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Libera ricerca del vero

Mese: Marzo 2021

Ratzinger su don Giussani

Proposte della CEI per il sinodo

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-02/papa-francesco-bassetti-cei-sinodo.html

Guido Oldani, Pasqua imprevista (Domenica di Pasqua, Risurrezione del Signore, anno b)

Gv 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

PASQUA IMPREVISTA

maria, non la moglie di giuseppe,

ci va dal nazareno che è sepolto,

arriveranno poi giovanni e pietro

a ruota, come nelle gare in moto.

e quale secchio che si è rovesciato

la tomba cava è del tutto vuota,

vedeste voi la faccia del sinedrio:

sembra un tacchino quando fa la ruota.

Ettore Gotti Tedeschi, I passaggi dello sfacelo italiano

Giampaolo Centofanti, La liberazione dell’amore divino e umano di Gesù

Intervista al card. Angelo Scola

Card. A. Scola, Umanesimo e tecnica

Card. De Donatis, omelia ordinazione episcopale di d. Dario Gervasi

Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola

Di Gianluca Giorgio, ACIstampa

ROMA , 24 febbraio, 2021

Sant’Ignazio uscendo dalla piccola città basca di Loyola, ha in cuore di camminare per le vie di Dio.

Scorrendo l’Autobiografia si apprende che il primo desiderio che anima la vita del santo, è quello di annunciare il vangelo a coloro che ancora non lo conoscono.

Vissuto il cuore del Padre, durante il periodo della convalescenza, dopo l’assedio di Pamplona per riprendersi da una ferita ad una gamba, si ritira nelle grotte di Manresa ed in quel luogo inizia un percorso personale di ascesi sulle realtà eterne.

Correva l’anno 1522 ed il fondatore della Compagnia di Gesù, mette al servizio della Vergine che si venera in quel santuario, la propria vita ed il proprio cuore.

Le riflessioni che, da quei giorni, illumineranno il proprio cammino e quello di molti altri, che si rivolgeranno alla sua parola, sono contenute nel libro degli Esercizi spirituali.

Questo è un metodo con il quale si esamina l’anima e soprattutto si offre una modalità per comprendere la voce di Dio, separandola da quella dello spirito del male.

Nella prima parte del testo, il santo osserva che ”con Esercizi spirituali si intende ogni modo di esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente e altre operazioni spirituali. Come, infatti, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima”.

L’opera si compone di quattro settimane che conducono l’eserciziante al colloquio con la propria vita spirituale, prendendo coscienza delle mozioni interiori che l’agitano.

Paure, timori, imperfezioni e limiti vengono superati con quella fede che si scopre esser parte viva del quotidiano.

La bellezza ed il dono delle consolazioni animano la vita del credente che, scoperte, dirige la propria vita verso le esigenze del vangelo, illuminate dalla gioia che queste producono nell’anima.

Scopo del testo è quello di aiutare a prendere una decisione o semplicemente fare una scelta, concreta e responsabile, per il proprio bene e quello degli altri.

Lo scritto, edito nel 1548 in latino, è una della fonti più autorevoli del pensiero ignaziano.

Insieme all’Autobiografia, al Diario ed alle Lettere rappresenta il modo di intendere e di meditare sulla vita che Sant’Ignazio ha messo in pratica, durante tutto il corso dell’esistenza.

Il Pontefice Paolo III, visto il molto bene fatto, approvò gli Esercizi Spirituali, con il breve  Pastoralis officii, con il quale esorta i fedeli ad esser partecipi della preziosa esperienza. Era il 31 luglio 1548.

Da quell’anno ad oggi, il pregiato volume accompagna tutti quelli che si affidano alle parole di Sant’Ignazio di Loyola, che, con amore e intelligenza, ha condotto moltissime anime sulle strade del vangelo e della gioia.

Card. A. De Donatis, Omelia nella solennità di San Giuseppe

Il blog di Giovanni Marcotullio

https://www.breviarium.eu/author/giovannimarcotullio/

Guido Oldani, L’aceto (Domenica delle Palme: Passione del Signore, anno b)

L’ACETO

da mezzodì alle tre c’è buio pesto

come di notte se non vi è un lampione

e le stelle s’infilano in un cesto.

lui si sente dal padre abbandonato

e c’è chi dice il cielo non lo salva?

mentre un altro gli allunga dell’aceto,

già la vita col grido va in frantumi

ed il velo del tempio si è stracciato

ma un soldato ci dà la fede a fiumi.

Ecco il vangelo del giorno di cui la poesia sopra è un commento:

Mc 14,1 – 15,47

– Cercavano il modo di impadronirsi di lui per ucciderlo
Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

– Ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

– Promisero a Giuda Iscariota di dargli denaro
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

– Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

– Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà
Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

– Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue dell’alleanza
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

– Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto:
“Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

– Cominciò a sentire paura e angoscia
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

– Arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

– Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?
Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi a? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva a. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.

– Non conosco quest’uomo di cui parlate
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

– Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?
E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei? ». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi a? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più a, tanto che Pilato rimase stupito. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

– Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

– Condussero Gesù al luogo del Gòlgota
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

– Con lui crocifissero anche due ladroni
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

– Ha salvato altri e non può salvare se stesso!
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

– Gesù, dando un forte grido, spirò
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa.

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

– Giuseppe fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro
Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Mons. Suetta su Sanremo 2021

https://www.diocesiventimiglia.it/comunicato-del-vescovo-antonio-suetta/

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (5)

Giovanni Marcotullio, I postumi spirituali della pandemia

https://it.aleteia.org/2021/03/20/postumi-spirituali-covid-sesso-messa/

Riccardo Larini, Lettera a Enzo Bianchi

Caro Enzo,

inizio col rivolgermi a te, non per fare graduatorie di merito o ignorare (come hanno fatto in troppi) gli altri fratelli e sorelle che sono stati, inutile usare un eufemismo, espulsi da Bose, ma perché è palese che è soprattutto a causa tua (il che non vuol dire per colpa tua) che si sono riversati anche sugli altri l’odio e la furia dei parabolani/talebani che hanno preso in mano i destini della comunità che tu hai fondato, supportati da un’istituzione ecclesiale che sembra aver dimenticato ormai del tutto il vangelo e che ha optato palesemente per il ricorso a strumenti totalitari, degni dei peggiori regimi al mondo. Il tutto, infine, sotto gli occhi compiacenti e in larga misura complici di una stampa cattolica che conferma l’attuale abbandono della traiettoria conciliare da parte della chiesa italiana.

Non intendo con questa lettera aperta gettarmi in ulteriori analisi delle divisioni occorse e delle tue eventuali corresponsabilità, che mai ho negato e che non sono il punto fondamentale della questione. Già mi sono espresso con molta chiarezza dalle pagine del mio blog e non solo, e da persona franca e libera quale sono non ho nascosto nulla mentre imperversavano in rete le fazioni, e soprattutto ho sempre detto direttamente in faccia a tutti (te compreso, come ben sai) quelle che ritenevo essere deviazioni dal vangelo, esortando tutti e ciascuno unicamente alla carità, al dialogo e alla riconciliazione.

Voglio dirti innanzitutto che ammiro profondamente la lealtà alle vostre chiese di appartenenza che tu, Antonella, Goffredo e Lino avete sempre mostrato, confermandola anche in questa occasione. Siete cattolici, alla chiesa cattolica avete dedicato sempre in primis la vostra appassionata opera di testimonianza e di riflessione, e ad essa avete deciso di appellarvi anche in questi travagliatissimi mesi.

Come sai io non mi riconosco da oltre un decennio in alcuna chiesa, e pur avendo sperato che il Vaticano II avesse avviato un cammino di risanamento dell’enorme vulnus inferto al vangelo dal Vaticano I, mi sono convinto da tempo che una vera riforma sia intrinsecamente impossibile nel cattolicesimo istituzionale, e che si possa essere pienamente cristiani anche senza appartenere formalmente a una confessione o senza fare riferimento ad alcuna autorità ecclesiale.

