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Libera ricerca del vero

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Don Armando Matteo

La preghiera del cuore

Santuario della Divina Misericordia, Roma

https://www.divinamisericordia.it/

Francia: libertà religiosa osteggiata

di Andrea Gagliarducci, ACIstampa


La scusa è stata la recrudescenze di episodi di Islam radicale in Francia, dalla morte di padre Jacques Hamel all’attentato di Nizza, dagli attacchi a Chalie Hebdo a quello del Bataclan alla decapitazione di Samuel Paty. Ma, di fatto, la legge sul separatismo religioso voluta dal presidente francese Emmanuel Macron mette a rischio la libertà di tutte le fedi. Tanto che cattolici, protestanti e ortodossi hanno reagito con una lettera congiunta, pubblicata su Le Figaro il 9 marzo, in cui denunciano che la la legge “rischia di violare libertà fondamentali che sono la libertà di culto, di associazione, d’istruzione e persino la libertà di opinione”. La legge, già approvata in Assemblea Nazionale a febbraio, verrà discussa in Senato il prossimo 30 marzo.

Come detto, la legge, intitolata “Per il rispetto dei principi della Repubblica” nasce per contrastare l’Islam radicale. Le polemiche, sin dall’annuncio, sono state forti. La legge, per come è concepita, andrebbe a colpire la religione musulmana e la libertà di culto.

Il documento cristiano è firmato dall’arcivescovo Eric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza Episcopale Francese; dal pastore François Clavairoly, presidente della Federazione Protestante di Francia; e dal metropolita Emmanuel del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli.

Nel documento, i tre dicono di accogliere “”senza riserve le disposizioni del disegno di legge che consentono di lottare in modo più diretto contro i matrimoni forzati, le mutilazioni sessuali, la disuguaglianza di eredità, l’incitamento all’odio e la discriminazione in tutte le sue forme”.

Ma – aggiungono – “che senso ha complicare la vita delle associazioni religiose previste dalla legge del 1905 (che regola l’esercizio della maggior parte dei culti praticati in Francia, ndr)? Pensiamo seriamente che chi vuole vivere ‘lontano’ dalla Repubblica contestandone i fondamenti aderirà ad uno statuto ufficiale, costantemente sotto lo sguardo dei prefetti? Come possiamo sperare che tali disposizioni daranno ai nostri concittadini musulmani fiducia nella volontà della Repubblica di permettere loro di vivere la loro fede con libertà e senso di responsabilità e di praticare la loro religione entro i soli vincoli del rispetto dell’ordine pubblico?”.

La possibile discriminazione è condivisa anche a livello politico. Una stigmatizzazione dei musulmani è denunciata da mesi dal gruppo parlamentare France Insoumise, per esempio.

In generale, c’è tutto un attacco alle religioni in Francia. Macron ha voluto anche una norma per aumentare il controllo su predicazioni e sermoni, per evitare derive antirepubblicane. La legge, infatti, prevede che tutte le associazioni rispettino i “valori repubblicani”, dichiarino specificamente cosa fanno con trasferimenti di denaro superiore ai 10 mila euro. E poi, c’è una serie di sovvenzioni, obblighi di dichiarazione delle associazioni religiose, la facoltà di chiusura amministrativa dei luoghi di culto per motivi di ordine pubblico.

Si va, dunque, davvero a toccare la libertà di culto, con misure restrittive possibili che somigliano moltissimo a quelle straordinarie del primo picco di COVID, che portarono molti legislatori a confrontarsi sul tema.

L’arcivescovo Moulins de Beaufort è stato anche sentito la scorsa settimana dalla Commissione legislativa del Senato, insieme ad altri rappresentati delle religioni in Francia.

Così, mentre il presidente del Consiglio francese per il Culto Musulmano ha detto di temere “un sentimento di sospetto generalizzato”; mentre la Federazione Protestante di Francia ha lanciato l’allarme che il disegno di legge possa provocare danni collaterali a tutte le religioni; mentre gli unici ad approvare in qualche modo la legge sono gli ebrei, con la voce del rabbino capo di Francia Haim Korsia; la Conferenza Episcopale francese ha piuttosto messo in luce il fatto che il testo dia l’impressione “che i credenti siano cittadini da cui diffidare”, e questo “è il contrario di quello che è stato annunciato a ottobre, ha tuonato il presidente della Conferenza Episcopale Francese.

Le preoccupazioni della Conferenza Episcopale Francese sono soprattutto per le associazioni religiose, quasi 5 mila in Francia, perché – ha detto l’arcivescovo Moulins de Beaufort – “molte delle disposizioni previste renderanno la loro vitat più difficile”, a partire dall’articolo 27 che introduce l’obbligo di ribadire “la dichiarazione di qualità religiosa di un’associazione“. “Tuttavia, in un momento in cui i prefetti dovevano dare il loro accordo per ogni donazione ricevuta da un’associazione religiosa, abbiamo avuto brutte esperienze con le prefetture che non erano in grado di elaborare questi file in tempo”, osserva Eric de Moulins Beaufort.

L’articolo 6, che prevede un contratto di “impegno repubblicano”, è oggetto della stessa diffidenza. Ha notato Moulins de Baeufort: “Esiste già una carta che fissa un certo numero di principi a cui le associazioni dovrebbero partecipare, e a quali associazioni devono aderire, perché dobbiamo ancora aggiungere un contratto? Ciò dimostra la debolezza di questo tipo di dispositivo. Quando avremo esaurito il fascino della carta e del contratto, dovremo ancora inventare un dispositivo dello stesso ordine. E così ancora, ci ritroveremo con un provvedimento che complicherà la vita delle associazioni, che elenca un certo numero di principi a cui non c’è opposizione da parte nostra, ma che dà l’impressione che non appena un’associazione è religiosa , dovrebbe essere osservato più da vicino”.

L’arcivescovo di Reims non ci è andato leggero: “L’unico interesse del contratto è la repressione”. Tanto più che alcuni deputati desiderano aggiungere il principio della laicità nel contratto, e questo potrebbe significare che la Caritas francese, Secours Catholique, non dovrebbe essere cattolico per poter operare.

La Conferenza Episcopale Francese, insomma, “comprende che ci sono fatti che devono essere prevenuti e atti che devono essere puniti”, ma ha “la sensazione che per lottatre per un po’ di islamisti, tutti i credenti dovranno farne le spese”, e solo una “legge repressiva può dare questa impressione”.

I senatori hanno chiesto degli scambi interreligiosi prima della presentazione del testo.

“Quando – ha risposto l’arcivescovo – il Presidente della Repubblica ci ha presentato quello che sarebbe stato il discorso di Mureaux, la reazione dei tre funzionari musulmani presenti all’Eliseo è stata quella di dire: ‘Questa legge ci aiuterà a lottare contro i nostri stessi fondamentalisti’. Ma il clima è cambiato dopo l’assassinio di Samuel Paty intorno alla questione dei cartoni animati, che ha dato l’impressione ai cittadini musulmani che questa legge avrebbe permesso di prendere in giro la fede musulmana”.

Secondo lui, la difficoltà che sta attraversando la Francia risiede nel fatto che “i musulmani non vivevano, non conoscevano la separazione tra Chiesa e Stato nel 1905, e noi abbiamo difficoltà a portare i nostri cittadini musulmani in quella idea. Penso che sia possibile aiutarli con il tempo. È un lavoro lungo. Ma dobbiamo complicare la nostra esistenza per questo? Questo è quello che devi decidere “.

Ave Maria, gregoriano

Giuseppe Ungaretti

Guido Oldani, Le dita (II Domenica di Pasqua o Della Divina Misericordia, anno b)

Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

LE DITA

tommaso ancora non l’aveva visto

dopo che morto è ritornato in vita

a dare fuoco al male che ci guasta.

“le mie dita, al pari di una chiave,

le sue ferite, come serrature,

vorrei che andassero ad esplorare

così sicuro poi crederò anch’io

e solo allora griderò mio dio”,

“beato chi sa già, senza toccare”.

La diocesi di Roma

Guido Oldani, Il realismo terminale

Guido Oldani, La tomba esplosa (Lunedì di Pasqua)

Mt 28,8-15

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

LA TOMBA ESPLOSA

mescolano la fifa con la gioia

le donne, che lo incontrano per strada,

diranno ai suoi, li aspetta eccetto giuda.

e la banda bassotti del sinedrio

alle guardie finite gambe all’aria

gli paga quel che devono mentire

cioè che il corpo è stato trafugato,

metodo in uso gratis nel creato.

Poesia, Lunedì dell’angelo

Lunedì dell’angelo

Le mille ferite che il tempo m’ha fatto
si quietano in un barbaglio di luce,
nel mormorio delle cose
che culla il mio dormire.
Ora riposo, e lavora la vita
e tutto è una fitta di dolore
e una canzone dolce.

Lunedì dell’angelo (2)

Guardate i gigli del campo,

guardate gli uccelli del cielo

e così imparate a giudicare

questo tempo. Imparate

dagli aberi, in autunno le

foglie dorate, fino all’ultimo

belle, lasciano volare via

con fiduciosa malinconia.

E dopo la neve come potrebbe

altrimenti al fico farsi tenero

il ramo e sapere che l’estate

è vicina? Lasciatevi svegliare

dal gallo alle prime luci dell’alba,

e sia colmato il cuore di speranza

al tremolare della stella del mattino.

https://gpcentofanti.altervista.org/piccolo-magnificat-un-canto-di-tanti-canti/

Franca Giansoldati, Il card. Brandmuller e la fede in Germania

Per Brandmuller lo scisma in Germania è un processo già avviato. Bisogna distinguere scismi ed eresie. Comunque qui si tratta di entrambi i casi.

Massimiliano Maria Kolbe

Mons. Enrico Dal Covolo, Buona Pasqua

Nella solenne Veglia pasquale ho concluso la predicazione degli Esercizi Spirituali nel Seminario dei Guanelliani (Roma). E’ stata una settimana di grazia, nella quale siamo saliti a Gerusalemme,  e siamo cresciuti insieme nella fede, nella speranza e nella carità. Da tutti noi l’assicurazione della nostra preghiera per voi. Da parte mia, vi rinnovo una speciale benedizione di Pasqua.

Ave Maria, gregoriano

Natuzza Evolo

Guido Oldani, Le Pasque

LE PASQUE

pasqua e natale, presili di mira

ne usano le musiche e gli auguri

per commerciarci sopra i loro affari.

e la natura mette su le gemme

come bottoni lungo le camicie

e la bellezza fa le scarpe al brutto

e dentro al buio, lui, del suo sudario

si fa di luce, più di un lampadario.

Benedizione di Padre Pio

Ratzinger su don Giussani

Proposte della CEI per il sinodo

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-02/papa-francesco-bassetti-cei-sinodo.html

Guido Oldani, Pasqua imprevista (Domenica di Pasqua, Risurrezione del Signore, anno b)

Gv 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

PASQUA IMPREVISTA

maria, non la moglie di giuseppe,

ci va dal nazareno che è sepolto,

arriveranno poi giovanni e pietro

a ruota, come nelle gare in moto.

e quale secchio che si è rovesciato

la tomba cava è del tutto vuota,

vedeste voi la faccia del sinedrio:

sembra un tacchino quando fa la ruota.

Ettore Gotti Tedeschi, I passaggi dello sfacelo italiano

Giampaolo Centofanti, La liberazione dell’amore divino e umano di Gesù

Intervista al card. Angelo Scola

Card. A. Scola, Umanesimo e tecnica

Card. De Donatis, omelia ordinazione episcopale di d. Dario Gervasi

Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola

Di Gianluca Giorgio, ACIstampa

ROMA , 24 febbraio, 2021

Sant’Ignazio uscendo dalla piccola città basca di Loyola, ha in cuore di camminare per le vie di Dio.

Scorrendo l’Autobiografia si apprende che il primo desiderio che anima la vita del santo, è quello di annunciare il vangelo a coloro che ancora non lo conoscono.

Vissuto il cuore del Padre, durante il periodo della convalescenza, dopo l’assedio di Pamplona per riprendersi da una ferita ad una gamba, si ritira nelle grotte di Manresa ed in quel luogo inizia un percorso personale di ascesi sulle realtà eterne.

Correva l’anno 1522 ed il fondatore della Compagnia di Gesù, mette al servizio della Vergine che si venera in quel santuario, la propria vita ed il proprio cuore.

Le riflessioni che, da quei giorni, illumineranno il proprio cammino e quello di molti altri, che si rivolgeranno alla sua parola, sono contenute nel libro degli Esercizi spirituali.

Questo è un metodo con il quale si esamina l’anima e soprattutto si offre una modalità per comprendere la voce di Dio, separandola da quella dello spirito del male.

Nella prima parte del testo, il santo osserva che ”con Esercizi spirituali si intende ogni modo di esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente e altre operazioni spirituali. Come, infatti, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima”.

L’opera si compone di quattro settimane che conducono l’eserciziante al colloquio con la propria vita spirituale, prendendo coscienza delle mozioni interiori che l’agitano.

Paure, timori, imperfezioni e limiti vengono superati con quella fede che si scopre esser parte viva del quotidiano.

La bellezza ed il dono delle consolazioni animano la vita del credente che, scoperte, dirige la propria vita verso le esigenze del vangelo, illuminate dalla gioia che queste producono nell’anima.

Scopo del testo è quello di aiutare a prendere una decisione o semplicemente fare una scelta, concreta e responsabile, per il proprio bene e quello degli altri.

Lo scritto, edito nel 1548 in latino, è una della fonti più autorevoli del pensiero ignaziano.

Insieme all’Autobiografia, al Diario ed alle Lettere rappresenta il modo di intendere e di meditare sulla vita che Sant’Ignazio ha messo in pratica, durante tutto il corso dell’esistenza.

Il Pontefice Paolo III, visto il molto bene fatto, approvò gli Esercizi Spirituali, con il breve  Pastoralis officii, con il quale esorta i fedeli ad esser partecipi della preziosa esperienza. Era il 31 luglio 1548.

Da quell’anno ad oggi, il pregiato volume accompagna tutti quelli che si affidano alle parole di Sant’Ignazio di Loyola, che, con amore e intelligenza, ha condotto moltissime anime sulle strade del vangelo e della gioia.

Card. A. De Donatis, Omelia nella solennità di San Giuseppe

Il blog di Giovanni Marcotullio

https://www.breviarium.eu/author/giovannimarcotullio/

Guido Oldani, L’aceto (Domenica delle Palme: Passione del Signore, anno b)

L’ACETO

da mezzodì alle tre c’è buio pesto

come di notte se non vi è un lampione

e le stelle s’infilano in un cesto.

lui si sente dal padre abbandonato

e c’è chi dice il cielo non lo salva?

mentre un altro gli allunga dell’aceto,

già la vita col grido va in frantumi

ed il velo del tempio si è stracciato

ma un soldato ci dà la fede a fiumi.

Ecco il vangelo del giorno di cui la poesia sopra è un commento:

Mc 14,1 – 15,47

– Cercavano il modo di impadronirsi di lui per ucciderlo
Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

– Ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

– Promisero a Giuda Iscariota di dargli denaro
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

– Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

– Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà
Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

– Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue dell’alleanza
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

– Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto:
“Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

– Cominciò a sentire paura e angoscia
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

– Arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

– Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?
Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi a? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva a. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.

– Non conosco quest’uomo di cui parlate
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

– Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?
E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei? ». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi a? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più a, tanto che Pilato rimase stupito. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

– Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

– Condussero Gesù al luogo del Gòlgota
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

– Con lui crocifissero anche due ladroni
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

– Ha salvato altri e non può salvare se stesso!
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

– Gesù, dando un forte grido, spirò
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa.

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

– Giuseppe fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro
Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Mons. Suetta su Sanremo 2021

https://www.diocesiventimiglia.it/comunicato-del-vescovo-antonio-suetta/

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (5)

Giovanni Marcotullio, I postumi spirituali della pandemia

https://it.aleteia.org/2021/03/20/postumi-spirituali-covid-sesso-messa/

Riccardo Larini, Lettera a Enzo Bianchi

Caro Enzo,

inizio col rivolgermi a te, non per fare graduatorie di merito o ignorare (come hanno fatto in troppi) gli altri fratelli e sorelle che sono stati, inutile usare un eufemismo, espulsi da Bose, ma perché è palese che è soprattutto a causa tua (il che non vuol dire per colpa tua) che si sono riversati anche sugli altri l’odio e la furia dei parabolani/talebani che hanno preso in mano i destini della comunità che tu hai fondato, supportati da un’istituzione ecclesiale che sembra aver dimenticato ormai del tutto il vangelo e che ha optato palesemente per il ricorso a strumenti totalitari, degni dei peggiori regimi al mondo. Il tutto, infine, sotto gli occhi compiacenti e in larga misura complici di una stampa cattolica che conferma l’attuale abbandono della traiettoria conciliare da parte della chiesa italiana.

Non intendo con questa lettera aperta gettarmi in ulteriori analisi delle divisioni occorse e delle tue eventuali corresponsabilità, che mai ho negato e che non sono il punto fondamentale della questione. Già mi sono espresso con molta chiarezza dalle pagine del mio blog e non solo, e da persona franca e libera quale sono non ho nascosto nulla mentre imperversavano in rete le fazioni, e soprattutto ho sempre detto direttamente in faccia a tutti (te compreso, come ben sai) quelle che ritenevo essere deviazioni dal vangelo, esortando tutti e ciascuno unicamente alla carità, al dialogo e alla riconciliazione.

Voglio dirti innanzitutto che ammiro profondamente la lealtà alle vostre chiese di appartenenza che tu, Antonella, Goffredo e Lino avete sempre mostrato, confermandola anche in questa occasione. Siete cattolici, alla chiesa cattolica avete dedicato sempre in primis la vostra appassionata opera di testimonianza e di riflessione, e ad essa avete deciso di appellarvi anche in questi travagliatissimi mesi.

Come sai io non mi riconosco da oltre un decennio in alcuna chiesa, e pur avendo sperato che il Vaticano II avesse avviato un cammino di risanamento dell’enorme vulnus inferto al vangelo dal Vaticano I, mi sono convinto da tempo che una vera riforma sia intrinsecamente impossibile nel cattolicesimo istituzionale, e che si possa essere pienamente cristiani anche senza appartenere formalmente a una confessione o senza fare riferimento ad alcuna autorità ecclesiale.

Il mio essere “diversamente cristiano” non mi porta tuttavia mai a fare “il tifo contro” nessuna chiesa o comunità, ma soltanto a cercare di favorire i semi di vangelo e di riconciliazione sparsi ovunque. Ciò nonostante, se un tempo ritenevo, con il grande teologo anglicano Richard Hooker, che si potesse parlare di infallibilità della chiesa “eventually”, prima o poi (dunque senza alcuna certezza o strumento incrollabile), sono ormai convinto che l’unica cosa che sia veramente infallibile è il vangelo, e l’unica figura umana pienamente degna di fiducia sia Gesù di Nazareth.

Caro Enzo, non so se posso chiamarti “amico”, nel senso che l’amicizia è fatta di intimità, di rapporti preferenziali, di complicità che non so se ho mai intrattenuto con te. Sicuramente, però, ti posso e ti voglio chiamare “fratello”. Sei fratello perché da te ho imparato molte delle cose più importanti in assoluto per la mia vita, in primis il primato del vangelo e l’importanza della misericordia, oltre alla passione per la conoscenza e la fatica del pensare. E con me hanno imparato queste cose dalla tua testimonianza personale decine di migliaia di persone, in Italia e non solo.

Carissimi Antonella, Enzo, Goffredo, Lino,

e voi tutti fratelli e sorelle di Bose che vi riconoscete ancora nei valori fondamentali del vangelo ma ora vi sentite contraddetti, avviliti o perfino umiliati, io non ho e non avrò mai l’ardire di dirvi: “Fatevi carico di questa croce”. Come ho già scritto altrove, solo il Signore può dirvelo, e solo voi potete riconoscere la sua voce e decidere cosa sia e cosa non sia una sua croce da portare. Se altri cercano di identificare per voi le vostre croci, oltre a essere superficiali e inumani, sono molto vicini alla bestemmia. Dio vuole che viviamo, non che moriamo, oppure è un idolo in cui non bisogna credere neppure un istante.

Posso solo ricordarvi, umilmente, come vostro fratello, ciò che Enzo stesso ci ha insegnato e ha spesso ripetuto, e cioè che nessuno può impedirci di vivere il vangelo, neppure la chiesa. Voglio perciò innanzitutto ringraziarvi pubblicamente per avere cercato un dialogo, da veri cristiani, con chi vi colpiva in maniera potenzialmente mortale. La ragione, infatti, non sta mai da una parte sola, e pur compiendo anche voi i vostri errori sono pienamente cosciente della vostra costante ricerca e attesa di soluzioni più umane e cristiane alla crisi profonda che ha colpito la vostra (oso dire “nostra”) comunità.

Voglio ringraziarvi per avere cercato una ricomposizione in primo luogo per vie ecclesiali e non per tribunali. Si tratta di una scelta per nulla scontata. Il diritto a un processo equo è infatti uno dei capisaldi della Dichiarazione Fondamentale dei Diritti Umani del 1948, e il diritto canonico contiene (e fa uso di) strumenti in chiarissimo contrasto con questo documento fondamentale dell’umanità. La vostra decisione è ancor più degna di rispetto perché sicuramente, in sede civile, risulterebbe impossibile privarvi di ciò che avete largamente contribuito a realizzare sul piano materiale. E aggiungo che se anche decideste di appellarvi in futuro ai tribunali secolari, compirete un atto legittimo che non cambierà certamente la mia considerazione per voi.

Giunti a questo punto, però, visto che dall’altra parte si è voluta sancire antievangelicamente la definitività dell’allontanamento di alcuni di voi o l’inaccettabilità delle vostre posizioni o addirittura dei vostri dubbi in generale, credo che l’unico modo che avete per continuare a vivere il vangelo sia, come dice Gesù, prendere congedo da Bose “scuotendo la terra di sotto i vostri piedi a testimonianza per loro” (Mc 6,11).

Scuotendo la polvere si affermano infatti due cose fondamentali.

Innanzitutto è un gesto che avviene dopo che si è annunciato e chiesto di condividere uno stile evangelico e si è ricevuto in risposta un diniego. Perciò non solo è lecito ma è anzi un bene andare a vivere altrove il vangelo, senza sprecare energie in logiche di distruzione o di morte, o anche solo di tristezza e di impoverimento spirituale.

Ma è anche una chiara presa di distanza, in cui si dice: vi lasciamo anche la polvere di questo suolo, perché è suolo arido che non sentiamo più nostro.

Il monachesimo ha portato splendori ma anche talvolta oscurantismi nella storia umana e dello spirito. Ha prodotto figure meravigliose e gruppi di fanatici pronti a lacerare una donna straordinaria come Ipazia sull’altare delle loro chiese.

C’è un modo altro, però, di vivere il radicalismo cristiano, carissimi fratelli e sorelle. Il “siamo semplici cristiani” è l’intuizione forse più cruciale di chi ha dato vita all’esperienza di Bose, sulla scia di esperienze esemplari come quella di sorella Maria a Campello, a cui vi invito a tornare come fonte e ispirazione, pur con i tratti tipici delle vostre ricche personalità.

Sono certo che saprete continuare a essere semplici cristiani e a testimoniare il vangelo. Io sarò sempre al vostro fianco, perché sono vostro fratello nel Signore

Riccardo Larini

Tallinn, 6 marzo 2021

Magdi Cristiano Allam, Lettera aperta a Mario Draghi

Card. A. De Donatis, Meditazioni in preparazione della solennità di San Giuseppe (3)

Mons. G. Gänswein, Via Crucis

Di Caterina Maniaci, ACIstampa

Una folla vociante sciama dentro la Città Santa, tra i vicoli stretti e i banchi dei mercanti, donne e bambini che piangono e si disperano, i soldati romani che spingono con violenza il prigioniero, l’Uomo dei dolori, mentre trasporta la croce dove sarà inchiodato di lì a poco: quell’uomo, Gesù, che solo qualche tempo prima Gerusalemme aveva accolto in trionfo, tra cori osannanti. E ora lo dileggia, lo strattona, mentre i  suoi amici, i suoi discepoli, lo hanno  abbandonato. Solo la madre, con poche altre donne, e Giovanni, lo accompagnano lungo il Calvario, dove dovrà morire di una morte infamante e dovrà affrontare l’abisso vertiginoso di solitudine a abbandono, che si rivela in quel grido: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. 

Quel grido che si ritrova nel volume “Via Crucis”, le meditazioni scritte da Georg Gänswien, pubblicate dalle Edizioni Ares, con la prefazione a cura di Nina Sophie Freiin Heereman von Zuydtwyck. 

E’ la Via Crucis nel venerdì di passione, la via del dolore, quella che si deve percorrere, fino in fondo, prima di veder giungere la domenica di Resurrezione. Una via che Cristo non ha evitato, e che ci ricorda, sempre, che non può essere evitata. Di passo in passo, con i gesti scavati dalla sofferenza, con i volti scolpiti, che ci sfilano davanti in un dramma al di  sopra e, nello stesso momento, dentro il tempo. Forse solo chi ha potuto visitare i Sacri Monti  a Oropa, a Varallo, a Domodossola, Ossuccio, Belmonte, ha potuto vedere “plasticamente” rappresentati  quel dolore, quegli attimi di sofferenza assoluta, in modo totalizzante, senza mediazioni, senza abbellimenti, riverberati nelle meravigliose sculture: facce stravolte dall’odio, dalla violenza, dalla pietà, dal male fisico.  

I Sacri Monti avevano proprio come primaria ispirazione e missione quella di far partecipare quasi fisicamente  il popolo  a quella vicenda di morte e risurrezione, quella storia di salvezza, permettendo così a tutti di compiere un pellegrinaggio  tra le montagne e le valli del Nord Italia trasformate nelle strade abbacinate e polverose della Terra Santa, dove per molte ragioni non era possibile recarsi. 

Non è un caso che immagini di alcune delle note rappresentazioni scultoree che si possono contemplare e ammirare nei Sacri Monti siano state scelte per corredare e accompagnare le pagine libro di Gänswein. 

 Le meditazioni dell’autore trasportano il lettore in quel lungo e tormentato giorno vissuto a Gerusalemme, concretamente lo fanno camminare accanto a Gesù lungo le strade  rumorose della città, lo rendono partecipe degli accadimenti: si percepisce il sibilo dei flagelli, il tonfo del corpo di Cristo quando cade sfiancato dalla fatica e dalle ferite, si ascolta il pianto delle donne, si vede il cielo farsi cupo, incombente quasi a voler sprofondare  sulla terra. Si rabbrividisce a guardare quel corpo agonizzante, nudo, offerto senza difese alla morte. 

Ci si mette accanto alla Madre, a Maria, a cui una spada trapassa il cuore, come le era stato predetto. Si guarda il suo volto fisso sul  Figlio. “Oggi gli è di nuovo accanto, sa che la Sua ora è scoccata. Tuttavia, guarda solamente, immersa nel suo impronunciabile dolore, il suo unico Figlio. L’Uno e Tutto dell’intero mondo. Anche Lui guarda e tace. Guardate, la Madre. Rivoli di sangue colano dalle ferite delle spine e gli rigano il volto quando i loro sguardi si incontrano. Due secondi? Tre secondi? Un’eternità”.

 Così viene descritta dall’arcivescovo Gänswein la passione di Maria ai piedi della croce. Del resto, un’antichissima tradizione attribuisce proprio alla Madonna la prima Via Crucis, una dolente e partecipe meditazione, un pellegrinaggio del cuore sul Calvario  in cui si è consumato il sacrificio di Gesù. Da allora la comunità dei credenti ha sempre celebrato questo momento centrale della devozione, un “fare memoria” che diventa un “qui e adesso” in cui quel sacrificio si rinnova e colma di senso ogni  patimento, ogni tribolazione  e ogni croce portata. Mai come in questo tempo queste dense e toccanti riflessioni appaiono  non tanto “consolatorie”, quanto necessarie. 

Come acutamente viene sottolineato nella prefazione, negli ultimi decenni è diventato difficile “trovare meditazioni capaci di aiutarci a incontrare Gesù sulla via del Calvario. Quasi tutte ci presentano piuttosto la miseria del mondo odierno”, che il Signore ha certo caricato su se stesso. Ma, insiste la von Zuydtwyck, una Via Crucis davvero autentica ci dovrebbe portare a contemplare il vero volto del Signore, quel volto rigato dal sangue, scavato dal dolore; dovrebbe essere in grado di rapire “il fedele verso Gerusalemme, direttamente sul monte Sion e sul Golgota”, in modo che il fedele stessi diventi “testimone oculare” dei Suoi patimenti e della sua morte. Ed è ciò che avviene con questi testi scritti dal “fedele segretario di Papa Benedetto XVI”, che ci dona una Via Crucis proprio così concepita,  in cui appare “Gesù nel suo ultimo viaggio lungo le strade della Terra Santa in modo talmente vivido, che si ha l’impressione di essere realmente presenti”.

Il viaggio non si conclude con il Golgota, con la morte e la disperazione, con la grossa pietra fatta rotolare davanti al sepolcro. Nella notte del venerdì, dopo tanto buio e tenebra, brilla il primo fulgore della stella di Venere, nell’aria vibra  la speranza della Pasqua che arriva. La Risurrezione è l’ultima parola.

Card. A. De Donatis, Meditazioni in preparazione della solennità di San Giuseppe (2)

ACIstampa, Una donna segretario della Conferenza Episcopale Tedesca

ACIstampa, Daniele Piccini

I primi passi mossi dal Cammino sinodale della Chiesa tedesca, sembrano cominciare a dare i loro frutti, nella direzione, per esempio, di un´apertura alle donne degli incarichi di vertice all´interno della Chiesa. La teologa Beate Gilles è stata eletta, infatti, per la prima volta nella storia della Chiesa tedesca, “segretaria generale” della Conferenza dei vescovi. Entrerà in carica il prossimo 1 luglio, sostituendo il gesuita Hans Langendörfer, che a gennaio è andato in pensione lasciando l´incarico dopo 24 anni di servizio.

Sarà la donna più potente della Chiesa tedesca, dal momento che assumerà la direzione della Federazione delle diocesi tedesche, che distribuisce ben 120 milioni di euro di risorse tra tutte le diocesi. La neosegretaria generale dovrà inoltre fornire supporto ai 68 vescovi nello svolgimento dei loro compiti, preparare le sedute e il consiglio permanente e redigere il protocollo.

Frau Gilles, non sposata e senza figli, è nata nel 1970 a Hückeswagen, cittadina di 15 mila abitanti nella regione del Nordreno-Vestfalia. Dal 1989 al 1995 ha studiato Religione e Lingua tedesca all´Università di Bonn. Nel 2000 ha conquistato il titolo di “dottore” (di ricerca) con un lavoro scientifico sulla trasmissione Santa Messa in televisione. Dopo la formazione universitaria, una vita professionale tutta interna alla Chiesa. Dal 2000 al 2020 è stata direttrice dell´Opera di formazione cattolica di Stoccarda. Dal 2010 era delegata per i “bambini, i giovani e la famiglia” presso la diocesi di Limburgo. Prima di assumere questa delega era impegnata nella formazione degli adulti, nel ramo della pedagogia dei mezzi di comunicazione. Dal 2020 è presidente volontaria dell´associazione cattolica “In via”, dedicata al lavoro sociale di ragazze e donne, dopo esserne stata, dal 2012 al 2019, vicepresidente. Dal 2019 rappresenta le diocesi del Land Hessen nel consiglio della Radio dello Hessen.

Già durante la conferenza stampa di presentazione, la nuova segretaria generale si è pronunciata favorevolmente rispetto al lavoro e le motivazioni del Cammino sinodale. «Ho seguito molto intensamente i contenuti del Cammino sinodale – ha detto la dottoressa Gilles alla KNA – ma ora devo addentrarmi meglio nelle sue strutture. La mia prima impressione è che una accurata preparazione dei colloqui sia particolarmente importante. Ho la sensazione per esempio che molti “sinodali” avevano meno timore di presentare le loro posizioni per via della modalità digitale delle conferenze».

Lo stesso monsignor Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca e vescovo di Limburgo, ha ammesso durante la conferenza stampa, che questo incarico rappresenta «un segno forte di come i vescovi mantengano il loro impegno di promuovere le donne in posizioni dirigenziali».

Ovviamente, l´elezione è stata salutata positivamente dall´associazione Comunità cattolica delle donne di Germania, che già lo scorso anno, alla notizia che l´ex segretario Langendörfer avrebbe lasciato, aveva espresso il desiderio che il posto fosse occupato da una donna: «Siamo contente che i vescovi abbiano riconosciuto i segni dei tempi. Confidiamo allo stesso tempo che la parità dei sessi nella Chiesa faccia ancora dei passi avanti e che le richieste, che noi da decenni presentiamo, vengano piano piano applicate». Di «decisione saggia» e di «segnale del rinnovamento della nostra Chiesa» parlano rispettivamente la Federazione cattolica tedesca delle donne e l´Associazione “Hildegardis”.

Tra le righe, il settimanale Die Zeit suggerisce che la promozione di Gilles ad un ruolo di spicco nella Chiesa sia un gesto di facciata più che sostanziale, se è vero, come annota, che «nelle 27 diocesi tedesche, delle 207 posizioni dirigenziali solo 39 sono occupate da donne. Anche ad un livello più basso di dirigenza, delle 570 posizioni manageriali solo 132 sono assegnate a donne. La Chiesa cattolica comincia a farsi un´idea del secolo in cui si trova. Anzi in quale millennio».

Mons. Dal Covolo, Per una formazione di base del ministro consacrato

(cfr. Pastores dabo Vobis, nn. 43-45) 

Carissimi confratelli,

in questa meditazione lascio da parte, in una certa misura, la mia competenza teologico-patristica.

Il motivo è che vorrei commentare con voi i paragrafi che nel capitolo quinto di Pastores dabo Vobis (PDV) riguardano la funzione delle virtù umane nella formazione dei pastori e nell’esercizio della loro attività pastorale.

E’ un tema che mi sembra sempre più urgente, e – purtroppo – alquanto trascurato.

Tornano subito alla mente le Lettere del nostro ven. don Giuseppe Quadrio (oggi sarebbe il suo onomastico; ed è anche l’inizio dell’Anno Giuseppino, indetto dal Papa).

L’umanità è per don Quadrio una componente essenziale del sacerdozio. 

Purtroppo – così egli si rammarica con gli ex-allievi del 1960, nel terzo anniversario della loro ordinazione – “ci può essere un sacerdozio disincarnato, in cui il divino non è riuscito ad assumere una vera e completa umanità (docetismo). Abbiamo allora dei preti che non sono uomini autentici, ma larve di umanità; dei ‘marziani’ piovuti dal cielo, disumani ed estranei, incapaci di capire e di farsi capire dagli uomini del proprio tempo e del proprio ambiente. Dimenticano che Cristo, per salvare gli uomini, ‘discese… si incarnò… si fece uomo’, ‘volle diventare in tutto simile a loro, fuorché nel peccato’. Se siamo il ponte fra gli uomini e Dio, bisogna che la testata del ponte sia solidamente poggiata sulla sponda dell’umanità, accessibile per tutti quelli per cui questo ponte fu costruito”.

1. Pastores dabo vobis

Come è noto, l’Esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis sulla formazione dei sacri ministri – firmata da san Giovanni Paolo II il 25 marzo 1992 – rimane il documento magisteriale più importante del Postconcilio sulla formazione sacerdotale.

Cerchiamo dunque di comprendere e di approfondire le indicazioni di PDV riguardo alla formazione umana del presbitero, collegandole con i processi sottesi e con il contesto educativo, per noi carismatico nel nome di Don Bosco.

L’affermazione da cui partono le nostre considerazioni si trova al n. 43, ed è la propositio 21 di questo documento postsinodale: «Senza un’opportuna formazione umana l’intera formazione sacerdotale sarebbe priva del necessario fondamento».

È chiaro che un edificio non consta delle sole fondamenta; tuttavia la sua solidità dipende in buona parte dalle fondamenta stesse: questa “parabola” descrive abbastanza bene la funzione della formazione umana dei pastori.

Il testo di PDV mette in luce le ragioni dell’affermazione sopra riportata, soffermandosi particolarmente sul fatto che varie espressioni di una personalità umanamente ben formata favoriscono l’efficacia dell’attività pastorale.

E’ utile però approfondire anche quegli accenni alla sanità della struttura umana in sé stessa, per meglio comprendere quale debba essere quell’“umanità formata” che dovrebbe caratterizzare il pastore.

Nelle scienze umane, invece di “umanità formata” si parla di “salute mentale” e di “maturità psichica”: il secondo termine connota una certa completezza e perfezione dello stato designato dal primo. Entrambi i termini richiamano, più o meno esplicitamente, un ideale, un “dover-essere” che esula, almeno in parte, dalle competenze dello psicologo, e suppone una concezione generale dell’uomo, dei suoi fini, e perciò dei valori, la cui attuazione rende la persona “sana” e “matura”.

La funzione di “interfaccia” fra le scienze umane e le richieste della formazione sacerdotale può essere espletata in modo adeguato solo da quelle correnti psicologiche che riconoscono l’originalità e la funzione organizzatrice delle intenzioni e dei progetti tesi alla realizzazione di valori che sono centrali nella vocazione sacerdotale.

Così, sebbene la psicanalisi o la psicologia detta “comportamentista” offrano preziosi contributi per comprendere e trattare determinati aspetti della condotta umana, tuttavia l’unilateralità delle loro prospettive non permette di considerarle come punti di avvio per un dialogo generale fra le scienze umane e la formazione sacerdotale.

A questi requisiti corrisponde invece in modo soddisfacente la corrente dei cosiddetti “psicologi umanisti”; così mi è parso opportuno riferirci a questa corrente nel nostro approfondimento.

E’ utile raccogliere i suggerimenti di questa corrente almeno per due concetti fondamentali: la direttività e la partecipazione.

2. La “direttività”

Devo precisare subito in che senso uso il termine “direttività”, che viene impiegato in modo diverso dai trattati di psicologia.

Qui io la intendo, in maniera originale e appropriata alla nostra meditazione, come direzione che orienta decisamente il cuore e la mente del presbitero verso una mèta ben precisa: la configurazione progressiva a Cristo sacerdote e pastore. 

La corrente umanista riconosce due disposizioni fontali della condotta: vi si parla di una disposizione generale “proattiva”, quando il modo fondamentale di agire della persona si può descrivere come una ricerca del bene, un orientamento verso un futuro migliore, un impegno costruttivo, sostenuto dalla fiducia in sé stessi e dalla valutazione positiva della realtà e degli altri, che sono visti come amici e possibili collaboratori. Il tono affettivo di base è caratterizzato dalla gioia di costruire e di espandersi.

L’altra disposizione fontale è quella detta “reattiva”; la persona sente incombere su di sé il male e il fallimento; il suo bisogno centrale è perciò quello dell’autodifesa, che si concretizza in una fuga dal passato e nel bisogno di ripararvi; l’impressione dominante è quella della propria indegnità e incompetenza; ne consegue una difesa ossessiva dalla propria inferiorità, dai propri impulsi e una dipendenza dalle pressioni esteriori o una reazione esagerata alle stesse. Il tono affettivo di base è di ansietà e di rassegnazione.

È ovvio che se predomina la prima disposizione la persona è in grado di assumere impegni in modo responsabile, e gestirli in modo efficiente, mentre nella seconda disposizione più facilmente si avrà la persona rassegnata, il “funzionario” che resta spettatore della vita e rifugge dal coinvolgimento personale.

La “direttività” (nel senso che abbiamo adottato) esprime una componente essenziale della disposizione proattiva, e coincide con un impegno illuminato, forte e costante (non cieco e testardo) con un bene intuito, nel nostro caso con la Persona di Gesù Cristo, e con le persone dei fratelli.

La prima conseguenza della direttività è la capacità di governare sé stessi, e cioè di rimanere fedeli e costanti nella ricerca del bene, superando il richiamo sempre presente degli impulsi, o la tentazione di evitare lo sforzo per crescere. A questo riguardo possiamo richiamare l’interpretazione “umanistica” della sublimazione: il superamento degli impulsi, in una persona governata da ideali, non avviene a malincuore né cercando compensazioni, come direbbe Freud, ma nella gioia di realizzare un bene desiderato, con la forza data dall’amore a questo bene. 

Se dovessimo fare un esempio, potremmo dire che la prima formazione alla castità non è la cura di evitare il peccato, ma la crescita nell’amore personale a Gesù Cristo.

Su questo argomento ci vorrebbe una meditazione ulteriore. In particolare, trovo che l’educazione del consacrato e del presbitero a una sessualità matura è scarsa nei seminari e nei centri di formazione. Viceversa, tenendo conto anche dello sviluppo della tecnologia informatica e dei vari social, bisognerebbe porsi il problema.

Forse si ha paura di parlarne? O forse questo è un argomento di cui si deve parlare solo in foro interno? Francamente, non saprei. Forse è vera l’una e l’altra cosa.

La capacità di governare sé stessi comporta anche l’integrazione della propria emotività, e cioè l’assunzione organica dell’emotività stessa nell’insieme totale della propria vita. 

È vero che una dose di trepidazione è propria di ogni persona che si ponga seriamente di fronte ai compiti della vita; vi possono inoltre essere ragioni pesanti di ansietà nella storia individuale; tuttavia è possibile una fondamentale fiducia di fronte alla vita, sia partendo da esperienze e considerazioni umane della propria competenza e dignità, sia appoggiandosi all’amore del Padre Celeste.

Questa base di sicurezza permette di tollerare senza traumi devastanti le difficoltà e gli inevitabili fallimenti, le incertezze e i rischi del futuro, e permette di ricominciare sempre da capo.

Con questo non si vuol dire che la persona matura non prova sentimenti ed emozioni, ma che abitualmente le gestisce in modo che non intralcino, anzi favoriscano il suo cammino.

Un’altra conseguenza della direttività è la costruttività: la vita della persona matura è governata dal bene che essa si propone. Il passato non la interessa, se non nella misura in cui l’aiuta a realizzare il futuro; vede il male e gli ostacoli, ma non ne resta ipnotizzata, e ricerca abitualmente come realizzare il bene inteso.

Gli psicologi umanisti descrivono bene la “costruttività” esaminando il processo della decisione personale: questa, nella persona matura, risulta come un processo in cui un progetto generale e uno stile personale di vita si incarnano, si precisano e si impongono nell’incontro con le difficoltà della situazione. Si parla, in modo significativo, di “decisioni crescenti”, in cui tutte le componenti della persona sono a poco a poco assunte nella realizzazione di un ideale.

L’unificazione della persona, dei pensieri e dei sentimenti, delle valutazioni e delle operazioni, delle sofferenze, delle vittorie e dei fallimenti, attorno a un’“intenzione cardinale”, è il frutto maturo della direttività.

Bisogna rilevare che questa integrazione non è uno stato che può essere raggiunto una volta per sempre, ma resta un compito per ogni giorno, di fronte a ogni difficoltà, a ogni lavoro, a ogni dolore, a ogni consolazione. 

È qui che si fonda l’esigenza di una “formazione permanente”. Ma di questo, magari, parleremo un’altra volta, cominciando però a dire già qui che la cosiddetta “formazione permanente” deve orientare e guidare la “formazione iniziale” dei consacrati e dei presbiteri. 

3. La “partecipazione” concreta alla direttività

La direttività rappresenta una disposizione centrale della persona matura; questa disposizione ha un oggetto, tende a un “bene”.

Quale debba essere questo “bene” è suggerito dalla natura stessa del processo che lo cerca: un processo che nasce dalla conoscenza e dall’amore, e che perciò tende a incontrare un essere personale, capace di corrispondere con altrettanto (o maggiore) amore e conoscenza. 

La persona matura è diretta verso persone, non solo verso cose o idee.

Nel nostro caso, la prima Persona che va cercata come bene, a cui la vita è diretta, è Dio, il Dio della nostra fede, il Dio di (o che è) Gesù Cristo, sacerdote e pastore. La ricerca e l’incontro con Dio, in una religiosità autentica, hanno una funzione fondante e propulsiva unica, in quanto indirizzano la persona verso il “Tu totale”, con un’apertura verso un futuro di completezza senza confini.

Il significato di questa posizione sta nel mettere in luce che la religiosità autentica, quella in cui Dio è cercato per sé stesso, non è un elemento estraneo e neppure marginale nella crescita umana, ma ne è la forza più potente, e insieme il frutto più completo.

È su questa maturazione umana verso il trascendente (o il “Tu totale”) che si fonda un rapporto autentico con Dio, e l’accoglienza della vocazione a seguire più da vicino Gesù Cristo, collaborando con lui nel ministero pastorale.

Ma oltre al rapporto con il “Tu totale” la persona matura è “diretta” verso le altre persone umane, ed è capace di un incontro costruttivo con esse.

Il primo passo verso l’altro è l’apprezzamento, fondato sulle caratteristiche essenziali, e perciò “profonde”, della persona.

Un apprezzamento profondo verso la persona come tale viene raggiunto estendendo, con l’immaginazione, agli altri le proprie esperienze di vita più elementari e impegnative. Una persona arriva a sapere che tutti i mortali sono nella medesima condizione umana: sono gravati dall’intenso desiderio di sopravvivere e colpiti da impulsi e passioni; incontrano fallimenti e sofferenze, ma in qualche modo tirano avanti. E la fede completa queste considerazioni naturali e ci aiuta a vedere nelle persone umane “dei chiamati” da Dio alla vita eterna e ad essere figli di Dio.

Attraverso una tale percezione dell’altro, il pastore di anime è aiutato a superare gli ostacoli “di superficie”, provenienti da caratteristiche marginali delle persone, come possono essere aspetti fisici, caratteriali, razziali…, per giungere a considerare le persone nelle loro aspirazioni e sofferenze più profonde, e nella luce del piano di Dio su di loro. 

In questo modo si arriva a una più vera conoscenza delle persone.

L’apprezzamento delle persone porta alla loro comprensione empatica.

La comprensione parte dal presupposto, in genere sottinteso, che l’altro merita di essere considerato e rispettato per sé stesso, e consiste nel “mettersi nei panni” dell’interlocutore, per poter avere con lui un contatto autentico. Più precisamente si tratta di tener conto del come l’altro vede e valuta la situazione, in seguito alla sua esperienza, alle sue idee, alla sua formazione; bisogna poi anche considerare i suoi sentimenti, le inclinazioni e repulsioni che prova, e i motivi, coscienti o inconsci, che lo muovono. La capacità di comprensione comporta da una parte una disposizione quasi ascetica di uscire da sé stessi e di considerare come possibili altri punti di vista, oltre il nostro; d’altra parte suppone una conoscenza approfondita dei processi psichici, che abitualmente si acquisisce con apposito studio.

Tener conto della situazione interna dell’interlocutore non significa necessariamente condividere le sue idee, i suoi motivi o i suoi sentimenti; tuttavia, per accompagnare l’interlocutore verso quei valori che egli già ha in germe dentro di sé, occorre partire da quella situazione interna e camminare insieme a lui.

L’atteggiamento di comprensione suppone una personalità in sé stessa solida, con una forte identità, e perciò capace di accostare intimamente gli altri senza la paura – e il pericolo – di essere distolti dal proprio cammino.

L’atteggiamento di comprensione si prolunga nella capacità e nel bisogno di dialogo. L’inclinazione al dialogo si basa sulla fiducia nell’intelligenza e nell’onestà dell’interlocutore, e nasce dal non sentirsi mai “arrivati”; al contrario, coscienti dell’ampiezza del compito di essere uomini e cristiani, si è sempre in ricerca, contenti di condividere con gli altri questo cammino, in uno scambio di dare e ricevere. Si può riconoscere nella disposizione al dialogo, specie nella comunicazione pastorale, il “carattere euristico” del sentimento religioso maturo. 

Il dialogo suppone, e dimostra all’interlocutore, che i valori in cui il pastore crede e che vuole trasmettere non sono invenzioni private, ma beni reali, connaturali anche con il fedele che ascolta. Si crede perciò che egli ne senta naturalmente l’attrazione, purché si trovi nelle condizioni interiori ed esteriori opportune; se si eccettuano le funzioni propriamente sacramentali, il pastore non sarà che la proposta esterna di quanto per natura e per grazia già è radicato nell’interlocutore e attende di svilupparsi.

Mentre il dialogo valorizza l’interlocutore, dà esempio di ricerca volonterosa e onesta, e facilita la comunicazione; l’atteggiamento dogmatico, al contrario, mantiene distanti le persone e favorisce nell’interlocutore una disposizione di rivalsa e di contraddizione.

Anche il pastore d’anime, pur essendo ministro della parola e incaricato di un governo sacro, avrà maggior frutto nel suo apostolato se si considererà non maestro, ma condiscepolo, non sovrano, ma servo, e se farà in modo che così lo percepiscano i fedeli a lui affidati.

Su questa disposizione al dialogo crescono poi le realizzazioni pastorali che coinvolgono con fiducia i fedeli laici, accolgono e favoriscono la loro partecipazione ai compiti della Chiesa, secondo il loro ruolo, nelle forme più svariate di collaborazione.

4. Conclusione

Il quadro di riferimento finora presentato permette di collocare nel loro contesto logico gli aspetti della formazione umana dei pastori ai quali PDV dedica maggiore attenzione.

Al n. 43 il testo parla di «personalità equilibrate, forti e libere».

Ora, un equilibrio interiore non si può immaginare senza un sicuro ancoraggio a scopi e ideali, come si è accennato parlando della caratteristica della “direttività”; la stessa disposizione è alla base della “forza dell’io”; d’altra parte il governo delle emozioni, unito alla chiarezza di una prospettiva aperta a Dio e ai fratelli, rende il pastore psicologicamente e spiritualmente “libero”, e «capace di portare il peso delle responsabilità pastorali» (PDV 43). 

Nello stesso paragrafo l’Esortazione parla della capacità di relazione personale, di comprensione, di dialogo e di collaborazione: di queste disposizioni si sono visti i fondamenti e le articolazioni, parlando della dimensione della “partecipazione”.

Il n. 44 di PDV è in buona parte dedicato all’importante tema della maturazione affettiva, vista come condizione per la donazione generosa a Dio e ai fratelli e per un celibato vissuto con amore gioioso. La maturazione affettiva ha le sue basi nel sentimento vissuto della propria dignità di uomo e di figlio di Dio, e nell’apertura “profonda” agli altri; essa si esprime in un’umile sicurezza nella capacità di incontrare gli altri con fiducia e con rispetto, nel desiderio di condividere quanto vi è di più bello e importante in sé e nelle altre persone. Questa disposizione a crescere insieme (e la fede ci insegna che questo è un crescere verso Dio fino a divenire «a lode della Sua grazia») libera la persona dalla ricerca di soddisfazioni egoistiche. 

La radice di tutto resta ancora la “direttività”, come tensione mai saziata verso “il bene”.

Naturalmente non possiamo pensare a una sorta di “angelismo”. L’affettività fa anche parte di un istinto, quello sessuale, che ha i suoi meccanismi e la sua logica. Resta perciò sempre il compito di purificare le intenzioni, di chiarire il significato di incontri e situazioni, di non ricercare ciò che, per sua natura, può avviare una linea di condotta istintiva che non è in accordo con ciò che il Signore si attende dalla persona consacrata e che la persona stessa persegue sinceramente come intenzione e direttiva centrale della sua vita. 

Di questo abbiamo già fatto cenno. Vi dicevo fra l’altro che su questo argomento ci vorrebbe una meditazione a parte.

Nello stesso n. 44 troviamo la conferma della centralità della “direttività” nella formazione del futuro pastore. Dice infatti il testo che la formazione, soprattutto affettiva, «si configura come obbedienza convinta e cordiale alla “verità” del proprio essere, al “significato” del proprio esistere, ossia al “dono sincero” di sé, quale via fondamentale e contenuto dell’autentica realizzazione di sé».

Questa formazione umana, che rende la persona decisamente diretta al bene, a Dio e ai fratelli, costantemente intesa a costruire, a crescere interiormente, capace di apprezzamento, di comprensione profonda, di dialogo e di collaborazione, è, come ogni crescita umana e cristiana, prodotto di un serio impegno umano e insieme della “chiamata” e della grazia di Dio, e costituisce quella solida base richiesta per la formazione spirituale e pastorale più specifica.

***

Tu, seguimi! 

Questo invito – che un giorno il Signore rivolse a Pietro sulle rive del mar di Galilea – questo invito Gesù lo rivolge oggi a te! 

Seguiamolo, disponendoci coraggiosamente e lealmente a una formazione umana e spirituale autentica.

Nel dono generoso di noi stessi scopriremo la via della santità, la via della vera felicità. Saremo, come don Bosco, «con i giovani, per i giovani»!  

Allora, voltandoci indietro a guardare nel tempo, anche a noi sembrerà di “comprendere tutto”: che cioè il Signore ci guida sempre per mano, con amore infinito, lungo il cammino della nostra vita.

Signore Gesù, ti chiediamo questa grazia incomparabile: che il nostro cuore sia veramente il cuore del buon Pastore, aperto alla misericordia e alla carità, secondo l’esempio di san Giovanni Bosco…

Card. A. De Donatis, Meditazioni in preparazione della solennità di San Giuseppe

Aggregatori di intuizioni e orientamenti e non di veline

Ecco un aiuto in un mondo dal pensiero uniformato, dove si cita qualche minima opposizione che tanto è già molto conosciuta di suo e non si cerca il vero con l’aiuto di tutti, con le mille sfumature e novità che ciò può portare.

La Chiesa e la benedizione delle coppie omosessuali

CITTÀ DEL VATICANO , 15 marzo, 2021 / 12:45 AM

“AL QUESITO PROPOSTO: “La Chiesa dispone del potere di impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso? SI RISPONDE: Negativamente”.

Poche righe per rispondere ancora una volta con un no alle proposte del Sinodo della Chiesa cattolica in Germania e soprattutto alle idee del cardinale Marx. 

La risposta viene dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinale gesuita Ladaria.

A dicembre del 2019 il card. R. Marx, allora presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha affermato che ”La Chiesa non può sminuire un rapporto omosessuale solido, in cui ciascuno dei due partner rimane a fianco dell’altro per anni”. Il 23 febbraio di quest’anno, il vescovo Peter Kohlgraf di Magonza ha difeso il suo sostegno a un libro di benedizioni e riti per le unioni omosessuali. Il libro fa seguito a una pubblicazione dell’Austria del maggio 2020 su come le coppie omosessuali potrebbero ricevere una benedizione liturgica formale. In Germania la questione è molto sentita tanto che una predica dello scorso gennaio pronunciata dal vescovo di Passau, Stefan Oster, ha provocato la dura reazione dell´Associazione delle lesbiche e degli omosessuali (LSVD) della Baviera. 

Intanto prosegue il Sinodo della Chiesa cattolica in Germania che sta ricevendo una serie di no da Roma, dall’intercomunione alle donne sacerdote fino oggi a questo, prevedibile, alla benedizione di coppie dello stesso sesso.

La Congregazione nella Nota esplicativa spiega che certe proposte “non di rado sono motivate da una sincera volontà di accoglienza e di accompagnamento delle persone omosessuali” e in tali cammini “l’ascolto della parola di Dio, la preghiera, la partecipazione alle azioni liturgiche ecclesiali e l’esercizio della carità possono ricoprire un ruolo importante al fine di sostenere l’impegno di leggere la propria storia e di aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale, perché «Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa», rifiutando ogni ingiusta discriminazione”.

La nota spiega poi i “sacramentali” che sono “segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali”. Certo “i sacramentali non conferiscono la grazia dello Spirito Santo alla maniera dei sacramenti; però mediante la preghiera della Chiesa preparano a ricevere la grazia e dispongono a cooperare con essa”.

Si tratta appunto delle benedizioni, “con le quali la Chiesa «chiama gli uomini a lodare Dio, li invita a chiedere la sua protezione, li esorta a meritare, con la santità della vita, la sua misericordia». Esse, inoltre, «istituite in certo qual modo a imitazione dei sacramenti, si riportano sempre e principalmente a effetti spirituali, che ottengono per impetrazione della Chiesa». Di conseguenza, per essere coerenti con la natura dei sacramentali, quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre – oltre alla retta intenzione di coloro che ne partecipano – che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore. Sono quindi compatibili con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni.

Per tale motivo, non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso”. 

La nota spiega che le note positive in tali unioni “pur da apprezzare e valorizzare” non le rendono “legittimamente oggetto di una benedizione ecclesiale, poiché tali elementi si trovano al servizio di una unione non ordinata al disegno del Creatore.

Inoltre, poiché le benedizioni sulle persone sono in relazione con i sacramenti, la benedizione

delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita, in quanto costituirebbe in certo qual modo una imitazione o un rimando di analogia con la benedizione nuziale, invocata sull’uomo e la donna che si uniscono nel sacramento del Matrimonio, dato che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppur remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia»”.

Non si tratta di una discriminazione ma di un richiamo alla verità sui sacramenti e sui sacramentali. La nota si conclude con un richiamo ai Pastori “ad accogliere con rispetto e delicatezza le persone con inclinazione omosessuale, e sapranno trovare le modalità più adeguate, coerenti con l’insegnamento ecclesiale, per annunciare il Vangelo nella sua pienezza”. E “La risposta al dubium proposto non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale, le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale, ma dichiara illecita ogni forma di benedizione che tenda a riconoscere le loro unioni. In questo caso, infatti, la benedizione manifesterebbe l’intenzione non di affidare alla protezione e all’aiuto di Dio alcune singole persone, nel senso di cui sopra, ma di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio”.

La Chiesa benedice i “figli pellegrinanti in questo mondo” ma “non benedice né può benedire il peccato:benedice l’uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d’amore e si lasci cambiare da Lui”.

Per questo “la Chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso nel senso sopra inteso”.

La nota chiude con la conferma che “Il Sommo Pontefice Francesco, nel corso di un’Udienza concessa al sottoscritto Segretario di questa Congregazione, è stato informato e ha dato il suo assenso alla pubblicazione del suddetto Responsum ad dubium, con annessa Nota esplicativa” la data è del 22 febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro e la firma è del prefetto Luis F. Card. Ladaria, S.I. e del Segretario Giacomo Morandi. 

Angela Ambrogetti, Acistampa

Card. Bo: preghiamo per la dignità del popolo cinese

YANGOON , 14 marzo, 2021 / 11:09 AM

Una intera settimana di preghiera per i cattolici in Cina. É la proposta del cardinale Bo Presidente della Federazione della Conferenze episcopali asiatiche. 

Il cardinale del Myanmar richiama la lettera di Papa Benedetto XVI ai cinesi che istituì la giornata di preghiera il 24 maggio, e propone che nella settimana dal 23 al 30 maggio nelle Chiese in Asia si preghi per questa intenzione. 

“ Vogliamo chiedere alla Vergine di Sheshan di proteggere tutta la umanità e la dignità di ogni persona che vive in Cina”.

Il cardinale ricorda che molte parti del mondo sono in difficoltà, ma in spirito di solidarietà non bisogna pensare solo a se stessi ma anche pregare ed essere vicini agli altri. 

La proposta di una settimana di preghiera è un segno di rispetto e di amore per il popolo cinese e la sua storia, spiega il cardinale. E si augura che la Cina possa diventare una forza di bene e proteggere i diritti dei più vulnerabili e emarginati del mondo. 

Il cardinale ricorda le parole di Papa Francesco che parlano della fame di Dio e di dignità.

Il cardinale conclude chiedendo con forza a tutti i fedeli del mondo di unirsi in questa settimana di preghiera per la Chiesa e la gente della Cina in unione speciale con il Papa, con Benedetto XVI e con tutta la Chiesa per chiedere alla Madonna Madre della Cina e dell’Asia  di sostenere i fedeli perché non abbiano paura di parlare di Gesù nel mondo del mondo di Gesù, e di essere sempre testimoni credibili di questo amore sempre aggrappatto alla roccia di Pietro. 

Il cardinale Charles Maung Bo sta tentando una mediazione fra la giunta militare, autrice del colpo di Stato, e la popolazione e il partito vincitore delle elezioni, la Lega nazionale della democrazia di Aung San Suu Kyi. 

Di Angela Ambrogetti, ACIstampa

Guido Oldani, *** Giuseppe

Mt 1,16.18-21.24

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

*** Giuseppe

maria è dello spirito la moglie

e di dio poi sarà la madre

nella storia che dentro al cielo quadra.

giuseppe non fa scene da cortile,

solido come un palo della luce

può immaginare già un femminicidio

ma nel sogno un angelo per radio

dice al falegname delle stelle:

“abbi il cuore più grande d’ uno stadio”.

16-18 marzo, h. 12,20: meditazioni del card. De Donatis su San Giuseppe

Guido Oldani, La calamita (V domenica di quaresima, anno b)

Gv 12,20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

LA CALAMITA

lo cercano, venuti da di fuori

e decide che si farà incontrare

ma sa che questo è il tempo dei dolori.

se il chicco non sarà come una bara

che è sepolta, non ci dà fiori e frutto,

né può mancare qui la tentazione

e una voce che è un tuono, forse un treno

rassicura e lui darà la vita:

dalla croce sarà una calamita.

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (4)

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (3)

Card. A. De Donatis, Meditazioni per la festa di San Giuseppe

Roma, 12 marzo 2021 

                                                                                                                                                                                                                                  Ai Sacerdoti e Diaconi

                                                                                                                                                                                                                                             della Diocesi di Roma

Ite ad Ioseph

Andate da Giuseppe

Carissimi,

                        in piena carestia, dopo i sette anni di abbondanza di grano per l’Egitto, il popolo grida al faraone per avere il pane. La risposta è decisa: “Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà” (Gen 41,55).

Queste parole del libro della Genesi, le ritroviamo, solitamente in latino – Ite ad Ioseph – riferite allo sposo di Maria, sotto le statue che lo raffigurano o sopra gli altari delle chiese a lui dedicate.

Nell’anno di San Giuseppe, vogliamo sentirle risuonare in noi sacerdoti, in questo tempo di carestia del mondo, certi che il Patrono della Chiesa universale si interessa di ogni particolare, di ciascuno di noi, perché non manchi mai il pane dell’amore e della fraternità.

Da un anno a questa parte stiamo affrontando situazioni cui non eravamo preparati; i ritmi e le attività del nostro ministero sono cambiati. A volte abbiamo sperimentato momenti di prova, di aridità, di incertezza sul presente e sul futuro.

Siamo stati chiamati a cambiare gli stili di vita, ma soprattutto a rimettere al centro il Signore, con la sua Parola, con la sua Presenza, ritrovandolo nei piccoli e nei poveri da amare e servire. In qualche modo è stata ferita la nostra paternità, come una potatura necessaria, affinché potessimo purificarla e portare più frutto.

Papa Francesco ci ha donato la splendida lettera “Patris corde” su San Giuseppe. Leggendola e meditandola (come abbiamo fatto in particolare in occasione della liturgia penitenziale nel giovedì dopo le Ceneri), ho creduto più di una volta che il Papa pensasse, oltre ai papà di famiglia, in particolare a noi sacerdoti. Ha scritto per noi, perché riscoprissimo il dono, la responsabilità e la gioia della paternità.

In una “società senza padri”, la Chiesa infatti ha ancor più bisogno di riscoprire la paternità, che nella lettera è delineata in modo completo, indicando Giuseppe come padre nella tenerezza, nell’obbedienza, nell’accoglienza, padre lavoratore epadre nell’ombra. Inoltre, come scrive al n°5, Giuseppe è padre “dal coraggio creativo”.

Vorrei soffermarmi su questo aspetto, che credo significativo in questo tempo di pandemia in cui, davanti alla difficoltà, “ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo”.

Quest’anno abbiamo vissuto a volte la tentazione di fermarci e di abbandonare il campo; abbiamo però avuto tante testimonianze di pastori capaci di avere il coraggio creativo, tirando fuori risorse che non si pensava neanche di avere.

Il Cielo – scrive il Papa – interviene fidandosi del coraggio creativo di Giuseppe… che sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza”.

Io sono grato al Signore per il coraggio creativo di voi sacerdoti e, con voi continuo a camminare anche in questo tempo incerto, certo della presenza del Signore che provvede. Prego per voi, vi sostengo con affetto, chiedo che questa quaresima possa essere veramente un’occasione per riscoprire la nostra paternità.

Per questo la proposta di ritiro spirituale – con la traccia che vi mando per la preghiera personale e per la condivisione – vuole essere un’opportunità per fermarci un po’ di tempo davanti a Dio, da soli e con i fratelli, perché il Signore ci aiuti ad avere sempre più un cuore di padre.

Dio continua a fidarsi di noi, “di quello che possiamo progettare, inventare, trovare”. L’importante – ci ricorda il Papa – “è domandarci se stiamo proteggendo con tutte le nostre forze Gesù e Maria, che misteriosamente sono affidati alla nostra responsabilità, alla nostra cura, alla nostra custodia”. Se avremo cura, nel nostro ministero, di “ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni malato”, se impareremo da Giuseppe “la medesima cura e responsabilità: amare i Sacramenti e la carità; amare la Chiesa e i poveri” … allora continueremo a custodire il Bambino e sua madre.

Vi suggerisco di prendervi il tempo necessario, in questi giorni, per fare silenzio, meditare e pregare. Vi esorto a condividere poi i frutti di questa preghiera con i confratelli sacerdoti o anche con i laici, anch’essi invitati a vivere questo ritiro.

Come è stato per i giorni in preparazione alla Pentecoste dell’anno scorso, questa è un’occasione da non perdere, un regalo che vogliamo farci per il nostro bene e per quello dell’intera Diocesi di Roma.

Anche a noi è rivolta allora la stessa parola del faraone: Andate da Giuseppe!

Da lui ci rechiamo fiduciosi, certi che, con cuore di padre, ci farà avere il Pane necessario per tutti.

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Angelo Card. De Donatis

Vicario Generale di Sua Santità

per la Diocesi di Roma

Comunione e Liberazione

I 90 anni del card. Camillo Ruini

Il paradosso della carta che resta

https://gpcentofanti.altervista.org/i-desaparecidos-virtuali/

Card. Angelo De Donatis, II Domenica di quaresima, anno b

Guido Oldani, L’appeso (IV domenica di quaresima, anno b)

Gv 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

L’APPESO

qui, l’interlocutore è nicodemo

che a nome dell’intera specie umana

si fa teste di ciò che non vien meno.

nel distintivo c’è dei farmacisti

un serpente, che alto su un bastone

come un farmaco ci allontana i mali,

così si appenderà il nazareno

che solo a immaginarlo ci fa male,

ma il mondo può non essere più scemo.

Mons. Giovanni D’Ercole, Il pensiero unico

Lia Riggi, La Parola ed io

https://www.darsipace.it/2021/03/04/la-parola-di-dio-come-scoperta-di-se/

Equality act

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Equality_Act_(United_States)

Franca Giansoldati, Intervento di mons. Massimo Camisasca

Fonte: Il Messaggero

Città del Vaticano – Il Covid ha stravolto la natura delle relazioni umane fino ad assumere «volti sempre nuovi e misteriosi». In poche parole quello che si sta perdendo collettivamente è anche il filo che unisce a Dio. E’ un bilancio che colpisce al cuore quello fatto dal vescovo di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca ad un anno dall’inizio della tragedia. Camisasca ha analizzato gli effetti della crisi nazionale sotto diversi punti di vista, mettendo a fuoco il livello (scarso) della speranza che risiede nel cuore della gente.

La pandemia è arrivata a scuotere «le nostre esistenze, segnarci con la malattia e la morte, spesso lontana e isolata, di molti nostri famigliari e amici». Non solo. La pandemia «ci allontana gli uni dagli altri».

In una lettera indirizzata ai fedeli sono stati elenati i mali concreti,materiali, tangibili per poi fare presente che questo stato di dolore ha prodotto l’allontanamento dalla fede e dalla capacità di sperare.

«Ha obbligato la chiusura di tante nostre imprese. Ha allontanato i nostri ragazzi dalla scuola e dai loro amici. Ha provocato nuove, gravi povertà. Ha creato disagi psichici di gravissima portata che necessiteranno di lungo tempo per poter essere curati. Soprattutto ha indebolito la nostra speranza. Per molti, purtroppo, tutto ciò ha rappresentato una ragione sufficiente per allontanarsi dalla vita quotidiana della Chiesa, dalla catechesi, dalla celebrazione eucaristica» si legge.

Accanto a tutto questo, precisa Camisasca, «si è insinuata nelle nostre menti una forma subdola di materialismo ateo che ci ha fatto rivolgere alla scienza come all’unico approccio possibile per l’affronto del male. Mentre rinnoviamo il nostro grazie agli scienziati e ai ricercatori e li invitiamo a continuare nella loro opera, siamo assieme consapevoli che la scienza non detiene le chiavi ultime della vita: esse stanno in Dio, nostro Padre, che segue, guida e corregge la nostra esistenza. Benché Egli non sia l’origine del male, in questo mondo imperfetto, segnato dal peccato e dalla morte, Dio si serve del male per la nostra conversione, per richiamarci a ciò che è essenziale, a ciò che resta, alla vita che non finisce».

Il vescovo chiede con una preghiera da lui composta la fine della pandemia e la conversione del cuore della gente per poter avere la capacità di cogliere i raggi di luce anche nel buio.

Ecco il testo della preghiera: «A Te, Signore Onnipotente e Misericordioso,

rivolgiamo la nostra supplica:

allontana da noi il peccato

che ha fatto entrare la morte nel mondo.

Conduci a te i nostri cuori

e liberaci dalla pandemia che affligge le nostre esistenze

e quelle di tanti nostri fratelli e sorelle.

Ridonaci la gioia dell’incontro,

la fatica del lavoro,

la certezza della vita che non finisce.

Riaccendi in noi la sete e la gioia per i sacramenti

della Riconciliazione e dell’Eucarestia.

Aiutaci ad essere vicini a chi soffre.

Guarisci i nostri malati,

assisti in modo particolare i nostri ragazzi e le loro famiglie.

Dona a tutti la conoscenza di Te, Padre Creatore,

del tuo Figlio Salvatore

e dello Spirito Santo Consolatore.

Per l’intercessione di Maria Santissima

e di san Giuseppe, patrono della Chiesa,

ottienici presto questa grazia

che ti chiediamo con animo fiducioso e filiale».

Mauro Antimi, Ed era Pasqua

“Ho chiesto a Dio di darmi tutto il suo Bene, ormai respiravo a fatica. E lo sapevo che poteva succedere, anche così, in soli tre giorni. Festeggiavo la mia Carla prima,
47 anni insieme. Sono arrivati gli uomini coperti da scafandri, messo dentro e portato via, a sirene spiegate, questo me lo ricordo, come anche una maschera in faccia. Poi tanti attorno a me, una grande stanza illuminata, e il freddo, faceva freddo e respiravo male. Ogni tanto uno sprazzo di chiaro nella mente: Signore, salvami tu. Mi stanno curando, e non ricordo più, giorno, notte, sonno, veglia… E una grande dolcezza è arrivata, una pacata voglia di sonno profondo. Un minimo flash, una luce lontana, è tutto silenzio nel buio. Quante volte, e stavo bene, pregavo “Signore, non mi abbandonare… “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi nell’ora della nostra morte… “In te, Domine, speravi… E ritornai cenere, alleggerito da un corpo penoso. Ma senza freddo, e non provo più pena. E’ la mia anima senza tempo?Quel Dio che è in noi è qui pure per me che non mi riconosco più? E che mi fa questa luce leggera e distesa come quando è Primavera?
Ora sto bene e non sento più niente. Rivedo me e sorrido sereno. Ma dove sto? Sto lì, ed è Pasqua…. di Risurrezione”

Rupnik, Decidere

https://youtu.be/BF9m2ebitg4 

Eucaristia in Germania

https://www.catholicnewsagency.com/news/german-catholic-bishops-chairman-i-will-not-deny-communion-to-a-protestant-who-asks-for-it-84891

Card. Filoni, il papa in Iraq

Cardinale Filoni: La guerra contro Saddam fondata sulle bugie, le armi batteriologiche non esistevano. Giovanni Paolo II cercò di impedirla. Saddam era disposto al dialogo. Chiedeva solo di cedere il potere con gradualità, per creare basi adeguate e anche non venire umiliato. Aveva messo al bando le armi nucleari che comunque non aveva. Per Francesco non si può deludere l’attesa e disdire l’appuntamento. A Dio piacendo sarà un passo verso la fratellanza. I cristiani decimati.

F. Giansoldati su Il Messaggero-Vaticano

Guido Oldani, Il papa in Iraq

FRANCESCO

lui vola, dove stanzia il bombardiere,

tenuto d’occhio certo da qualcuno,

scavalca pari a un ponte il mare intero

che il naufrago vorrebbe far sparire.

e scende in una terra accoltellata,

tra luoghi come avanzi d’ospedale;

che il coraggio di questo padre vecchio

fra tanti intoppi, spesso ingarbugliati,

sbrindelli il troppo arrugginito male.

Avvenire 4 marzo pg 2

Mons. Dario Gervasi, In famiglia (2)

Mons. Dario Gervasi, In famiglia

Guido Oldani, La frusta (III Domenica di quaresima, anno b)

Gv 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

LA FRUSTA

gente che ha messo il cuore nella tasca,

sono dei tiramolla del denaro

rapace, dentro al tempio come fuori.

gesù che è mite come un fil di seta

li butta all’aria loro, banchi e bestie

per separare il cielo dal letame,

lo ammazzeranno ma in tre giorni torna

e questo è proprio il peggio che li scorna.

Franca Giansoldati, Papa Francesco: In confessionale serve misericordia

T. Adorno, Teoria della Halbbildung

https://gpcentofanti.altervista.org/lalternativa-teleguidata/

Mauro Scardovelli, Cosa accadde nel 1981

https://gpcentofanti.altervista.org/il-prodramma/

De Palo, Favorire la natalità

https://m.famigliacristiana.it/articolo/de-palo-al-nuovo-governo-importante-agire-subito-per-far-ripartire-la-natalita.htm

Santa Faustina e Gesù

Fonte: Di Wlodzimierz Redzioch ACIstampa


“Oggi il mio pensiero va al Santuario di Płock, in Polonia, dove novant’anni fa il Signore Gesù si manifestò a Santa Faustina Kowalska, affidandole uno speciale messaggio della Divina Misericordia. Mediante San Giovanni Paolo II, quel messaggio è giunto al mondo intero, e non è altro che il Vangelo di Gesù Cristo, morto e risorto, che ci dona la misericordia del Padre. Apriamogli il cuore, dicendo con fede: ‘Gesù, confido in Te’”.

Con queste parole pronunciate dopo la preghiera dell’Angelus del 21 febbraio Papa Francesco ha ricordato l’anniversario di questo evento straordinario che fu l’apparizione di Gesù Misericordioso a suor Faustina nel lontano 1931. Ecco i fatti accaduti nella città polacca di Płock situata sul fiume Vistola a nord-ovest di Varsavia. 

Una giovane suora della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, Faustina la sera del 22 febbraio – fu la prima domenica della Quaresima – si trovava nella sua cella del convento nella città polacca di Plock. Ecco cosa scrive nel suo Diario per ricordare quel giorno: “La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore… Dopo un sitante Gesù mi disse: ‘Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella e poi nel mondo intero. Prometto che l’anima, che venererà questa immagine non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma particolarmente nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria’”.  

Quel 22 febbraio Gesù affida a questa semplice sorella due compiti: dipingere la Sua immagine e far conoscere quella immagine nel mondo intero, cominciando dalla sua congregazione.

Come di solito Suor Faustina rivelò questa sua visione al suo confessore che diede poca importanza al fatto, dicendo: “Questo riguarda la tua anima. Dipingi l’immagine di Dio nella tua anima”. Ma appena uscita dal confessionale ebbe un’altra visione di Gesù che disse: “La mia immagine c’è nella tua anima. Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai con il pennello venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la Festa della Misericordia”.   

La volontà del Signore si è adempiuta quando fu dipinta la famosa immagine di Gesù Misericordioso con la scritta “Gesù, confido in Te”, e quando Giovanni Paolo II introdusse nella Chiesa una nuova festa: Domenica della Divina Misericordia.   

Papa Francesco ha ricordato il 90 ° anniversario della prima apparizione di Gesù Misericordioso a Suor Faustina non soltanto all’Angelus, ma ha scritto anche una speciale lettera a mons. Piotr Libera, vescovo di Płock, con la quale vuole unirsi spiritualmente alle celebrazioni e alla preghiera dei fedeli. “Condivido la gioia della Chiesa di Płock – scrive Francesco – che questo evento particolare sia ormai conosciuto nel mondo intero e rimanga vivo nei cuori dei fedeli. In occasione di suddetto anniversario voglio riportare anche altre parole del Signore Gesù, annotate dalla Santa nel suo ‘Diario’: ‘L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla mia misericordia’”. Perciò il Papa incoraggia tutti i fedeli di “domandare a Cristo il dono della misericordia. Che essa ci pervada e ci penetri. Abbiamo coraggio di tornare da Gesù, per incontrare il Suo amore e la Sua misericordia nei sacramenti. Sperimentiamo la Sua vicinanza e tenerezza, così allora anche noi saremo più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono e di carità”.

Nella lettera Francesco ricorda san Giovanni Paolo II, Apostolo della Misericordia, sottolineando il suo desidero di far arrivare il messaggio dell’amore misericordioso di Dio a tutti gli abitanti della terra e citando le sue parole pronunciate nel santuario di Cracovia-Łagiewniki, il 17 agosto 2002: “Bisogna trasmettere al mondo il fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità”. Per il Papa “trasmettete al mondo il fuoco di Gesù Misericordioso”, questa è una “particolare sfida per la Chiesa di Płock, privilegiata dalla rivelazione, per la Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, per la città di Płock e per ognuno di voi”. 

Marcello Silvestri, Tempora (2)

Marcello Silvestri, Tempora

Il pittore Marcello Silvestri

Illustre maestro,

faccio seguito alla Sua cortese e-mail del 28 settembre u.s., con cui ha voluto inviarmi le immagini di alcune Sue opere, corredate da schede esplicative, e mi congratulo per l’intensità con cui riesce a legare la Parola di Dio e la grammatica dell’arte contemporanea, attraverso un linguaggio espressivo capace di coinvolgere l’osservatore.

Il suo modo di unire l’utilizzo dei diversi materiali (legno, sabbia, gesso, tela, intonaco…) con l’intensità del colore le permette di comunicare, non solo un’emozione ma, soprattutto, un contenuto che diventa annuncio.

+ Rino Fisichella

Messaggio del Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione

Micalizzi su Draghi

https://gpcentofanti.altervista.org/un-necessario-salto-di-qualita/

Victor Manuel Fernandez, Una internazionale di Francesco

Limes, Mario Draghi

https://gpcentofanti.altervista.org/crematopolitica-e-aggregatori-di-orientamenti/

Davidia Zucchelli, Finanza sostenibile, una nuova consapevolezza

L’economia si definisce sostenibile quando consente di raggiungere lo sviluppo e la crescita nel rispetto dell’umanità e dell’ambiente. La finanza può essere definita tale quando a sua volta supporta un’economia sostenibile. Sono definizioni evidentemente molto semplificate, ma è tuttora difficile riportarne una esaustiva, poiché si tratta di un tema in divenire, i cui confini non sono tuttora chiaramente delineati. 

Con questo breve scritto intendo soffermarmi a riflettere sulla posizione assunta dalle banche e dalle istituzioni finanziarie nel processo di trasformazione in atto tanto nei Paesi con economie più “avanzate”, quanto in quelli che si è soliti definire, con una certa imprecisione, “emergenti”. 

Quella che segue non vuole certo essere una analisi delle responsabilità etiche di tali istituzioni. Le banche sono espressione dell’umanità del loro tempo, come ogni altra entità (enti e istituzioni, pubblici e privati), sia essa economica e/o sociale (scuola, ospedali ….). La finanza, per quanto astrusa, complessa, ostica, è anch’essa un’attività umana. Ed è proprio in un ambito percepito come avverso, che è necessario soffermarsi a riflettere su cosa significhi realizzare – o almeno perseguire – obiettivi sostenibili, come definiti dalla normativa internazionale e nazionale e dalla prassi che si va diffondendo. 

Come il passato ci ha mostrato, anche le banche possono cadere in comportamenti inadeguati, eticamente discutibili, ma oltre a svolgere un’essenziale funzione di intermediazione, esse sono ora chiamate ad assumere un ruolo primario nel controllo e nella guida di taluni profili sociali e ambientali. 

Fonti normative e operative

Le tematiche ESG – environmental, social and governance – comprendono il complesso di attività necessarie per realizzare investimenti che possano dirsi responsabili in quanto attenti agli aspetti di natura ambientale, sociale e di governance. Da tempo, esse sono oggetto di attenzione non solo delle autorità centrali, ma anche degli operatori economici. Il coinvolgimento diretto delle banche nelle problematiche ESG è invece più recente, benché in rapida crescita. 

Al riguardo occorre considerare che, sebbene la triade Environmental, Social and Governance sia spesso considerata inscindibile, per il mondo bancario a essere diventato centrale negli ultimi anni è il tema ambientale, specie per ciò che concerne i problemi legati al cambiamento climatico, essenzialmente in ragione dell’esposizione verso questa tipologia di rischio di molte controparti.

Si tratta peraltro di profili di rischio che determinano il valore stesso delle banche – a cui gli amministratori che le guidano sono ovviamente molto attenti – e che sono oggetto di analisi da parte di investitori ed agenzie di rating da tempo. Nuova è l’attenzione con cui vengono seguiti, sostenuta dagli accordi internazionali che sono stati raggiunti negli anni scorsi, volti a promuovere investimenti in linea con i principi ESG, fra i quali in particolare l’Accordo di Parigi e l’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, entrambi del 2015. Un impulso determinante è derivato dal Piano d’azione europeo per la Finanza Sostenibile, emesso dalla Commissione europea nel 2018. Tali provvedimenti riguardano specificamente le banche, poiché esse coprono gran parte dei sistemi finanziari in tutto il mondo, ma anche perché hanno una expertise nella gestione dei rischi che le rende capaci di evitare che il rispetto della sostenibilità possa realizzarsi a scapito della stabilità finanziaria.  

La conversione verso forme di finanza sostenibile non è richiesta solo dalla regolamentazione, anzi in molti casi il ruolo degli ambientalisti e della società civile è stato determinante nell’attivare le autorità competenti. Gli stakeholders bancari (i clienti in primo luogo) si dimostrano sempre più interessati alle problematiche ESG e chiedono che le decisioni di asset allocation siano in linea con i Principles for Responsible Investment

Ne consegue che le banche sono sempre più sollecitate a rifocalizzare i loro obiettivi strategici verso la sosteniblità e ad effettuare ulteriori rilevanti investimenti, finanziari ed organizzativi. La spinta ESG potrebbe però offrire loro la possibilità di entrare in nuovi mercati (con prodotti remunerati, che consentiranno una più ampia diversificazione operativa) e di essere in sintonia con gli investitori sensibili al tema, un’opportunità questa per riconquistare appieno la fiducia della clientela.

Le aree ESG

La Commissione europea, nella sua definizione di finanza sostenibile, ha indicato fra gli obiettivi essenziali il contributo della finanza a una crescita sostenibile e inclusiva, in particolare, attraverso il finanziamento delle necessità di lungo termine della società. L’inclusione – aspetto fondamentale che rientra nella sostenibilità – riguarda sia la raccolta del risparmio (l’accesso ai conti correnti) sia l’erogazione del credito (l’accesso al credito) che devono soddisfare criteri di adeguatezza economica ma sono nel contempo necessari per il funzionamento dell’economia.

D’altra parte, il coinvolgimento delle banche nelle tematiche ESG avviene in molti modi, a volte direttamente, altre indirettamente, spesso in maniera complessa. Di seguito se ne vedranno alcuni degli aspetti più rilevaniti.

Il rischio ambientale 

Il rischio connesso all’attività di credito, cioè all’erogazione di finanziamenti a imprese e famiglie, è il più rilevante. È noto il peso che le sofferenze – cioè i prestiti non rimborsati – hanno avuto negli ultimi anni, con conseguenze pesanti sia per le banche sia per la collettività che in non pochi Paesi (europei, ma non solo) ha dovuto partecipare al ripianamento delle perdite. 

L’attività di credito comporta la valutazione delle nuove tipologie di rischio ESG. In quest’ambito, la banca è coinvolta perché può subire il fallimento delle imprese finanziate, ma anche nel momento in cui esercita la funzione creditizia, ovvero quando decide preventivamente quali imprese finanziare e a quali condizioni.

L’attuale prevalenza delle problematiche ambientali emerge nel fatto che ora trovano maggiore diffusione gli strumenti green, piuttosto che altri prodotti social volti alla tutela dei diritti umani o del lavoro. Le emissioni di prestiti e di obbligazioni green sono attese in forte aumento sostenute da una domanda crescente da imprese green anche per il fatto che possono beneficiare del minor costo che il mercato riconosce al ricorso al debito green e a quello ESG. Esse offrono interessanti opportunità di investimento, poiché il rischio di mancato rimborso è in genere inferiore rispetto a quello di imprese analoghe, ma non green

L’esposizione diretta delle banche al rischio ambientale non è elevata. Si tratta piuttosto di una esposizione indiretta che può essere mitigata attraverso un’adeguata diversificazione sia per settore sia per area geografica e da appropriate coperture. Una elevata esposizione al settore agricolo rappresenta un fattore di debolezza. Le banche agricole attive in Africa e in America Latina sono pertanto più direttamente esposte ai rischi ambientali rispetto alle loro concorrenti in altri continenti. In Etiopia, Kenya o Rwanda, l’agricoltura copre oltre il 30% del PIL. 

La posizione delle banche nei paesi con economie più evolute è avvantaggiata dalla possibilità di stipulare adeguate coperture assicurative. Al riguardo basti pensare al rischio uragani negli USA, che, essendo coperto da sussidi pubblici e da speciali forme assicurative, ha avuto effetti rilevanti, ma sicuramente inferiori a quelli che analoghi eventi avrebbero prodotto in Paesi finanziariamente meno strutturati.

Le tematiche sociali 

La pandemia ha amplificato le problematiche sociali, già aggravatesi con la crisi internazionale del decennio scorso, facendone emergere i contenuti morali ed economici. 

Un fattore ritenuto in passato un punto di forza, ma che si è poi affievolito con l’affermarsi della digitalizzazione e dell’online banking, è il legame con il territorio. La funzione-obiettivo delle banche locali spesso non consiste solo nel ritorno economico degli investitori nel capitale, ma considera esplicitamente i benefici per le diverse categorie di stakeholder. Le banche locali si caratterizzano anche per processi di erogazione del credito maggiormente basati sulla conoscenza diretta della clientela e sull’informazione non strutturata, la cd. soft information, che possono attenuare l’impatto sul territorio degli shock negativi in termini di sostegno finanziario all’economia. 

Al tempo stesso, però, i medesimi fattori distintivi delle banche locali le espongono a rischi di “cattura” da parte della comunità locale, alle ripercussioni negative (sulla qualità del credito, sugli equilibri di bilancio) di una scarsa diversificazione del portafoglio, alle difficoltà di valutare il merito di credito della clientela quando questa opera in ambiti meno tradizionali per tali banche.

In ambito ESG, fattori sociali possono essere ricondotti a provvedimenti legislativi con finalità di sostegno finanziario in taluni settori economici o in aree territoriali. 

La funzione sociale delle banche è stata ampiamente dibattuta in passato, sotto la spinta delle privatizzazioni che hanno riguardato come noto tutti i settori dell’economia. 

L’intervento pubblico nella gestione delle banche è sempre stato incisivo, ovunque nel mondo in attuazione di obiettivi sociali (si pensi da ultimo alle misure adottate per il Covid-19, quali le garanzie o le agevolazioni concesse). Fra gli esempi locali più rilevanti, in Bolivia, nel 2015 il governo ha imposto alle banche di distribuire una quota minima di credito, a tasso massimo, alle cosiddette industrie produttive e all’edilizia popolare. In vari Paesi dell’Est Europa, a causa del forte deprezzamento del cambio determinato dalla crisi economica del decennio scorso, le banche centrali hanno imposto la conversione in valuta locale dei mutui concessi alle famiglie, a condizioni per loro molto favorevoli. 

Tuttavia, le banche stesse possono assumere comportamenti che danneggiano la collettività, con pesanti conseguenze sulla relazione di clientela per l’intero sistema. Fra gli esempi più gravi, basta ricordare la vendita fraudolenta di assicurazioni o piani pensionistici (mis-selling) nelle quattro maggiori banche inglesi, condannate a pagare multe per 37 miliardi di sterline, accumulate fino al 2018. Nel nostro paese, la cessione di derivati a vari enti locali da parte di grandi banche internazionali rimane una questione irrisolta.  

I temi di ordine sociale possono rappresentare delle opportunità per le stesse banche al fine della costruzione di un rapporto fiduciario duraturo. Una più diffusa inclusione finanziaria e l’agevole accesso ai servizi bancari sostengono lo sviluppo economico di un Paese, ma favoriscono anche la crescita dello stesso sistema bancario. 

Analogamente, nei Paesi emergenti, la microfinanza, se da una parte consente l’accesso al credito a soggetti che altrimenti non lo otterebbero, dall’altra può rappresentare opportunità di business, in ottica di lungo periodo. 

È recente, nel nostro paese, la discussione sul “debito buono” – un chiaro esempio di prodotto finanziario sostenibile, riferito al settore pubblico – quello cioè che si assume a fronte di investimenti e non di spesa improduttiva che non potrà in futuro essere rimborsata, capace di creare benessere sociale sostenibile nel tempo. La selezione degli investimenti “giusti” deve essere effettuata dalle autorità centrali, ma non è escluso che le banche siano chiamate a collaborare alla valutazione e selezione, nonché alla gestione dei rischi (ora nella prospettiva del Recovery o Next Generation Plan della UE), come è stato in passato nella gestione della finanza agevolata. 

Un importante esempio di emissione social è l’Eurobond Sure, destinato al sostegno della disoccupazione nella UE, emesso a fine ottobre per 17 miliardi, che ha ottenuto una richiesta per ben 233 miliardi di euro.

Sono questi solo alcuni esempi, sufficienti però a evidenziare la rilevanza sociale dell’attività bancaria e finanziaria.

I profili di governance

Mentre i profili ambientali e sociali sono guidati da fattori esterni, come la regolamentazione e i cambiamenti demografici, i rischi di governance, ossia di direzione, sono essenzialmente interni alle banche. 

Difetti nella governance determinano in particolare rischi reputazionali, che sono in genere più elevati nelle banche di maggiori dimensioni, perché coinvolgono un maggior numero di persone.  

Una governance carente può portare al coinvolgimento in operazioni di riciclaggio o al mancato rispetto di leggi fiscali, dovute ad un funzionamento non corretto delle procedure interne di controllo, con pesanti conseguenze sulla reputazione della banca stessa e sulla sua capacità di raccolta del risparmio. Fra i più recenti, si pensi al caso della frode bancaria del 2014, in Moldavia, per un valore superiore al 10% del PIL nazionale. 

I fattori di governance sono rilevanti ovunque nel mondo, ma con talune specificità. In alcuni Paesi dell’Est Europa, in particolare Russia e Ucraina, ad esempio la commistione banca-impresa, con forme di controllo incrociato genera pericolosi conflitti di interesse. In Italia, significativo è stato il caso della Banca Popolare di Vicenza.  

Quanto precede mostra chiaramente l’importanza dei profili ESG per l’attività finanziaria e la costruzione di un’economia sostenibile e spiega perché l’aspettativa che le banche adottino elementi di valutazione ESG sta rapidamente crescendo fra gli investitori e nella società tutta. Attualmente tuttavia, gli sforzi appaiono concentrati quasi esclusivamente nell’area ambientale e molto rimane da fare.  

Entrare attivamente nella gestione delle tematiche ESG è occasione non solo di rispettare esigenze considerate ora primarie, ma anche per attuare un nuovo modo di fare banca, che contribuisca alla creazione del valore non solo attraverso indicatori economici ma anche adeguate politiche ambientali, sociali e di governance. Le tematiche ESG rappresentano un’opportunitù per le banche di recuperare la fiducia della collettività, con la consapevolezza dell’importanza del ruolo che esse svolgono e che la società richiede loro, ovvero quello di artefici dello sviluppo sociale ed economico per una crescita realmente sostenibile, equa e inclusiva. 

Fonte: Munera 1/2021

Guido Oldani, La Trasfigurazione, (II domenica di quaresima, anno b)

Mc 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

LA TRASFIGURAZIONE

dopo una camminata su in salita

sono così sbiancati i suoi vestiti

che nessun detersivo l’ha ottenuto.

“tre capanne facciamo per voialtri

che in questo luogo noi si sta benone”

esclama pietro a cristo ed ai compagni

ma una nuvola che è un altoparlante

toglie gli apparsi, spara: “questo è il figlio”

tornano a casa lieti ma in scompiglio.

M. Rupnik, Ascolto dello Spirito

Il card. Muller e il grande reset

https://www.marcotosatti.com/2021/02/06/muller-il-capital-socialismo-big-tech-e-cina-ci-rendera-tutti-schiavi/

Aggregatori di notizie e aggregatori di libere interpretazioni

https://gpcentofanti.altervista.org/crematopolitica-e-aggregatori-di-orientamenti/

Marco Guzzi, Una società che spegne

Zamagni su Draghi

Professor Zamagni, lei conosce bene Mario Draghi …

«Come no, lo conosco da almeno 35 anni, anche se lui è più giovane di me. Tra le altre cose ha insegnato all’ Istituto Cesare Alfieri, l’ ateneo di scienze politiche di Firenze da cui è uscita una buona parte della classe dirigente del Paese, dove insegnava anche mia moglie Vera, anche lei economista. Poi andò via, per approdare alla banca d’ affari Goldman Sachs …

L’ economista Stefano Zamagni, instancabile divulgatore dell’ economia civile, padre degli studi del Terzo settore, docente emerito di economia a Bologna, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, è di ottimo umore, preso da mille impegni, a 78 anni. Ha anche trovato il tempo di fondare un partito di ispirazione cattolica, dal nome “Insieme” («possiamo arrivare al 20 per cento»). E poi le conferenze, le lezioni alla John Hopkins University, le letture, i viaggi…

Lei che lo conosce da vicino, che tipo è? Draghi è così austero anche in privato?

«Altroche. Per farlo sorridere bisogna fargli il solletico ai piedi. Non sembra nemmeno un romano. E’ un nordico, fondamentalmente, sembra più un olandese, un norvegese, un tedesco della Westfalia. Tirato, magro.  Del resto chi si occupa di finanza deve essere un po’ così. L’ ha mai visto un pacioccone nei salotti della finanza?».

E’ stato lei a proporlo nel consiglio della Pontifica Accademia delle Scienze sociali, che si riunisce nella meravigliosa Casina Pio IV, perla dei Giardini vaticani….

«Certo che l’ ho proposto. Anche perché è molto preparato, competente e onesto intellettualmente. Ha una visione dell’ economia di mercato che non è esattamente quella che è favorita da papa Francesco, ma è analoga nei suoi obiettivi e nelle sue linee guida. Del resto per accedere all’ Accademia servono fondamentalmente due cose: la competenza (e di questo me ne incarico io insieme al cancelliere, il vescovo argentino Marcelo Sànchez Sorondo) e la cosiddetta “probità”, ovvero la fama morale di galantuomo, di cui si occupa la Segreteria di Stato. In accademia ci sono credenti e non credenti e quindi l’ adesione non è in base al proprio credo. Non ci sono censure, tutti possono parlare liberamente. La composizione va nella direzione della parità di genere, stiamo per raggiungere il 50 e 50».

Draghi comunque è un credente.

«Verissimo, è molto cattolico. Un cattolico serio». 

In cosa differiscono la visione di Francesco e quella di Draghi?

«La dottrina sociale della Chiesa è basata su principi che rimangono sempre gli stessi. La declinazione di tali principi invece si rapporta al contesto storico. Questo papa ritiene che il modello tuttora dominante di economia di mercato capitalistico non sia più adeguato a raggiungere i tre obiettivi fondamentali: sostenibilità ambientale (e sfido chiunque a negarlo); abolizione delle diseguaglianze e centralità della persona umana. Questo modello di economia di mercato sta distruggendo l’ ambiente in una misura talmente preoccupante che tutti ne parlano. Inoltre ha aumentato le diseguaglianze sociali, che sono anche un impedimento al processo di sviluppo. Terzo: questo modello di economia di mercato restringe gli spazi della pubblica felicità. A questo punto basterebbe che uno citasse l’ ultimo libro di Angus Deaton, Deaths of despair and the future of capitalism: un libro agghiacciante che mostra come negli Usa i suicidi e le morti legate alle depressioni hanno raggiunto dei picchi scandalosi».

E in che cosa si differenzia Draghi?

«Anche Draghi condivide tutto questo. Tanto è vero che il titolo del programma di governo che vedrà presto la luce come premier è “coesione sociale”.  E’ questo il suo obiettivo. Ciò su cui ci possono essere differenze sono gli strumenti, non i fini, ma si tratta di differenze minime forse lui è più favorevole al libero mercato, è meno propenso a correttivi e limitazioni, e non potrebbe essere diversamente essendo un uomo della finanza. Certo gli strumenti che predilige non sono quelli del Conte giallo-verde o del Conte-giallo-rosso».

E cioè?

«Niente sussidi a pioggia. Come il reddito di cittadinanza, niente assistenzialismo, ma sussidi mirati per chi non ce la fa. Penso al reddito di cittadinanza perché si sono ingrossati i portafogli di chi non ne aveva bisogno. E niente finanziamenti a imprese decotte, incapaci di risorgere, di spiccare il volo perché obsolete e incapaci di reagire alla crisi».

Viene in mente Alitalia.

«Alitalia è un caso esemplare. Bisognava intervenire e invece si è lasciata l’ azienda a cuocere fino a quando è diventata decotta».

Che succederà quando a fine marzo scadrà il blocco dei licenziamenti?

«Succederà che il blocco non verrà prorogato e che molte aziende dovranno chiudere e molta gente rimarrà senza lavoro. Ma non per colpa degli astri, della pandemia o di Draghi, ma perché i loro managers non hanno capito che andavano posti dei rimedi ben prima della pandemia. Ecco allora il vero punto interrogativo: i partiti che fino a ora hanno implementato politiche di tipo assistenzialistico come i Cinque Stelle o come la Lega con la quota 100 continueranno a sostenere Draghi? Idem per il Pd. I partiti hanno continuato a dare aspirina a un paziente che doveva essere operato».

E ora è arrivato il chirurgo …
«Sì ma il chirurgo rimuove il tumore e salva la vita. L’ aspirina è solo un placebo o un antidolorifico che non risolve nulla o crea la piaga purulenta. Chi dei due mi salva veramente? I sussidi non evitano i licenziamenti, semplicemente differiscono il momento in cui arriveranno».

Il Terzo Settore ha salutato Draghi con giubilo …

«E come potrebbe essere diversamente? Lo sanno anche i bambini che i due governi precedenti di Conte non solo hanno penalizzato ma hanno boicottato la legge di riforma del Terzo Settore, che è una cosa gravissima. Era entrata in vigore nel 2018 ma i provvedimenti più importanti non sono stati emanati. I 5 Stelle sono contrari alla logica del Terzo settore che è quella della sussidiarietà. Il Terzo Settore non ne poteva letteralmente più di Conte uno e due. Nella gestione della pandemia è stata fatta una concorrenza sleale perché si sono fatti raccogliere i fondi, utilizzando la Tv per lanciare messaggi, alla protezione civile sottraendoli indirettamente alle cooperative del Terzo settore. Sapesse quante cooperative sociali hanno dovuto chiudere». Fonte: Famiglia Cristiana

Guido Oldani, La quarantena (I domenica di quaresima, anno b)

Mc 1,12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

LA QUARANTENA

non è una bomboletta dello spray

lo spirito che spinge il nazareno

lontano nel deserto in quarantena.

lì c’è la bestia che fa il suo mestiere

ma pure gli svolazzi addetti al cielo

e nel mentre giovanni sta in galera

lui va a finire nella galilea

e sbotta: fate i fatti del vangelo.

Alcuni economisti cattolici su Draghi

Il parere di alcuni economisti cattolici su Draghi, Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Il nuovo presidente incaricato di formare il Governo sarà all’altezza su temi come famiglia e giovani? Le proposte cattoliche saranno prese in considerazione? E’ presto per dirlo, come spiegano Belletti e Bruni

Mario Draghi verrà incontro alle aspettative e alle richieste degli economisti cattolici? Per ora quest’ultimi sono prudenti, come dimostrano le dichiarazioni di Francesco Belletti e Luigino Bruni al settimanale Famiglia Cristiana. Nessuna corsa ad “abbracciare Draghi”, ma si attendono fatti concreti rispetto alle battaglie del mondo cattolico. In particolare sugli interventi per famiglia e giovani.

Francesco Belletti: basta parlare di Recovery Plan

«Basta parlare di Recovery Plan, parliamo piuttosto di Next Generation EU L’Europa stessa chiede che tutte le ingenti risorse messe a disposizione per ripartire, dopo la pandemia e la connessa crisi economica, siano a servizio delle generazioni future. E siamo convinti che anche Mario Draghi, grazie alla sua preziosa e indiscussa esperienza europea, condivida l’idea che ogni sostegno alla famiglia non sia spesa assistenziale, ma investimento sul futuro».

Questa l’istanza di Francesco Belletti, direttore del Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia, espressa nel Primo Piano sul numero, in edicola dall’11 febbraio, di Famiglia Cristiana. Istanza che contiene anche il condivisibile timore che i traguardi raggiunti dal tema famiglia, l’approvazione del Family Act, un piano organico di sostegno alle famiglie, e soprattutto l’introduzione dell’assegno unico per figlio, vengano ridiscussi.

200 euro mensili per ogni figlio under 21

«Chiediamo al premier incaricato Mario Draghi e a tutti i partiti che sosterranno un nuovo progetto di governo» del Paese di mantenere l’impegno a erogare «un assegno di almeno 200 euro mensili per ogni figlio sotto i 21 anni» continua Belletti.

«Con un nuovo Governo, la sensazione che molti impegni potranno e dovranno essere ridiscussi non fa stare tranquille le famiglie italiane, troppo spesso illuse da mirabolanti promesse e poi disilluse da concreti impegni assolutamente marginali», scrive ancora il direttore del Cisf.

“La nascita di un figlio non sia una preoccupazione”

Ma per le famiglie non basteranno le erogazioni in denaro per vedere riconosciuto e promosso il loro importante ruolo nella società. «Serviranno anche investimenti in asili nido, in servizi per la conciliazione famiglia lavoro, sostegni importanti per promuovere la digitalizzazione del lavoro a domicilio e la didattica a distanza, supporti per i giovani in cerca di lavoro. Servirà soprattutto un contesto sociale, economico e culturale in cui la nascita di un figlio tornerà a essere soprattutto una gioia, e non una preoccupazione».

Luigino Bruni: aspetterai a beatificare Draghi

«Io aspetterei a beatificare Draghi prima di vederlo all’opera. Su quali basi possiamo dire che da un premier con questa formazione, con questa mentalità finanziaria, arriveranno attenzione ai corpi intermedi e vantaggi per le fasce sociali più deboli? Non abbiamo nessun elemento serio per pensare ora che Draghi sarà più sensibile al terzo settore, alla sussidiarietà e alla tradizione della Dottrina sociale della Chiesa di quanto non lo sia stato Conte o i suoi predecessori».

Il coro del mondo cattolico in favore di Mario Draghi e del suo presunto cattolicesimo sociale viene interrotto – in un’intervista a Famiglia Cristiana – da un economista molto ascoltato da papa Francesco, Luigino Bruni, esponente dei Focolari e promotore dell’incontro globale di Assisi “The Economy of Francesco“, con giovani imprenditori e manager di tutto il mondo.

Da CL all’Accademia delle Scienze

«Mi sorprende quest’esultanza di tanti cattolici per l’avvento di Mario Draghi al Governo. Certo, si è parlato dei suoi studi dai gesuiti, della sua partecipazione ai riti della parrocchia romana di San Bellarmino, della laurea honoris causa all’Università Cattolica, della conferenza al Meeting di Rimini di Comunione e liberazione, dell’appartenenza alla Pontificia Accademia delle Scienze».

«Tutto questo può essere incoraggiante ma non lo rende automaticamente un protagonista e un fautore del cattolicesimo sociale. Anche perché ci sono altri aspetti della sua carriera che fanno pensare che possa andare in direzione diversa, se non opposta”, prende le distanze Bruni, autorevole studioso del Terzo settore».

Luigino Bruni, professore ordinario di Economia politica presso l’Università Lumsa

“Non ti viene in mente il pensiero cattolico applicato all’economia”

La Chiesa, osserva Bruni, «non ha mai espresso simpatia per la grande finanza. Anche papa Francesco, nel solco dei suoi predecessori, ha detto di tutto e di più sui suoi limiti quando la finanza finisce per diventare prima dimensione dell’economia»,

«Se pensi a Draghi – continua l’economista cattolico – non ti viene in mente il pensiero cattolico applicato all’economia ma il suo ruolo di grand commis, di tecnico della finanza, di economista serio e preparato di fama internazionale, di banchiere. Tutte grandi cose, ma che non ci fanno automaticamente pensare a un economista di formazione cattolica».

Insomma, «finché questo governo non opererà e farà cose concrete non abbiamo elementi per sapere se farà cose peggiori o migliori degli esecutivi precedenti». In altre parole, conclude Bruni, «non diamo premi prima dell’inizio della gara» (ANSA, 10 febbraio).

Padre Scannone sul discernimento

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/j-c-scannone-discernimento/

Card. De Donatis, Messa Madonna della Fiducia

Guido Oldani, Mercoledì delle ceneri

Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
 
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

MERCOLEDI’ DELLE CENERI

la cenere, degli angeli è il respiro,

ne basta un solo pizzico sul capo

e capisci che vali un soldo buco.

è l’avanzo di un crepitante fuoco

(rosso come il semaforo che arresta)

dei rami per la festa delle palme

potati dall’ulivo e benedetti,

in quest’ultimo anno che è trascorso,

tra bene e male incluso anche il rimorso.

Salvini collabora col governo?

https://www.antoniosocci.com/ecco-perche-lega-e-draghi-possono-incontrarsi-e-collaborare-e-draghi-non-sarebbe-un-nuovo-monti/#more-9222

Cambiamenti del conclave?

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/02/06/la-riforma-del-conclave-che-fa-storcere-il-naso-alle-gerarchie-ecclesiastiche/6086383/

Guido Oldani, Palloni gonfiati (Mercoledì delle ceneri)

Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
 
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

PALLONI GONFIATI

passi la carità di tasca in tasca

senza che emerga troppo, su alla vista

come chi al tempio e fuori tiene esposta.

e se preghi sii un ago in un pagliaio

non pari a chi, tra sinagoga e piazza,

sventola come una bandiera e mezza

e al digiuno non essere un calzino

ma profumato con il viso lieto;

essi hanno qui, di già , la loro parte,

ma il cielo avrete voi, tutto completo.

M. Grech, Chiesa sinodale

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-02/grech-impegno-chiesa-sempre-sinodale-intervista.html

Mons. Enrico Dal Covolo, Festival internazionale della creatività

https://app.mailvox.it/nl/pvjfmd/hy4ald/hmaw7up/uf/5/aHR0cHM6Ly92aW1lby5jb20vNTEwNjEwODY3LzZkODE4NzAwYTg?_d=619&_c=4e62ebbe A questo link l’intervento inaugurale di mons. Dal Covolo.

Vangelo di oggi con commento

https://gpcentofanti.wordpress.com/

Paolo Becchi sul passaggio attuale

https://www.byoblu.com/2021/02/05/becchi-sostiene-draghi-si-e-bevuto-il-cervello-chiediamoglielo-byoblu24/

https://gpcentofanti.altervista.org/lambiguocrazia/

Dom Ildebrando Scicolone, La liturgia del matrimonio

La fede sommersa nei Diari di Gabriele De Rosa

“LA FEDE SOMMERSA” (UCRAINA) nei Diari di Gabriele De Rosa

Roma,16 febbraio 2002, sabato

    Ieri, Nina Kavalska, ambasciatrice dell’Ucraina presso la Santa Sede in visita all’Istituto Sturzo. Media statura, vestita con molta semplicità, con uno sguardo vivo e intelligente, ha commentato il programma che stiamo elaborando a Vicenza per il convegno sull’Ucraina. Vorrebbe che si parlasse meno di Medioevo, dell’età Kieviana, di Slavia latina e Slavia ortodossa e più della storiografia contemporanea. Nel complesso era gioiosa di quanto si fa a Vicenza per questo colloquio, che vedrà presenti una nutrita pattuglia di intellettuali del Centro-est. E la prima impegnativa iniziativa culturale che si fa in Italia sulla condizione attuale dell’Ucraina di fronte alla prospettiva europea. Non so se ho chiesto troppo al mio Istituto, che il mese scorso sembrava dovesse naufragare in un mare di debiti, ma io non pensavo ancora a lasciare la presa, che cosa ne sarebbe dell’esperienza accumulata in questi anni recenti sulla percezione dei nuovi spazi che si sono creati attorno al Veneto, fra Centro e Sud est, e Roma? Perché non riprendere il filo di quella spiritualità Kieviana, che per l’ultima volta aleggiò a Firenze nel Concilio del 1439? Perché non impegnarsi a fare confluire i rivoli, che possono diventare fiumi, delle tradizioni culturali, spirituali dell’Oriente cristiano, con la nuova Chiesa di Roma, quella che sentiamo adombrata nei viaggi e nelle vie del perdono di Giovanni Paolo II? Non sarebbe ora di mettere da parte la coperta consunta del fanatismo carolingio?

Roma, 5 marzo 2002, martedì 

Stringono i tempi per la preparazione del convegno a Vicenza sull’Ucraina. Sarà la fase culminante del mio lungo operare per una cristianità più dolce e raccolta, più testimonianza di Dio, che di obbedienze precettistiche e sinodali. Soffriamo troppo per una società cristiana, ammalata di inimicizie e rancori corinzi,       come leggiamo nella prima lettera di San Paolo.

Questioni attuali Vaticano- Conferenza Episcopale Tedesca

http://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/news/2021/2021-02-08-open-letter-cardinal-koch.html

Franca Giansoldati, Il papa e la fratellanza universale

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Per la seconda volta nell’arco di qualche mese Papa Francesco ha raccolto il plauso della Massoneria e l’incoraggiamento a rafforzare il concetto di fratellanza, al centro dell’importante documento inter-religioso siglato dal Papa e dal Grande Imam di Al Azhar negli Emirati Arabi Uniti, durante il viaggio apostolico di due anni fa ( papa-francesco_20190204_documento-fratellanza-umana.html ). Poco dopo la diffusione di questo documento storico la Gran Loggia spagnola aveva diffuso un messaggio pubblico invitando «tutti i massoni del mondo a unirsi alla petizione di Papa Francesco per la fratellanza tra persone di diverse religioni». 

Papa Francesco all'Imam di Al Azhar: «O siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda»
Papa rilancia preghiera del Comitato di Abu Dhabi per la fine del coronavirus, ma i rabbini non aderiscono
L'asse del Papa con gli Emirati porta frutti: entro il 2022 una sinagoga ad Abu Dhabi
Vaticano, progressi con l'Islam, all'Onu proposta congiunta di una giornata della fratellanza

Il medesimo entusiasmo è stato manifestato anche alcuni giorni fa, dopo che il Papa ha partecipato – collegandosi da Santa Marta – al primo anniversario della giornata della Fratellanza, organizzato dallo sceicco emiratino Mohamed Bin Zayed, dall’Imam Al Tayyeb, il principale referente dell’area sunnita al mondo, alla presenza del Segretario generale dell’Onu, Guterres. Il messaggio pubblico diffuso dalla Loggia spagnola a commento di questo percorso sulla fratellanza tra fedi fa riferimento alle difficoltà che finora ci sono state a portare avanti un dialogo pieno e costruttivo per un futuro comune. «È possibile che nel XXI secolo si possa finalmente aspirare alla piena Fraternità Umana, alla tolleranza reciproca delle nostre profonde differenze? Saremo capaci, tra tutti noi, di costruire questo sogno? La Massoneria Universale trattiene il fiato davanti al passo da gigante compiuto dall’Umanità il 4 febbraio, quando, per la prima volta nella sua Storia, il mondo ha celebrato la Giornata Internazionale della Fraternità Umana. In questi giorni bui, quello che è successo il 4 febbraio è un raggio di speranza, la prima pietra per trasformare il mondo in un tempio dell’amore fraterno che ci possa ospitare tutti» si legge. 

La Massoneria annota positivamente che i leader delle due grandi religioni, Papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar, Ahmed el Tayeb, si sono incontrati di nuovo, «si sono chiamati a vicenda fratello – si legge ancora nel messaggio – allo scandalo di chi ancora non capisce che il fondamentalismo è la via dell’odio, hanno voluto chiedere al mondo di ascoltare l’appello alla fratellanza universale tra tutti gli esseri umani per costruire insieme un futuro comune».

Il Papa in quella occasione ha affermato che «la fraternità è la nuova frontiera dell’umanità; o siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda. È la sfida del nostro secolo, del nostro tempo. Fraternità significa mano tesa, fraternità significa rispetto. Fraternità significa ascoltare a cuore aperto. Fraternità significa fermezza nelle proprie convinzioni. Dobbiamo vederci come fratelli nati dallo stesso Padre, con culture e tradizioni diverse, ma tutti fratelli». Fonte: Il Messaggero

Intervista al card. Paolo Lojudice

SINODALITÀ, CHE SVILUPPI CONCRETI PUÒ AVERE, QUALI DIFFICOLTÀ PUÒ INCONTRARE?

La sinodalità non è un vestito esteriore della Chiesa. Ha un significato misterico, contenuto in quella piccola preposizione:​ syn, insieme, frutto e condizione della venuta dello Spirito Santo, che ama l’unità e la concordia. La sinodalità è la forma esteriore che il mistero della​ communio​ assume nella vita della Chiesa: i cristiani sono​ sinodali,​ ossia “compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito”, secondo l’espressione di Sant’Ignazio di Antiochia.

È quindi uno stile la sinodalità, che sono convinto debba sorgere dal basso, iniziando dall’ascolto, dove ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro, nella volontà di mettersi in sintonia, di accogliersi reciprocamente.

In quanto processo, vissuto nella tensione tra il procedere e lo stare insieme, la sinodalità è anche faticosa. Richiede spiritualità evangelica e appartenenza ecclesiale, formazione continua, disponibilità all’accompagnamento, creatività. Ne abbiamo bisogno per essere davvero Popolo di Dio, come pure per restare un punto di riferimento morale e sociale per il nostro Paese.

Si tratta di​ è una proposta che sentiamo di poter e dover fare anche alla società, a una società lacerata come la nostra. Francesco ci dice che è il tempo del Noi e non più dell’io. Alla luce anche della pandemia che stiamo vivendo non potremo fare altro che adottare la sinodalità come stile di vita anche nel quotidiano.

L’ANNO DI SAN GIUSEPPE, COSA CI PUÒ DONARE?

San Giuseppe è un vero e proprio “tesoro” che la Chiesa continua a scoprire. Un’immagine forte e piena di speranza di un uomo di autentica fede, il cui invito è quello di “riscoprire il rapporto filiale col Padre” e di “rinnovare la fedeltà alla preghiera, a porsi in ascolto e corrispondere con profondo discernimento alla volontà di Dio“.

San Giuseppe è simbolo anche di giustizia e di come questa sia possibile attraverso la misericordia di Dio. Ci incoraggia a “riscoprire il valore del silenzio, della prudenza e della lealtà nel compiere i propri doveri”, soprattutto in questo periodo di pandemia, in cui si deve sempre avere una particolare attenzione a chi soffre.

In quanto sposo di Maria e padre di Gesù, San Giuseppe ha il ruolo di custode della​ famiglia. Proprio all’interno delle mura domestiche può essere ricreato “lo stesso clima di intimità comunione, di amore e di preghiera che si viveva nella Santa Famiglia”.

Non è un caso che a 150 anni dalla proclamazione di​ San​ Giuseppe​ come patrono della Chiesa universale, Papa Francesco ha voluto che gli fosse dedicato un Anno speciale. Il Pontefice ci ha donato l’occasione – come dicevo – di riscoprire attraverso la figura di Giuseppe il fatto che possiamo essere santi anche nel nascondimento, nelle piccole cose della nostra vita quotidiana che non finiscono sui libri di storia, ma che contribuiscono a costruire una vera «civiltà dell’amore».

COSA PUÒ SIGNIFICARE IN RAPPORTO A TANTI BISOGNI E SOFFERENZE?

Sono assolutamente d’accordo con chi ha definito la​ Lettera apostolica​ “Patris corde – Con cuore di Padre” e l’anno dedicato a San Giuseppe come un “grande gesto di misericordia e di cura” non solo nei confronti di anziani, malati, agonizzanti e a tutti coloro che sono costretti a casa, ma anche e soprattutto nei confronti di tante persone che, lavorando silenziosamente lontane dai riflettori, con il loro impegno giornaliero “stanno scrivendo gli avvenimenti decisivi della storia” proprio come San Giuseppe. Quelle persone che il Papa definisce figure apparentemente nascoste o in seconda linea rispetto al palcoscenico della storia – medici, infermieri, addetti dei supermercati e alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiosi. Pochi conquistano gli onori della cronaca, ma svolgono un lavoro preziosissimo.

