe conquistare l’anima. La verità vi farà liberi, ha promesso Gesù: c’è da fidarsi della Sua parola.

Video: Nodi che si sciolgono, strade che si aprono

https://www.youtube.com/channel/UChTNif0aOs7lN9gbY9Ja8zw

Corso di preparazione al giudizio universale, di don Fabrizio Centofanti

Si è presentato a tutti, prima o poi, il pensiero del giudizio finale. È cosa da far tremar le vene e i polsi, come ha scritto qualcuno. Pensiamo ai peccati, che a volte consideriamo imperdonabili; o temiamo di non esserci confessati bene, o di non farlo in tempo, prima di morire. Ci ricordiamo di quando rischiammo di essere bocciati o rimandati, l’angoscia dell’interrogazione, l’altolà della Polstrada che ci ferma per qualche infrazione. O avvertiamo un disagio indefinibile, che ci fa vivere un brutto quarto d’ora. 

Ma il giudizio finale non è un terno al lotto, una roulette russa, un “io speriamo che me la cavo”. È noto su che cosa verterà il compito, perché il Vangelo ricorda a chiare lettere la traccia unica proposta in quell’esame: l’amore ricevuto, che eravamo chiamati a custodire e coltivare, e che possiede una natura diffusiva, secondo l’Aquinate: dandogli spazio, finisce col prenderselo tutto. Santa Teresa d’Avila aggiungeva: se accogli Gesù, non te lo togli di torno. È il modo migliore per rapportarci al giudizio universale: pensare all’amore di Dio, così sorprendente da far sentire scolari modello degli asini patentati come noi.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén