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Libera ricerca del vero

Mese: Febbraio 2021

Mauro Scardovelli, Cosa accadde nel 1981

https://gpcentofanti.altervista.org/il-prodramma/

De Palo, Favorire la natalità

https://m.famigliacristiana.it/articolo/de-palo-al-nuovo-governo-importante-agire-subito-per-far-ripartire-la-natalita.htm

Santa Faustina e Gesù

Fonte: Di Wlodzimierz Redzioch ACIstampa


“Oggi il mio pensiero va al Santuario di Płock, in Polonia, dove novant’anni fa il Signore Gesù si manifestò a Santa Faustina Kowalska, affidandole uno speciale messaggio della Divina Misericordia. Mediante San Giovanni Paolo II, quel messaggio è giunto al mondo intero, e non è altro che il Vangelo di Gesù Cristo, morto e risorto, che ci dona la misericordia del Padre. Apriamogli il cuore, dicendo con fede: ‘Gesù, confido in Te’”.

Con queste parole pronunciate dopo la preghiera dell’Angelus del 21 febbraio Papa Francesco ha ricordato l’anniversario di questo evento straordinario che fu l’apparizione di Gesù Misericordioso a suor Faustina nel lontano 1931. Ecco i fatti accaduti nella città polacca di Płock situata sul fiume Vistola a nord-ovest di Varsavia. 

Una giovane suora della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, Faustina la sera del 22 febbraio – fu la prima domenica della Quaresima – si trovava nella sua cella del convento nella città polacca di Plock. Ecco cosa scrive nel suo Diario per ricordare quel giorno: “La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore… Dopo un sitante Gesù mi disse: ‘Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella e poi nel mondo intero. Prometto che l’anima, che venererà questa immagine non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma particolarmente nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria’”.  

Quel 22 febbraio Gesù affida a questa semplice sorella due compiti: dipingere la Sua immagine e far conoscere quella immagine nel mondo intero, cominciando dalla sua congregazione.

Come di solito Suor Faustina rivelò questa sua visione al suo confessore che diede poca importanza al fatto, dicendo: “Questo riguarda la tua anima. Dipingi l’immagine di Dio nella tua anima”. Ma appena uscita dal confessionale ebbe un’altra visione di Gesù che disse: “La mia immagine c’è nella tua anima. Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai con il pennello venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la Festa della Misericordia”.   

La volontà del Signore si è adempiuta quando fu dipinta la famosa immagine di Gesù Misericordioso con la scritta “Gesù, confido in Te”, e quando Giovanni Paolo II introdusse nella Chiesa una nuova festa: Domenica della Divina Misericordia.   

Papa Francesco ha ricordato il 90 ° anniversario della prima apparizione di Gesù Misericordioso a Suor Faustina non soltanto all’Angelus, ma ha scritto anche una speciale lettera a mons. Piotr Libera, vescovo di Płock, con la quale vuole unirsi spiritualmente alle celebrazioni e alla preghiera dei fedeli. “Condivido la gioia della Chiesa di Płock – scrive Francesco – che questo evento particolare sia ormai conosciuto nel mondo intero e rimanga vivo nei cuori dei fedeli. In occasione di suddetto anniversario voglio riportare anche altre parole del Signore Gesù, annotate dalla Santa nel suo ‘Diario’: ‘L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla mia misericordia’”. Perciò il Papa incoraggia tutti i fedeli di “domandare a Cristo il dono della misericordia. Che essa ci pervada e ci penetri. Abbiamo coraggio di tornare da Gesù, per incontrare il Suo amore e la Sua misericordia nei sacramenti. Sperimentiamo la Sua vicinanza e tenerezza, così allora anche noi saremo più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono e di carità”.

Nella lettera Francesco ricorda san Giovanni Paolo II, Apostolo della Misericordia, sottolineando il suo desidero di far arrivare il messaggio dell’amore misericordioso di Dio a tutti gli abitanti della terra e citando le sue parole pronunciate nel santuario di Cracovia-Łagiewniki, il 17 agosto 2002: “Bisogna trasmettere al mondo il fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità”. Per il Papa “trasmettete al mondo il fuoco di Gesù Misericordioso”, questa è una “particolare sfida per la Chiesa di Płock, privilegiata dalla rivelazione, per la Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, per la città di Płock e per ognuno di voi”. 

Marcello Silvestri, Tempora (2)

Marcello Silvestri, Tempora

Il pittore Marcello Silvestri

Illustre maestro,

faccio seguito alla Sua cortese e-mail del 28 settembre u.s., con cui ha voluto inviarmi le immagini di alcune Sue opere, corredate da schede esplicative, e mi congratulo per l’intensità con cui riesce a legare la Parola di Dio e la grammatica dell’arte contemporanea, attraverso un linguaggio espressivo capace di coinvolgere l’osservatore.

Il suo modo di unire l’utilizzo dei diversi materiali (legno, sabbia, gesso, tela, intonaco…) con l’intensità del colore le permette di comunicare, non solo un’emozione ma, soprattutto, un contenuto che diventa annuncio.

+ Rino Fisichella

Messaggio del Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione

Micalizzi su Draghi

https://gpcentofanti.altervista.org/un-necessario-salto-di-qualita/

Victor Manuel Fernandez, Una internazionale di Francesco

Limes, Mario Draghi

https://gpcentofanti.altervista.org/crematopolitica-e-aggregatori-di-orientamenti/

Davidia Zucchelli, Finanza sostenibile, una nuova consapevolezza

L’economia si definisce sostenibile quando consente di raggiungere lo sviluppo e la crescita nel rispetto dell’umanità e dell’ambiente. La finanza può essere definita tale quando a sua volta supporta un’economia sostenibile. Sono definizioni evidentemente molto semplificate, ma è tuttora difficile riportarne una esaustiva, poiché si tratta di un tema in divenire, i cui confini non sono tuttora chiaramente delineati. 

Con questo breve scritto intendo soffermarmi a riflettere sulla posizione assunta dalle banche e dalle istituzioni finanziarie nel processo di trasformazione in atto tanto nei Paesi con economie più “avanzate”, quanto in quelli che si è soliti definire, con una certa imprecisione, “emergenti”. 

Quella che segue non vuole certo essere una analisi delle responsabilità etiche di tali istituzioni. Le banche sono espressione dell’umanità del loro tempo, come ogni altra entità (enti e istituzioni, pubblici e privati), sia essa economica e/o sociale (scuola, ospedali ….). La finanza, per quanto astrusa, complessa, ostica, è anch’essa un’attività umana. Ed è proprio in un ambito percepito come avverso, che è necessario soffermarsi a riflettere su cosa significhi realizzare – o almeno perseguire – obiettivi sostenibili, come definiti dalla normativa internazionale e nazionale e dalla prassi che si va diffondendo. 

Come il passato ci ha mostrato, anche le banche possono cadere in comportamenti inadeguati, eticamente discutibili, ma oltre a svolgere un’essenziale funzione di intermediazione, esse sono ora chiamate ad assumere un ruolo primario nel controllo e nella guida di taluni profili sociali e ambientali. 

Fonti normative e operative

Le tematiche ESG – environmental, social and governance – comprendono il complesso di attività necessarie per realizzare investimenti che possano dirsi responsabili in quanto attenti agli aspetti di natura ambientale, sociale e di governance. Da tempo, esse sono oggetto di attenzione non solo delle autorità centrali, ma anche degli operatori economici. Il coinvolgimento diretto delle banche nelle problematiche ESG è invece più recente, benché in rapida crescita. 

Al riguardo occorre considerare che, sebbene la triade Environmental, Social and Governance sia spesso considerata inscindibile, per il mondo bancario a essere diventato centrale negli ultimi anni è il tema ambientale, specie per ciò che concerne i problemi legati al cambiamento climatico, essenzialmente in ragione dell’esposizione verso questa tipologia di rischio di molte controparti.

Si tratta peraltro di profili di rischio che determinano il valore stesso delle banche – a cui gli amministratori che le guidano sono ovviamente molto attenti – e che sono oggetto di analisi da parte di investitori ed agenzie di rating da tempo. Nuova è l’attenzione con cui vengono seguiti, sostenuta dagli accordi internazionali che sono stati raggiunti negli anni scorsi, volti a promuovere investimenti in linea con i principi ESG, fra i quali in particolare l’Accordo di Parigi e l’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, entrambi del 2015. Un impulso determinante è derivato dal Piano d’azione europeo per la Finanza Sostenibile, emesso dalla Commissione europea nel 2018. Tali provvedimenti riguardano specificamente le banche, poiché esse coprono gran parte dei sistemi finanziari in tutto il mondo, ma anche perché hanno una expertise nella gestione dei rischi che le rende capaci di evitare che il rispetto della sostenibilità possa realizzarsi a scapito della stabilità finanziaria.  

La conversione verso forme di finanza sostenibile non è richiesta solo dalla regolamentazione, anzi in molti casi il ruolo degli ambientalisti e della società civile è stato determinante nell’attivare le autorità competenti. Gli stakeholders bancari (i clienti in primo luogo) si dimostrano sempre più interessati alle problematiche ESG e chiedono che le decisioni di asset allocation siano in linea con i Principles for Responsible Investment

Ne consegue che le banche sono sempre più sollecitate a rifocalizzare i loro obiettivi strategici verso la sosteniblità e ad effettuare ulteriori rilevanti investimenti, finanziari ed organizzativi. La spinta ESG potrebbe però offrire loro la possibilità di entrare in nuovi mercati (con prodotti remunerati, che consentiranno una più ampia diversificazione operativa) e di essere in sintonia con gli investitori sensibili al tema, un’opportunità questa per riconquistare appieno la fiducia della clientela.

Le aree ESG

La Commissione europea, nella sua definizione di finanza sostenibile, ha indicato fra gli obiettivi essenziali il contributo della finanza a una crescita sostenibile e inclusiva, in particolare, attraverso il finanziamento delle necessità di lungo termine della società. L’inclusione – aspetto fondamentale che rientra nella sostenibilità – riguarda sia la raccolta del risparmio (l’accesso ai conti correnti) sia l’erogazione del credito (l’accesso al credito) che devono soddisfare criteri di adeguatezza economica ma sono nel contempo necessari per il funzionamento dell’economia.

D’altra parte, il coinvolgimento delle banche nelle tematiche ESG avviene in molti modi, a volte direttamente, altre indirettamente, spesso in maniera complessa. Di seguito se ne vedranno alcuni degli aspetti più rilevaniti.

Il rischio ambientale 

Il rischio connesso all’attività di credito, cioè all’erogazione di finanziamenti a imprese e famiglie, è il più rilevante. È noto il peso che le sofferenze – cioè i prestiti non rimborsati – hanno avuto negli ultimi anni, con conseguenze pesanti sia per le banche sia per la collettività che in non pochi Paesi (europei, ma non solo) ha dovuto partecipare al ripianamento delle perdite. 

L’attività di credito comporta la valutazione delle nuove tipologie di rischio ESG. In quest’ambito, la banca è coinvolta perché può subire il fallimento delle imprese finanziate, ma anche nel momento in cui esercita la funzione creditizia, ovvero quando decide preventivamente quali imprese finanziare e a quali condizioni.

L’attuale prevalenza delle problematiche ambientali emerge nel fatto che ora trovano maggiore diffusione gli strumenti green, piuttosto che altri prodotti social volti alla tutela dei diritti umani o del lavoro. Le emissioni di prestiti e di obbligazioni green sono attese in forte aumento sostenute da una domanda crescente da imprese green anche per il fatto che possono beneficiare del minor costo che il mercato riconosce al ricorso al debito green e a quello ESG. Esse offrono interessanti opportunità di investimento, poiché il rischio di mancato rimborso è in genere inferiore rispetto a quello di imprese analoghe, ma non green

L’esposizione diretta delle banche al rischio ambientale non è elevata. Si tratta piuttosto di una esposizione indiretta che può essere mitigata attraverso un’adeguata diversificazione sia per settore sia per area geografica e da appropriate coperture. Una elevata esposizione al settore agricolo rappresenta un fattore di debolezza. Le banche agricole attive in Africa e in America Latina sono pertanto più direttamente esposte ai rischi ambientali rispetto alle loro concorrenti in altri continenti. In Etiopia, Kenya o Rwanda, l’agricoltura copre oltre il 30% del PIL. 

La posizione delle banche nei paesi con economie più evolute è avvantaggiata dalla possibilità di stipulare adeguate coperture assicurative. Al riguardo basti pensare al rischio uragani negli USA, che, essendo coperto da sussidi pubblici e da speciali forme assicurative, ha avuto effetti rilevanti, ma sicuramente inferiori a quelli che analoghi eventi avrebbero prodotto in Paesi finanziariamente meno strutturati.

Le tematiche sociali 

La pandemia ha amplificato le problematiche sociali, già aggravatesi con la crisi internazionale del decennio scorso, facendone emergere i contenuti morali ed economici. 

Un fattore ritenuto in passato un punto di forza, ma che si è poi affievolito con l’affermarsi della digitalizzazione e dell’online banking, è il legame con il territorio. La funzione-obiettivo delle banche locali spesso non consiste solo nel ritorno economico degli investitori nel capitale, ma considera esplicitamente i benefici per le diverse categorie di stakeholder. Le banche locali si caratterizzano anche per processi di erogazione del credito maggiormente basati sulla conoscenza diretta della clientela e sull’informazione non strutturata, la cd. soft information, che possono attenuare l’impatto sul territorio degli shock negativi in termini di sostegno finanziario all’economia. 

Al tempo stesso, però, i medesimi fattori distintivi delle banche locali le espongono a rischi di “cattura” da parte della comunità locale, alle ripercussioni negative (sulla qualità del credito, sugli equilibri di bilancio) di una scarsa diversificazione del portafoglio, alle difficoltà di valutare il merito di credito della clientela quando questa opera in ambiti meno tradizionali per tali banche.

In ambito ESG, fattori sociali possono essere ricondotti a provvedimenti legislativi con finalità di sostegno finanziario in taluni settori economici o in aree territoriali. 

La funzione sociale delle banche è stata ampiamente dibattuta in passato, sotto la spinta delle privatizzazioni che hanno riguardato come noto tutti i settori dell’economia. 

L’intervento pubblico nella gestione delle banche è sempre stato incisivo, ovunque nel mondo in attuazione di obiettivi sociali (si pensi da ultimo alle misure adottate per il Covid-19, quali le garanzie o le agevolazioni concesse). Fra gli esempi locali più rilevanti, in Bolivia, nel 2015 il governo ha imposto alle banche di distribuire una quota minima di credito, a tasso massimo, alle cosiddette industrie produttive e all’edilizia popolare. In vari Paesi dell’Est Europa, a causa del forte deprezzamento del cambio determinato dalla crisi economica del decennio scorso, le banche centrali hanno imposto la conversione in valuta locale dei mutui concessi alle famiglie, a condizioni per loro molto favorevoli. 

Tuttavia, le banche stesse possono assumere comportamenti che danneggiano la collettività, con pesanti conseguenze sulla relazione di clientela per l’intero sistema. Fra gli esempi più gravi, basta ricordare la vendita fraudolenta di assicurazioni o piani pensionistici (mis-selling) nelle quattro maggiori banche inglesi, condannate a pagare multe per 37 miliardi di sterline, accumulate fino al 2018. Nel nostro paese, la cessione di derivati a vari enti locali da parte di grandi banche internazionali rimane una questione irrisolta.  

I temi di ordine sociale possono rappresentare delle opportunità per le stesse banche al fine della costruzione di un rapporto fiduciario duraturo. Una più diffusa inclusione finanziaria e l’agevole accesso ai servizi bancari sostengono lo sviluppo economico di un Paese, ma favoriscono anche la crescita dello stesso sistema bancario. 

Analogamente, nei Paesi emergenti, la microfinanza, se da una parte consente l’accesso al credito a soggetti che altrimenti non lo otterebbero, dall’altra può rappresentare opportunità di business, in ottica di lungo periodo. 

È recente, nel nostro paese, la discussione sul “debito buono” – un chiaro esempio di prodotto finanziario sostenibile, riferito al settore pubblico – quello cioè che si assume a fronte di investimenti e non di spesa improduttiva che non potrà in futuro essere rimborsata, capace di creare benessere sociale sostenibile nel tempo. La selezione degli investimenti “giusti” deve essere effettuata dalle autorità centrali, ma non è escluso che le banche siano chiamate a collaborare alla valutazione e selezione, nonché alla gestione dei rischi (ora nella prospettiva del Recovery o Next Generation Plan della UE), come è stato in passato nella gestione della finanza agevolata. 

Un importante esempio di emissione social è l’Eurobond Sure, destinato al sostegno della disoccupazione nella UE, emesso a fine ottobre per 17 miliardi, che ha ottenuto una richiesta per ben 233 miliardi di euro.

Sono questi solo alcuni esempi, sufficienti però a evidenziare la rilevanza sociale dell’attività bancaria e finanziaria.

I profili di governance

Mentre i profili ambientali e sociali sono guidati da fattori esterni, come la regolamentazione e i cambiamenti demografici, i rischi di governance, ossia di direzione, sono essenzialmente interni alle banche. 

Difetti nella governance determinano in particolare rischi reputazionali, che sono in genere più elevati nelle banche di maggiori dimensioni, perché coinvolgono un maggior numero di persone.  

Una governance carente può portare al coinvolgimento in operazioni di riciclaggio o al mancato rispetto di leggi fiscali, dovute ad un funzionamento non corretto delle procedure interne di controllo, con pesanti conseguenze sulla reputazione della banca stessa e sulla sua capacità di raccolta del risparmio. Fra i più recenti, si pensi al caso della frode bancaria del 2014, in Moldavia, per un valore superiore al 10% del PIL nazionale. 

I fattori di governance sono rilevanti ovunque nel mondo, ma con talune specificità. In alcuni Paesi dell’Est Europa, in particolare Russia e Ucraina, ad esempio la commistione banca-impresa, con forme di controllo incrociato genera pericolosi conflitti di interesse. In Italia, significativo è stato il caso della Banca Popolare di Vicenza.  

Quanto precede mostra chiaramente l’importanza dei profili ESG per l’attività finanziaria e la costruzione di un’economia sostenibile e spiega perché l’aspettativa che le banche adottino elementi di valutazione ESG sta rapidamente crescendo fra gli investitori e nella società tutta. Attualmente tuttavia, gli sforzi appaiono concentrati quasi esclusivamente nell’area ambientale e molto rimane da fare.  

Entrare attivamente nella gestione delle tematiche ESG è occasione non solo di rispettare esigenze considerate ora primarie, ma anche per attuare un nuovo modo di fare banca, che contribuisca alla creazione del valore non solo attraverso indicatori economici ma anche adeguate politiche ambientali, sociali e di governance. Le tematiche ESG rappresentano un’opportunitù per le banche di recuperare la fiducia della collettività, con la consapevolezza dell’importanza del ruolo che esse svolgono e che la società richiede loro, ovvero quello di artefici dello sviluppo sociale ed economico per una crescita realmente sostenibile, equa e inclusiva. 

Fonte: Munera 1/2021

Guido Oldani, La Trasfigurazione, (II domenica di quaresima, anno b)

Mc 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

LA TRASFIGURAZIONE

dopo una camminata su in salita

sono così sbiancati i suoi vestiti

che nessun detersivo l’ha ottenuto.

“tre capanne facciamo per voialtri

che in questo luogo noi si sta benone”

esclama pietro a cristo ed ai compagni

ma una nuvola che è un altoparlante

toglie gli apparsi, spara: “questo è il figlio”

tornano a casa lieti ma in scompiglio.

M. Rupnik, Ascolto dello Spirito

Il card. Muller e il grande reset

https://www.marcotosatti.com/2021/02/06/muller-il-capital-socialismo-big-tech-e-cina-ci-rendera-tutti-schiavi/

Aggregatori di notizie e aggregatori di libere interpretazioni

https://gpcentofanti.altervista.org/crematopolitica-e-aggregatori-di-orientamenti/

Marco Guzzi, Una società che spegne

Zamagni su Draghi

Professor Zamagni, lei conosce bene Mario Draghi …

«Come no, lo conosco da almeno 35 anni, anche se lui è più giovane di me. Tra le altre cose ha insegnato all’ Istituto Cesare Alfieri, l’ ateneo di scienze politiche di Firenze da cui è uscita una buona parte della classe dirigente del Paese, dove insegnava anche mia moglie Vera, anche lei economista. Poi andò via, per approdare alla banca d’ affari Goldman Sachs …

L’ economista Stefano Zamagni, instancabile divulgatore dell’ economia civile, padre degli studi del Terzo settore, docente emerito di economia a Bologna, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, è di ottimo umore, preso da mille impegni, a 78 anni. Ha anche trovato il tempo di fondare un partito di ispirazione cattolica, dal nome “Insieme” («possiamo arrivare al 20 per cento»). E poi le conferenze, le lezioni alla John Hopkins University, le letture, i viaggi…

Lei che lo conosce da vicino, che tipo è? Draghi è così austero anche in privato?

«Altroche. Per farlo sorridere bisogna fargli il solletico ai piedi. Non sembra nemmeno un romano. E’ un nordico, fondamentalmente, sembra più un olandese, un norvegese, un tedesco della Westfalia. Tirato, magro.  Del resto chi si occupa di finanza deve essere un po’ così. L’ ha mai visto un pacioccone nei salotti della finanza?».

E’ stato lei a proporlo nel consiglio della Pontifica Accademia delle Scienze sociali, che si riunisce nella meravigliosa Casina Pio IV, perla dei Giardini vaticani….

«Certo che l’ ho proposto. Anche perché è molto preparato, competente e onesto intellettualmente. Ha una visione dell’ economia di mercato che non è esattamente quella che è favorita da papa Francesco, ma è analoga nei suoi obiettivi e nelle sue linee guida. Del resto per accedere all’ Accademia servono fondamentalmente due cose: la competenza (e di questo me ne incarico io insieme al cancelliere, il vescovo argentino Marcelo Sànchez Sorondo) e la cosiddetta “probità”, ovvero la fama morale di galantuomo, di cui si occupa la Segreteria di Stato. In accademia ci sono credenti e non credenti e quindi l’ adesione non è in base al proprio credo. Non ci sono censure, tutti possono parlare liberamente. La composizione va nella direzione della parità di genere, stiamo per raggiungere il 50 e 50».

Draghi comunque è un credente.

«Verissimo, è molto cattolico. Un cattolico serio». 

In cosa differiscono la visione di Francesco e quella di Draghi?

«La dottrina sociale della Chiesa è basata su principi che rimangono sempre gli stessi. La declinazione di tali principi invece si rapporta al contesto storico. Questo papa ritiene che il modello tuttora dominante di economia di mercato capitalistico non sia più adeguato a raggiungere i tre obiettivi fondamentali: sostenibilità ambientale (e sfido chiunque a negarlo); abolizione delle diseguaglianze e centralità della persona umana. Questo modello di economia di mercato sta distruggendo l’ ambiente in una misura talmente preoccupante che tutti ne parlano. Inoltre ha aumentato le diseguaglianze sociali, che sono anche un impedimento al processo di sviluppo. Terzo: questo modello di economia di mercato restringe gli spazi della pubblica felicità. A questo punto basterebbe che uno citasse l’ ultimo libro di Angus Deaton, Deaths of despair and the future of capitalism: un libro agghiacciante che mostra come negli Usa i suicidi e le morti legate alle depressioni hanno raggiunto dei picchi scandalosi».

E in che cosa si differenzia Draghi?

«Anche Draghi condivide tutto questo. Tanto è vero che il titolo del programma di governo che vedrà presto la luce come premier è “coesione sociale”.  E’ questo il suo obiettivo. Ciò su cui ci possono essere differenze sono gli strumenti, non i fini, ma si tratta di differenze minime forse lui è più favorevole al libero mercato, è meno propenso a correttivi e limitazioni, e non potrebbe essere diversamente essendo un uomo della finanza. Certo gli strumenti che predilige non sono quelli del Conte giallo-verde o del Conte-giallo-rosso».

E cioè?

«Niente sussidi a pioggia. Come il reddito di cittadinanza, niente assistenzialismo, ma sussidi mirati per chi non ce la fa. Penso al reddito di cittadinanza perché si sono ingrossati i portafogli di chi non ne aveva bisogno. E niente finanziamenti a imprese decotte, incapaci di risorgere, di spiccare il volo perché obsolete e incapaci di reagire alla crisi».

Viene in mente Alitalia.

«Alitalia è un caso esemplare. Bisognava intervenire e invece si è lasciata l’ azienda a cuocere fino a quando è diventata decotta».

Che succederà quando a fine marzo scadrà il blocco dei licenziamenti?

«Succederà che il blocco non verrà prorogato e che molte aziende dovranno chiudere e molta gente rimarrà senza lavoro. Ma non per colpa degli astri, della pandemia o di Draghi, ma perché i loro managers non hanno capito che andavano posti dei rimedi ben prima della pandemia. Ecco allora il vero punto interrogativo: i partiti che fino a ora hanno implementato politiche di tipo assistenzialistico come i Cinque Stelle o come la Lega con la quota 100 continueranno a sostenere Draghi? Idem per il Pd. I partiti hanno continuato a dare aspirina a un paziente che doveva essere operato».

E ora è arrivato il chirurgo …
«Sì ma il chirurgo rimuove il tumore e salva la vita. L’ aspirina è solo un placebo o un antidolorifico che non risolve nulla o crea la piaga purulenta. Chi dei due mi salva veramente? I sussidi non evitano i licenziamenti, semplicemente differiscono il momento in cui arriveranno».

Il Terzo Settore ha salutato Draghi con giubilo …

«E come potrebbe essere diversamente? Lo sanno anche i bambini che i due governi precedenti di Conte non solo hanno penalizzato ma hanno boicottato la legge di riforma del Terzo Settore, che è una cosa gravissima. Era entrata in vigore nel 2018 ma i provvedimenti più importanti non sono stati emanati. I 5 Stelle sono contrari alla logica del Terzo settore che è quella della sussidiarietà. Il Terzo Settore non ne poteva letteralmente più di Conte uno e due. Nella gestione della pandemia è stata fatta una concorrenza sleale perché si sono fatti raccogliere i fondi, utilizzando la Tv per lanciare messaggi, alla protezione civile sottraendoli indirettamente alle cooperative del Terzo settore. Sapesse quante cooperative sociali hanno dovuto chiudere». Fonte: Famiglia Cristiana

Guido Oldani, La quarantena (I domenica di quaresima, anno b)

Mc 1,12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

LA QUARANTENA

non è una bomboletta dello spray

lo spirito che spinge il nazareno

lontano nel deserto in quarantena.

lì c’è la bestia che fa il suo mestiere

ma pure gli svolazzi addetti al cielo

e nel mentre giovanni sta in galera

lui va a finire nella galilea

e sbotta: fate i fatti del vangelo.

Alcuni economisti cattolici su Draghi

Il parere di alcuni economisti cattolici su Draghi, Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Il nuovo presidente incaricato di formare il Governo sarà all’altezza su temi come famiglia e giovani? Le proposte cattoliche saranno prese in considerazione? E’ presto per dirlo, come spiegano Belletti e Bruni

Mario Draghi verrà incontro alle aspettative e alle richieste degli economisti cattolici? Per ora quest’ultimi sono prudenti, come dimostrano le dichiarazioni di Francesco Belletti e Luigino Bruni al settimanale Famiglia Cristiana. Nessuna corsa ad “abbracciare Draghi”, ma si attendono fatti concreti rispetto alle battaglie del mondo cattolico. In particolare sugli interventi per famiglia e giovani.

Francesco Belletti: basta parlare di Recovery Plan

«Basta parlare di Recovery Plan, parliamo piuttosto di Next Generation EU L’Europa stessa chiede che tutte le ingenti risorse messe a disposizione per ripartire, dopo la pandemia e la connessa crisi economica, siano a servizio delle generazioni future. E siamo convinti che anche Mario Draghi, grazie alla sua preziosa e indiscussa esperienza europea, condivida l’idea che ogni sostegno alla famiglia non sia spesa assistenziale, ma investimento sul futuro».

Questa l’istanza di Francesco Belletti, direttore del Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia, espressa nel Primo Piano sul numero, in edicola dall’11 febbraio, di Famiglia Cristiana. Istanza che contiene anche il condivisibile timore che i traguardi raggiunti dal tema famiglia, l’approvazione del Family Act, un piano organico di sostegno alle famiglie, e soprattutto l’introduzione dell’assegno unico per figlio, vengano ridiscussi.

200 euro mensili per ogni figlio under 21

«Chiediamo al premier incaricato Mario Draghi e a tutti i partiti che sosterranno un nuovo progetto di governo» del Paese di mantenere l’impegno a erogare «un assegno di almeno 200 euro mensili per ogni figlio sotto i 21 anni» continua Belletti.

«Con un nuovo Governo, la sensazione che molti impegni potranno e dovranno essere ridiscussi non fa stare tranquille le famiglie italiane, troppo spesso illuse da mirabolanti promesse e poi disilluse da concreti impegni assolutamente marginali», scrive ancora il direttore del Cisf.

“La nascita di un figlio non sia una preoccupazione”

Ma per le famiglie non basteranno le erogazioni in denaro per vedere riconosciuto e promosso il loro importante ruolo nella società. «Serviranno anche investimenti in asili nido, in servizi per la conciliazione famiglia lavoro, sostegni importanti per promuovere la digitalizzazione del lavoro a domicilio e la didattica a distanza, supporti per i giovani in cerca di lavoro. Servirà soprattutto un contesto sociale, economico e culturale in cui la nascita di un figlio tornerà a essere soprattutto una gioia, e non una preoccupazione».

Luigino Bruni: aspetterai a beatificare Draghi

«Io aspetterei a beatificare Draghi prima di vederlo all’opera. Su quali basi possiamo dire che da un premier con questa formazione, con questa mentalità finanziaria, arriveranno attenzione ai corpi intermedi e vantaggi per le fasce sociali più deboli? Non abbiamo nessun elemento serio per pensare ora che Draghi sarà più sensibile al terzo settore, alla sussidiarietà e alla tradizione della Dottrina sociale della Chiesa di quanto non lo sia stato Conte o i suoi predecessori».

Il coro del mondo cattolico in favore di Mario Draghi e del suo presunto cattolicesimo sociale viene interrotto – in un’intervista a Famiglia Cristiana – da un economista molto ascoltato da papa Francesco, Luigino Bruni, esponente dei Focolari e promotore dell’incontro globale di Assisi “The Economy of Francesco“, con giovani imprenditori e manager di tutto il mondo.

Da CL all’Accademia delle Scienze

«Mi sorprende quest’esultanza di tanti cattolici per l’avvento di Mario Draghi al Governo. Certo, si è parlato dei suoi studi dai gesuiti, della sua partecipazione ai riti della parrocchia romana di San Bellarmino, della laurea honoris causa all’Università Cattolica, della conferenza al Meeting di Rimini di Comunione e liberazione, dell’appartenenza alla Pontificia Accademia delle Scienze».

«Tutto questo può essere incoraggiante ma non lo rende automaticamente un protagonista e un fautore del cattolicesimo sociale. Anche perché ci sono altri aspetti della sua carriera che fanno pensare che possa andare in direzione diversa, se non opposta”, prende le distanze Bruni, autorevole studioso del Terzo settore».

Luigino Bruni, professore ordinario di Economia politica presso l’Università Lumsa

“Non ti viene in mente il pensiero cattolico applicato all’economia”

La Chiesa, osserva Bruni, «non ha mai espresso simpatia per la grande finanza. Anche papa Francesco, nel solco dei suoi predecessori, ha detto di tutto e di più sui suoi limiti quando la finanza finisce per diventare prima dimensione dell’economia»,

«Se pensi a Draghi – continua l’economista cattolico – non ti viene in mente il pensiero cattolico applicato all’economia ma il suo ruolo di grand commis, di tecnico della finanza, di economista serio e preparato di fama internazionale, di banchiere. Tutte grandi cose, ma che non ci fanno automaticamente pensare a un economista di formazione cattolica».

Insomma, «finché questo governo non opererà e farà cose concrete non abbiamo elementi per sapere se farà cose peggiori o migliori degli esecutivi precedenti». In altre parole, conclude Bruni, «non diamo premi prima dell’inizio della gara» (ANSA, 10 febbraio).

Padre Scannone sul discernimento

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/j-c-scannone-discernimento/

Card. De Donatis, Messa Madonna della Fiducia

Guido Oldani, Mercoledì delle ceneri

Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
 
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

MERCOLEDI’ DELLE CENERI

la cenere, degli angeli è il respiro,

ne basta un solo pizzico sul capo

e capisci che vali un soldo buco.

è l’avanzo di un crepitante fuoco

(rosso come il semaforo che arresta)

dei rami per la festa delle palme

potati dall’ulivo e benedetti,

in quest’ultimo anno che è trascorso,

tra bene e male incluso anche il rimorso.

Salvini collabora col governo?

https://www.antoniosocci.com/ecco-perche-lega-e-draghi-possono-incontrarsi-e-collaborare-e-draghi-non-sarebbe-un-nuovo-monti/#more-9222

Cambiamenti del conclave?

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/02/06/la-riforma-del-conclave-che-fa-storcere-il-naso-alle-gerarchie-ecclesiastiche/6086383/

Guido Oldani, Palloni gonfiati (Mercoledì delle ceneri)

Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
 
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

PALLONI GONFIATI

passi la carità di tasca in tasca

senza che emerga troppo, su alla vista

come chi al tempio e fuori tiene esposta.

e se preghi sii un ago in un pagliaio

non pari a chi, tra sinagoga e piazza,

sventola come una bandiera e mezza

e al digiuno non essere un calzino

ma profumato con il viso lieto;

essi hanno qui, di già , la loro parte,

ma il cielo avrete voi, tutto completo.

M. Grech, Chiesa sinodale

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-02/grech-impegno-chiesa-sempre-sinodale-intervista.html

Mons. Enrico Dal Covolo, Festival internazionale della creatività

https://app.mailvox.it/nl/pvjfmd/hy4ald/hmaw7up/uf/5/aHR0cHM6Ly92aW1lby5jb20vNTEwNjEwODY3LzZkODE4NzAwYTg?_d=619&_c=4e62ebbe A questo link l’intervento inaugurale di mons. Dal Covolo.

Vangelo di oggi con commento

https://gpcentofanti.wordpress.com/

Paolo Becchi sul passaggio attuale

https://www.byoblu.com/2021/02/05/becchi-sostiene-draghi-si-e-bevuto-il-cervello-chiediamoglielo-byoblu24/

https://gpcentofanti.altervista.org/lambiguocrazia/

Dom Ildebrando Scicolone, La liturgia del matrimonio

La fede sommersa nei Diari di Gabriele De Rosa

“LA FEDE SOMMERSA” (UCRAINA) nei Diari di Gabriele De Rosa

Roma,16 febbraio 2002, sabato

    Ieri, Nina Kavalska, ambasciatrice dell’Ucraina presso la Santa Sede in visita all’Istituto Sturzo. Media statura, vestita con molta semplicità, con uno sguardo vivo e intelligente, ha commentato il programma che stiamo elaborando a Vicenza per il convegno sull’Ucraina. Vorrebbe che si parlasse meno di Medioevo, dell’età Kieviana, di Slavia latina e Slavia ortodossa e più della storiografia contemporanea. Nel complesso era gioiosa di quanto si fa a Vicenza per questo colloquio, che vedrà presenti una nutrita pattuglia di intellettuali del Centro-est. E la prima impegnativa iniziativa culturale che si fa in Italia sulla condizione attuale dell’Ucraina di fronte alla prospettiva europea. Non so se ho chiesto troppo al mio Istituto, che il mese scorso sembrava dovesse naufragare in un mare di debiti, ma io non pensavo ancora a lasciare la presa, che cosa ne sarebbe dell’esperienza accumulata in questi anni recenti sulla percezione dei nuovi spazi che si sono creati attorno al Veneto, fra Centro e Sud est, e Roma? Perché non riprendere il filo di quella spiritualità Kieviana, che per l’ultima volta aleggiò a Firenze nel Concilio del 1439? Perché non impegnarsi a fare confluire i rivoli, che possono diventare fiumi, delle tradizioni culturali, spirituali dell’Oriente cristiano, con la nuova Chiesa di Roma, quella che sentiamo adombrata nei viaggi e nelle vie del perdono di Giovanni Paolo II? Non sarebbe ora di mettere da parte la coperta consunta del fanatismo carolingio?

Roma, 5 marzo 2002, martedì 

Stringono i tempi per la preparazione del convegno a Vicenza sull’Ucraina. Sarà la fase culminante del mio lungo operare per una cristianità più dolce e raccolta, più testimonianza di Dio, che di obbedienze precettistiche e sinodali. Soffriamo troppo per una società cristiana, ammalata di inimicizie e rancori corinzi,       come leggiamo nella prima lettera di San Paolo.

Questioni attuali Vaticano- Conferenza Episcopale Tedesca

http://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/news/2021/2021-02-08-open-letter-cardinal-koch.html

Franca Giansoldati, Il papa e la fratellanza universale

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Per la seconda volta nell’arco di qualche mese Papa Francesco ha raccolto il plauso della Massoneria e l’incoraggiamento a rafforzare il concetto di fratellanza, al centro dell’importante documento inter-religioso siglato dal Papa e dal Grande Imam di Al Azhar negli Emirati Arabi Uniti, durante il viaggio apostolico di due anni fa ( papa-francesco_20190204_documento-fratellanza-umana.html ). Poco dopo la diffusione di questo documento storico la Gran Loggia spagnola aveva diffuso un messaggio pubblico invitando «tutti i massoni del mondo a unirsi alla petizione di Papa Francesco per la fratellanza tra persone di diverse religioni». 

Papa Francesco all'Imam di Al Azhar: «O siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda»
Papa rilancia preghiera del Comitato di Abu Dhabi per la fine del coronavirus, ma i rabbini non aderiscono
L'asse del Papa con gli Emirati porta frutti: entro il 2022 una sinagoga ad Abu Dhabi
Vaticano, progressi con l'Islam, all'Onu proposta congiunta di una giornata della fratellanza

Il medesimo entusiasmo è stato manifestato anche alcuni giorni fa, dopo che il Papa ha partecipato – collegandosi da Santa Marta – al primo anniversario della giornata della Fratellanza, organizzato dallo sceicco emiratino Mohamed Bin Zayed, dall’Imam Al Tayyeb, il principale referente dell’area sunnita al mondo, alla presenza del Segretario generale dell’Onu, Guterres. Il messaggio pubblico diffuso dalla Loggia spagnola a commento di questo percorso sulla fratellanza tra fedi fa riferimento alle difficoltà che finora ci sono state a portare avanti un dialogo pieno e costruttivo per un futuro comune. «È possibile che nel XXI secolo si possa finalmente aspirare alla piena Fraternità Umana, alla tolleranza reciproca delle nostre profonde differenze? Saremo capaci, tra tutti noi, di costruire questo sogno? La Massoneria Universale trattiene il fiato davanti al passo da gigante compiuto dall’Umanità il 4 febbraio, quando, per la prima volta nella sua Storia, il mondo ha celebrato la Giornata Internazionale della Fraternità Umana. In questi giorni bui, quello che è successo il 4 febbraio è un raggio di speranza, la prima pietra per trasformare il mondo in un tempio dell’amore fraterno che ci possa ospitare tutti» si legge. 

La Massoneria annota positivamente che i leader delle due grandi religioni, Papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar, Ahmed el Tayeb, si sono incontrati di nuovo, «si sono chiamati a vicenda fratello – si legge ancora nel messaggio – allo scandalo di chi ancora non capisce che il fondamentalismo è la via dell’odio, hanno voluto chiedere al mondo di ascoltare l’appello alla fratellanza universale tra tutti gli esseri umani per costruire insieme un futuro comune».

Il Papa in quella occasione ha affermato che «la fraternità è la nuova frontiera dell’umanità; o siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda. È la sfida del nostro secolo, del nostro tempo. Fraternità significa mano tesa, fraternità significa rispetto. Fraternità significa ascoltare a cuore aperto. Fraternità significa fermezza nelle proprie convinzioni. Dobbiamo vederci come fratelli nati dallo stesso Padre, con culture e tradizioni diverse, ma tutti fratelli». Fonte: Il Messaggero

Intervista al card. Paolo Lojudice

SINODALITÀ, CHE SVILUPPI CONCRETI PUÒ AVERE, QUALI DIFFICOLTÀ PUÒ INCONTRARE?

La sinodalità non è un vestito esteriore della Chiesa. Ha un significato misterico, contenuto in quella piccola preposizione:​ syn, insieme, frutto e condizione della venuta dello Spirito Santo, che ama l’unità e la concordia. La sinodalità è la forma esteriore che il mistero della​ communio​ assume nella vita della Chiesa: i cristiani sono​ sinodali,​ ossia “compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito”, secondo l’espressione di Sant’Ignazio di Antiochia.

È quindi uno stile la sinodalità, che sono convinto debba sorgere dal basso, iniziando dall’ascolto, dove ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro, nella volontà di mettersi in sintonia, di accogliersi reciprocamente.

In quanto processo, vissuto nella tensione tra il procedere e lo stare insieme, la sinodalità è anche faticosa. Richiede spiritualità evangelica e appartenenza ecclesiale, formazione continua, disponibilità all’accompagnamento, creatività. Ne abbiamo bisogno per essere davvero Popolo di Dio, come pure per restare un punto di riferimento morale e sociale per il nostro Paese.

Si tratta di​ è una proposta che sentiamo di poter e dover fare anche alla società, a una società lacerata come la nostra. Francesco ci dice che è il tempo del Noi e non più dell’io. Alla luce anche della pandemia che stiamo vivendo non potremo fare altro che adottare la sinodalità come stile di vita anche nel quotidiano.

L’ANNO DI SAN GIUSEPPE, COSA CI PUÒ DONARE?

San Giuseppe è un vero e proprio “tesoro” che la Chiesa continua a scoprire. Un’immagine forte e piena di speranza di un uomo di autentica fede, il cui invito è quello di “riscoprire il rapporto filiale col Padre” e di “rinnovare la fedeltà alla preghiera, a porsi in ascolto e corrispondere con profondo discernimento alla volontà di Dio“.

San Giuseppe è simbolo anche di giustizia e di come questa sia possibile attraverso la misericordia di Dio. Ci incoraggia a “riscoprire il valore del silenzio, della prudenza e della lealtà nel compiere i propri doveri”, soprattutto in questo periodo di pandemia, in cui si deve sempre avere una particolare attenzione a chi soffre.

In quanto sposo di Maria e padre di Gesù, San Giuseppe ha il ruolo di custode della​ famiglia. Proprio all’interno delle mura domestiche può essere ricreato “lo stesso clima di intimità comunione, di amore e di preghiera che si viveva nella Santa Famiglia”.

Non è un caso che a 150 anni dalla proclamazione di​ San​ Giuseppe​ come patrono della Chiesa universale, Papa Francesco ha voluto che gli fosse dedicato un Anno speciale. Il Pontefice ci ha donato l’occasione – come dicevo – di riscoprire attraverso la figura di Giuseppe il fatto che possiamo essere santi anche nel nascondimento, nelle piccole cose della nostra vita quotidiana che non finiscono sui libri di storia, ma che contribuiscono a costruire una vera «civiltà dell’amore».

COSA PUÒ SIGNIFICARE IN RAPPORTO A TANTI BISOGNI E SOFFERENZE?