San Giuseppe, dunque, è una figura quanto mai moderna che accoglie con fiducia il progetto di Dio e lo porta a compimento. E tutto questo assumendo decisioni difficili per prendersi cura della sua famiglia, difenderla, custodirla e accompagnarla. Le sue azioni rispecchiano il concetto di cura come presa in carico della fragilità: in quel caso la fragilità di Gesù neonato, e poi bambino, e di Sua Madre.

E PER UN VESCOVO E CARDINALE? CHE SIGNIFICA PATERNITÀ OGGI?

In questo periodo la paternità per un vescovo ha due profondi significati. Da un parte occorre essere fermi e forti nel sostenere la comunità che il Papa ci ha affidato in un momento di paure, di tensioni e di sofferenze. Dall’altra, deve essere vigile affinché prevalga nei fedeli la tendenza a non chiudersi, dimostrandosi pronti all’incontro, allo scambio e alla condivisione. Dobbiamo portare la gioia di essere cristiani in questo mondo sempre più sofferente.

G. De Rosa, Sturzo

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/gabriele-de-rosa-luigi-sturzo/

Alba Lazzaretto, Ricordo di Gabriele De Rosa

Quando penso al mio professore Gabriele De Rosa mi viene in mente il racconto di Silone “Incontro con uno strano prete” dove lo scrittore narra della conoscenza che ebbe da giovane di questo sacerdote.

Solo che il presbitero sono io e lo scrittore, il singolare scrittore, storico, professore, è De Rosa.

Molti episodi potrei raccontare della sua disponibilità senza alcun motivo di interesse personale, degli stimoli, delle “dritte” , che mi giunsero da lui negli studi. Squarci di umanità, semplicità, scherzosità, nella profondità, passione, civile e culturale e nella eleganza dello stile letterario. Una persona fuori dal comune che penso non a caso sia stata eletta capogruppo dei senatori della Democrazia Cristiana in un momento delicatissimo della storia di tale partito. Mi colpì subito profondamente che, lui così vissutamente storico, sia andato in cielo l’8 dicembre (2009), giorno di Maria Immacolata. Che per me è la chiave profonda e ancora tutta da scoprire della nostra epoca. Riporto qui un suo ricordo da parte di Alba Lazzaretto, professoressa di storia contemporanea dell’Università degli Studi di Padova e già direttrice del Centro per la storia dello stesso ateneo.

Ricordo di un maestro: Gabriele De Rosa

Mi capita spesso di attraversare il bellissimo parco che, a ridosso delle antiche mura scaligere di Vicenza, circonda il complesso monumentale della Chiesa e del chiostro cinquecentesco di San Rocco.

Ora qui, in una piccola parte di quell’antico convento con annessi alcuni edifici più recenti, è rimasta solo una scuola materna, dove accompagno le mie nipotine. E guardo con una buona dose di malinconia a quelle finestre vuote, a quel chiostro su cui si affacciavano le sale dell’Istituto di storia sociale e religiosa, fondato da Gabriele De Rosa nel 1975 e che per tanti anni, fino al primo decennio del XXI secolo, hanno accolto le sue iniziative culturali e la scuola dei suoi allievi.

Era una festa, quando arrivava “il capo”, così lo chiamavamo scherzosamente noi collaboratori, che venivamo da varie parti d’Italia per incontrarlo. Dal sud, dal centro, da nord – in una splendida fusione d’intenti – era tutto un accorrere come api sui fiori per ascoltare Gabriele De Rosa, seguire i seminari che organizzava invitando i più noti storici italiani ed europei, pensare insieme a nuove ricerche.

Gabriele De Rosa exegit davvero – con l’aiuto dei suoi centri di ricerca tra Roma, Potenza, Salerno, Vicenza – un monumentum aere perennius: sono rimasti a testimoniarlo le centinaia di libri che coraggiosamente volle pubblicare, anche a costo di fare debiti, perché la cultura valeva molti sacrifici.

Ma su di lui, sulla sua produzione scientifica e su quella della sua scuola, molto si è già scritto.

Qui vorrei ricordare soltanto cosa significava “vivere e lavorare” accanto ad un uomo straordinario, uno di quegli intellettuali ormai d’antan, come quasi non ce ne sono più, con una cultura profondissima, ma soprattutto con un’umanità che ha lasciato in chi lo ha conosciuto un segno ancora più profondo della formazione intellettuale ricevuta.

Era soprattutto un piacere, lavorare con lui. Si faticava assai, ore e ore, per più giorni di seguito, a seguire seminari, a dibattere e a interrogare gli storici più famosi in Italia e in Europa, che egli invitava per noi. Quello che stupiva e attraeva un po’ tutti era il “clima”: laborioso ma anche scherzoso, con i seminari che non si concludevano a fine giornata, ma continuavano all’osteria, o in qualche trattoria veneta, in conviviale amicizia.

Si discuteva di tutto, dalla storia alla politica, soprattutto quando Gabriele divenne parlamentare, e ci raccontava i retroscena del “transatlantico” di Montecitorio o delle sale senatorie.

Ma quello che ci affascinava di più erano i suoi ricordi di vita vissuta in momenti tragici e cruciali della storia italiana: l’esperienza del disastro di El Alamein, da cui fortunosamente riuscì a sopravvivere, la risalita della penisola a fianco degli alleati, l’incontro con Gabriella, la sua prima moglie, in contatto con la Resistenza, gli anni del dopoguerra, il suo lavoro di corrispondente estero dell’«Unità», la sua uscita dalla redazione del giornale, negli ultimi anni Quaranta, quando venne a conoscere i fatti e i misfatti accaduti in Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia. Furono anni di difficoltà economiche, ci raccontava, perché rinunciò al lavoro avendo già una famiglia da mantenere. Ma De Rosa preferì raccogliere carta straccia, che poi rivendeva, piuttosto che recedere da quanto gli imponeva la sua coscienza.

E poi ci raccontava dell’incontro con don Luigi Sturzo, di cui divenne il confidente, lo storico che raccolse i suoi ricordi (“Sturzo mi disse” rimane un capolavoro tra le centinaia dei suoi scritti), e del rapporto con don Giuseppe De Luca, con le Edizioni di Storia e Letteratura…

Ce n’era abbastanza perché noi, suoi allievi, capissimo che ci trovavamo di fronte non solo ad un uomo dall’acume e dalla personalità decisamente au-dessus de la mêlée, ma anche – e soprattutto – a un testimone eccezionale della storia d’Italia.

Dopo tre o quattro giorni di intenso lavoro a Vicenza, De Rosa prendeva il treno a mezzanotte e viaggiava fino al mattino, per essere pronto a una nuova giornata di impegni a Roma, all’Università, all’Istituto Sturzo o negli archivi, dove trovava la linfa per le sue ricerche.

Passavano poche settimane – tre o quattro al massimo – e questo “pellegrino della cultura”, zoppicante nel fisico ma dinamicissimo nello spirito, era di nuovo tra noi, a controllare che avessimo svolto tutti “i compiti per casa” che ci aveva lasciato da fare.

Era così, De Rosa: si sacrificava girando tutta la penisola, come trait-d’union tra i centri di ricerca del sud, del centro e del nord, facendoci capire con l’esempio che è in compagnia che si deve lavorare, che è con lo scambio, con il dialogo, che si cresce, e che tutto questo non lo si fa per denaro, ma solo per passione, per amore della cultura, per l’intima necessità di volerla spandere intorno, perché capire a fondo la storia – e comunicarla – significa crescere civilmente, significa la ricchezza delle nuove generazioni, significa costruire un patrimonio umano e culturale che è il solo non soggetto a svalutazione.

In anni in cui alcuni si davano alla lotta armata per cambiare il mondo, nei famosi “anni di piombo”, De Rosa invitava i suoi collaboratori allo scavo tenace negli archivi, o a cercare nuove fonti, ad esempio andando alla ricerca delle edicole sacre – dette nel Veneto “capitelli” – che coprono come un manto di pietà l’Europa intera, e che ci aiutano a comprendere un territorio, i costumi della sua gente, i suoi bisogni, le sue debolezze e le sue forze.

E non bisogna dimenticare che i ricercatori formati da De Rosa furono preziosi, dopo il terribile terremoto dell’Irpinia del 1980, per salvare e recuperare quanto restava tra le macerie degli archivi parrocchiali, comunali, o di quant’altro potesse offrire fonti sulla storia locale.

Generoso impegno, dunque, sempre. Al lavoro, da mane a sera. E ben si attagliava questo modo di vivere allo spirito profondo della popolazione veneta, dove Gabriele si trovava bene, in sintonia, perché in queste terre si pensava che lavorare era in fondo anche una forma di preghiera, e farlo gratuitamente lo era dunque ancora di più. Ma non era solo veneto questo spirito: quando ci si incontrava con gli amici da tutta Italia si sentiva che c’era un sostrato comune, non c’erano differenze regionali: ci legava tutti la voglia di studiare per capire da dove venivamo, quali erano le radici della nostra cultura o della nostra fede, e se la religiosità popolare poteva essere sbrigativamente congedata come superstizione o era invece qualche cosa di più profondo, che Giuseppe De Luca aveva chiamato “pietà”. I settori di indagine furono moltissimi: dalle indagini sulla storia religiosa, alla storia economica, ai lasciti della Rivoluzione francese, alle esperienze dei paesi che prima del 1989 vivevano oltre la “cortina di ferro” – con la bellissima esperienza che diede origine alle ricerche su “La fede sommersa nei paesi dell’est” –, ai grandi convegni sulla carestia politica degli anni Trenta in Ucraina, sui milioni di persone uccise con la fame, con “La morte della terra” sotto il regime staliniano…. Tutto ci trascinava a capire, a lavorare sempre e poi ancora di più, perché la storia era come un forziere di tesori immensi, ed era proprio un peccato lasciarli lì, bisognava scoprirli, interrogarli, renderli fiaccole per il presente.

Con grande onestà intellettuale De Rosa ci invitava a lavorare, con fede, per chi ce l’aveva, ma senza preclusioni ideologiche, dialogando con tutti, con un’eleganza di stile che ci affascinava sempre.

Le sue ricerche, la sua visione della storia, contribuirono a ribaltare l’immagine di alcune figure, come quella di Giovanni Antonio Farina, fondatore nel 1836 della Congregazione delle Suore Maestre di santa Dorotea. Farina – ora proclamato santo – era stato sbrigativamente etichettato come “austriacante”, nella visione un po’ troppo “risorgimentalista” della sua figura, mentre De Rosa contribuì a scoprire tutto l’universo profetico di questo prete e poi vescovo veneto, l’«intelligenza della carità» che il Farina aveva posto alla radice di tutte le sue azioni. Così fu per molte altre figure della storia, che non è qui possibile ricordare. Ma importa il fatto che, scoprendo i “tesori” che alcuni personaggi straordinari ci hanno lasciato, si contribuisce a far fruttare queste preziose eredità, a farne stimolo per il presente, a cogliere i messaggi di vita che ci possono far progredire nella nostra umanità.

Tutte le attività promosse da De Rosa erano sorrette dalla sua visione serena della vita, forte di una fede sobria e sicura, ma anche dalla sua capacità di vedere le cose con intelligente ironia, senza mai perdere la fiducia anche nelle difficoltà.

Era attento soprattutto al “vissuto religioso” dei vescovi, del clero, delle parrocchie e delle persone più umili, dai contadini del sud agli operai del nord.

Una lezione di vita, dunque, quella che De Rosa ci ha lasciato, oltre che una grande scuola di storia.

Lavorare accanto a lui è stato un onere, un onore, ma soprattutto un privilegio. Per questo lo ricordo sempre, gli sono grata per le parole di saggezza che mi ha donato nei momenti difficili della mia vita. Ho lavorato tanto, ma ciò che ho ricevuto – come per molti di noi suoi allievi – è stato molto di più di quanto ho dato.

E dalle sue pagine, dalla memoria che ci ha lasciato, Gabriele ci parla, ancora.

Guido Oldani, La lebbra (VI domenica tempo ordinario, anno b)

Mc 1,40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

LA LEBBRA

pare carne avariata di un macello

il lebbroso che chiede sia guarito

e avendo fede viene accontentato.

gli impone: dillo solamente ai preti

e con due soldi fatti un sacrificio

ma il chiacchierone spiffera per strada,

gesù si cela, in quella situazione

come fa il bianco in un colorificio.

F. Marabotti, Verso la primavera

https://www.darsipace.it/2021/02/08/prepariamo-la-primavera/

A. M. Valli, I cambiamenti programmati dai potenti senza alcun controllo del popolo

https://www.aldomariavalli.it/2021/01/26/great-reset-cosi-i-signori-del-denaro-cambieranno-il-mondo-del-lavoro/amp/

Bill Gates, velare il sole, contro il riscaldamento globale

https://www.aldomariavalli.it/2021/01/29/e-ora-bill-gates-vuole-coprire-il-sole-contro-il-riscaldamento-globale/amp/

Un pensatore non uniformato: Costanzo Preve

https://gpcentofanti.altervista.org/una-cultura-disinteressata-al-vero-e-ai-suoi-scopritori/

Putin al World Economic Forum

https://gpcentofanti.altervista.org/il-potere-oggi/

Concili e tradizione

https://gpcentofanti.altervista.org/i-concili-il-vino-vecchio-e-quello-nuovo/

Francesco, Chiesa popolo e non solo élites

Guido Oldani, La suocera (V Domenica del Tempo ordinario, anno b)

Mc 1,29-39

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

LA SUOCERA

della moglie di pietro si sa niente,

la sua suocera brucia con la febbre

che sembra la fucina per un fabbro.

gesù la tira in piedi e passa tutto,

i dèmoni li cava come denti

e a notte va a pregare per i monti,

gli dicono qui vogliono guarire

ma al momento ha in mente altre mire.

S. Bannon, La situazione

Franca Giansoldati, Francesco ai giornalisti

Il Mattino

Città del Vaticano – Papa Francesco bloccato da una dolorosa sciatalgia a Santa Marta, ieri ha inviato ai giornalisti un messaggio per la festa liturgica di San Francesco di Sales. In pratica ha chiesto loro di non fermarsi alla informazione precotta, alla informazione fotocopia ma di tornare a fare inchieste, di andare a sentire di persona i testimoni, raccogliere confidenze, provarle, scavare nei misteri. «Consumare le suole delle scarpe». Una specie di paternale positiva per una riflessione corale.

Utile persino all’interno del Vaticano dove i giornalisti accreditati troppo spesso sono costretti ad aspettare giorni e giorni prima di avere una conferma (se arriva) ad una notizia o a una inchiesta, interpellando come è prassi anche le fonti ufficiali che è notorio non amano tanto la stampa che va a fare le pulci in tanti settori, controllando che vi sia coerenza tra parole e fatti o cercando riscontri a tante vicende legate alle inchieste sulla pedofilia, all’andamento dei processi in corso alla Congregazione per la dottrina della Fede, o a questioni legate alle finanze vaticane, alle riforme in corso o ad altre iniziative diplomatiche. L’elenco è lungo.

Spesso i giornalisti (che si consumano le suole delle scarpe) girano a vuoto, rimbalzando da una parte all’altra ma spesso senza la possibilità di andare di persona e vedere, toccare, raccontare. L’informazione delle istituzioni del Vaticano (non solo oggi si intende) si caratterizza per una evidente riluttanza, un manifesto timore ad avere un rapporto trasparente con i mass media preferendo molto di più – ahimè – la rassicurante informazione fotocopia, evitando che vi siano ficcanaso un po’ troppo curiosi.

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Babbel

Il bellissimo messaggio di Francesco è molto coraggioso e descrive effettivamente quello che sta accadendo, non solo in Vaticano ma generalmente nel mondo: «il genere dell’inchiesta e del reportage – scrive – perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, “di palazzo”, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società».

Papa Francesco individua anche in questo deficit «la crisi dell’editoria che rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più “consumare le suole delle scarpe”, senza incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni». Un pò come il cane che si morde la coda.

L’incoraggiamento del Papa alla categoria dei giornalisti è diretto: «Se non ci apriamo all’incontro, rimaniamo spettatori esterni, nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno la capacità di metterci davanti a una realtà aumentata nella quale ci sembra di essere immersi. Ogni strumento è utile e prezioso solo se ci spinge ad andare e vedere cose che altrimenti non sapremmo, se mette in rete conoscenze che altrimenti non circolerebbero, se permette incontri che altrimenti non avverrebbero».

Ha anche citato il Vangelo: «Ai primi discepoli che vogliono conoscerlo, dopo il battesimo nel fiume Giordano, Gesù risponde: «Venite e vedrete» (Gv 1,39), invitandoli ad abitare la relazione con Lui».

Francesco ringrazia poi il coraggio e l’impegno di tanti professionisti giornalisti, cineoperatori, montatori, registi che spesso lavorano correndo grandi rischi. E aggiunge:  «se oggi conosciamo, ad esempio, la condizione difficile delle minoranze perseguitate in varie parti del mondo; se molti soprusi e ingiustizie contro i poveri e contro il creato sono stati denunciati; se tante guerre dimenticate sono state raccontate. Sarebbe una perdita non solo per l’informazione, ma per tutta la società e per la democrazia se queste voci venissero meno: un impoverimento per la nostra umanità».

Infine il grande, grandissimo nodo della fake news: «Tutti siamo responsabili della comunicazione che facciamo, delle informazioni che diamo, del controllo che insieme possiamo esercitare sulle notizie false, smascherandole. Tutti siamo chiamati a essere testimoni della verità: ad andare, vedere e condividere».

Raffaele Iavazzo (psichiatra): La situazione attuale dei preti

https://gpcentofanti.altervista.org/i-preti-e-la-psicologia/

Card. Enrico Feroci

https://youtu.be/H2uQ6ZTqAVk 

Guido Oldani, Il bucato (IV domenica del Tempo ordinario, anno b)

IL BUCATO

a quanti sta insegnando, fra di loro

c’è una matrioska, dentro chi la guasta

che grida “sei venuto a rovinarci?”.

lui spreme allora il tale, che è abitato

come un tubetto per il dentifricio,

che si libera ma ne è straziato

domandano “chi mai sarà costui

che scaccia il male come vuole lui?”.

Riflessioni pastorali

Maria stella del mattino, porta del cielo, salute degli infermi, rifugio dei peccatori. Il Magnificat. Le nozze di Cana.

Viviamo un tempo di grandi sofferenze di molti. Un pastore come può vivere il suo cammino? Cristo dalla croce ci ha dato Maria per mamma. Ci ha detto Gesù di rivolgerci a lei così come Maria ha incoraggiato i servi alle nozze di Cana a fidarsi di ciò che Gesù avrebbe loro detto. Ed è stata una grazia questo suggerimento perché Cristo ha chiesto ai discepoli un atto di fede non facile, come quello di portare l’acqua delle giare da essi riempite al maestro di tavola, come fosse vino. In una festa di nozze.

Maria è stata la prima ad accorgersi dei bisogni di quelle persone. Molti non hanno nemmeno mai saputo dei problemi che stavano emergendo. Dunque chiedere aiuto a Maria, con fiducia. Ave Maria. Con tale fiducia ascoltare quello che ci può dire Cristo, senza fermarci in logiche esclusivamente terrene.

Dunque un aiuto ad uscire da calcoli, prudenze, uscire dal sapere tutto io. Uscire dai pur talora inizialmente utili corsi di fede ed entrare a tempo debito in cammino, personale e comunitario, di fede. “Il Signore disse ad Abram:

“Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria

e dalla casa di tuo padre,

verso il paese che io ti indicherò.

Farò di te un grande popolo

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e diventerai una benedizione.

Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra”

Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan”  (Gn 12, 1-5).

Lasciarsi portare nella fede che è Dio che dà vita sempre nuova, spirituale e umana, attento a tutta la persona, ai suoi bisogni. Cosa hai davvero da dirmi Gesù? Aprimi il cuore, le orecchie. Tu puoi manifestarmi cose che non mi aspetto, liberarmi dai paletti, anche culturali, che riducono preventivamente il mio ascolto. “Mετανοειτε”, agli esordi della predicazione di Gesù, veniva non di rado tradotto con “pentitevi”, poi con “convertitevi” ma egli propone subito l’uscita dal moralismo del salvarsi da soli verso la grazia che viene con delicatezza e gradualità ad aprire il cuore: “percepite oltre”, il regno dei cieli è vicino. E si tratta dunque di una vita che si può diffondere tra le persone.

Chiedere intensamente a Dio di aiutarci. Tendere, nei modi e nei tempi adeguati, a lasciare che Dio ovunque, anche nella scuola, faccia crescere ognuno sulla propria personalissima via, alla luce della identità liberamente cercata e nel solo allora autentico scambio con le altre. Da qui si può stimolare una viva partecipazione. Uscendo dagli spegnimenti, dalle omologazioni. Identità senza scambio e scambio senza identità si contrastano e si spalleggiano nello svuotare, manipolare, le persone.

Nessuno può sapere cosa ha da dire Dio ad un altro. Un padre spirituale può accompagnare la crescita di qualcuno, cercare insieme ma alla fine è la persona che opera nella luce il proprio discernimento, non un altro al posto suo.

Le vie di Dio non sono le nostre vie.

Io accenno ad alcune possibili piste. Gli ultimi tre papi hanno proposto strade variamente diverse, ognuna con le sue ricchezze. Forse la storia stessa ci stimola ad imparare gli uni dagli altri, a sviluppare la sinodalità. Proprio superando calcoli, paure, difese. Cosa possiamo fare, nei tempi e nei modi adeguati, perché nella Chiesa ci si apra ad una ricerca non formalistica, per mere competenze, del vero? Immaginiamo un profeta in antropologia teologica? Dove ci chiudiamo in calcoli, prudenze, di corto respiro? Cerchiamo di permettere ad ognuno di intervenire anche nel vario dialogo pubblico? Fino a che punto è possibile?

Sta maturando più diffusamente una spiritualità capace di aiutare ciascuno a crescere in un cammino personalissimo, ben al di là degli schemi, grazie e verso i riferimenti della fede. Attenti a tutta la sua vita, ai suoi bisogni. Stiamo uscendo dal moralismo del mero fare, funzionare, spirituale, psicologico, per entrare nella fiducia nella grazia che, cercando di accoglierla, viene gradualmente sempre più in noi. Ci aiuta ad aprire autenticamente il cuore integrale, la coscienza spirituale e psicofisica. Non dobbiamo “fare i bravi” ma tutta la nostra umanità è condotta con delicatezza, a misura, nel mistero. E dunque vede ogni cosa in modo sempre nuovo. In modo nuovo e più pieno un piccolo può rinnovare tutta la cultura.

Imparare da ciascuno, dalle esperienze, dalle stesse difficoltà, perplessità, delle persone. Imparare a non dare nulla per scontato. 

Non si può sapere ciò che Dio propone in questo momento ad una persona, ad un pastore. Però Gesù stesso ha insegnato: Vi diranno eccolo qua, eccolo là, non andateci, perché il regno di Dio è in mezzo a voi. Egli ha qualcosa da donarci, da dirci, in ogni persona. Ecco, ascoltare Dio e gli uomini con vissuta attenzione, senza banalizzare, senza circoscrivere nei nostri schemi.

Nel vangelo vi sono mille cose da scoprire. Per esempio si riflette su quando dare o meno la comunione ma non ci si chiede se e come Gesù stesso nei vangeli ha dato l’eucaristia. Si crede in Cristo ma non si torna sempre nuovamente a lui, Dio e uomo, in ogni cosa, senza pensare di sapere già. Essere aperti alla grazia sempre nuova della Parola.

Ascoltare, non banalizzare, essere disposti a mettere in discussione le nostre più profonde impostazioni culturali, il nostro Gesù, nel Gesù vero, anche, nei tratti essenziali, quello dei vangeli, e, nei modi adeguati, anche nel Gesù, nella vita, degli altri. Magari poi si accendesse una profonda sete di Luce sempre nuova, non vista riduttivamente ma invece integrale, spirituale e umana.

Come si vede ho fatto riferimento alla vita, alla storia. Le distorsioni di vario tipo hanno questo in comune, eliminano la storia. La prima lettera di Giovanni fornisce criteri decisivi sul discernimento. Ogni spirito che riconosce Gesù venuto nella carne è da Dio. Vi sono astrazioni che non tengono conto dei cammini specifici, delle situazioni concrete. Vi sono astrazioni alla rovescia, che si schiacciano sul possibile nel presente senza aprire, nei tempi e nei modi adeguati, a prospettive nuove. Talora, magari spesso, è importante anche solo cominciare a parlare dei vari spunti qui citati. Le parole vere non sono concetti da comprendere col cervello e mettere in pratica con la volontà, ma semi di grazia che matureranno a suo tempo. Ecco un’altro insegnamento rivoluzionario di Gesù. Tutta la storia della cultura oscilla tra la teoria e la pratica senza trovare un incontro che nel profondo può essere solo un dono di Gesù, Dio e uomo. Lo Spirito vi condurrà alla verità tutta intera, che non è una dottrina astratta, né un mero fare, ma l’amore meraviglioso di Cristo.

Guido Oldani, Le fedi

Le fedi

era il papà d’una mia cara amica

dentro nel campo di concentramento,

lui ateo giovanotto comunista.

e magro come il filo di corrente

sotto il quale strisciava nella notte,

lasciava gli altri in modo di più fedi,

portando una bestiola colta al laccio

che cacciavano viva sotto i denti,

non volle mai per sé risarcimenti.

Tratto da: La guancia sull’asfalto. Ed Mursia, 2018

Rinnovamento nello Spirito Santo

http://www.rns-italia.it/NuovoSito/page/standard/site.php

Giovanni Paolo II e il futuro

ACI Stampa VARSAVIA , gennaio, 2021

La vita, il pensiero, l’eredità e le gesta di Giovanni Paolo II è un bene al presente e può essere una luce anche per le generazioni future. Prende l’avvio oggi una Conferenza Internazionale online di 3 giorni in occasione dei 100 anni della nascita di Giovanni Paolo II.

Da oggi 15 gennaio a domenica 17 gennaio, dalle ore 16 alle ore 19 si svolge la Conferenza Internazionale dal titolo “Verso il futuro con Giovanni Paolo II” con un programma molto denso e con la partecipazione di personalità di spicco ecclesiastiche e laiche ma è rivolto a tutti, agli accademici ed esperti, a coloro che desiderano conoscerlo meglio o a chi ancora non lo conosce.

L’idea è nata da un gruppo di persone provenienti da Washington, Lisbona, Roma, Madrid, Cracovia, Varsavia e San Gallo convinte che la vita, il pensiero, l’eredità e le gesta di Giovanni Paolo II sia un bene al presente e può essere una luce anche per le generazioni future.

Lo scopo principale è condividere la loro esperienza nella scoperta dei tesori del santo Papa Polacco ed offrire ad altri la possibilità di conoscerlo. Per questo motivo in ogni sessione, oltre agli esperti, viene data la parola ad un testimone che ha condiviso parte della sua vita con San Giovanni Paolo II.

L’edizione online, inevitabile in tempo di pandemia, in realtà si è dimostrata una ricchezza che ha offerto ai partecipanti da tutto il mondo l’opportunità di incontrare i più grandi esperti mondiali nel campo della filosofia e della teologia, che hanno studiato la persona e il pensiero di Karol Wojtyła – Giovanni Paolo II.

Ogni sessione giornaliera prevede quattro interventi (introduzione, due presentazioni e una testimonianza) sulle tematiche previste per ogni giornata: antropologia (15/1), famiglia e società (16/1), vita della Chiesa e della fede (17/1). Al termine di ogni sessione è previsto uno spazio per il dibattito e le domande da parte dei partecipanti collegati da tutto il mondo.

L’accesso è gratuito sui canali You Tube dedicati in polacco, inglese, italiano dove la traduzione sarà in simultanea. Per ulteriori informazioni consultare il sito della Conferenza Episcopale polacca 

Il Comitato Organizzativo è composto, tra gli altri, da: Mons. Marek Jędraszewski, Arcivescovo Metropolita di Cracovia, il Prof. Michał Drożdż, docente della Facoltà di scienze sociali, dell’Università San Giovanni Paolo II di Cracovia, il Prof. Michał Gierycz, decente della la Facoltà di Scienze Economiche dell’Università Card. Wyszynski di Varsavia, il Rev. Livio Melina del Progetto Fondazione Veritas Amoris e l’Ufficio di Pastorale Familiare del Patriarcato di Lisbona

Enrico Dal Covolo, La teologia: una sfida per le altre scienze nell’Europa secolarizzata

La teologia:

una sfida per le altre scienze

nell’Europa secolarizzata

+ Enrico dal Covolo *

Entriamo nel discorso ponendoci una domanda generica, quasi ingenua: «Che cos’è la teologia (cristiana)?». Per rispondere a questa domanda è indispensabile una precisazione sulla teologia stessa come scienza e sul suo metodo proprio.

1. La teologia (cattolica): questioni essenziali di scienza e di metodo

Il dibattito sul tema e la relativa bibliografia sono pressoché sconfinati. Da parte mia, sarebbe presuntuoso il tentativo di liquidare la questione in poche battute. Di solito, con gli studenti mi limito a evocare l’immagine del “treppiede”. La sacra doctrina – dico a loro – è come un tavolino, che per stare in piedi ha bisogno almeno di tre gambe (che poi possono diventare quattro, a seconda di come si vedono le cose): il primo piede è la rivelazione biblica, il secondo è la tradizione, il terzo è il magistero della Chiesa, al quale rimane intimamente connesso l’eventuale quarto piede, cioè le sollecitazioni di ogni genere (culturali, filosofiche, sociali, morali…), che vengono dal momento presente.

Quando uno solo di questi elementi costitutivi fosse trascurato, allora non si dovrebbe più parlare di teologia cristiana autentica. «Sarà un’altra cosa, magari anche validissima», mi affretto subito ad aggiungere, «ma non si tratta certo di teologia della Chiesa». Tuttavia, nel contesto di questo contributo scientifico, mi pare opportuno aggiungere qualche cosa di più.

Gli studi recenti – diciamo da cinquant’anni a questa parte – che si occupano dello statuto della teologia, fanno riferimento più o meno esplicito al n. 16 del Decreto Optatam Totius del Concilio Vaticano II, là dove i Padri conciliari auspicavano che le discipline teologiche fossero «rinnovate per mezzo di un contatto più vivo col mistero di Cristo e con la storia della salvezza». Proprio da qui, da Optatam totius, n. 16, ho ricavato l’immagine del “treppiede”. Di fatto, in questo denso paragrafo è delineato un approccio scientifico al dato di fede articolato in tre momenti fra loro distinti, ma ermeneuticamente complementari. Possiamo riepilogarli così, in maniera estremamente sintetica, rielaborando appena un poco l’immagine del “treppiede”.  

C’è anzitutto il momento fondante della Scrittura, «universae theologiae veluti anima».

C’è poi il momento normante della tradizione ecclesiale, che comprende sia il contributo privilegiato della patristica orientale e occidentale – per cui spesso questo passaggio viene riduttivamente denominato “momento patristico” –, sia i pronunciamenti conciliari e magisteriali, nonché le elaborazioni teologiche particolarmente esemplari. 

C’è, infine, il momento sistematico dell’organizzazione e della sistemazione del dato di fede, da comunicare in modo sempre più appropriato nel momento presente. 

I primi due momenti rappresentano l’auditus fidei, che include così il vaglio del dato biblico e quello della tradizione ecclesiale. Il terzo momento rappresenta invece l’intellectus fidei, cioè la riflessione sapienziale e l’organizzazione sistematica degli elementi essenziali del dato rivelato, come annuncio sempre attualizzato della fede. 

Stando così le cose, è evidente che la teologia è scienza solo ad alcune condizioni. Se la scienza è uno scire iuxta principia propria (conoscere secondo i propri principi), ebbene: la teologia non è affatto scienza in questo senso, poiché i principi, da cui essa procede, appartengono all’auditus fidei. Sono principi rivelati, che – in ultima analisi – provengono da Dio stesso. «La ricerca teologica», recita in modo perentorio la Costituzione conciliare Gaudium et Spes, «prosegue nella conoscenza profonda della verità rivelata».

Se invece si considera l’intellectus fidei, allora si può dire che la teologia, fornita di contenuti e di metodo peculiari, è scienza a pieno diritto, e sempre di più si è costituita e affermata come tale, lungo i secoli della sua storia.

Ho riletto l’edizione ampliata delle Memorie e digressioni di Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, ormai scomparso. Il cardinale – un ottimo teologo – si poneva questa stessa domanda: «Che cos’è la teologia?». E subito rispondeva:

«È, come dice il nome, scientia Dei, nel senso che il suo oggetto proprio è Dio in quanto si è rivelato ed è principio e fine della comunicazione della sua vita; e nel senso che essa è una certa partecipazione al conoscere divino: quaedam impressio divinae scientiae (Summa Theologiae I, q.1, a.3, ad 2um). Poi è scientia Christi, dal momento che ogni effusione ad extra della vita trinitaria e ogni rivelazione avviene per mezzo di Cristo, dal momento che “piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza” (Col 1,19). Anzi, la comprensione che Gesù ha del disegno salvifico e della realtà intera (da noi partecipata nell’atto di fede) è il principio soggettivo del teologare: egli è il primo, il massimo e l’unico vero ed esauriente “teologo”, al quale il cultore della sacra doctrina cerca di assimilarsi (per quel che gli riesce). Infine è scientia Ecclesiae».

In definitiva, «la teologia è autocoscienza del Christus totus, che va crescendo sotto l’influsso dello Spirito Santo e mediante il lavoro di indagine, di penetrazione, di contemplazione ammirata da parte dei credenti che pensano».

Qualche anno fa – durante la consegna dei riconoscimenti ai tre vincitori della prima edizione del Premio Ratzinger – Benedetto XVI ha ripreso in maniera essenziale i termini della questione. Il Papa emerito si chiedeva che cosa fosse veramente la teologia, poiché, «se la teologia è scienza della fede […], sorge subito la domanda: è davvero possibile questo? O non è in sé una contraddizione? Scienza non è forse il contrario di fede? Non cessa la fede di essere fede, quando diventa scienza? E non cessa la scienza di essere scienza, quando è ordinata o subordinata alla fede?».

Come si vede, la domanda sulla teologia come scienza rimane sempre attuale: «Tali questioni», riconosceva infatti Benedetto, «che già per la teologia medievale rappresentavano un serio problema, con il moderno concetto di scienza sono diventate ancora più impellenti, a prima vista addirittura senza soluzione». 

Al di là delle argomentazioni successive – che il Papa emerito sviluppava da pari suo –, a noi qui interessa soprattutto la conclusione del discorso, là dove si legge:

«Sono ben consapevole che con tutto ciò non è stata data una risposta alla questione circa la possibilità e il compito della retta teologia, ma è soltanto stata messa in luce la grandezza della sfida insita nella natura della teologia. Tuttavia è proprio di questa sfida che l’uomo ha bisogno, perché essa ci spinge ad aprire la nostra ragione interrogandoci circa la verità stessa, circa il volto di Dio».

2. La sfida della teologia in un’Europa secolarizzata,

che rischia di smarrire l’idea autentica di universitas studiorum

In effetti, dalle sue peculiari (e per certi aspetti paradossali) caratteristiche epistemologiche la teologia ricava la propria forza di provocazione e di sfida nei confronti delle altre scienze, che appaiono oggi sempre più specializzate nel metodo e nei contenuti, quanto più frammentate nell’universo del sapere. Il fatto che la teologia non proceda iuxta principia propria, ma dalla Parola rivelata, la spinge – con motivazioni e risorse che non appartengono alle altre scienze dell’universitas studiorum – verso quella mèta ultima e complessiva di verità, a cui essa anela. Certo, a questa stessa mèta concorrono in vario modo tutte le scienze, nella misura in cui esse sono – come dovrebbero essere – ministrae veritatis. Ma la teologia – se è vera teologia, cioè fedele alla sua epistemologia autentica – possiede un’istanza veritativa ulteriore, trasversale alle altre scienze, e ultimativa nel suo traguardo proprio. 

Questo appare evidente, quando si considera che l’oggetto primario e onnicomprensivo della teologia non è una serie di enunciati o di “noumeni” astratti, bensì la Res, alla quale essa punta, cioè Dio. «L’atto di fede», scriveva già san Tommaso, «non ha come punto di riferimento ciò che può essere enunciato, ma la Res», la Cosa in se stessa. Proprio questo realismo della fede guida la ricerca teologica verso la Verità tutta intera.

La teologia, infatti, è ben consapevole che la Cosa a cui puntare è in definitiva la partecipazione per grazia alla conoscenza che il Figlio incarnato, crocifisso e risorto, ha del Padre suo, nella comunione dello Spirito Santo. «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra», prorompe Gesù Cristo stesso nel suo Magnificat, «perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,25-27). 

Nella tradizione della Chiesa, la teologia, quale fede in cerca di comprendersi (fides quaerens intellectum), pur nella pluralità delle sue espressioni storiche, si configura come quell’esercizio dell’intelligenza che nasce dall’esperienza della fede, di essa si nutre e all’accrescimento di essa è destinato. «Ho desiderato di vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto per fede», afferma sant’Agostino a proposito del mistero centrale della Rivelazione, la santissima Trinità. 

La visione, a cui anela il desiderio che mette in moto l’intelligenza del mistero rivelato, è una penetrazione sempre più piena e una partecipazione sempre più viva a quella Verità, che è Cristo stesso (cf. Gv 14,6). La fede vi aderisce intimamente, nella certa speranza del suo compimento eccedente e inesauribile nel Regno dei cieli: «Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto» (1Cor 13,12). Da questa intima natura della teologia deriva la forma peculiare della sua scientificità. La teologia, infatti, è scientia precisamente nel senso che è misurata rigorosamente, nella sua intenzionalità e nel suo esercizio, dall’Oggetto che le è offerto dalla Rivelazione: Dio in Cristo.

In quell’“aureo libretto”, che è stato tradotto dal tedesco con il titolo di Piccola guida per i cristiani, Hans Urs von Balthasar scriveva:

«Non c’è scienza che possa dirsi libera nei confronti del proprio oggetto; solo grazie all’oggetto essa è una disciplina ben determinata, che si affianca a pieno diritto alle altre. Una disciplina è anzi scientifica solo se il suo metodo d’indagine corrisponde alla particolare natura dell’oggetto. Oggetto della teologia in quanto scienza è la fede cristiana, con tutte le particolarità che ineriscono alla sua natura. La fede ha la sua origine nella storia, ma nel medesimo tempo essa avanza “la pretesa” di svelare il senso onnicomprensivo della storia, dal suo inizio alla sua fine: l’Agnello dell’Apocalisse spezza i sette sigilli della storia universale».

Conviene riprendere a questo punto la celebre massima di san Tommaso: la teologia è scientia «in quanto procede da principi noti con il lume di una scienza superiore, che è la scienza di Dio e dei beati». In tal modo, l’Aquinate collega organicamente il procedimento argomentativo della teologia scolastica, in quanto scientia, con la prospettiva neotestamentaria e patristica che vede nella fede e nella conoscenza, che da essa procede, la partecipazione di grazia alla conoscenza del Padre: ne gode anzitutto, per natura, il Verbo incarnato, ed essa si compie per gli uomini nella visio beatifica dei santi. In definitiva, la teologia è scientia solo in quanto sviluppo della scientia Dei, cioè della conoscenza (non si dimentichi il senso biblico, e in definitiva mistico del verbo conoscere) che Dio ha di sé, e che egli stesso ha ritenuto partecipare (rivelare) a noi.

Scriveva nel 1988 il cardinale Joseph Ratzinger, parafrasando S. Tommaso:

«La teologia non vede né prova le sue ragioni ultime. È come sospesa alla “scienza dei santi”, alla loro visione, che è il punto di riferimento del pensiero teologico e ne garantisce la legittimità […]. Senza il realismo dei santi, senza il loro contatto con la realtà in questione, la teologia diventa un gioco intellettuale vuoto e perde pure il suo carattere scientifico».

3. Conclusione

Dentro a queste prospettive epistemologiche (e solo quando esse sono realmente salvate) la teologia conserva il suo valore di sfida di fronte alle altre scienze dell’universitas studiorum, non soltanto per il credente, ma anche per il non credente.

È illuminante, a questo riguardo, un’altra riflessione di Joseph Ratzinger, all’epoca professore di Teologia dogmatica nell’Università di Tubinga, quando – all’indomani del Concilio Vaticano II – l’Europa era percorsa dai venti scomposti della contestazione, che sembravano scuotere le fondamenta stesse della verità.

«La forma in cui l’uomo è tenuto ad affrontare la verità dell’essere», scriveva nel 1968 il futuro Pontefice in Introduzione al cristianesimo, un libro oggi più che mai attuale; la forma, dunque, «non è la scienza, bensì la comprensione, il comprendere il senso della realtà […]. Penso sia precisamente questo l’esatto significato dell’idea che ci facciamo del comprendere: che noi impariamo ad afferrare il terreno su cui ci siamo posti, intendendolo come senso della realtà e della verità».

Ebbene,

«la scienza che si propone di rendere funzionale il mondo», concludeva Ratzinger, «come ci viene oggi pomposamente comunicata dal pensiero tecnico-scientifico, non accorda ancora alcuna vera comprensione del mondo e dell’essere. La teologia, pertanto, intesa come discorso comprensivo, logico (=rationalis, intellettivo-razionale) vertente su Dio, sarà sempre un compito originario e precipuo della fede cristiana. Sì, perché il comprendere scaturisce solo dalla fede».

In maniera coerente, la teologia – precisamente in quanto fides quaerens intellectum – si propone come “il luogo” della sintesi veritativa tra le scienze umane e la “scienza di Dio”, a fronte della frammentarietà dei saperi. Ed ecco – in ultima analisi – la grande sfida della teologia nei confronti delle Università, dinanzi alla dittatura del “pensiero unico” e del tecnologismo economico e informatico: la sfida consiste nel coordinare, in maniera plausibile, la ragione e l’apertura al trascendente.

In varie occasioni ho avuto modo di illustrare alcuni capitoli fondamentali di questo urgente “rinnovamento teologico” proposto da papa Benedetto, e coerentemente proseguito dal magistero di Papa Francesco, da Lumen fidei fino al Discorso Alla Comunità dell’Università Cattolica Portoghese del 26 ottobre 2017. Di quest’ultimo Discorso di Papa Francesco cito un passaggio illuminante: «Si potrebbe obiettare», ha detto il Papa, «che una docenza universitaria di questo tipo trae le sue conclusioni dalla fede, e non può pertanto pretendere che quanti non condividono tale fede accettino la validità delle stesse. Ma, anche se è certo che non condividono la fede, possono sì riconoscere la ragione etica che viene loro proposta […], un tesoro di conoscenza e di esperienza etica, che si rivela importante per tutta l’umanità».

In definitiva, il “rinnovamento teologico” che ci interpella, in vista di un dialogo aperto e fecondo con l’universitas studiorum, riguarda anzitutto i seguenti capitoli: l’allargamento della ragione alle dimensioni della fede e dell’amore; il realismo della fede e la testimonianza della vita; più in generale – appunto – l’urgenza di una nuova sintesi di pensiero, di fronte alle divaricazioni secolarizzanti tra religione e ragione; tra teologia, filosofia e altri saperi; tra teologia razionale e dimensione contemplativa; tra esegesi cosiddetta accademica e lectio divina; tra ortodossia e ortoprassi.

Un simile “rinnovamento” – ne sono certo – renderà sempre più propositiva e feconda la sfida della teologia nei confronti delle Università, dinanzi al fenomeno pressoché globalizzato della secolarizzazione, nell’Europa e nel mondo.

Guido Oldani, L’altro Paolo

L’ALTRO PAOLO

paolo sceglie per sua locomotiva

quel che prima fu l’ultimo vagone

rovesciando così la direzione.

sono fratelli quelli che ammazzava

ma della squadra che lo sosteneva

lui non ne fa di certo suo bersaglio

e pare che nessuno questo noti,

loro restando dentro ai vecchi giochi.

Francesco intervistato da canale 5

Franca Giansoldati, Il Messaggero

Città del Vaticano – Papa Francesco vive in lockdown, chiuso a Santa Marta, impossibilitato a fare viaggi e vedere folle, e in questa condizione si «sente in gabbia». Dice proprio così e si descrive con spontaneità nella intervista rilasciata al Tg5, a Fabio Marchese Ragona. «Sono ingabbiato, come quando uno è nella gabbia. Ma poi mi sono calmato, ho preso la vita come viene. Si prega di più, si parla di più, si usa di più il telefono, si alcune riunioni per risolvere i problemi. La pandemia ha colorato pure la vita del Papa e io sono contento» afferma ripercorrendo questo anno doloroso ed eccezionale anche per la Chiesa. «Ho dovuto cancellare viaggi, a Papua Nuova Guinea e Indonesia, cancellati totalmente» afferma, spiegando che per responsabilità evita di provocare assembramenti. Per questo non sa nemmeno se riuscirà a portare avanti il progetto del viaggio in Iraq a marzo, come aveva annunciato. «E’ cambiata la vita. Sì, è cambiata la vita. Chiusa. Ma il Signore ci aiuta sempre a tutti».
Papa Francesco nel lungo colloquio affronta diversi temi. Il bisogno della politica di dare il meglio ed essere unita per il bene comune, il vaccino che è necessario farlo, l’aborto che resta un male assoluto e i disordini che hanno sconvolto l’America.
Dalla pandemia è convinto che la gente possa uscire migliore. Papa Francesco è ottimista. «Se vogliamo uscirne migliori dovremo prendere una strada, se vogliamo riprendere le stesse cose di prima la strada sarà un’altra strada, e sarà negativa. E oltre alla pandemia ci sarà una sconfitta in più: quella di non esserne usciti migliori. E come si diventa migliori? Bisogna fare una revisione di tutto. I grandi valori ci sono sempre nella vita ma i grandi valori vanno tradotti nei momenti perché i momenti storici non sono gli stessi. I valori non cambiano nella storia ma l’espressione del valore dipende sempre dalla cultura del tempo».
Sui vaccini: «Credo che, eticamente, tutti devono prendere il vaccino. È un’opzione etica perché riguarda la tua vita ma anche quella degli altri. La prossima settimana lo faremo qui al Vaticano e io mi sono prenotato per farlo (…) C’è un negazionismo suicida che non saprei spiegare ma oggi si deve prendere il vaccino».
Sulla politica e le spaccature tra i partiti. «La classe dirigenziale ha il diritto di avere punti di vista diversi e anche di avere la lotta politica. È un diritto: il diritto di imporre la propria politica. Ma in questo tempo si deve giocare per l’unità, sempre. In questo tempo non c’è il diritto di allontanarsi dall’ unità. Per esempio, la lotta politica è una cosa nobile, i partiti sono gli strumenti. Quello che vale è l’intenzione di fare crescere il Paese. Ma se i politici sottolineano più l’interesse personale all’interesse comune, rovinano le cose. In questo momento la classe dirigenziale tutta non ha il diritto dire “Io”. Si deve dire “Noi” e cercare un’unita davanti alla crisi (…) I conflitti sono necessari, ma in questo momento devono fare vacanze. Bisogna sottolineare l’unità, del paese, della chiesa e della società. Chi dice che “in questo modo si possano perdere le elezioni” dico che non è il momento, questo è il momento della raccolta. «L’uva si raccoglie in autunno», questo è il momento di pace e non crisi, bisogna seminare il bene comune».
Il tema dell’aborto è stato un altro tema dell’intervista, anche perchè in Argentina è stata approvata dal Parlamento una legge a favore. «Le persone che non sono utili si scartano. Si scartano i bambini, non volendoli, o mandandoli al mittente quando si vede che hanno qualche malattia, o quando semplicemente non sono voluti: prima della nascita si cancellano dalla vita. Io ho il diritto di fare questo? La risposta scientifica: la terza settimana, quasi la quarta, ci sono tutti gli organi del nuovo essere umano nel grembo della mamma, è una vita umana. Io faccio questa domanda: è giusto cancellare una vita umana per risolvere un problema, qualsiasi problema? No, non è giusto. È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Uno che uccida la vita umana? Questo è il problema dell’aborto. Scientificamente e umanamente».
Sui disordini americani Papa Francesco afferma di essere rimasto molto stupito: «Io ringrazio Dio che questo sia scoppiato e si è potuto vedere bene perché così si può porre rimedio, no? Sì, questo va condannato, questo movimento così, prescindendo dalle persone».
Infine dal Papa è arrivata la condanna a coloro che, per evitare il lockdown, hanno preso aerei per trascorrere le vacanze di Natale nei paradisi estivi. «Questo è un altro problema grave. In un paese in cui il governo dice che dal giorno dopo ci sarà il lockdown ecco che quel giorno sono partiti più di 40 aerei civili e privati per andare a fare le vacanze nei luoghi di mare e in altri paesi. Questo è uno scandalo perché non si pensa più agli altri e alla comunità. In più è stata anche una mossa suicida. Con le spiagge piene, il contagio lì è stato terribile. È successo anche da noi, mi ricordo quest’estate che la gente non se n’è curata molto. Ma dall’altra parte io capisco le persone. Pensiamo a una famiglia con due figli che vive in un appartamento, non è una situazione facile con il lockdown».

Francesco: troppo uniformismo nei media, le voci originali ai margini

http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20210123_messaggio-comunicazioni-sociali.html

Ildebrando Scicolone, Sacramento

CHE SIGNIFICA  “SACRAMENTO”?

    Ci domandiamo: “Come è possibile che un evento storico, come la morte e la resurrezione di Gesù, avvenuta circa 2000 anni fa, possa essere resa presente. Secondo la concezione semitica, il memoriale (in ebraico zikkaròn, tradotto in greco con anàmnesis) rende presente l’evento non nella sua storicità ma nella sua valenza, cioè per quello che realizza per tutte le generazioni. Ma come facciamo noi, che non siamo semiti, discendenti della cultura greco-romana, a comprendere questo?

    Io porto un esempio molto semplice: la luce viaggia alla velocità di 300.000 Km al secondo, e la luce del sole per arrivare  alla terra impiega 8 minuti. Ma ci sono delle stelle molto più lontane, non 8 minuti ma anni luce, supponiamo 2000 anni luce. Io vedo una stella e dico: “Guarda com’è bella”. Arriva uno scienziato, l’astronomo, e mi dice: “Quella stella è già spenta, quella luce che tu stai vedendo ora, è partita da quella stella 2000 anni fa”. E allora domando: “la luce che sto vedendo è presente o è passata?” E’ partita 2000 anni fa, ma mi arriva ora. Io ora, in questo momento, ho presente quella luce. Nella Messa l’evento storico della Pasqua (la morte e la risurrezione di Cristo) mi raggiunge ora. Ciò avviene in un rito che noi chiamiamo “sacramento”. 

Sacramento

    Che significa “sacramento”?. E’ un termine latino che sembra indicasse, all’inizio, l’atto con cui un soldato “si consacrava” con il giuramento militare, al servizio dell’imperatore. I cristiani hanno chiamato “sacramento” la loro consacrazione a Cristo vero Re, con il rito del battesimo. Il  battesimo è il nostro sacramento. Da qui poi è passato ad indicare anche altri riti cristiani, soprattutto l’eucaristia. Per spiegare però questo termine, non basta ripeterlo, bisogna spiegarlo con altre parola, ognuna delle quali ci rivela un aspetto particolare del rito celebrato. 

I Padri della Chiesa, specialmente greci, usano diverse parole.

a) Simbolo. 

    Bisogna spiegare questa parola. Essa normalmente è quasi contraria alla parola “realtà“: per es. se uno dice di pagare un affitto simbolico, significa  che non lo paga. Non è in questo senso che noi diciamo che la cena pasquale cristiana, cioè la messa, è un rito simbolico. Dico che la realtà della pasqua storica di Cristo, con tutto quello che significa per l’umanità, si rende presente attraverso e  nel simbolo. Se io dicessi che l’Eucarestia, il pane consacrato è simbolo del corpo di Cristo, voi mi direste che sono un eretico. Ma se questo lo hanno detto i padri della chiesa, specialmente i padri greci. Cosa volevano dire? Che la realtà del corpo di Cristo si rende presente, non così come è fisicamente, ma in simbolo. 

    Porto un esempio che capiscono anche i bambini (pur sapendo che tutti gli esempi “zoppicano”): un biglietto di banca, di 500 euro, è simbolo o è realtà? La realtà dei 500 euro sta nell’oro che è conservato alla Banca d’Italia o alla Banca d’Europa. Però, in un certo modo, e in modo diverso, il valore dei 500 euro di trova in quel pezzo di carta. Dunque è un simbolo reale. Possiamo portare un altro esempio: ho un biglietto del superenalotto, lo compro ad 1 euro; poi i numeri scritti nel biglietto corrispondono (in greco si direbbe symballusin) con i numeri estratti. Appena i 6 numeri corrispondono, quel pezzo di carta che io ho comprato ad un euro, vale (anzi posso dire, diventa) cento milioni di euro, o anche più. Cosa è cambiato in quel pezzo di carta quando i sei numeri corrispondono? Qualcuno mi ha risposto: “E’ cambiata la sostanza”. Fisicamente carta era e carta rimane, ma adesso non mi interessa più se è carta, cartoncino, lamina di zinco o d’oro, mi interessa che lì ci sono cento milioni.  In un modo (fisicamente) sono ancora in banca o al Ministero delle Finanze, ma in un altro modo (simbolicamente) sono nel pezzo di carta. Tanto è vero che non lo conservo più nel cassetto del comodino, ma lo porto in banca, dal notaio, mi faccio fare la ricevuta, perché quel pezzo di carta è (non solo mi ricorda o mi significa, ma è) cento milioni di euro. 

    Fuori dell’esempio: La pasqua di Cristo, non solo il corpo, ma la Pasqua di Cristo si rende presente, in modo simbolico ma reale, nella celebrazione della cena pasquale cristiana. La Messa è il simbolo reale della Pasqua di Cristo.  Secondo il catechismo di Pio X, “i sacramenti sono segni efficaci della grazia”. A me piace dire che i sacramenti, tutti e sette, anzi  tutte le celebrazioni liturgiche sono segni, simboli della Pasqua, sono  riti che rendono presente ed operante la Pasqua. In essi noi diventiamo contemporanei di Cristo. 

    C’è una spia: nel Canone Romano (l‘unica preghiera eucaristica in uso nella Chiesa romana dal IV secolo ad oggi), il racconto dell’istituzione è  più bello delle altre preghiere eucaristiche, e recita: “La vigilia della sua passione, Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili e alzando gli occhi al cielo, a Te Dio Padre suo onnipotente rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate tutti: questo è il mio corpo. Allo stesso modo, dopo aver cenato, Gesù prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili…”. Fate attenzione qui: “prese” è un passato remoto, “questo” è un  presente. Come ha fatto Gesù, 2000 anni fa, a prendere questo calice? Vedete, quel “prese”  non è un passato ma un verbo al perfetto:  quel “prese”  supera la storia, per cui possiamo tradurre che Gesù “prende” questo calice. In latino il testo suona  “accipiens et hunc“ (= prendendo anche questo). Li prese tutti?  Quella azione di Gesù si rende presente ora: è partita 200 anni fa ma mi giunge ora. Noi mangiamo con Cristo, non soltanto mangiamo Cristo, perché diventiamo a Lui contemporanei: l’evento passato si rende presente. 

    Questo modo di pensar evidentemente non va d’accordo con la nostra mentalità odierna, per la quale il passato è passato e non torna più.  

b) Immagine

    Per spiegare i sacramenti della chiesa, i Padri non utilizzavano la  filosofia aristotelica, come poi farà S. Tommaso, ma quella platonica. Per Platone, tutto quello che esiste nella realtà di questo mondo è immagine della realtà celeste, dell’ “iperuranio“, ma nell’immagine c’è la realtà. Se Platone ha davanti una bistecca, egli sa che in tanto è bistecca in quanto è l’immagine della bistecca, è, per così dire,  una incarnazione della bistecca. Però, quella bistecca se la mangia e se ne nutre; cioè le cose sono reali,  in quanto sono immagine della realtà perfetta. I Padri dicono che la realtà salvifica, la Pasqua di Cristo,  che  storicamente è  avvenuta in passato, si rende presente oggi in immagine , in simbolo, in sacramento. 

c) Mistero

    Anche questo termine va spiegato, Già prima di Cristo, c’erano nella Grecia, ma anche a Roma, dei riti misterici. In essi, “mistero” indicava un rito, nel quale, attraverso gesti simbolici, si rendeva presente un “mito“. Per mito si deve intendere un evento primordiale avvenuto “in principio“, cioè prima (o fuori) del tempo. In un certo senso, quel mito si rende presente nel rito. Ora questo mito, o tutti questi miti, hanno un significato comune: vogliono spiegare i fenomeni naturali; per es. l’uomo vede che il sole tramonta, ma poi l’indomani risorge; semina un chicco di frumento che muore, ma poi spunta il filo d’erba e poi la spiga. Vede insomma che in natura tutto muore, ma poi risorge. Allora l’uomo dice: “Come fa il chicco di frumento a morire e poi a produrre tanti chicchi? Come fa il sole  a morire e poi a risorgere? Se io arrivo a scoprire il come, io rendo presente in un rito la causa di questo fenomeno, il mito appunto, in modo che io posso partecipando al rito prendere parte al mito“. Il caso del chicco di frumento è il mito di Kore o Proserpina. Il chicco di frumento ogni anno muore e poi risorge, perché ogni anno ripercorre il mito di Kore: una bella ragazza rapita da Plutone, il dio dei morti,che la porta con sé sotto terra; la madre piange, urla, si strappa i capelli (è l’inverno) e poi Giove, il dio del cielo) stabilisce  che per sei mesi Kore starà con Plutone sotto terra e poi quando il sole (Hermes) sale al cielo in primavera, Kore ritorna sopra la terra: questo è il mito. In un rito, attraverso il mostrare una spiga che è la conclusione del processo, si rende presente il mito di Kore: in modo che l’iniziato , partecipando al rito muore  e va sotto terra con Kore, ma quando poi Kore risorge anch’egli risorge e raggiunge la “salvezza“. Ora noi traduciamo il termine “mito” con la parola “favola”, perché inventato dall’uomo. 