Il mio essere “diversamente cristiano” non mi porta tuttavia mai a fare “il tifo contro” nessuna chiesa o comunità, ma soltanto a cercare di favorire i semi di vangelo e di riconciliazione sparsi ovunque. Ciò nonostante, se un tempo ritenevo, con il grande teologo anglicano Richard Hooker, che si potesse parlare di infallibilità della chiesa “eventually”, prima o poi (dunque senza alcuna certezza o strumento incrollabile), sono ormai convinto che l’unica cosa che sia veramente infallibile è il vangelo, e l’unica figura umana pienamente degna di fiducia sia Gesù di Nazareth.

Caro Enzo, non so se posso chiamarti “amico”, nel senso che l’amicizia è fatta di intimità, di rapporti preferenziali, di complicità che non so se ho mai intrattenuto con te. Sicuramente, però, ti posso e ti voglio chiamare “fratello”. Sei fratello perché da te ho imparato molte delle cose più importanti in assoluto per la mia vita, in primis il primato del vangelo e l’importanza della misericordia, oltre alla passione per la conoscenza e la fatica del pensare. E con me hanno imparato queste cose dalla tua testimonianza personale decine di migliaia di persone, in Italia e non solo.

Carissimi Antonella, Enzo, Goffredo, Lino,

e voi tutti fratelli e sorelle di Bose che vi riconoscete ancora nei valori fondamentali del vangelo ma ora vi sentite contraddetti, avviliti o perfino umiliati, io non ho e non avrò mai l’ardire di dirvi: “Fatevi carico di questa croce”. Come ho già scritto altrove, solo il Signore può dirvelo, e solo voi potete riconoscere la sua voce e decidere cosa sia e cosa non sia una sua croce da portare. Se altri cercano di identificare per voi le vostre croci, oltre a essere superficiali e inumani, sono molto vicini alla bestemmia. Dio vuole che viviamo, non che moriamo, oppure è un idolo in cui non bisogna credere neppure un istante.

Posso solo ricordarvi, umilmente, come vostro fratello, ciò che Enzo stesso ci ha insegnato e ha spesso ripetuto, e cioè che nessuno può impedirci di vivere il vangelo, neppure la chiesa. Voglio perciò innanzitutto ringraziarvi pubblicamente per avere cercato un dialogo, da veri cristiani, con chi vi colpiva in maniera potenzialmente mortale. La ragione, infatti, non sta mai da una parte sola, e pur compiendo anche voi i vostri errori sono pienamente cosciente della vostra costante ricerca e attesa di soluzioni più umane e cristiane alla crisi profonda che ha colpito la vostra (oso dire “nostra”) comunità.

Voglio ringraziarvi per avere cercato una ricomposizione in primo luogo per vie ecclesiali e non per tribunali. Si tratta di una scelta per nulla scontata. Il diritto a un processo equo è infatti uno dei capisaldi della Dichiarazione Fondamentale dei Diritti Umani del 1948, e il diritto canonico contiene (e fa uso di) strumenti in chiarissimo contrasto con questo documento fondamentale dell’umanità. La vostra decisione è ancor più degna di rispetto perché sicuramente, in sede civile, risulterebbe impossibile privarvi di ciò che avete largamente contribuito a realizzare sul piano materiale. E aggiungo che se anche decideste di appellarvi in futuro ai tribunali secolari, compirete un atto legittimo che non cambierà certamente la mia considerazione per voi.

Giunti a questo punto, però, visto che dall’altra parte si è voluta sancire antievangelicamente la definitività dell’allontanamento di alcuni di voi o l’inaccettabilità delle vostre posizioni o addirittura dei vostri dubbi in generale, credo che l’unico modo che avete per continuare a vivere il vangelo sia, come dice Gesù, prendere congedo da Bose “scuotendo la terra di sotto i vostri piedi a testimonianza per loro” (Mc 6,11).

Scuotendo la polvere si affermano infatti due cose fondamentali.

Innanzitutto è un gesto che avviene dopo che si è annunciato e chiesto di condividere uno stile evangelico e si è ricevuto in risposta un diniego. Perciò non solo è lecito ma è anzi un bene andare a vivere altrove il vangelo, senza sprecare energie in logiche di distruzione o di morte, o anche solo di tristezza e di impoverimento spirituale.

Ma è anche una chiara presa di distanza, in cui si dice: vi lasciamo anche la polvere di questo suolo, perché è suolo arido che non sentiamo più nostro.

Il monachesimo ha portato splendori ma anche talvolta oscurantismi nella storia umana e dello spirito. Ha prodotto figure meravigliose e gruppi di fanatici pronti a lacerare una donna straordinaria come Ipazia sull’altare delle loro chiese.

C’è un modo altro, però, di vivere il radicalismo cristiano, carissimi fratelli e sorelle. Il “siamo semplici cristiani” è l’intuizione forse più cruciale di chi ha dato vita all’esperienza di Bose, sulla scia di esperienze esemplari come quella di sorella Maria a Campello, a cui vi invito a tornare come fonte e ispirazione, pur con i tratti tipici delle vostre ricche personalità.

Sono certo che saprete continuare a essere semplici cristiani e a testimoniare il vangelo. Io sarò sempre al vostro fianco, perché sono vostro fratello nel Signore

Riccardo Larini

Tallinn, 6 marzo 2021

Magdi Cristiano Allam, Lettera aperta a Mario Draghi

Card. A. De Donatis, Meditazioni in preparazione della solennità di San Giuseppe (3)

Mons. G. Gänswein, Via Crucis

Di Caterina Maniaci, ACIstampa

Una folla vociante sciama dentro la Città Santa, tra i vicoli stretti e i banchi dei mercanti, donne e bambini che piangono e si disperano, i soldati romani che spingono con violenza il prigioniero, l’Uomo dei dolori, mentre trasporta la croce dove sarà inchiodato di lì a poco: quell’uomo, Gesù, che solo qualche tempo prima Gerusalemme aveva accolto in trionfo, tra cori osannanti. E ora lo dileggia, lo strattona, mentre i  suoi amici, i suoi discepoli, lo hanno  abbandonato. Solo la madre, con poche altre donne, e Giovanni, lo accompagnano lungo il Calvario, dove dovrà morire di una morte infamante e dovrà affrontare l’abisso vertiginoso di solitudine a abbandono, che si rivela in quel grido: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. 

Quel grido che si ritrova nel volume “Via Crucis”, le meditazioni scritte da Georg Gänswien, pubblicate dalle Edizioni Ares, con la prefazione a cura di Nina Sophie Freiin Heereman von Zuydtwyck. 

E’ la Via Crucis nel venerdì di passione, la via del dolore, quella che si deve percorrere, fino in fondo, prima di veder giungere la domenica di Resurrezione. Una via che Cristo non ha evitato, e che ci ricorda, sempre, che non può essere evitata. Di passo in passo, con i gesti scavati dalla sofferenza, con i volti scolpiti, che ci sfilano davanti in un dramma al di  sopra e, nello stesso momento, dentro il tempo. Forse solo chi ha potuto visitare i Sacri Monti  a Oropa, a Varallo, a Domodossola, Ossuccio, Belmonte, ha potuto vedere “plasticamente” rappresentati  quel dolore, quegli attimi di sofferenza assoluta, in modo totalizzante, senza mediazioni, senza abbellimenti, riverberati nelle meravigliose sculture: facce stravolte dall’odio, dalla violenza, dalla pietà, dal male fisico.  

I Sacri Monti avevano proprio come primaria ispirazione e missione quella di far partecipare quasi fisicamente  il popolo  a quella vicenda di morte e risurrezione, quella storia di salvezza, permettendo così a tutti di compiere un pellegrinaggio  tra le montagne e le valli del Nord Italia trasformate nelle strade abbacinate e polverose della Terra Santa, dove per molte ragioni non era possibile recarsi. 

Non è un caso che immagini di alcune delle note rappresentazioni scultoree che si possono contemplare e ammirare nei Sacri Monti siano state scelte per corredare e accompagnare le pagine libro di Gänswein. 

 Le meditazioni dell’autore trasportano il lettore in quel lungo e tormentato giorno vissuto a Gerusalemme, concretamente lo fanno camminare accanto a Gesù lungo le strade  rumorose della città, lo rendono partecipe degli accadimenti: si percepisce il sibilo dei flagelli, il tonfo del corpo di Cristo quando cade sfiancato dalla fatica e dalle ferite, si ascolta il pianto delle donne, si vede il cielo farsi cupo, incombente quasi a voler sprofondare  sulla terra. Si rabbrividisce a guardare quel corpo agonizzante, nudo, offerto senza difese alla morte. 

Ci si mette accanto alla Madre, a Maria, a cui una spada trapassa il cuore, come le era stato predetto. Si guarda il suo volto fisso sul  Figlio. “Oggi gli è di nuovo accanto, sa che la Sua ora è scoccata. Tuttavia, guarda solamente, immersa nel suo impronunciabile dolore, il suo unico Figlio. L’Uno e Tutto dell’intero mondo. Anche Lui guarda e tace. Guardate, la Madre. Rivoli di sangue colano dalle ferite delle spine e gli rigano il volto quando i loro sguardi si incontrano. Due secondi? Tre secondi? Un’eternità”.

 Così viene descritta dall’arcivescovo Gänswein la passione di Maria ai piedi della croce. Del resto, un’antichissima tradizione attribuisce proprio alla Madonna la prima Via Crucis, una dolente e partecipe meditazione, un pellegrinaggio del cuore sul Calvario  in cui si è consumato il sacrificio di Gesù. Da allora la comunità dei credenti ha sempre celebrato questo momento centrale della devozione, un “fare memoria” che diventa un “qui e adesso” in cui quel sacrificio si rinnova e colma di senso ogni  patimento, ogni tribolazione  e ogni croce portata. Mai come in questo tempo queste dense e toccanti riflessioni appaiono  non tanto “consolatorie”, quanto necessarie. 

Come acutamente viene sottolineato nella prefazione, negli ultimi decenni è diventato difficile “trovare meditazioni capaci di aiutarci a incontrare Gesù sulla via del Calvario. Quasi tutte ci presentano piuttosto la miseria del mondo odierno”, che il Signore ha certo caricato su se stesso. Ma, insiste la von Zuydtwyck, una Via Crucis davvero autentica ci dovrebbe portare a contemplare il vero volto del Signore, quel volto rigato dal sangue, scavato dal dolore; dovrebbe essere in grado di rapire “il fedele verso Gerusalemme, direttamente sul monte Sion e sul Golgota”, in modo che il fedele stessi diventi “testimone oculare” dei Suoi patimenti e della sua morte. Ed è ciò che avviene con questi testi scritti dal “fedele segretario di Papa Benedetto XVI”, che ci dona una Via Crucis proprio così concepita,  in cui appare “Gesù nel suo ultimo viaggio lungo le strade della Terra Santa in modo talmente vivido, che si ha l’impressione di essere realmente presenti”.

Il viaggio non si conclude con il Golgota, con la morte e la disperazione, con la grossa pietra fatta rotolare davanti al sepolcro. Nella notte del venerdì, dopo tanto buio e tenebra, brilla il primo fulgore della stella di Venere, nell’aria vibra  la speranza della Pasqua che arriva. La Risurrezione è l’ultima parola.

Card. A. De Donatis, Meditazioni in preparazione della solennità di San Giuseppe (2)

ACIstampa, Una donna segretario della Conferenza Episcopale Tedesca

ACIstampa, Daniele Piccini

I primi passi mossi dal Cammino sinodale della Chiesa tedesca, sembrano cominciare a dare i loro frutti, nella direzione, per esempio, di un´apertura alle donne degli incarichi di vertice all´interno della Chiesa. La teologa Beate Gilles è stata eletta, infatti, per la prima volta nella storia della Chiesa tedesca, “segretaria generale” della Conferenza dei vescovi. Entrerà in carica il prossimo 1 luglio, sostituendo il gesuita Hans Langendörfer, che a gennaio è andato in pensione lasciando l´incarico dopo 24 anni di servizio.

Sarà la donna più potente della Chiesa tedesca, dal momento che assumerà la direzione della Federazione delle diocesi tedesche, che distribuisce ben 120 milioni di euro di risorse tra tutte le diocesi. La neosegretaria generale dovrà inoltre fornire supporto ai 68 vescovi nello svolgimento dei loro compiti, preparare le sedute e il consiglio permanente e redigere il protocollo.

Frau Gilles, non sposata e senza figli, è nata nel 1970 a Hückeswagen, cittadina di 15 mila abitanti nella regione del Nordreno-Vestfalia. Dal 1989 al 1995 ha studiato Religione e Lingua tedesca all´Università di Bonn. Nel 2000 ha conquistato il titolo di “dottore” (di ricerca) con un lavoro scientifico sulla trasmissione Santa Messa in televisione. Dopo la formazione universitaria, una vita professionale tutta interna alla Chiesa. Dal 2000 al 2020 è stata direttrice dell´Opera di formazione cattolica di Stoccarda. Dal 2010 era delegata per i “bambini, i giovani e la famiglia” presso la diocesi di Limburgo. Prima di assumere questa delega era impegnata nella formazione degli adulti, nel ramo della pedagogia dei mezzi di comunicazione. Dal 2020 è presidente volontaria dell´associazione cattolica “In via”, dedicata al lavoro sociale di ragazze e donne, dopo esserne stata, dal 2012 al 2019, vicepresidente. Dal 2019 rappresenta le diocesi del Land Hessen nel consiglio della Radio dello Hessen.

Già durante la conferenza stampa di presentazione, la nuova segretaria generale si è pronunciata favorevolmente rispetto al lavoro e le motivazioni del Cammino sinodale. «Ho seguito molto intensamente i contenuti del Cammino sinodale – ha detto la dottoressa Gilles alla KNA – ma ora devo addentrarmi meglio nelle sue strutture. La mia prima impressione è che una accurata preparazione dei colloqui sia particolarmente importante. Ho la sensazione per esempio che molti “sinodali” avevano meno timore di presentare le loro posizioni per via della modalità digitale delle conferenze».

Lo stesso monsignor Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca e vescovo di Limburgo, ha ammesso durante la conferenza stampa, che questo incarico rappresenta «un segno forte di come i vescovi mantengano il loro impegno di promuovere le donne in posizioni dirigenziali».

Ovviamente, l´elezione è stata salutata positivamente dall´associazione Comunità cattolica delle donne di Germania, che già lo scorso anno, alla notizia che l´ex segretario Langendörfer avrebbe lasciato, aveva espresso il desiderio che il posto fosse occupato da una donna: «Siamo contente che i vescovi abbiano riconosciuto i segni dei tempi. Confidiamo allo stesso tempo che la parità dei sessi nella Chiesa faccia ancora dei passi avanti e che le richieste, che noi da decenni presentiamo, vengano piano piano applicate». Di «decisione saggia» e di «segnale del rinnovamento della nostra Chiesa» parlano rispettivamente la Federazione cattolica tedesca delle donne e l´Associazione “Hildegardis”.

Tra le righe, il settimanale Die Zeit suggerisce che la promozione di Gilles ad un ruolo di spicco nella Chiesa sia un gesto di facciata più che sostanziale, se è vero, come annota, che «nelle 27 diocesi tedesche, delle 207 posizioni dirigenziali solo 39 sono occupate da donne. Anche ad un livello più basso di dirigenza, delle 570 posizioni manageriali solo 132 sono assegnate a donne. La Chiesa cattolica comincia a farsi un´idea del secolo in cui si trova. Anzi in quale millennio».

Mons. Dal Covolo, Per una formazione di base del ministro consacrato

(cfr. Pastores dabo Vobis, nn. 43-45) 

Carissimi confratelli,

in questa meditazione lascio da parte, in una certa misura, la mia competenza teologico-patristica.

Il motivo è che vorrei commentare con voi i paragrafi che nel capitolo quinto di Pastores dabo Vobis (PDV) riguardano la funzione delle virtù umane nella formazione dei pastori e nell’esercizio della loro attività pastorale.

E’ un tema che mi sembra sempre più urgente, e – purtroppo – alquanto trascurato.

Tornano subito alla mente le Lettere del nostro ven. don Giuseppe Quadrio (oggi sarebbe il suo onomastico; ed è anche l’inizio dell’Anno Giuseppino, indetto dal Papa).

L’umanità è per don Quadrio una componente essenziale del sacerdozio. 

Purtroppo – così egli si rammarica con gli ex-allievi del 1960, nel terzo anniversario della loro ordinazione – “ci può essere un sacerdozio disincarnato, in cui il divino non è riuscito ad assumere una vera e completa umanità (docetismo). Abbiamo allora dei preti che non sono uomini autentici, ma larve di umanità; dei ‘marziani’ piovuti dal cielo, disumani ed estranei, incapaci di capire e di farsi capire dagli uomini del proprio tempo e del proprio ambiente. Dimenticano che Cristo, per salvare gli uomini, ‘discese… si incarnò… si fece uomo’, ‘volle diventare in tutto simile a loro, fuorché nel peccato’. Se siamo il ponte fra gli uomini e Dio, bisogna che la testata del ponte sia solidamente poggiata sulla sponda dell’umanità, accessibile per tutti quelli per cui questo ponte fu costruito”.

1. Pastores dabo vobis

Come è noto, l’Esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis sulla formazione dei sacri ministri – firmata da san Giovanni Paolo II il 25 marzo 1992 – rimane il documento magisteriale più importante del Postconcilio sulla formazione sacerdotale.

Cerchiamo dunque di comprendere e di approfondire le indicazioni di PDV riguardo alla formazione umana del presbitero, collegandole con i processi sottesi e con il contesto educativo, per noi carismatico nel nome di Don Bosco.

L’affermazione da cui partono le nostre considerazioni si trova al n. 43, ed è la propositio 21 di questo documento postsinodale: «Senza un’opportuna formazione umana l’intera formazione sacerdotale sarebbe priva del necessario fondamento».

È chiaro che un edificio non consta delle sole fondamenta; tuttavia la sua solidità dipende in buona parte dalle fondamenta stesse: questa “parabola” descrive abbastanza bene la funzione della formazione umana dei pastori.

Il testo di PDV mette in luce le ragioni dell’affermazione sopra riportata, soffermandosi particolarmente sul fatto che varie espressioni di una personalità umanamente ben formata favoriscono l’efficacia dell’attività pastorale.

E’ utile però approfondire anche quegli accenni alla sanità della struttura umana in sé stessa, per meglio comprendere quale debba essere quell’“umanità formata” che dovrebbe caratterizzare il pastore.

Nelle scienze umane, invece di “umanità formata” si parla di “salute mentale” e di “maturità psichica”: il secondo termine connota una certa completezza e perfezione dello stato designato dal primo. Entrambi i termini richiamano, più o meno esplicitamente, un ideale, un “dover-essere” che esula, almeno in parte, dalle competenze dello psicologo, e suppone una concezione generale dell’uomo, dei suoi fini, e perciò dei valori, la cui attuazione rende la persona “sana” e “matura”.

La funzione di “interfaccia” fra le scienze umane e le richieste della formazione sacerdotale può essere espletata in modo adeguato solo da quelle correnti psicologiche che riconoscono l’originalità e la funzione organizzatrice delle intenzioni e dei progetti tesi alla realizzazione di valori che sono centrali nella vocazione sacerdotale.

Così, sebbene la psicanalisi o la psicologia detta “comportamentista” offrano preziosi contributi per comprendere e trattare determinati aspetti della condotta umana, tuttavia l’unilateralità delle loro prospettive non permette di considerarle come punti di avvio per un dialogo generale fra le scienze umane e la formazione sacerdotale.

A questi requisiti corrisponde invece in modo soddisfacente la corrente dei cosiddetti “psicologi umanisti”; così mi è parso opportuno riferirci a questa corrente nel nostro approfondimento.

E’ utile raccogliere i suggerimenti di questa corrente almeno per due concetti fondamentali: la direttività e la partecipazione.

2. La “direttività”

Devo precisare subito in che senso uso il termine “direttività”, che viene impiegato in modo diverso dai trattati di psicologia.

Qui io la intendo, in maniera originale e appropriata alla nostra meditazione, come direzione che orienta decisamente il cuore e la mente del presbitero verso una mèta ben precisa: la configurazione progressiva a Cristo sacerdote e pastore. 

La corrente umanista riconosce due disposizioni fontali della condotta: vi si parla di una disposizione generale “proattiva”, quando il modo fondamentale di agire della persona si può descrivere come una ricerca del bene, un orientamento verso un futuro migliore, un impegno costruttivo, sostenuto dalla fiducia in sé stessi e dalla valutazione positiva della realtà e degli altri, che sono visti come amici e possibili collaboratori. Il tono affettivo di base è caratterizzato dalla gioia di costruire e di espandersi.

L’altra disposizione fontale è quella detta “reattiva”; la persona sente incombere su di sé il male e il fallimento; il suo bisogno centrale è perciò quello dell’autodifesa, che si concretizza in una fuga dal passato e nel bisogno di ripararvi; l’impressione dominante è quella della propria indegnità e incompetenza; ne consegue una difesa ossessiva dalla propria inferiorità, dai propri impulsi e una dipendenza dalle pressioni esteriori o una reazione esagerata alle stesse. Il tono affettivo di base è di ansietà e di rassegnazione.

È ovvio che se predomina la prima disposizione la persona è in grado di assumere impegni in modo responsabile, e gestirli in modo efficiente, mentre nella seconda disposizione più facilmente si avrà la persona rassegnata, il “funzionario” che resta spettatore della vita e rifugge dal coinvolgimento personale.

La “direttività” (nel senso che abbiamo adottato) esprime una componente essenziale della disposizione proattiva, e coincide con un impegno illuminato, forte e costante (non cieco e testardo) con un bene intuito, nel nostro caso con la Persona di Gesù Cristo, e con le persone dei fratelli.

La prima conseguenza della direttività è la capacità di governare sé stessi, e cioè di rimanere fedeli e costanti nella ricerca del bene, superando il richiamo sempre presente degli impulsi, o la tentazione di evitare lo sforzo per crescere. A questo riguardo possiamo richiamare l’interpretazione “umanistica” della sublimazione: il superamento degli impulsi, in una persona governata da ideali, non avviene a malincuore né cercando compensazioni, come direbbe Freud, ma nella gioia di realizzare un bene desiderato, con la forza data dall’amore a questo bene. 

Se dovessimo fare un esempio, potremmo dire che la prima formazione alla castità non è la cura di evitare il peccato, ma la crescita nell’amore personale a Gesù Cristo.

Su questo argomento ci vorrebbe una meditazione ulteriore. In particolare, trovo che l’educazione del consacrato e del presbitero a una sessualità matura è scarsa nei seminari e nei centri di formazione. Viceversa, tenendo conto anche dello sviluppo della tecnologia informatica e dei vari social, bisognerebbe porsi il problema.

Forse si ha paura di parlarne? O forse questo è un argomento di cui si deve parlare solo in foro interno? Francamente, non saprei. Forse è vera l’una e l’altra cosa.

La capacità di governare sé stessi comporta anche l’integrazione della propria emotività, e cioè l’assunzione organica dell’emotività stessa nell’insieme totale della propria vita. 

È vero che una dose di trepidazione è propria di ogni persona che si ponga seriamente di fronte ai compiti della vita; vi possono inoltre essere ragioni pesanti di ansietà nella storia individuale; tuttavia è possibile una fondamentale fiducia di fronte alla vita, sia partendo da esperienze e considerazioni umane della propria competenza e dignità, sia appoggiandosi all’amore del Padre Celeste.

Questa base di sicurezza permette di tollerare senza traumi devastanti le difficoltà e gli inevitabili fallimenti, le incertezze e i rischi del futuro, e permette di ricominciare sempre da capo.

Con questo non si vuol dire che la persona matura non prova sentimenti ed emozioni, ma che abitualmente le gestisce in modo che non intralcino, anzi favoriscano il suo cammino.

Un’altra conseguenza della direttività è la costruttività: la vita della persona matura è governata dal bene che essa si propone. Il passato non la interessa, se non nella misura in cui l’aiuta a realizzare il futuro; vede il male e gli ostacoli, ma non ne resta ipnotizzata, e ricerca abitualmente come realizzare il bene inteso.

Gli psicologi umanisti descrivono bene la “costruttività” esaminando il processo della decisione personale: questa, nella persona matura, risulta come un processo in cui un progetto generale e uno stile personale di vita si incarnano, si precisano e si impongono nell’incontro con le difficoltà della situazione. Si parla, in modo significativo, di “decisioni crescenti”, in cui tutte le componenti della persona sono a poco a poco assunte nella realizzazione di un ideale.

L’unificazione della persona, dei pensieri e dei sentimenti, delle valutazioni e delle operazioni, delle sofferenze, delle vittorie e dei fallimenti, attorno a un’“intenzione cardinale”, è il frutto maturo della direttività.

Bisogna rilevare che questa integrazione non è uno stato che può essere raggiunto una volta per sempre, ma resta un compito per ogni giorno, di fronte a ogni difficoltà, a ogni lavoro, a ogni dolore, a ogni consolazione. 

È qui che si fonda l’esigenza di una “formazione permanente”. Ma di questo, magari, parleremo un’altra volta, cominciando però a dire già qui che la cosiddetta “formazione permanente” deve orientare e guidare la “formazione iniziale” dei consacrati e dei presbiteri. 

3. La “partecipazione” concreta alla direttività

La direttività rappresenta una disposizione centrale della persona matura; questa disposizione ha un oggetto, tende a un “bene”.

Quale debba essere questo “bene” è suggerito dalla natura stessa del processo che lo cerca: un processo che nasce dalla conoscenza e dall’amore, e che perciò tende a incontrare un essere personale, capace di corrispondere con altrettanto (o maggiore) amore e conoscenza. 

La persona matura è diretta verso persone, non solo verso cose o idee.

Nel nostro caso, la prima Persona che va cercata come bene, a cui la vita è diretta, è Dio, il Dio della nostra fede, il Dio di (o che è) Gesù Cristo, sacerdote e pastore. La ricerca e l’incontro con Dio, in una religiosità autentica, hanno una funzione fondante e propulsiva unica, in quanto indirizzano la persona verso il “Tu totale”, con un’apertura verso un futuro di completezza senza confini.

Il significato di questa posizione sta nel mettere in luce che la religiosità autentica, quella in cui Dio è cercato per sé stesso, non è un elemento estraneo e neppure marginale nella crescita umana, ma ne è la forza più potente, e insieme il frutto più completo.

È su questa maturazione umana verso il trascendente (o il “Tu totale”) che si fonda un rapporto autentico con Dio, e l’accoglienza della vocazione a seguire più da vicino Gesù Cristo, collaborando con lui nel ministero pastorale.

Ma oltre al rapporto con il “Tu totale” la persona matura è “diretta” verso le altre persone umane, ed è capace di un incontro costruttivo con esse.

Il primo passo verso l’altro è l’apprezzamento, fondato sulle caratteristiche essenziali, e perciò “profonde”, della persona.

Un apprezzamento profondo verso la persona come tale viene raggiunto estendendo, con l’immaginazione, agli altri le proprie esperienze di vita più elementari e impegnative. Una persona arriva a sapere che tutti i mortali sono nella medesima condizione umana: sono gravati dall’intenso desiderio di sopravvivere e colpiti da impulsi e passioni; incontrano fallimenti e sofferenze, ma in qualche modo tirano avanti. E la fede completa queste considerazioni naturali e ci aiuta a vedere nelle persone umane “dei chiamati” da Dio alla vita eterna e ad essere figli di Dio.

Attraverso una tale percezione dell’altro, il pastore di anime è aiutato a superare gli ostacoli “di superficie”, provenienti da caratteristiche marginali delle persone, come possono essere aspetti fisici, caratteriali, razziali…, per giungere a considerare le persone nelle loro aspirazioni e sofferenze più profonde, e nella luce del piano di Dio su di loro. 

In questo modo si arriva a una più vera conoscenza delle persone.

L’apprezzamento delle persone porta alla loro comprensione empatica.

La comprensione parte dal presupposto, in genere sottinteso, che l’altro merita di essere considerato e rispettato per sé stesso, e consiste nel “mettersi nei panni” dell’interlocutore, per poter avere con lui un contatto autentico. Più precisamente si tratta di tener conto del come l’altro vede e valuta la situazione, in seguito alla sua esperienza, alle sue idee, alla sua formazione; bisogna poi anche considerare i suoi sentimenti, le inclinazioni e repulsioni che prova, e i motivi, coscienti o inconsci, che lo muovono. La capacità di comprensione comporta da una parte una disposizione quasi ascetica di uscire da sé stessi e di considerare come possibili altri punti di vista, oltre il nostro; d’altra parte suppone una conoscenza approfondita dei processi psichici, che abitualmente si acquisisce con apposito studio.

Tener conto della situazione interna dell’interlocutore non significa necessariamente condividere le sue idee, i suoi motivi o i suoi sentimenti; tuttavia, per accompagnare l’interlocutore verso quei valori che egli già ha in germe dentro di sé, occorre partire da quella situazione interna e camminare insieme a lui.

L’atteggiamento di comprensione suppone una personalità in sé stessa solida, con una forte identità, e perciò capace di accostare intimamente gli altri senza la paura – e il pericolo – di essere distolti dal proprio cammino.

L’atteggiamento di comprensione si prolunga nella capacità e nel bisogno di dialogo. L’inclinazione al dialogo si basa sulla fiducia nell’intelligenza e nell’onestà dell’interlocutore, e nasce dal non sentirsi mai “arrivati”; al contrario, coscienti dell’ampiezza del compito di essere uomini e cristiani, si è sempre in ricerca, contenti di condividere con gli altri questo cammino, in uno scambio di dare e ricevere. Si può riconoscere nella disposizione al dialogo, specie nella comunicazione pastorale, il “carattere euristico” del sentimento religioso maturo. 

Il dialogo suppone, e dimostra all’interlocutore, che i valori in cui il pastore crede e che vuole trasmettere non sono invenzioni private, ma beni reali, connaturali anche con il fedele che ascolta. Si crede perciò che egli ne senta naturalmente l’attrazione, purché si trovi nelle condizioni interiori ed esteriori opportune; se si eccettuano le funzioni propriamente sacramentali, il pastore non sarà che la proposta esterna di quanto per natura e per grazia già è radicato nell’interlocutore e attende di svilupparsi.

Mentre il dialogo valorizza l’interlocutore, dà esempio di ricerca volonterosa e onesta, e facilita la comunicazione; l’atteggiamento dogmatico, al contrario, mantiene distanti le persone e favorisce nell’interlocutore una disposizione di rivalsa e di contraddizione.

Anche il pastore d’anime, pur essendo ministro della parola e incaricato di un governo sacro, avrà maggior frutto nel suo apostolato se si considererà non maestro, ma condiscepolo, non sovrano, ma servo, e se farà in modo che così lo percepiscano i fedeli a lui affidati.

Su questa disposizione al dialogo crescono poi le realizzazioni pastorali che coinvolgono con fiducia i fedeli laici, accolgono e favoriscono la loro partecipazione ai compiti della Chiesa, secondo il loro ruolo, nelle forme più svariate di collaborazione.

4. Conclusione

Il quadro di riferimento finora presentato permette di collocare nel loro contesto logico gli aspetti della formazione umana dei pastori ai quali PDV dedica maggiore attenzione.

Al n. 43 il testo parla di «personalità equilibrate, forti e libere».

Ora, un equilibrio interiore non si può immaginare senza un sicuro ancoraggio a scopi e ideali, come si è accennato parlando della caratteristica della “direttività”; la stessa disposizione è alla base della “forza dell’io”; d’altra parte il governo delle emozioni, unito alla chiarezza di una prospettiva aperta a Dio e ai fratelli, rende il pastore psicologicamente e spiritualmente “libero”, e «capace di portare il peso delle responsabilità pastorali» (PDV 43). 

Nello stesso paragrafo l’Esortazione parla della capacità di relazione personale, di comprensione, di dialogo e di collaborazione: di queste disposizioni si sono visti i fondamenti e le articolazioni, parlando della dimensione della “partecipazione”.

Il n. 44 di PDV è in buona parte dedicato all’importante tema della maturazione affettiva, vista come condizione per la donazione generosa a Dio e ai fratelli e per un celibato vissuto con amore gioioso. La maturazione affettiva ha le sue basi nel sentimento vissuto della propria dignità di uomo e di figlio di Dio, e nell’apertura “profonda” agli altri; essa si esprime in un’umile sicurezza nella capacità di incontrare gli altri con fiducia e con rispetto, nel desiderio di condividere quanto vi è di più bello e importante in sé e nelle altre persone. Questa disposizione a crescere insieme (e la fede ci insegna che questo è un crescere verso Dio fino a divenire «a lode della Sua grazia») libera la persona dalla ricerca di soddisfazioni egoistiche. 

La radice di tutto resta ancora la “direttività”, come tensione mai saziata verso “il bene”.

Naturalmente non possiamo pensare a una sorta di “angelismo”. L’affettività fa anche parte di un istinto, quello sessuale, che ha i suoi meccanismi e la sua logica. Resta perciò sempre il compito di purificare le intenzioni, di chiarire il significato di incontri e situazioni, di non ricercare ciò che, per sua natura, può avviare una linea di condotta istintiva che non è in accordo con ciò che il Signore si attende dalla persona consacrata e che la persona stessa persegue sinceramente come intenzione e direttiva centrale della sua vita. 

Di questo abbiamo già fatto cenno. Vi dicevo fra l’altro che su questo argomento ci vorrebbe una meditazione a parte.

Nello stesso n. 44 troviamo la conferma della centralità della “direttività” nella formazione del futuro pastore. Dice infatti il testo che la formazione, soprattutto affettiva, «si configura come obbedienza convinta e cordiale alla “verità” del proprio essere, al “significato” del proprio esistere, ossia al “dono sincero” di sé, quale via fondamentale e contenuto dell’autentica realizzazione di sé».

Questa formazione umana, che rende la persona decisamente diretta al bene, a Dio e ai fratelli, costantemente intesa a costruire, a crescere interiormente, capace di apprezzamento, di comprensione profonda, di dialogo e di collaborazione, è, come ogni crescita umana e cristiana, prodotto di un serio impegno umano e insieme della “chiamata” e della grazia di Dio, e costituisce quella solida base richiesta per la formazione spirituale e pastorale più specifica.

***

Tu, seguimi! 

Questo invito – che un giorno il Signore rivolse a Pietro sulle rive del mar di Galilea – questo invito Gesù lo rivolge oggi a te! 

Seguiamolo, disponendoci coraggiosamente e lealmente a una formazione umana e spirituale autentica.

Nel dono generoso di noi stessi scopriremo la via della santità, la via della vera felicità. Saremo, come don Bosco, «con i giovani, per i giovani»!  

Allora, voltandoci indietro a guardare nel tempo, anche a noi sembrerà di “comprendere tutto”: che cioè il Signore ci guida sempre per mano, con amore infinito, lungo il cammino della nostra vita.

Signore Gesù, ti chiediamo questa grazia incomparabile: che il nostro cuore sia veramente il cuore del buon Pastore, aperto alla misericordia e alla carità, secondo l’esempio di san Giovanni Bosco…

Card. A. De Donatis, Meditazioni in preparazione della solennità di San Giuseppe

Aggregatori di intuizioni e orientamenti e non di veline

Ecco un aiuto in un mondo dal pensiero uniformato, dove si cita qualche minima opposizione che tanto è già molto conosciuta di suo e non si cerca il vero con l’aiuto di tutti, con le mille sfumature e novità che ciò può portare.

La Chiesa e la benedizione delle coppie omosessuali

CITTÀ DEL VATICANO , 15 marzo, 2021 / 12:45 AM

“AL QUESITO PROPOSTO: “La Chiesa dispone del potere di impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso? SI RISPONDE: Negativamente”.

Poche righe per rispondere ancora una volta con un no alle proposte del Sinodo della Chiesa cattolica in Germania e soprattutto alle idee del cardinale Marx. 

La risposta viene dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinale gesuita Ladaria.

A dicembre del 2019 il card. R. Marx, allora presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha affermato che ”La Chiesa non può sminuire un rapporto omosessuale solido, in cui ciascuno dei due partner rimane a fianco dell’altro per anni”. Il 23 febbraio di quest’anno, il vescovo Peter Kohlgraf di Magonza ha difeso il suo sostegno a un libro di benedizioni e riti per le unioni omosessuali. Il libro fa seguito a una pubblicazione dell’Austria del maggio 2020 su come le coppie omosessuali potrebbero ricevere una benedizione liturgica formale. In Germania la questione è molto sentita tanto che una predica dello scorso gennaio pronunciata dal vescovo di Passau, Stefan Oster, ha provocato la dura reazione dell´Associazione delle lesbiche e degli omosessuali (LSVD) della Baviera. 

Intanto prosegue il Sinodo della Chiesa cattolica in Germania che sta ricevendo una serie di no da Roma, dall’intercomunione alle donne sacerdote fino oggi a questo, prevedibile, alla benedizione di coppie dello stesso sesso.

La Congregazione nella Nota esplicativa spiega che certe proposte “non di rado sono motivate da una sincera volontà di accoglienza e di accompagnamento delle persone omosessuali” e in tali cammini “l’ascolto della parola di Dio, la preghiera, la partecipazione alle azioni liturgiche ecclesiali e l’esercizio della carità possono ricoprire un ruolo importante al fine di sostenere l’impegno di leggere la propria storia e di aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale, perché «Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa», rifiutando ogni ingiusta discriminazione”.

La nota spiega poi i “sacramentali” che sono “segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali”. Certo “i sacramentali non conferiscono la grazia dello Spirito Santo alla maniera dei sacramenti; però mediante la preghiera della Chiesa preparano a ricevere la grazia e dispongono a cooperare con essa”.

Si tratta appunto delle benedizioni, “con le quali la Chiesa «chiama gli uomini a lodare Dio, li invita a chiedere la sua protezione, li esorta a meritare, con la santità della vita, la sua misericordia». Esse, inoltre, «istituite in certo qual modo a imitazione dei sacramenti, si riportano sempre e principalmente a effetti spirituali, che ottengono per impetrazione della Chiesa». Di conseguenza, per essere coerenti con la natura dei sacramentali, quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre – oltre alla retta intenzione di coloro che ne partecipano – che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore. Sono quindi compatibili con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni.

Per tale motivo, non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso”. 

La nota spiega che le note positive in tali unioni “pur da apprezzare e valorizzare” non le rendono “legittimamente oggetto di una benedizione ecclesiale, poiché tali elementi si trovano al servizio di una unione non ordinata al disegno del Creatore.

Inoltre, poiché le benedizioni sulle persone sono in relazione con i sacramenti, la benedizione

delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita, in quanto costituirebbe in certo qual modo una imitazione o un rimando di analogia con la benedizione nuziale, invocata sull’uomo e la donna che si uniscono nel sacramento del Matrimonio, dato che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppur remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia»”.

Non si tratta di una discriminazione ma di un richiamo alla verità sui sacramenti e sui sacramentali. La nota si conclude con un richiamo ai Pastori “ad accogliere con rispetto e delicatezza le persone con inclinazione omosessuale, e sapranno trovare le modalità più adeguate, coerenti con l’insegnamento ecclesiale, per annunciare il Vangelo nella sua pienezza”. E “La risposta al dubium proposto non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale, le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale, ma dichiara illecita ogni forma di benedizione che tenda a riconoscere le loro unioni. In questo caso, infatti, la benedizione manifesterebbe l’intenzione non di affidare alla protezione e all’aiuto di Dio alcune singole persone, nel senso di cui sopra, ma di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio”.

La Chiesa benedice i “figli pellegrinanti in questo mondo” ma “non benedice né può benedire il peccato:benedice l’uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d’amore e si lasci cambiare da Lui”.

Per questo “la Chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso nel senso sopra inteso”.