Sono assolutamente d’accordo con chi ha definito la​ Lettera apostolica​ “Patris corde – Con cuore di Padre” e l’anno dedicato a San Giuseppe come un “grande gesto di misericordia e di cura” non solo nei confronti di anziani, malati, agonizzanti e a tutti coloro che sono costretti a casa, ma anche e soprattutto nei confronti di tante persone che, lavorando silenziosamente lontane dai riflettori, con il loro impegno giornaliero “stanno scrivendo gli avvenimenti decisivi della storia” proprio come San Giuseppe. Quelle persone che il Papa definisce figure apparentemente nascoste o in seconda linea rispetto al palcoscenico della storia – medici, infermieri, addetti dei supermercati e alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiosi. Pochi conquistano gli onori della cronaca, ma svolgono un lavoro preziosissimo.

San Giuseppe, dunque, è una figura quanto mai moderna che accoglie con fiducia il progetto di Dio e lo porta a compimento. E tutto questo assumendo decisioni difficili per prendersi cura della sua famiglia, difenderla, custodirla e accompagnarla. Le sue azioni rispecchiano il concetto di cura come presa in carico della fragilità: in quel caso la fragilità di Gesù neonato, e poi bambino, e di Sua Madre.

E PER UN VESCOVO E CARDINALE? CHE SIGNIFICA PATERNITÀ OGGI?

In questo periodo la paternità per un vescovo ha due profondi significati. Da un parte occorre essere fermi e forti nel sostenere la comunità che il Papa ci ha affidato in un momento di paure, di tensioni e di sofferenze. Dall’altra, deve essere vigile affinché prevalga nei fedeli la tendenza a non chiudersi, dimostrandosi pronti all’incontro, allo scambio e alla condivisione. Dobbiamo portare la gioia di essere cristiani in questo mondo sempre più sofferente.

G. De Rosa, Sturzo

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/gabriele-de-rosa-luigi-sturzo/

Alba Lazzaretto, Ricordo di Gabriele De Rosa

Quando penso al mio professore Gabriele De Rosa mi viene in mente il racconto di Silone “Incontro con uno strano prete” dove lo scrittore narra della conoscenza che ebbe da giovane di questo sacerdote.

Solo che il presbitero sono io e lo scrittore, il singolare scrittore, storico, professore, è De Rosa.

Molti episodi potrei raccontare della sua disponibilità senza alcun motivo di interesse personale, degli stimoli, delle “dritte” , che mi giunsero da lui negli studi. Squarci di umanità, semplicità, scherzosità, nella profondità, passione, civile e culturale e nella eleganza dello stile letterario. Una persona fuori dal comune che penso non a caso sia stata eletta capogruppo dei senatori della Democrazia Cristiana in un momento delicatissimo della storia di tale partito. Mi colpì subito profondamente che, lui così vissutamente storico, sia andato in cielo l’8 dicembre (2009), giorno di Maria Immacolata. Che per me è la chiave profonda e ancora tutta da scoprire della nostra epoca. Riporto qui un suo ricordo da parte di Alba Lazzaretto, professoressa di storia contemporanea dell’Università degli Studi di Padova e già direttrice del Centro per la storia dello stesso ateneo.

Ricordo di un maestro: Gabriele De Rosa

Mi capita spesso di attraversare il bellissimo parco che, a ridosso delle antiche mura scaligere di Vicenza, circonda il complesso monumentale della Chiesa e del chiostro cinquecentesco di San Rocco.

Ora qui, in una piccola parte di quell’antico convento con annessi alcuni edifici più recenti, è rimasta solo una scuola materna, dove accompagno le mie nipotine. E guardo con una buona dose di malinconia a quelle finestre vuote, a quel chiostro su cui si affacciavano le sale dell’Istituto di storia sociale e religiosa, fondato da Gabriele De Rosa nel 1975 e che per tanti anni, fino al primo decennio del XXI secolo, hanno accolto le sue iniziative culturali e la scuola dei suoi allievi.

Era una festa, quando arrivava “il capo”, così lo chiamavamo scherzosamente noi collaboratori, che venivamo da varie parti d’Italia per incontrarlo. Dal sud, dal centro, da nord – in una splendida fusione d’intenti – era tutto un accorrere come api sui fiori per ascoltare Gabriele De Rosa, seguire i seminari che organizzava invitando i più noti storici italiani ed europei, pensare insieme a nuove ricerche.

Gabriele De Rosa exegit davvero – con l’aiuto dei suoi centri di ricerca tra Roma, Potenza, Salerno, Vicenza – un monumentum aere perennius: sono rimasti a testimoniarlo le centinaia di libri che coraggiosamente volle pubblicare, anche a costo di fare debiti, perché la cultura valeva molti sacrifici.

Ma su di lui, sulla sua produzione scientifica e su quella della sua scuola, molto si è già scritto.

Qui vorrei ricordare soltanto cosa significava “vivere e lavorare” accanto ad un uomo straordinario, uno di quegli intellettuali ormai d’antan, come quasi non ce ne sono più, con una cultura profondissima, ma soprattutto con un’umanità che ha lasciato in chi lo ha conosciuto un segno ancora più profondo della formazione intellettuale ricevuta.

Era soprattutto un piacere, lavorare con lui. Si faticava assai, ore e ore, per più giorni di seguito, a seguire seminari, a dibattere e a interrogare gli storici più famosi in Italia e in Europa, che egli invitava per noi. Quello che stupiva e attraeva un po’ tutti era il “clima”: laborioso ma anche scherzoso, con i seminari che non si concludevano a fine giornata, ma continuavano all’osteria, o in qualche trattoria veneta, in conviviale amicizia.

Si discuteva di tutto, dalla storia alla politica, soprattutto quando Gabriele divenne parlamentare, e ci raccontava i retroscena del “transatlantico” di Montecitorio o delle sale senatorie.

Ma quello che ci affascinava di più erano i suoi ricordi di vita vissuta in momenti tragici e cruciali della storia italiana: l’esperienza del disastro di El Alamein, da cui fortunosamente riuscì a sopravvivere, la risalita della penisola a fianco degli alleati, l’incontro con Gabriella, la sua prima moglie, in contatto con la Resistenza, gli anni del dopoguerra, il suo lavoro di corrispondente estero dell’«Unità», la sua uscita dalla redazione del giornale, negli ultimi anni Quaranta, quando venne a conoscere i fatti e i misfatti accaduti in Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia. Furono anni di difficoltà economiche, ci raccontava, perché rinunciò al lavoro avendo già una famiglia da mantenere. Ma De Rosa preferì raccogliere carta straccia, che poi rivendeva, piuttosto che recedere da quanto gli imponeva la sua coscienza.

E poi ci raccontava dell’incontro con don Luigi Sturzo, di cui divenne il confidente, lo storico che raccolse i suoi ricordi (“Sturzo mi disse” rimane un capolavoro tra le centinaia dei suoi scritti), e del rapporto con don Giuseppe De Luca, con le Edizioni di Storia e Letteratura…

Ce n’era abbastanza perché noi, suoi allievi, capissimo che ci trovavamo di fronte non solo ad un uomo dall’acume e dalla personalità decisamente au-dessus de la mêlée, ma anche – e soprattutto – a un testimone eccezionale della storia d’Italia.

Dopo tre o quattro giorni di intenso lavoro a Vicenza, De Rosa prendeva il treno a mezzanotte e viaggiava fino al mattino, per essere pronto a una nuova giornata di impegni a Roma, all’Università, all’Istituto Sturzo o negli archivi, dove trovava la linfa per le sue ricerche.

Passavano poche settimane – tre o quattro al massimo – e questo “pellegrino della cultura”, zoppicante nel fisico ma dinamicissimo nello spirito, era di nuovo tra noi, a controllare che avessimo svolto tutti “i compiti per casa” che ci aveva lasciato da fare.

Era così, De Rosa: si sacrificava girando tutta la penisola, come trait-d’union tra i centri di ricerca del sud, del centro e del nord, facendoci capire con l’esempio che è in compagnia che si deve lavorare, che è con lo scambio, con il dialogo, che si cresce, e che tutto questo non lo si fa per denaro, ma solo per passione, per amore della cultura, per l’intima necessità di volerla spandere intorno, perché capire a fondo la storia – e comunicarla – significa crescere civilmente, significa la ricchezza delle nuove generazioni, significa costruire un patrimonio umano e culturale che è il solo non soggetto a svalutazione.

In anni in cui alcuni si davano alla lotta armata per cambiare il mondo, nei famosi “anni di piombo”, De Rosa invitava i suoi collaboratori allo scavo tenace negli archivi, o a cercare nuove fonti, ad esempio andando alla ricerca delle edicole sacre – dette nel Veneto “capitelli” – che coprono come un manto di pietà l’Europa intera, e che ci aiutano a comprendere un territorio, i costumi della sua gente, i suoi bisogni, le sue debolezze e le sue forze.

E non bisogna dimenticare che i ricercatori formati da De Rosa furono preziosi, dopo il terribile terremoto dell’Irpinia del 1980, per salvare e recuperare quanto restava tra le macerie degli archivi parrocchiali, comunali, o di quant’altro potesse offrire fonti sulla storia locale.

Generoso impegno, dunque, sempre. Al lavoro, da mane a sera. E ben si attagliava questo modo di vivere allo spirito profondo della popolazione veneta, dove Gabriele si trovava bene, in sintonia, perché in queste terre si pensava che lavorare era in fondo anche una forma di preghiera, e farlo gratuitamente lo era dunque ancora di più. Ma non era solo veneto questo spirito: quando ci si incontrava con gli amici da tutta Italia si sentiva che c’era un sostrato comune, non c’erano differenze regionali: ci legava tutti la voglia di studiare per capire da dove venivamo, quali erano le radici della nostra cultura o della nostra fede, e se la religiosità popolare poteva essere sbrigativamente congedata come superstizione o era invece qualche cosa di più profondo, che Giuseppe De Luca aveva chiamato “pietà”. I settori di indagine furono moltissimi: dalle indagini sulla storia religiosa, alla storia economica, ai lasciti della Rivoluzione francese, alle esperienze dei paesi che prima del 1989 vivevano oltre la “cortina di ferro” – con la bellissima esperienza che diede origine alle ricerche su “La fede sommersa nei paesi dell’est” –, ai grandi convegni sulla carestia politica degli anni Trenta in Ucraina, sui milioni di persone uccise con la fame, con “La morte della terra” sotto il regime staliniano…. Tutto ci trascinava a capire, a lavorare sempre e poi ancora di più, perché la storia era come un forziere di tesori immensi, ed era proprio un peccato lasciarli lì, bisognava scoprirli, interrogarli, renderli fiaccole per il presente.

Con grande onestà intellettuale De Rosa ci invitava a lavorare, con fede, per chi ce l’aveva, ma senza preclusioni ideologiche, dialogando con tutti, con un’eleganza di stile che ci affascinava sempre.

Le sue ricerche, la sua visione della storia, contribuirono a ribaltare l’immagine di alcune figure, come quella di Giovanni Antonio Farina, fondatore nel 1836 della Congregazione delle Suore Maestre di santa Dorotea. Farina – ora proclamato santo – era stato sbrigativamente etichettato come “austriacante”, nella visione un po’ troppo “risorgimentalista” della sua figura, mentre De Rosa contribuì a scoprire tutto l’universo profetico di questo prete e poi vescovo veneto, l’«intelligenza della carità» che il Farina aveva posto alla radice di tutte le sue azioni. Così fu per molte altre figure della storia, che non è qui possibile ricordare. Ma importa il fatto che, scoprendo i “tesori” che alcuni personaggi straordinari ci hanno lasciato, si contribuisce a far fruttare queste preziose eredità, a farne stimolo per il presente, a cogliere i messaggi di vita che ci possono far progredire nella nostra umanità.

Tutte le attività promosse da De Rosa erano sorrette dalla sua visione serena della vita, forte di una fede sobria e sicura, ma anche dalla sua capacità di vedere le cose con intelligente ironia, senza mai perdere la fiducia anche nelle difficoltà.

Era attento soprattutto al “vissuto religioso” dei vescovi, del clero, delle parrocchie e delle persone più umili, dai contadini del sud agli operai del nord.

Una lezione di vita, dunque, quella che De Rosa ci ha lasciato, oltre che una grande scuola di storia.

Lavorare accanto a lui è stato un onere, un onore, ma soprattutto un privilegio. Per questo lo ricordo sempre, gli sono grata per le parole di saggezza che mi ha donato nei momenti difficili della mia vita. Ho lavorato tanto, ma ciò che ho ricevuto – come per molti di noi suoi allievi – è stato molto di più di quanto ho dato.

E dalle sue pagine, dalla memoria che ci ha lasciato, Gabriele ci parla, ancora.

Guido Oldani, La lebbra (VI domenica tempo ordinario, anno b)

Mc 1,40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

LA LEBBRA

pare carne avariata di un macello

il lebbroso che chiede sia guarito

e avendo fede viene accontentato.

gli impone: dillo solamente ai preti

e con due soldi fatti un sacrificio

ma il chiacchierone spiffera per strada,

gesù si cela, in quella situazione

come fa il bianco in un colorificio.

F. Marabotti, Verso la primavera

https://www.darsipace.it/2021/02/08/prepariamo-la-primavera/

A. M. Valli, I cambiamenti programmati dai potenti senza alcun controllo del popolo

https://www.aldomariavalli.it/2021/01/26/great-reset-cosi-i-signori-del-denaro-cambieranno-il-mondo-del-lavoro/amp/

Bill Gates, velare il sole, contro il riscaldamento globale

https://www.aldomariavalli.it/2021/01/29/e-ora-bill-gates-vuole-coprire-il-sole-contro-il-riscaldamento-globale/amp/

Un pensatore non uniformato: Costanzo Preve

https://gpcentofanti.altervista.org/una-cultura-disinteressata-al-vero-e-ai-suoi-scopritori/

Putin al World Economic Forum

https://gpcentofanti.altervista.org/il-potere-oggi/

Concili e tradizione

https://gpcentofanti.altervista.org/i-concili-il-vino-vecchio-e-quello-nuovo/

Francesco, Chiesa popolo e non solo élites

Guido Oldani, La suocera (V Domenica del Tempo ordinario, anno b)

Mc 1,29-39

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

LA SUOCERA

della moglie di pietro si sa niente,

la sua suocera brucia con la febbre

che sembra la fucina per un fabbro.

gesù la tira in piedi e passa tutto,

i dèmoni li cava come denti

e a notte va a pregare per i monti,

gli dicono qui vogliono guarire

ma al momento ha in mente altre mire.

S. Bannon, La situazione

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