    Nei primi tempi, gli autori cristiani, per es. S. Giustino (Apologia, cap. 62), prendono le distanze da questi “miti”. S. Paolo, per es., non usa la parola “mistero” quando parla dei riti cristiani, per es. il battesimo (Rom. 6) o la cena del Signore (! Cor. 11). Ma, nel  IV secolo, entrando in dialogo con la cultura del tempo, i Padri dell’età d’oro della patristica, non temono di usarlo, ragionando così: non è forse vero che per noi cristiani, un figlio di Dio (tali erano i protagonisti dei miti pagani), anzi il Figlio di Dio è andato sotto terra e poi è risorto da sotto terra? Questo è il nostro “mito”, con una  differenza però: mentre i miti  sono fuori dal tempo ed inventati dagli uomini,  il nostro è un “evento storico” avvenuto concretamente  2000 anni,  in quella città, in quel giorno, in quella ora. Questo evento è chiamato “mistero” da Paolo, ed è tutto il piano salvifico di Dio realizzato in Cristo, soprattutto nella sua morte e risurrezione (il “mistero pasquale”.

Questo mistero si rende presente nel nostro rito cristiano. In tanto possiamo chiamare misteri  le celebrazioni e i sacramenti, in quanto sono presenza del mistero salvifico, presenza attiva della Pasqua. Noi, partecipando al rito, partecipiamo anche all’evento. La messa è la pasqua di Cristo, salvezza del mondo che si rende presente perché,  partecipando a quel rito, prendiamo parte all’evento di morte e di resurrezione di Cristo. Come si prende parte alla morte? Morendo, un poco alla volta, a noi stessi. Come si prende parte alla risurrezione? Risorgendo, un poco alla volta, in una vita nuova. Se la partecipazione alla Messa non produce questo progressivo cambiamento di vita, fallisce il suo scopo, e si riduce ad un semplice rito, anche se bello, ed emotivamente attraente.

Intervista ad Adinolfi sul Cristo

Nel bel mezzo della pandemia siamo costretti ad “andare al sodo”, a porci le questioni essenziali, che alla fin fine, dalla notte dei tempi, mi sembrano due: 1) mangiare e 2) perché farlo?  Quest’ultima domanda mi pare ancor più inevitabile della prima e, da circa 2000 anni, è diventata ormai a livello mondiale sinonimo di un’altra: chi è Gesù? Nessun uomo come lui “ha alzato la posta della scommessa” su questa domanda capitale: perché vale la pena mangiare, ovvero esistere ancora un giorno e poi un altro, per infiniti giorni se possibile? “Per incontrare me” risponde lui.

E tu, Mario, chi dici che egli sia?

E’ stato ed è quello che io chiamo il mio “amico esigente”.

In realtà l’incontro con lui è avvenuto in maniera molto naturale. Per noi della generazione degli anni ’70 l’incontro con la religione cattolica era quasi obbligato: io dovevo andare a messa da quando avevo 10 anni, avevamo tutti l’ora di religione (per me addirittura quotidiana perché andavo in una scuola cattolica, come sai), ho fatto il chierichetto da quando avevo sei anni. Vedo che invece è diverso per le generazioni delle mie figlie.

Il problema è sempre stato avere questo rapporto in maniera non scontata. Se devo dare una definizione, dico che Gesù mi ha proprio inchiodato ad una relazione sentimentale. In sostanza, è un rapporto in cui tu devi rendere conto.

Non c’è dubbio che nel corso della mia lunga relazione con Cristo ho avuto anche momenti in cui sono stato letteralmente un cattivo partner, diciamo così. Ma mai un cattivo partner che non si rendeva conto di esserlo o che si disinteressava della relazione con Lui.

C’è una domanda centrale che ti devi porre all’inizio con Lui, perché altrimenti questa relazione non funziona (come quando scegli la moglie): ti fidi del fatto che Cristo è colui che ha sconfitto la morte, è risorto, è la via la verità e la vita? Se ti fidi di questo, anche se c’è il tuo “non essere all’altezza” – persino il tuo “voler scomparire come partner” –, comunque tiene questa pietra miliare a cui rendere conto. Questo è l’elemento caratteristico del rapporto che si ha con Gesù: parte da un’esigenza di verità e riconosce una dimensione che dà acqua a questa sete. Poi le cose vengono di conseguenza.

Dicevi che bisogna arrivare a porsi una domanda fondamentale perché se no Gesù non si capisce. Forse in questo il Coronavirus ci aiuta: in questa situazione paradossale, in cui ognuno deve restare a casa sua ponendosi le domande essenziali, abbiamo l’occasione di andare al cuore della pretesa di Cristo, cioè di non fermarsi sulle conseguenze morali o politiche o anche teologiche su cui normalmente ci impantaniamo. Nella nostra solitudine, lontani da ogni “distrazione” pratica (anche buona) possiamo chiederci, nella nostra piena libertà, faccia a faccia con questo paradossale ebreo di 2000 anni fa: chi sei tu veramente?

Dico la verità, io non credo alla “fede da coronavirus” o alla fede recuperata in limite mortis, alla cosiddetta “fede per necessità”, diciamo così. Questo tempo evidentemente ti pone davanti a una valanga di domande, ma io credo francamente che per molti il rapporto con Cristo sia nella dimensione delle cose inessenziali. Per esempio, io ho trovato che sia stata una risposta molto fastidiosa, per fortuna solo per una sera, quella del “chiudete le porte della chiesa”: ho sempre accettato tutto ma quella sera lì è stata l’unica volta in cui ho protestato pubblicamente con il decreto del cardinale vicario. Poi, addirittura, qualche settimana dopo, siamo passati a quel cavolo di ordine del ministero per cui puoi andare in chiesa a dire una preghiera solo a condizione che sia sul tragitto per cose essenziali, tipo “andare dal tabaccaio”.

Questa subalternità è di tipo culturale, questo è il problema vero. Perché davanti a questa che è l’unica risposta di vita – perché lui ti dice “io sconfiggo la morte”, questo è il punto – noi arretriamo? Abbiamo anche l’immagine del papa che fa il giro del mondo, che nella preghiera a San Pietro diventa il simbolo della possibile speranza per tutta l’umanità. Perché rimaniamo subalterni, allora? Perché non crediamo più a niente.

In stragrande maggioranza purtroppo la secolarizzazione vera di questa società è che i riti sono diventati stanchi, la fede è stata sostanzialmente estirpata ed ha davvero ragione chi dice che è fondamentale comprarsi il pacchetto di sigarette, ma non è fondamentale passare a dire la preghiera in chiesa. Mi sembra che davanti alla crisi di fede così profonda la risposta generale è “ci credo come una forma di compagnia”, ma non nella forma di relazione esigente rispetto alla quale io mi devo mettere in gioco, a misura della “moglie che mi sono scelto”.

Ma poi non è proprio questo che ci rimproverano su internet? Quelli che mi avversano dicono che io “credo all’amico immaginario”. E allora noi ce lo dobbiamo chiedere: ma noi crediamo all’amico immaginario?

Ho scritto oggi che i numeri della pandemia sono paragonabili a quelli della seconda guerra mondiale, nella quale ci sono stati 150.000 morti civili in 5 anni nel nostro paese. Con ogni probabilità i numeri reali dei morti per il virus già sono circa 40.000, perché sabato saranno conteggiati come 15.000 e la stima deve essere aumentata dal 200% al 400% in più se vai a prendere i dati Istat. Quindi, siamo dentro una colossale vicenda collettiva che parla di morte, ma non sappiamo parlare di risurrezione. E questo è un nodo che dobbiamo riuscire a risolvere sul piano collettivo non sul piano individuale. Io riesco a stare in casa senza impazzire perché, nella preghiera, nella lettura quotidiana del vangelo che faccio in diretta Facebook, mi sento fortemente “accompagnato”. Ma quanti si sentono in questa condizione realmente?

A proposito di incredulità, mi sembra che uno degli scandali che non riusciamo ad accettare è il fatto che Gesù stesso abbia deciso di fidarsi veramente dell’uomo per portare il suo mistero. Lui ha proclamato il suo vangelo solo per (circa) tre anni in un minuscolo paese alla periferia di un impero, vivendo con pochi amici e dopo questo brevissimo tempo ha lasciato l’annuncio nelle nostre mani. Non c’è anche una sfiducia nell’uomo al fondo della nostra crisi di fede, laddove invece Gesù ha dimostrato di credere tanto nella creatura umana da ritenerla capace di portare lui stesso, la verità che salva l’uomo, ovvero il tesoro più prezioso per l’umanità?

Lo scandalo è intellettuale: è lo scandalo della sfiducia nella verità; e quindi nell’uomo. Noi siamo imbevuti di questo. Siamo dentro un’ubriacatura che ci rende invisibile, incomprensibile, irraggiungibile il concetto stesso di verità.

Gesù vive in intima relazione continua con la verità. In un vangelo di questi giorni ce lo ripete: mi ucciderete perché io sono qui a parlarvi del rapporto con il Dio veritiero e perché non sopportate la verità che vi dico. E Cristo nell’intimità del rapporto con la verità riesce a sopportare tutto quello che deve subire di conseguenza. Noi, avendo perso invece il rapporto con la verità – persino con l’ambizione di conoscerla – abbiamo di conseguenza perduto fiducia in noi stessi: non sappiamo rintracciare neanche gli elementi propri della verità di ciascuno di noi, figuriamoci metterci in relazione con una figura esigente come Cristo. Non riusciamo più ad avere rapporti di amicizia veri, non riusciamo ad avere rapporti di amore vero, anche a livello sentimentale. Vogliamo sfuggire a noi stessi, vogliamo pensare che nel nostro continuo girovagare in qualche modo siamo ancora vivi. Invece no. Invece stiamo prendendo davvero lucciole per lanterne.

Noi dobbiamo concentrarci in quel dolorosissimo percorso che conduce alla verità, a ciò che “è”. Guarda che tipo di rapporto abbiamo con la morte. In questa vicenda in cui abbiamo una colossale valanga di morti, noi li stiamo nascondendo alla vista: i morti sono mandati con i camion e non si vedono neanche più le bare, vanno direttamente ai forni crematori. Stiamo nascondendo tutto questo. Fatti invece un giro sui social: il web è diventato luogo di cazzeggio. Invece di affondare la faccia dentro questa tragedia che è il tema della morte, la esorcizzi cercando ogni modalità: da come si fa il pane, a guarda come sono brava a ballare la salsa e il merengue, guarda come cazzeggio pur di esorcizzare l’unico tema che dovremmo affrontare oggi, cioè come vivere per essere degni di arrivare a quel tipo di traguardo di una qualche dimensione di senso. O noi recuperiamo con coraggio il rapporto con il tema della verità – e allora lì davvero troviamo la liana che ci porta all’incontro rinnovato con Cristo – o altrimenti stiamo sulla liana a fare Tarzan. Ma allora – come insegna Alberto Sordi – sei inevitabilmente ridicolo. Vorrei che ci fosse almeno un’ambizione di sfuggire al ridicolo in questa fase così tragica, ma non la scorgo, devo dire la verità, non sono propriamente ottimista.

Hai detto prima che questa tentazione riguarda anche i cattolici, anche la Chiesa: puoi spiegare meglio?

Non mi rivolgo ai pastori e neanche alla Chiesa. Mi rivolgo alla comunità dei credenti, che conosco, che frequento, che vedo annichilita, addolorata, un po’ incapace di esprimere, di pensare. Ho la seria impressione che questa storia non ci lascerà senza ferite e non so se queste ferite saranno salutari. L’autorità politica inciderà sull’autorità religiosa in maniera mai vista prima dei 159 anni ormai di storia italiana. Credo che ci sia una volontà veramente massonica di rivoltare un po’ il rapporto tra poteri in questa fase. Mi aspettavo un fervore cattolico che emergesse, con una riscoperta della forza della fede come risposta a questa tragedia: non lo sto vedendo. In queste quattro mura tutto sommato si sta comodi e stiamo perdendo la relazione di comunità: e questa è fondamentale per i cattolici, perché è dentro questo essere comunità che Cristo si manifesta. Vedo invece uno stemperarsi complessivo anche della forza evocativa che ha l’idea di stare insieme. Vedo un po’ di folclore, un po’ di rosari per l’Italia, cose così, insomma, che assomigliano alle canzoni dal balcone. Ma non vedo bollire la fede – diciamo così – come invece mi aspettavo.

Arriviamo alla domanda delle domande – cui tu hai già accennato – però te la voglio fare esplicitamente. Tu hai detto che senza resurrezione non c’è vera fede in Gesù Cristo. Allora credi veramente che un uomo un giorno è uscito dalla sua tomba e ha vinto la morte per sempre?  E che cosa diresti a chi dice “è impossibile”?

E questo è il punto!  Ogni tanto vengo chiamato in televisione a parlare di queste cose, l’ultimo caso è stata una discussione sulla Madonnina di Civitavecchia con il professor Odifreddi. Pretendono che io discuta di alcuni dettagli della statuetta della Madonna – che per altro ha lacrimato in braccio al vescovo Grillo che non ci credeva e ha avuto quasi un infarto – con un irridente docente ateo, quando invece l’unica discussione che va fatta è alla base: credi che Gesù Cristo è risorto? Perché per Odifreddi la risposta è “no, punto esclamativo”. Credi che sia possibile che alla fine dei tempi noi risorgiamo con il nostro corpo? Ci rendiamo conto che quella del Credo è tutta roba innaturale, che non accade in natura, eppure è accaduta? Abbiamo fede in una resurrezione di noi stessi perché abbiamo creduto in Cristo risorto? Questo è il punto di domanda. E su questo punto non c’è dirimente possibile: quando andiamo a celebrare il battesimo, la prima comunione, il matrimonio in chiesa, il funerale di papà, che cos’è quella roba là, la strana pagliacciata di gente che si mette abiti colorati e recita da un altare cose senza senso oppure è collegata a una verità?

La verità è una sola: Cristo sconfigge la morte e io risorgerò con lui. Questa cosa ti deve attraversare la vita, ma sul serio, e allora tutto diventa conseguenza, anche il tuo sfuggire ad un rapporto così esigente (tanto non riuscirai mai a sfuggirgli, dimenticandolo, anche quando vorrai sfuggirgli – e questo lo dice uno che ha fatto questa esperienza diretta). Normalmente nel racconto di Cristo che ci facciamo sembra che essere cattolici significhi essere una sorta di ONG a sostegno dei poveri (è una cosa interessante ma solo se nel povero riconosco il volto di Cristo, sennò non ha senso alcuno, lo fa meglio Save the Children). Oppure ci sono certi ambienti tradizionalisti che hanno delle riserve continue: ho visto Antonio Socci scrivere cose contro il Papa – il giorno in cui il Papa era il simbolo di speranza per l’umanità intera – che mi hanno veramente travolto per rabbia e fastidio, perché come fai a non avere la percezione che almeno quel giorno devi stare zitto. Ormai ognuno vive dentro il suo piccolo baraccone, dove poi la domanda cruciale rimane inevasa, perché se invece ti poni la questione decisiva tutto diventa molto chiaro e anche molto conseguente: se credi, credi a questo, e di quello che ti dice l’Odifreddi di turno semplicemente non te ne frega niente. In questa condizione resteremo inevitabilmente con le distanze che devono esserci, perché c’è distanza tra chi ha fede e chi non ne ha.

Ultima domanda: nel tuo rapporto con Cristo, come cambia il tuo essere padre, marito, politico, giornalista, insomma la tua vita?

Mi ha rovinato, diciamo la verità. Io sarei stato infinitamente più cinico da 10.000 punti di vista. Invece, come vedi, in tutte le cose della mia vita, sul piano sentimentale, sul piano dei rapporti familiari, sul piano della politica, sul piano del “rapporto con lo specchio”, io sono condannato alla verità. E questa è una cosa molto complicata da gestire. Ma se sei cristiano questo è l’elemento determinante: sei condannato al confronto costante con la verità.

Di quella vado continuamente a caccia, di quello sono continuamente assetato e so che posso essere solo condotto per mano perché tanto non riesco a farlo da solo. L’ho sempre spiegato agli amici del Popolo della Famiglia: noi siamo un partito laico, non confessionale, ma allo stesso tempo sappiamo che questo tipo di battaglia la riusciamo ancora a fare da anni solo perché c’è qualcuno che ci conduce per mano, sennò da mo’ che eravamo morti. E questa è la condanna – diciamo così – a cui Cristo ci lega insieme a lui, perché la caccia alla verità non è che ti rende simpatico. Come dice il Vangelo “hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi”. Ne devi essere consapevole e, con grande calma, però, se hai questo amico esigente ti senti anche sufficientemente protetto per poter fare quel cammino insieme a lui.

Fonte: Pepe on line

Guido Oldani, Andrea con Pietro, Giacomo e Giovanni (III domenica del Tempo ordinario, anno b)

ANDREA CON PIETRO,

GIACOMO E GIOVANNI

chi prende i pesci non è certo un topo

che rosicchia intorno fra i rifiuti,

perciò gesù li sceglie rematori

tipi schietti che diano il loro aiuto.

questi lasciano padri, reti e mogli

e il tutto avviene subito al momento,

perché qui non si tratta di un affare

per ingrassare natiche o la tasca,

ma di produrre in esse lo sgomento.

Franca Giansoldati presenta Viaggio a Maria di Carlo Ossola

Ildebrando Scicolone, Il battesimo

LA FEDE E LA CONVERSIONE

p. Ildebrando Scicolone, osb

    Parlando del Battesimo, o meglio, dell’iniziazione cristiana, bisogna subito fare una distinzione: il caso normale è l’iniziazione di un adulto, mentre il battesimo dei bambini è un caso (non diciamo “anormale”, ma) particolare. La Chiesa infatti non battezza un bambino, se non è richiesto dai genitori, cioè da una famiglia cristiana. Perché?

    Il motivo sta nel fatto che il battesimo, in quanto sacramento, è un segno. Di quale realtà è segno? Certamente della Pasqua di Cristo, che viene resa presente, e alla quale il battezzato prende parte, morendo e risorgendo sacramentalmente con Cristo. Ma è anche sacramento, cioè segno della fede. In Mc 16, 15-16 è riportata una parola di Gesù agli Undici: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”. La fede è essenziale, tanto è vero che si parla anche di un battesimo “di desiderio”, ugualmente valido per la salvezza, come il battesimo di acqua, perché il desiderio è espressione della fede, che è l’unica che salva. La fede senza il battesimo può salvare, il battesimo senza la fede è nullo. 

    Parliamo perciò di quello che abbiamo chiamato il caso normale, cioè il battesimo di un adulto. La Costituzione Liturgica del Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, scrive: “Prima che gli uomini si accostino alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione”. E cita Rm 10, 14-15, dove Paolo, dopo aver citato Gioele 3, 5 “Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato”, continua: “ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che l’annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?”. Paolo elenca una serie di azioni successive: gli apostoli sono inviati, annunciano il vangelo, gli uomini ascoltano, poi credono, intendono cambiare vita (cfr Atti 2, 37: “all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero…: Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”), e solo dopo vengono battezzati (“invocano”). 

    La Tradizione Apostolica dedica sette capitoli al processo con cui un adulto diventa cristiano. Il rito del battesimo, anzi la celebrazione dei tre sacramenti della iniziazione, è descritta nell’ultimo, mentre il primo ha questo titolo: “Coloro che si accostano per la prima volta alla fede”, e inizia così: “Coloro che si presentano per la prima volta ad ascoltare la parola, siano subito condotti alla presenza dei dottori, prima che il popolo arrivi, e sia loro chiesto il motivo per cui si accostano alla fede”. Seguirà il periodo dell’ascolto della catechesi catecumenale, e solo dopo aver dimostrato di credere e di avere imparato a pregare e a praticare la carità, siano “scelti”, per essere ammessi al battesimo. Questo poi avverrà con una triplice immersione nell’acqua in seguito alla triplice professione di fede (“Credo”) nella santa Trinità. Si vede chiaro in quest’antica formula battesimale, che il battesimo è il segno, ossia il sacramento della fede.

    Ma che significa “credere”? Non si tratta di credere che Dio esiste, o che Gesù sia il Figlio di Dio, o che sia morto e risorto. Non si tratta nemmeno di credere a quello che Gesù ha insegnato. Si tratta di credere in Dio e in Cristo, e nello Spirito Santo. Nel Credo diciamo così: Credo in un solo Dio… E in  Gesù Cristo… Credo nello Spirito Santo. Poi si dice: Credo la Chiesa ( non nella Chiesa!). Ora “credere in”, significa “fidarsi di”, “affidarsi a”, “appoggiarsi a”, “buttarsi in”. La preposizione in con l’accusativo, indica un movimento verso, un moto a luogo. Credere in Cristo Gesù, significa “votarsi” a lui, vivere per lui. Per cui il credente, come Paolo, deve poter dire: per me, Cristo è la vita, ossia senza Cristo, la vita non ha senso. Questa è la conversione, simile a quella che Dio ha operato in Paolo. Egli è un convertito, non perché prima facesse il male, e poi abbia fatto il bene, ma perché prima viveva per la legge di Mosè, poi comprese che bisogna vivere per Cristo, e come Lui. Il battesimo è un morire a se stessi, per vivere in Cristo. Affogare nell’acqua è il segno che si vuole morire a se stessi, riemergere dall’acqua è un risorgere, o un rinascere, come “nuova creatura”.

    Il fondamento della fede, così intesa, è l’evento della risurrezione di Cristo, e la speranza certa della nostra personale risurrezione. È chiaro che si vive in modo totalmente diverso, se c’è la prospettiva della risurrezione, o se invece si pensa che con la morte fisica tutto è finito. Il cristiano è un uomo che crede e vive per la risurrezione.

    Fede e conversione, a questo punto, si identificano. Perché la “conversione”, non è altro che una vita secondo la fede, una vita coerente con ciò in cui si crede. È chiaro che allora il cristianesimo è esigente: fino all’eroismo, al martirio in tutte le forme possibili, violento, o semplicemente “lento”.

    Se è vero tutto questo, mi domando: quanti battezzati sono veramente cristiani? Hanno ricevuto o posto il segno, ma non hanno accettato la realtà di cui è segno.

    Questa riflessione ci fa passare al secondo punto. La situazione sopra lamentata non potrebbe derivare dal fatto che siamo stati battezzati da bambini? Possono i bambini avere la fede e la conversione prima del battesimo? Certamente no. E come mai allora la Chiesa li battezza? Questa obiezione la sentiamo fare non solo da vari autori protestanti, ma anche da tanti cattolici. Il battesimo dei bambini, prima che una legge della Chiesa, è una tradizione delle famiglie cristiane, anche di quelle meno praticanti. Molti chiedono il battesimo per i loro figli, per far loro una festa, o per “tradizione” di famiglia, o per convenienze sociali; i più vicini alla pratica cristiana, lo fanno “per togliere loro il peccato originale”; ora, se quest’ultima motivazione è buona, è solo l’aspetto negativo del battesimo. Esso è altro, e molto di più. Chi lo deve credere?

    Il rito del battesimo dei bambini inizia con la domanda, che un tempo era rivolta agli stessi bambini, e che ora è rivolta ai genitori: “Cosa chiedete alla Chiesa di Dio?”. E la risposta può essere: “il battesimo” o “la fede”. Il vecchio rituale aveva però solo quest’ultima. Il battezzando chiede la fede. Il battesimo ne è il segno.

    La Chiesa, abbiamo detto, battezza i bambini, solo nel caso in cui la famiglia lo chiede. È necessario quindi che la famiglia abbia la fede. Immediatamente prima del battesimo, viene chiesto ai genitori (e ai padrini) se rinunciano al peccato e se credono nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Una famiglia che così crede, sa di donare al proprio figlio il segno del grande amore per il quale Dio ci fa suoi figli. I genitori credenti sanno che il loro figlio diventa, con il battesimo, “figlio di Dio”, riceve la vita divina. Perciò essi si impegnano a far crescere poi nel figlio quella fede nella quale è stato battezzato. 

    La storia della Chiesa ci dice che, se all’inizio la maggior parte dei battezzati erano adulti, da sempre la Chiesa ha battezzato anche i bambini di una famiglia convertita. Basta ricordare che Pietro battezzò Cornelio e tutta la sua famiglia (Atti 10, 48), e Paolo il carceriere “con tutti i suoi” (Atti 16, 33). 

    La citata Tradizione Apostolica, al cap. 21 precisa: “Battezzate per primi i bambini. Tutti quelli che sono in grado di rispondere da sé, rispondano; per quelli che non sono in grado, rispondano i genitori o qualcuno della famiglia”. 

    Tale “risposta” è la risposta della fede; senza di essa non si dà battesimo. 

G. Basti, Dal mente-corpo al persona-corpo

In quest’ottica, la cosiddetta componente “spirituale” dell’anima umana individuale dev’essere
intesa nella teoria duale tommasiana come un’ulteriore relazione causale, “ultima” perché costituti-
va della formalità individuale irriducibile e inalienabile della singola persona, che ogni individuo
umano ha con un Agente Trascendente la natura fisica, biologica e culturale (connotato come “Dio”
dai credenti). Grazie a questa relazione causale, costituente la formalità irriducibile di ciascun indi-
viduo umano nella sua totalità e nella sua unicità (= l’anima razionale come forma sostanziale spiri-
tuale della materia che costituisce il corpo umano), la singola persona umana è resa capace di dive-
nire progressivamente consapevole, e quindi di controllare in modo sempre meno parziale,
l’inviluppo di relazioni causali con gli altri agenti fisici, biologici e culturali che costituiscono il tes-
suto della sua esperienza (progressivamente) conscia e (largamente) inconscia, durante tutta la sua
vita. Naturalmente, tutto questo si lega benissimo allo sviluppo di una fenomenologia di ispirazione
cristiana quale, in particolare, quella della Stein (Stein, 1935) e dei suoi seguaci Cfr. (Ales-Bello,
1992); (Manganaro, 2007)), e alla nozione di spiritualità della persona umana in essa come rela-
zione trascendente “verticale” con l’Assoluto che fonda e rende possibile la stessa relazione tra-
scendente “orizzontale” con le altre persone umane o “intersoggettività”.

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://www.stoqatpul.org/lat/materials/basti_persona_corpo5.pdf&ved=2ahUKEwjWxuOIh5vuAhVP-6QKHTkOCMwQFjADegQIDhAB&usg=AOvVaw0-I3CJGz7vGY31ILxQXjp_&cshid=1610614642065

https://gpcentofanti.altervista.org/i-fondamenti-spirituali-culturali-di-un-nuovo-discernimento-in-gesu-dio-e-uomo/

Proroga giubileo lauretano

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-08/giubileo-lauretano-papa-francesco-proroga-dicembre-2021-dal-cin.html

Antonio Socci: Zingales e la dittatura big tech

https://www.antoniosocci.com/la-sorprendente-analisi-delleconomista-luigi-zingales-da-chicago-su-quello-che-sta-accadendo-negli-stati-uniti-e-leditoriale-di-limes/

Angela Ambrogetti, papa Leone XII e il rinnovamento

CITTÀ DEL VATICANO , 18 gennaio, 2021 / ACI Stampa

Oggi forse i giornali lo avrebbero definito un uomo di centro, ma  nel 1823 l’equilibrio andava trovato tra zelantismo e riformismo consalviano. E’ questo il profilo di un Papa come Leone XII troppo poco studiato e che oggi grazie al lavoro di Roberto Regoli e Ilaria Fiumi Sermattei e al sostegno del Consiglio regionale delle Marche acquista il rilievo che merita

Il progetto di studio, nel quale i due storici hanno coinvolto colleghi studiosi di ogni parte del mondo, arriva nel 2020 alla tappa dedicata alla religiosità. Anche in senso politico. 

Al lettore si aprono spaccati della società ottocentesca della vita parrocchiale che prevedono il Concilio Vaticano I e di conseguenza il Vaticano II. 

Da oggi per qualche settimana, grazie al volume “La religione dei nuovi tempi. Il riformismo spirituale nell’età di Leone XII” a cura di Roberto Regoli e Ilaria Fiumi Sermattei, cercheremo di saperne di più.

Il volume del Consiglio Regionale delle Marche pubblicato tra i quaderni sarà anche disponibile on line prossimamente. 

Fu un pontificato religioso quello di Leone XII? Certo che tutti i pontificati sono religiosi ovviamente, ma che ruolo ha avuto nella prima metà dell’ 800 con i tumulti rivoluzionari e risorgimentali la religione?

A introdurre il tema è Roberto Regoli, sacerdote e professore della  Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Università Gregoriana. 

“La Chiesa prende altre e autonome strade rispetto ai poteri politici” e “Annibale della Genga incarnava nella sua biografia il cambiamento dei tempi”.

Un cambio epocale quindi che la Chiesa vedeva necessario con la divisione tra potere religioso e poteri politici.  “L’eletto papa conosceva le nuove sensibilità europee e lui stesso nelle sue letture appariva attento alle istanze religiose e non solo teologiche della sua epoca” scrive Regoli. 

Il nuovo Papa sceglie intanto di vivere nel Palazzo del Vaticano piuttosto che al Quirinale. Ci volle un anno per il trasferimento effettivo, ma fu una scelta che “si pone come una consapevole quanto isolata reazione alla secolarizzazione, nella direzione di un’accentuazione del potere spirituale del pontefice. In anticipo di mezzo secolo sulla scelta forzata di Pio IX”. 

Ma nella sua prima enciclica che Leone XII esprime chiaramente la sua “passione religiosa”. Ubi primum  pubblicata il 5 maggio 1824. Il papa “ribadisce gli errori del tempo, che si riassumono nel «tollerantismo» da lui chiamato «indifferentismo»12. Il papa non entra nel merito della questione nell’ambito politico civile, ma in quello strettamente religioso.”