La nota chiude con la conferma che “Il Sommo Pontefice Francesco, nel corso di un’Udienza concessa al sottoscritto Segretario di questa Congregazione, è stato informato e ha dato il suo assenso alla pubblicazione del suddetto Responsum ad dubium, con annessa Nota esplicativa” la data è del 22 febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro e la firma è del prefetto Luis F. Card. Ladaria, S.I. e del Segretario Giacomo Morandi. 

Angela Ambrogetti, Acistampa

Card. Bo: preghiamo per la dignità del popolo cinese

YANGOON , 14 marzo, 2021 / 11:09 AM

Una intera settimana di preghiera per i cattolici in Cina. É la proposta del cardinale Bo Presidente della Federazione della Conferenze episcopali asiatiche. 

Il cardinale del Myanmar richiama la lettera di Papa Benedetto XVI ai cinesi che istituì la giornata di preghiera il 24 maggio, e propone che nella settimana dal 23 al 30 maggio nelle Chiese in Asia si preghi per questa intenzione. 

“ Vogliamo chiedere alla Vergine di Sheshan di proteggere tutta la umanità e la dignità di ogni persona che vive in Cina”.

Il cardinale ricorda che molte parti del mondo sono in difficoltà, ma in spirito di solidarietà non bisogna pensare solo a se stessi ma anche pregare ed essere vicini agli altri. 

La proposta di una settimana di preghiera è un segno di rispetto e di amore per il popolo cinese e la sua storia, spiega il cardinale. E si augura che la Cina possa diventare una forza di bene e proteggere i diritti dei più vulnerabili e emarginati del mondo. 

Il cardinale ricorda le parole di Papa Francesco che parlano della fame di Dio e di dignità.

Il cardinale conclude chiedendo con forza a tutti i fedeli del mondo di unirsi in questa settimana di preghiera per la Chiesa e la gente della Cina in unione speciale con il Papa, con Benedetto XVI e con tutta la Chiesa per chiedere alla Madonna Madre della Cina e dell’Asia  di sostenere i fedeli perché non abbiano paura di parlare di Gesù nel mondo del mondo di Gesù, e di essere sempre testimoni credibili di questo amore sempre aggrappatto alla roccia di Pietro. 

Il cardinale Charles Maung Bo sta tentando una mediazione fra la giunta militare, autrice del colpo di Stato, e la popolazione e il partito vincitore delle elezioni, la Lega nazionale della democrazia di Aung San Suu Kyi. 

Di Angela Ambrogetti, ACIstampa

Guido Oldani, *** Giuseppe

Mt 1,16.18-21.24

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

*** Giuseppe

maria è dello spirito la moglie

e di dio poi sarà la madre

nella storia che dentro al cielo quadra.

giuseppe non fa scene da cortile,

solido come un palo della luce

può immaginare già un femminicidio

ma nel sogno un angelo per radio

dice al falegname delle stelle:

“abbi il cuore più grande d’ uno stadio”.

16-18 marzo, h. 12,20: meditazioni del card. De Donatis su San Giuseppe

Guido Oldani, La calamita (V domenica di quaresima, anno b)

Gv 12,20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

LA CALAMITA

lo cercano, venuti da di fuori

e decide che si farà incontrare

ma sa che questo è il tempo dei dolori.

se il chicco non sarà come una bara

che è sepolta, non ci dà fiori e frutto,

né può mancare qui la tentazione

e una voce che è un tuono, forse un treno

rassicura e lui darà la vita:

dalla croce sarà una calamita.

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (4)

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (3)

Card. A. De Donatis, Meditazioni per la festa di San Giuseppe

Roma, 12 marzo 2021 

                                                                                                                                                                                                                                  Ai Sacerdoti e Diaconi

                                                                                                                                                                                                                                             della Diocesi di Roma

Ite ad Ioseph

Andate da Giuseppe

Carissimi,

                        in piena carestia, dopo i sette anni di abbondanza di grano per l’Egitto, il popolo grida al faraone per avere il pane. La risposta è decisa: “Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà” (Gen 41,55).

Queste parole del libro della Genesi, le ritroviamo, solitamente in latino – Ite ad Ioseph – riferite allo sposo di Maria, sotto le statue che lo raffigurano o sopra gli altari delle chiese a lui dedicate.

Nell’anno di San Giuseppe, vogliamo sentirle risuonare in noi sacerdoti, in questo tempo di carestia del mondo, certi che il Patrono della Chiesa universale si interessa di ogni particolare, di ciascuno di noi, perché non manchi mai il pane dell’amore e della fraternità.

Da un anno a questa parte stiamo affrontando situazioni cui non eravamo preparati; i ritmi e le attività del nostro ministero sono cambiati. A volte abbiamo sperimentato momenti di prova, di aridità, di incertezza sul presente e sul futuro.

Siamo stati chiamati a cambiare gli stili di vita, ma soprattutto a rimettere al centro il Signore, con la sua Parola, con la sua Presenza, ritrovandolo nei piccoli e nei poveri da amare e servire. In qualche modo è stata ferita la nostra paternità, come una potatura necessaria, affinché potessimo purificarla e portare più frutto.

Papa Francesco ci ha donato la splendida lettera “Patris corde” su San Giuseppe. Leggendola e meditandola (come abbiamo fatto in particolare in occasione della liturgia penitenziale nel giovedì dopo le Ceneri), ho creduto più di una volta che il Papa pensasse, oltre ai papà di famiglia, in particolare a noi sacerdoti. Ha scritto per noi, perché riscoprissimo il dono, la responsabilità e la gioia della paternità.

In una “società senza padri”, la Chiesa infatti ha ancor più bisogno di riscoprire la paternità, che nella lettera è delineata in modo completo, indicando Giuseppe come padre nella tenerezza, nell’obbedienza, nell’accoglienza, padre lavoratore epadre nell’ombra. Inoltre, come scrive al n°5, Giuseppe è padre “dal coraggio creativo”.

Vorrei soffermarmi su questo aspetto, che credo significativo in questo tempo di pandemia in cui, davanti alla difficoltà, “ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo”.

Quest’anno abbiamo vissuto a volte la tentazione di fermarci e di abbandonare il campo; abbiamo però avuto tante testimonianze di pastori capaci di avere il coraggio creativo, tirando fuori risorse che non si pensava neanche di avere.

Il Cielo – scrive il Papa – interviene fidandosi del coraggio creativo di Giuseppe… che sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza”.

Io sono grato al Signore per il coraggio creativo di voi sacerdoti e, con voi continuo a camminare anche in questo tempo incerto, certo della presenza del Signore che provvede. Prego per voi, vi sostengo con affetto, chiedo che questa quaresima possa essere veramente un’occasione per riscoprire la nostra paternità.

Per questo la proposta di ritiro spirituale – con la traccia che vi mando per la preghiera personale e per la condivisione – vuole essere un’opportunità per fermarci un po’ di tempo davanti a Dio, da soli e con i fratelli, perché il Signore ci aiuti ad avere sempre più un cuore di padre.

Dio continua a fidarsi di noi, “di quello che possiamo progettare, inventare, trovare”. L’importante – ci ricorda il Papa – “è domandarci se stiamo proteggendo con tutte le nostre forze Gesù e Maria, che misteriosamente sono affidati alla nostra responsabilità, alla nostra cura, alla nostra custodia”. Se avremo cura, nel nostro ministero, di “ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni malato”, se impareremo da Giuseppe “la medesima cura e responsabilità: amare i Sacramenti e la carità; amare la Chiesa e i poveri” … allora continueremo a custodire il Bambino e sua madre.

Vi suggerisco di prendervi il tempo necessario, in questi giorni, per fare silenzio, meditare e pregare. Vi esorto a condividere poi i frutti di questa preghiera con i confratelli sacerdoti o anche con i laici, anch’essi invitati a vivere questo ritiro.

Come è stato per i giorni in preparazione alla Pentecoste dell’anno scorso, questa è un’occasione da non perdere, un regalo che vogliamo farci per il nostro bene e per quello dell’intera Diocesi di Roma.

Anche a noi è rivolta allora la stessa parola del faraone: Andate da Giuseppe!

Da lui ci rechiamo fiduciosi, certi che, con cuore di padre, ci farà avere il Pane necessario per tutti.

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Angelo Card. De Donatis

Vicario Generale di Sua Santità

per la Diocesi di Roma

Comunione e Liberazione

I 90 anni del card. Camillo Ruini

Il paradosso della carta che resta

https://gpcentofanti.altervista.org/i-desaparecidos-virtuali/

Card. Angelo De Donatis, II Domenica di quaresima, anno b

Guido Oldani, L’appeso (IV domenica di quaresima, anno b)

Gv 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

L’APPESO

qui, l’interlocutore è nicodemo

che a nome dell’intera specie umana

si fa teste di ciò che non vien meno.

nel distintivo c’è dei farmacisti

un serpente, che alto su un bastone

come un farmaco ci allontana i mali,

così si appenderà il nazareno

che solo a immaginarlo ci fa male,

ma il mondo può non essere più scemo.

Mons. Giovanni D’Ercole, Il pensiero unico

Lia Riggi, La Parola ed io

https://www.darsipace.it/2021/03/04/la-parola-di-dio-come-scoperta-di-se/

Equality act

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Equality_Act_(United_States)

Franca Giansoldati, Intervento di mons. Massimo Camisasca

Fonte: Il Messaggero

Città del Vaticano – Il Covid ha stravolto la natura delle relazioni umane fino ad assumere «volti sempre nuovi e misteriosi». In poche parole quello che si sta perdendo collettivamente è anche il filo che unisce a Dio. E’ un bilancio che colpisce al cuore quello fatto dal vescovo di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca ad un anno dall’inizio della tragedia. Camisasca ha analizzato gli effetti della crisi nazionale sotto diversi punti di vista, mettendo a fuoco il livello (scarso) della speranza che risiede nel cuore della gente.

La pandemia è arrivata a scuotere «le nostre esistenze, segnarci con la malattia e la morte, spesso lontana e isolata, di molti nostri famigliari e amici». Non solo. La pandemia «ci allontana gli uni dagli altri».

In una lettera indirizzata ai fedeli sono stati elenati i mali concreti,materiali, tangibili per poi fare presente che questo stato di dolore ha prodotto l’allontanamento dalla fede e dalla capacità di sperare.

«Ha obbligato la chiusura di tante nostre imprese. Ha allontanato i nostri ragazzi dalla scuola e dai loro amici. Ha provocato nuove, gravi povertà. Ha creato disagi psichici di gravissima portata che necessiteranno di lungo tempo per poter essere curati. Soprattutto ha indebolito la nostra speranza. Per molti, purtroppo, tutto ciò ha rappresentato una ragione sufficiente per allontanarsi dalla vita quotidiana della Chiesa, dalla catechesi, dalla celebrazione eucaristica» si legge.

Accanto a tutto questo, precisa Camisasca, «si è insinuata nelle nostre menti una forma subdola di materialismo ateo che ci ha fatto rivolgere alla scienza come all’unico approccio possibile per l’affronto del male. Mentre rinnoviamo il nostro grazie agli scienziati e ai ricercatori e li invitiamo a continuare nella loro opera, siamo assieme consapevoli che la scienza non detiene le chiavi ultime della vita: esse stanno in Dio, nostro Padre, che segue, guida e corregge la nostra esistenza. Benché Egli non sia l’origine del male, in questo mondo imperfetto, segnato dal peccato e dalla morte, Dio si serve del male per la nostra conversione, per richiamarci a ciò che è essenziale, a ciò che resta, alla vita che non finisce».

Il vescovo chiede con una preghiera da lui composta la fine della pandemia e la conversione del cuore della gente per poter avere la capacità di cogliere i raggi di luce anche nel buio.

Ecco il testo della preghiera: «A Te, Signore Onnipotente e Misericordioso,

rivolgiamo la nostra supplica:

allontana da noi il peccato

che ha fatto entrare la morte nel mondo.

Conduci a te i nostri cuori

e liberaci dalla pandemia che affligge le nostre esistenze

e quelle di tanti nostri fratelli e sorelle.

Ridonaci la gioia dell’incontro,

la fatica del lavoro,

la certezza della vita che non finisce.

Riaccendi in noi la sete e la gioia per i sacramenti

della Riconciliazione e dell’Eucarestia.

Aiutaci ad essere vicini a chi soffre.

Guarisci i nostri malati,

assisti in modo particolare i nostri ragazzi e le loro famiglie.

Dona a tutti la conoscenza di Te, Padre Creatore,

del tuo Figlio Salvatore

e dello Spirito Santo Consolatore.

Per l’intercessione di Maria Santissima

e di san Giuseppe, patrono della Chiesa,

ottienici presto questa grazia

che ti chiediamo con animo fiducioso e filiale».

Mauro Antimi, Ed era Pasqua

“Ho chiesto a Dio di darmi tutto il suo Bene, ormai respiravo a fatica. E lo sapevo che poteva succedere, anche così, in soli tre giorni. Festeggiavo la mia Carla prima,
47 anni insieme. Sono arrivati gli uomini coperti da scafandri, messo dentro e portato via, a sirene spiegate, questo me lo ricordo, come anche una maschera in faccia. Poi tanti attorno a me, una grande stanza illuminata, e il freddo, faceva freddo e respiravo male. Ogni tanto uno sprazzo di chiaro nella mente: Signore, salvami tu. Mi stanno curando, e non ricordo più, giorno, notte, sonno, veglia… E una grande dolcezza è arrivata, una pacata voglia di sonno profondo. Un minimo flash, una luce lontana, è tutto silenzio nel buio. Quante volte, e stavo bene, pregavo “Signore, non mi abbandonare… “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi nell’ora della nostra morte… “In te, Domine, speravi… E ritornai cenere, alleggerito da un corpo penoso. Ma senza freddo, e non provo più pena. E’ la mia anima senza tempo?Quel Dio che è in noi è qui pure per me che non mi riconosco più? E che mi fa questa luce leggera e distesa come quando è Primavera?
Ora sto bene e non sento più niente. Rivedo me e sorrido sereno. Ma dove sto? Sto lì, ed è Pasqua…. di Risurrezione”

Rupnik, Decidere

https://youtu.be/BF9m2ebitg4 

Eucaristia in Germania

https://www.catholicnewsagency.com/news/german-catholic-bishops-chairman-i-will-not-deny-communion-to-a-protestant-who-asks-for-it-84891

Card. Filoni, il papa in Iraq

Cardinale Filoni: La guerra contro Saddam fondata sulle bugie, le armi batteriologiche non esistevano. Giovanni Paolo II cercò di impedirla. Saddam era disposto al dialogo. Chiedeva solo di cedere il potere con gradualità, per creare basi adeguate e anche non venire umiliato. Aveva messo al bando le armi nucleari che comunque non aveva. Per Francesco non si può deludere l’attesa e disdire l’appuntamento. A Dio piacendo sarà un passo verso la fratellanza. I cristiani decimati.

F. Giansoldati su Il Messaggero-Vaticano

Guido Oldani, Il papa in Iraq

FRANCESCO

lui vola, dove stanzia il bombardiere,

tenuto d’occhio certo da qualcuno,

scavalca pari a un ponte il mare intero

che il naufrago vorrebbe far sparire.

e scende in una terra accoltellata,

tra luoghi come avanzi d’ospedale;

che il coraggio di questo padre vecchio

fra tanti intoppi, spesso ingarbugliati,

sbrindelli il troppo arrugginito male.

Avvenire 4 marzo pg 2

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (2)

Mons. Dario Gervasi, In famiglia

Guido Oldani, La frusta (III Domenica di quaresima, anno b)

Gv 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

LA FRUSTA

gente che ha messo il cuore nella tasca,

sono dei tiramolla del denaro

rapace, dentro al tempio come fuori.

gesù che è mite come un fil di seta

li butta all’aria loro, banchi e bestie

per separare il cielo dal letame,

lo ammazzeranno ma in tre giorni torna

e questo è proprio il peggio che li scorna.

Franca Giansoldati, Papa Francesco: In confessionale serve misericordia

T. Adorno, Teoria della Halbbildung

https://gpcentofanti.altervista.org/lalternativa-teleguidata/

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