Indifferentismo o “liberalismo religioso” come diceva John Henry Newman. 

Le riforme iniziano subito anche se la salute non lo aiuta. Riforma gli studi con la Quod divina sapientia, fa tornare i gesuiti al Collegio romano, ristruttura la rete delle parrocchie romane, una attenzione alla nuova urbanistica ma soprattutto alla cura delle anime. 

Ma Leone XII dovrà poi adattare alcuni suoi sentimenti religioso- romantici legati al mondo alla Curia Romana. Così la via nuova del cattolicesimo non trova fortuna nella Curia legata ai vecchi schemi di potere le immagini del Papa che lava i piedi ai pellegrini del Giubileo sono presto dimenticate. 

Il Papa sceglie i suoi collaboratori tra i religiosi, come il cardinale Cappellari, camaldolese e futuro papa Gregorio XVI. Il 16 percento delle nomine dei cardinali è di religiosi contro il solo 6 per cento del predecessore Pio VII, che pure è benedettino. 

Anche nelle rappresentanze diplomatiche la religiosità domina, come nel caso di Pietro Ostini, rappresentante del Papa alla corte di Vienna. Non è un diplomatico, ma un accademico, matematico, storico al Collegio romano e teologo presso l’Accademia dei Nobili Ecclesiastici, apprezzato per il suo zelo religioso, membro della Pia Unione sacerdotale di san Paolo apostolo, confessore, predicatore, animatore di circoli spirituali. Uno studio a parte poi va fatto per il Giubileo del 1925 e suoi frutti. Leone XII scelse di “andare controcorrente proclamando un anno giubilare nonostante una diffusa contrarietà e nella retorica dei simboli del ministero papale”. 

C’è poi la questione delle beatificazioni. “Il pontefice- scrive Regoli- che non realizza nessuna canonizzazione, beatifica cinque servi di Dio secondo la procedura formale e altri quindici per equipollenza, cioè come riconoscimento e conferma di un culto già prestato91. Tra questi ultimi beati si hanno dei personaggi non secondari, come Giovanna d’Aza, madre di san Domenico di Guzmán, o Giordano di Sassonia, maestro generale dell’Ordine dei frati predicatori, primo successore dello stesso san Domenico”.  E ci sono personaggi come Ippolito Galantini, fondatore della Congregazione della Dottrina Cristiana di Firenze che diventa fonte di ispirazione di Vincenzo Pallotti.

E’ Roma, la città, la gente che diventa per il Papa e grazie al Papa una “vivace fucina di rinnovamento spirituale dal basso” Ci vivono appunto Vincenzo Pallotti, Anna Maria Taigi, Elisabetta Canori Mora, Gaspare Del Bufalo e Vincenzo Strambi.

É Leone XII a pensare alla necessità di un Concilio, ma non riesce a realizzarlo e spesso trova la strada del rinnovamento sbarrata. Leone XII tenta “di indirizzare il cattolicesimo verso nuovi percorsi” ma ci vorrà tempo per avere risultati “secondo la classica dinamica del pendolo, tipica del cattolicesimo. D’altra parte, i pontificati di Gregorio XVI, Pio IX e Leone XIII trovano in quello di Leone XII e propriamente nei suoi aneliti religiosi le premesse storiche della loro stessa tensione spirituale e in alcuni casi anche una vera e propria fonte di ispirazione” scrive Regoli. 

Giovanni Maria Mastai Ferretti futuro Pio IX, nell’elogio funebre di Leone XII parlava della “liberalità culturale, la cura per l’istruzione, quella sensibilità per un cattolicesimo di massa” del Papa defunto. 

Diocesi di Roma, Corso on line

https://www.acistampa.com/story/diocesi-di-roma-torna-il-corso-un-di-piu-di-misericordia-16004

Adinolfi sulla crisi in corso

Bisognerebbe andare a votare e i cattolici potrebbero votare il Popolo della Famiglia. Non vi sono poi attualmente leggi che consentono le elezioni per via telematica ed è comunque preferibile che si voti in presenza.

Zamagni e un nuovo partito di cattolici

di Askanews

Roma, 18 gen. (askanews) – ‘Uno non può nel giro di pochi giorni o poche settimane crearsi una sua forza politica: ci ha provato Mario Monti con Scelta civica e abbiamo visto che fine ha fatto’. Stefano Zamagni, presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali, commenta la crisi politica italiana e la posizione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Quanto a Matteo Renzi, la sua è stata ‘una mossa insensata’ contraria al ‘bene comune’, afferma l’economista bolognese tra i promotori di un nuovo partito – non confessionale – di ispirazione cristiana, Insieme: ‘In Italia – afferma – c’è un blocco stimato attorno al 30-35 per cento di elettori che si rifiutano di andare a votare perché non accettano la dicotomia centrodestra/centrosinistra’.Matteo Renzi ha fatto ‘evidentemente una mossa insensata che ha origine nell’atteggiamento di una persona le cui caratteristiche abbiamo imparato a conoscere’, spiega Zamagni ad askanews. ‘Questo non vuol dire che sulle singole questioni Renzi non abbia ragione, ma il punto è che quando in politica si prendono delle decisioni bisogna calcolare gli effetti indiretti e lontani nel tempo delle decisioni stesse. I cittadini potrebbero dirgli: ma noi che colpa ne abbiamo? Se ce l’hai con Conte, prenditela con lui direttamente, perché prendi decisioni i cui effetti si scaricano su 60 milioni di persone senza prima averci coinvolti né con un referendum né con un forum deliberativo? E’ un deficit di democrazia gravissimo. E’ una decisione presa da lui e dalle poche persone che sono con lui: denota il fatto che non ha presente la nozione di bene comune’.Quanto al futuro, il vescovo Giancarlo Bregantini, oggi in una intervista alla Stampa ha affermato che è ‘possibile ricreare un partito di ispirazione cattolico-democratica, magari studiandolo con i promotori di Insieme, il neo-partito di cui è membro del comitato dei garanti Stefano Zamagni’. E Giuseppe Conte, ‘nella prima fase potrebbe aiutare a federare le forze’.’A tutt’oggi Conte non ha fatto nessuna richiesta né ha dimostrato alcuna sensibilità al progetto del partito Insieme’, precisa Zamagni. ‘Che poi lui, che ha ovviamente delle doti, possa essere interessato, lo si vedrà. Ma non potrà farlo se non ha almeno il placet di Pd e del movimento 5 stelle che lo stanno sostenendo: non ha le mani libere. E, inoltre, uno – puntualizza l’economista – non può nel giro di pochi giorni o poche settimane crearsi una sua forza politica. Ci ha provato Mario Monti con Scelta civica e abbiamo visto che fine ha fatto. Se lo facesse dovrebbe fare i conti con le forze che già occupano il centro: chi primo arriva, meglio alloggia… Potrebbe farlo, ma ci vogliono anni. Diverso è il caso se lui accettasse di fare domanda, di iscriversi a Insieme e, se il direttivo lo accogliesse, allora entrerebbe in quella compagine. Ci sono affinità tra la sua storia personale e le caratteristiche del partito. Se entrasse, se la dovrebbe vedere democraticamente al congresso: in Insieme ci sono persone di livello elevato dal punto di vista culturale e intellettuale, non appaiono sui giornali perché badano alla sostanza. Ad ogni modo la porta è aperta a tutti’.Zamagni spiega la nascita del nuovo partito facendo un passo indietro, anzi due. ‘Quello che sta avvenendo è il risultato inevitabile di un complesso di eventi che nel corso degli ultimi 25-30 anni hanno caratterizzato la scena politica italiana, e in particolare di due errori. Il primo è il bipolarismo, l’errore più grave che si potesse fare, senz’altro in buona fede, perché è contro il principio democratico: se va bene per certi contesti, particolarmente nel mondo anglosassone, non va bene per paesi come il nostro. Avere imposto questa camicia di forza ad un corpo che non poteva tollerarlo ha aumentato, anziché ridurlo, il numero di partiti e invece di semplificare il quadro lo ha complicato. L’altro guaio è la scomparsa di una forza politica di centro. Tutti sanno che un modello di democrazia liberale non può fare a meno di una forza politica di centro autonoma sia dalla destra sia dalla sinistra. Le forze che si richiamavano al centro sono andate o di là o di qua, dando vita a centrodestra e centrosinistra, che sono un obbrobrio. Se l’assunto di partenza è la democrazia liberale, un partito di centro è indispensabile’.’Questa è la ragione per cui dure anni fa – non ieri, non due mesi fa – un gruppo di persone di varia estrazione e che non avevano esperienze parlamentari o di governo hanno preso la decisione di dare vita a una associazione chiamata Politica insieme. Questa associazione in due anni ha lavorato, ha prodotto un manifesto, una piattaforma programmatica e il quattro ottobre scorso in una assemblea romana ha dato vita ad un partito che si chiama Insieme. Questo partito è in attesa del placet della speciale commissione parlamentare che deve controllare lo statuto e una volta arrivato questo placet terrà il congresso fondativo nel corso del quale saranno nominati gli organi. Questa iniziativa è nata proprio per porre rimedio alle due aporie che dicevo, il bipolarismo e l’assenza di un partito di centro. In Italia c’è un blocco stimato attorno al 30-35 per cento di elettori che si rifiutano di andare a votare perché non accettano la dicotomia centrodestra/centrosinistra: come si può parlare di democrazia quando si impedisce così la libertà di scelta?’.Il nuovo partito di centro, spiega il presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali, è ‘moderato, il che non vuol dire conservatore: il moderatismo è il contrario del conservatorismo e dell’estremismo. E, inoltre, si colloca in una prospettiva di forte europeismo, ha una forte strutturazione territoriale, con comitati regionali da nord a sud, e nell’assemblea del 4 ottobre ha operato un primo tentativo di aggregazione di altre realtà, come Costruire insieme di Ivo Tarolli e altre sigle, 17 in tutte, associazioni di varie denominazioni che hanno ritenuto di convergere insieme’.Un progetto, tiene a precisare Zamagni, che ‘si ispira ai principi cristiani ma è un partito non confessionale: non vede coinvolta la gerarchia della Chiesa, né a favore né contro. Il punto è che quando si parla della Chiesa, la Chiesa ha due componenti: la gerarchia e il popolo, e da questa iniziativa la gerarchia deve stare fuori’.Un concetto analogo a quello espresso da un altro economista bolognese, Romano Prodi quando, da Presidente del Consiglio, annunciò che avrebbe votato al referendum sulla procrazione medicalmente assistita, contrariamente alle indicazioni della Cei del cardinale Camillo Ruini e alla sua battaglia sui cosiddetti ‘valori non negoziabili’, rivendicando di essere un ‘cattolico adulto’. ‘I valori sono negoziabili, sono i principi che non sono negoziabili’, spiega oggi Zamagni. ‘Il principio è che io non posso in nessun modo accettare la pena di morte: quanto al modo in cui si difende la vita umana, si entra nel campo dei valori e lì si discute, si negozia. Romano tirò fuori quella espressione in un momento in cui si voleva imporre la non negoziabilità dei valori, ed ha avuto ragione nel dire che se uno è cristiano adulto, ossia capace di intendere e volere, non puoi imporgli di seguire una linea di valore fissata da altri. Il ruolo della Chiesa intesa come gerarchia è tenere fermo il timone dei principi’. Quanto ai fedeli laici, ‘c’è bisogno di un laicato che produce pensiero in ambito economico, filosofico, giuridico e che deve trovare il modo di mettere a disposizione della comunità questo pensiero’.Zamagni tiene a precisare che non assumerà incarichi di tipo amministrativo o politico, ma sarà attivo in Insieme solo relativamente alla elaborazione culturale, proprio perché riveste il ruolo di presidente della Pontifica accademia delle scienze sociali, il think tank vaticano che si è occupato in questi anni di crisi ecologica, intelligenza artificiale, finanza mondiale e amministrazioni locali, biotecnologie e social network. Ma tiene a tenere distinti i piani: ‘La Pontifica accademia non è in Italia, è in Vaticano, che è un altro Stato, e si rivolge al mondo intero. Sono due piani diversi e il Papa ha sempre detto ‘non mi voglio occupare di politica italiana’. Il Papa dà l’esempio di cosa sia la laicità, tiene distinti i due ambiti. La ragione per cui io non assumerò cariche e non sarò candidato è proprio per questo. Ma è chiaro che posso e devo pensare’.La precondizione affinché il partito Insieme possa esprimersi al suo meglio, ovviamente, è una nuova legge elettorale. ‘Una autentica democrazia liberale non può non preferire una legge proporzionale corretta’, afferma Zamagni. Quanto alla realizzabilità di questo progetto, ‘questo dipende dai tempi della crisi’, prosegue il professore, che peraltro si dice favorevole ad uno sbarramento al cinque per cento. Una soglia che taglierebbe fuori partiti come Italia viva: ‘Ma quel partito sarebbe sotto anche il 3 per cento’, taglia corto Zamagni.Il professore respinge la critica di chi ritiene che proporre oggi un partito di ispirazione cristiana sia una operazione anacronistica, dettata dalla nostalgia, dopo la fine della democrazia cristiana. ‘Lo spazio per un partito cattolico non c’è: il principio di laicità è nato in casa del cristianesimo, il primo a formularlo è stato un signore che si chiamava Gesù Cristo, non l’hanno inventato i laicisti, quelli sono venuti dopo con la rivoluzione francese. Solo in circostanze molto particolari si può giustificare un partico cattolico e nel caso italiano la giustificazione c’era eccome, nel contesto della guerra fredda. Ma oggi non avrebbe nessun senso, e la stessa gerarchia non lo vuole: il Papa ha detto chiaramente che un partito cattolico oggi non ha senso. Danneggerebbe la Chiesa perché le toglierebbe la libertà. Diverso – spiega Zamagni – è un partito che ha l’ispirazione cristiana. E come c’è l’ispirazione socialista, c’è l’ispirazione liberale, c’è l’ispirazione radical-repubblicana, così c’è l’ispirazione cristiana’. Ma ‘la matrice liberale e la matrice socialista negli ultimi 30-40 anni hanno smesso di elaborare pensiero. In mancanza di questo è ovvio che siano emersi i sovranismi, i populismi, i primatismi vari: ma questa è la conseguenza, non la causa. La causa è che queste matrici politiche e culturali hanno cessato di credere ai propri fondamenti’. Quanto al mondo cattolico, invece, ‘basta guardare sul fronte ecologico, sul fronte sociale, sui grandi temi dell’oggi, chi viene sempre citato? Il pensiero di Papa Francesco: si può anche non essere d’accordo con lui, ma incide nel dibattito pubblico e tutti sono tenuti a fare i conti con le sue prese di posizione’.

Franca Giansoldati, I cardinali e la crisi politica

Il Messaggero

Città del Vaticano – Per evitare il rischio di andare alle urne è partita da Santa Marta, dal cerchio magico di Papa Francesco e forse anche dal cardinale Parolin che conosce il premier da tempo per via di antichi legami con Villa Nazareth e con il defunto Silvestrini, il porporato che la fondò, una buona parola a sostegno del governo Conte.

MORAL SUASION

Per quanto possa essere esercitato da una Chiesa che pubblicamente è sempre più irrilevante, l’esercizio della moral suasion, avrebbe lo scopo di intralciare la strada al pericolo di elezioni. Molto meglio un rimpasto. Al di là del Tevere sanno che il responso delle urne non andrebbe di certo a convalidare la situazione politica attuale, dando invece vigore alle destre sovraniste che più volte sono state al centro di dure reprimende papali.

Sicché una buona parola, in tempi avari come questi di prove di attaccamento, equivale a qualcosa che va ben oltre la benedizione. E’ come un viatico, una rassicurazione. Papa Francesco solo la scorsa settimana ha rilasciato una intervista a Mediaset dove, ad un certo punto, ha parlato della classe dirigente e del suo diritto ad avere punti di vista diversi benché in questo tempo segnato dalla pandemia e dalla crisi economica, «non vi è il diritto di allontanarsi dall’unità». E aggiungeva poi che i politici non devono rovinare tutto con l’interesse personale: «In questo momento la politica non ha diritto di dire io ma noi. L’egoismo non è la soluzione ai problemi. Con l’unità si perdono le elezioni? Non è questo il momento della raccolta, ma è quello della semina del bene comune. Perdi un’opportunità? Ne avrai un’altra. Ma non puoi fare i tuoi interessi sulla pelle degli altri». Più chiaro di così. Chi voleva intendere avrà certamente capito.

ORE DI INCERTEZZA

I francescani di Assisi, Sant’Egidio, i gesuiti hanno enfatizzato il messaggio che è stato ripreso anche dalla Cei. Più per obbedienza che non per convinzione il presidente cardinale Bassetti, dopo lo strappo di Renzi, ha rilasciato una dichiarazione nella quale ha espresso fiducia nel presidente Mattarella in queste «ore d’incertezza». Aggiungendo che non stiamo di certo vivendo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori». Attenzione alle parole: costruttori ha ripetuto Bassetti.

Naturalmente però non tutto fila liscio e non sempre la base cattolica coglie la visione e le percezioni dei vertici. Non è la prima volta che la via indicata dal Papa e dai consiglieri più stretti che gravitano a Santa Marta su questioni politiche registri un consenso immediato e partecipato. E’ capitato, infatti, che tra gli oltre duecento vescovi vi siano voci discordanti anche se silenziate dall’obbedienza implicita. Per esempio, a maggio, è accaduto che i vescovi abbiano dovuto fare marcia indietro e digerire il boccone amaro delle misure anti pandemia decise dal governo sulle chiese dopo che il Papa aveva parlato con Conte e, di conseguenza, era intervenuto per sconfessare i suoi vescovi a sostegno della linea del governo. Persino recentemente tanti vescovi non hanno digerito altre iniziative: per esempio il ddl Zan oppure l’intesa con il Ministero della Istruzione relativa al concorso per gli insegnanti di religione, criticato apertamente da qualche vescovo.

VIDEO ANTI DI MAIO

Sicché in queste ore non ha sorpreso che il video di un parroco calabrese, tale don Pietro, al momento della predica, si sia lanciato in una specie di comizio (lo ha chiamato così proprio lui) denunciando la pochezza di un governo che ha affidato l’incarico di ministro degli Esteri a Di Maio. Un uomo, dice, che pur avendo solo la licenza superiore ma si è permesso di formulare giudizi su Draghi. Il video piuttosto buffo ha fatto tre volte il giro della curia ed è rimbalzato sui telefonini di vescovi e cardinali di mezza Italia. Il commento più registrato: «Eh don Pietro è uno che può parlare liberamente».

PRECISAZIONI


La Comunità di Sant’Egidio rassicura che da parte sua non vi è «alcun attivismo nella ricerca dei cosiddetti “responsabili”, disponibili a votare la fiducia al governo Conte, con l’altrettanto presunto coinvolgimento di “alti prelati” della stessa Comunità». In una nota viene liquidata come fantapolitica questa narrazione, ribadendo piuttosto che l’impegno della comunità lungi dall’essere di natura politica è concentrato alle aree di sofferenza che ci sono nel Paese.  «Com’è noto – e sotto gli occhi di tutti – l’impegno di Sant’Egidio si concentra con maggior forza in questo momento nell’alleviare gli effetti economici e sociali della pandemia che ha impoverito milioni di italiani».

Negli Usa si propone una Chiesa del dialogo tra le differenze interne

https://cruxnow.com/news-analysis/2021/01/if-biden-is-to-heal-america-hell-need-his-church/

Bregantini: il governo non cada. L’aiuto di un partito cattolico

https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2021/01/18/news/bregantini-i-costruttori-salvino-il-governo-ora-serve-un-partito-cattolico-1.39786198

Enrico Dal Covolo, Amorevolezza salesiana ed emergenza educativa

Nel mese dedicato a don Bosco

L’AMOREVOLEZZA SALESIANA

di fronte all’emergenza educativa

                                    + Enrico dal Covolo

Mi introduco a questo tema con un riferimento alla situazione del nostro tempo, richiamando quei «segni dei tempi», a cui il salesiano dev’essere sempre attento nell’esercizio della propria missione educativa.

1. L’amore figura come «la punta emergente» nella graduatoria dei valori espressa da un campione di 1000 giovani italiani. Alla domanda: «Quale valore ritieni in assoluto il più importante?», il 99% dei mille ragazzi intervistati ha risposto: «L’amore. L’amore è quel valore che, unico, mi ripaga della fatica del vivere».

Al riguardo, Sergio Zavoli commentava che questa generazione è, probabilmente, la più «amorevole» che sia mai esistita. Ma poi, da persona intelligente, avanzava un dubbio: chissà se con la parola amore tutti questi giovani intendono alludere alla medesima realtà? Amore è parola abusata, persino logora…

Che cos’è in profondità questo amore, di cui i giovani di sempre (e non solo loro) sono assetati, e quelli di oggi sembrano esserlo in maniera particolare?

E’ certo che chi intende raccogliere la missione educativa di don Bosco, e in particolare l’eredità della sua amorevolezza, non può rimanere indifferente di fronte a questa domanda d’amore dei giovani d’oggi.

D’altra parte, è questo uno di quegli interrogativi (che cos’è l’amore) dinanzi ai quali chi tenta una risposta si sente subito inadeguato. Quasi gli sembra presuntuoso e ridicolo qualsiasi tentativo.

Tuttavia cercheremo di dire qualcosa, prendendo come punto di partenza qualche riflessione di E. Fromm. In quel best-seller che è L’arte di amare egli scrive: «Amore è soprattutto dare, e non ricevere. Che cosa dà una persona a un’altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso… E dare significa fare anche dell’altra persona un essere che dà…» (E. Fromm, L’arte di amare, Il Saggiatore, Milano 1971, pp. 37-39). 

Possiamo commentare così questa frase: amore non è un semplice rapporto di accettazione (anche se l’accettazione reciproca è già molto: quante intolleranze, quante discordie nelle coppie, nelle famiglie, nelle comunità, perché non ci si acccetta per quello che si è, e non si accettano gli altri per quello che sono…). Secondo Fromm, infatti, amore vero è qualche cosa di più rispetto alla semplice conoscenza e accettazione reciproca: amore è quando uno, dimenticandosi di sé, fa essere di più la persona che ama.

Potremmo proseguire il discorso di Fromm, e dire – con l’apostolo Giovanni – che il vero amore (quello di chi «si dimentica di sé per far essere di più le persone che ama») è l’amore di Dio, che Gesù Cristo ci ha rivelato: «Nessuno ha un amore più grande» di Gesù, «che dà la vita per i suoi amici», cioè per ognuno di noi. Questo amore trova le sue radici nella vita stessa di Dio. Quello che Gesù ci ha rivelato, infatti, è l’amore che lega tra loro le tre Persone della Trinità divina: il Figlio non poteva rivelarci un altro amore… Ci ha rivelato la carità, perché Dio è carità.

2. Ebbene, il salesiano è chiamato a portare questo amore davanti alle attese e agli immensi bisogni degli uomini d’oggi.

La missione del salesiano, infatti, è quella di essere «segno e portatore dell’amore di Dio ai giovani, soprattutto ai più poveri» (Costituzioni, art. 2).

L’amorevolezza salesiana è esattamente questo. Lo dice l’art. 15 delle nostre Costituzioni, intitolato appunto «amorevolezza salesiana»: «Il salesiano è mandato ai giovani da Dio, che è “tutto carità”… Il suo affetto è quello di un padre, di un fratello e amico, capace di creare corrispondenza di amicizia: è l’amorevolezza tanto raccomandata da don Bosco».

E don Bosco, per aiutarci a compiere la nostra missione, ed essere «segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani», ci ha raccomandato nella celebre Lettera da Roma del 10 maggio 1884, chiamata «il poema dell’amore educativo» (rileggila nella terza Appendice delle Costituzioni): «Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati… Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani». E ancora: «Ricordatevi che l’educazione è cosa di cuore».

Allora, quando tu metti in pratica l’amorevolezza come base attiva del processo educativo e, dimenticandoti di te, fai essere di più le persone a cui sei mandato, allora succedono i «miracoli dell’amore educativo».

Perché, in negativo, occorre ammettere che una persona a cui è negata l’esperienza dell’amore e che non cresce in un ambiente in cui ci si ama, rimane compromessa nella sua crescita e in tutte le sue esperienze vitali, compresa quella della fede. Qui il commento al nostro testo costituzionale – proprio riguardo dell’art. 15 – cita Agostino, un ragazzo di Arese morto tragicamente a 16 anni, che scriveva, in forma di preghiera: «Dicono anche che l’amore è una prova della tua (di Dio) esistenza. Forse è per questo che io non ti ho incontrato: non sono mai stato amato in modo da sentire la tua presenza…» (Il progetto di vita dei Salesiani di don Bosco. Guida alla lettura delle Costituzioni salesiane, Roma 1986, p. 177, nota 2).

Ma in positivo possiamo dire che, quando uno riesce finalmente a fare l’esperienza dell’amore, allora anche atteggiamenti che sembravano irricuperabili appaiono ricuperabilissimi, e vengono di fatto ricuperati.

3. A ben guardare, Don Bosco ci propone un progetto di santità intimamente collegato con la carità pastorale, «centro e sintesi» dello spirito salesiano (Costituzioni, art. 10).

In questo progetto di santità l’unità perfetta con Cristo e la dedizione totale ai destinatari della missione non appaiono semplicemente due caratteristiche costitutive e irrinunciabili. Esse costituiscono un’unica realtà. Sono come le due facce di una stessa medaglia. L’una invera l’altra.

Sulle rive del mar di Galilea Gesù chiese a Pietro se lo amava. Alla triplice risposta affermativa di Pietro, Gesù concluse: «Se mi ami, pasci…» (cfr. Giovanni 21,17). La condizione per pascere il gregge di Cristo (e per noi, in particolare, quella porzione preziosa che sono i giovani, soprattutto i più bisognosi) è sempre la stessa: è l’innamoramento per Gesù. Sit amoris officium pascere Dominicum gregem, diceva  Agostino al termine dei suoi Sermoni sul Vangelo di Giovanni (123,5).

San Giovanni Bosco ha educato così, da innamorato di Cristo, con il cuore del buon Pastore: quel buon Pastore che dà la vita per le sue pecore (cfr. Giovanni 10,11).

In ultima analisi, educare con l’amorevolezza di Don Bosco significa essere disposti a dare la vita per i giovani e le giovani che educhiamo.

Angelo De Donatis, Ascoltare con cuore sincero

Enrico Dal Covolo, San Paolo VI e il Rotary Club

IL DISCORSO DI SAN PAOLO VI

AI SOCI ITALIANI DEL “ROTARY CLUB” (20 marzo 1965)

+ Enrico dal Covolo

Come è indicato dal titolo di questo mio breve contributo, ci occuperemo del Discorso di san Paolo VI ai Soci italiani del “Rotary Club”, tenuto il 20 marzo 1965 nell’Aula delle Benedizioni del Palazzo Apostolico.

Resta vero tuttavia – e conviene rimarcarlo – che la svolta nel dialogo tra la Chiesa e il Rotary venne anticipata da Giovanni B. Montini, Arcivescovo di Milano, il 13 novembre 1957. Montini volle includere la visita al Rotary nel programma della Missione cittadina, che egli aveva promosso per riportare Dio in tutti i settori della metropoli ambrosiana, afflitta da un’apatia spirituale sempre più diffusa.

In quell’occasione l’Arcivescovo affermò con estrema chiarezza: “Debbo con lealtà dichiararvi che in passato io ebbi molte riserve sul Rotary, frutto (questo) di ignoranza e di errore”. Così la dichiarazione esplicita dell’Arcivescovo di Milano eliminava fin d’allora ogni dubbio sulla trasparenza dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il Rotary.

Dall’elezione al pontificato – cioè dal 21 giugno 1963 – in poi, i rapporti di Paolo VI con il Rotary si fecero più intensi. Il Papa ricevette in udienza speciale il Presidente Internazionale C.P. Miller, accompagnato dal Governatore Roberto Colagrande.

Ma certamente l’incontro più importante di Paolo VI con i Rotariani avvenne in occasione del Congresso unico dei Distretti d’Italia il 20 marzo 1965. Allora, per la prima volta, capitò che un Papa, in forma ufficiale, rivolgesse la sua parola ai Rotariani.

Molti temi cari a Paolo VI sono accennati – come vedremo – nel suo Discorso, mentre il Papa riconosce in diversi ambiti l’impegno del Rotary: la ricerca della pace, il progresso della cultura, la promozione di relazioni personali amichevoli, la valorizzazione delle professioni, la formazione e la coesione delle classi dirigenti della società, le attività artistiche, scientifiche e di beneficenza…

Tutti questi temi rientravano in realtà nel programma del pontificato di papa Montini, riassunto nella celebre massima di sant’Agostino: Sit amoris officium pascere Dominicum gregem

Tale espressione del Vescovo di Ippona venne effettivamente citata da Paolo VI nel suo primo messaggio al mondo, il 22 giugno 1963. Anticipando la dottrina dei documenti conciliari, egli intendeva esprimere così la propria sollecitudine verso pastori e laici, nella visione ampia e suggestiva di un mondo ordinato al Regno di Dio. L’apostolato dei laici, in particolare, doveva esercitarsi nell’animazione cristiana delle realtà temporali.

Alla luce di questa dottrina, si può comprendere meglio il Discorso del 20 marzo 1965, che ora rileggeremo con qualche nota di commento.

1. Dopo “una parola di saluto e di augurio… ai numerosissimi membri italiani del Rotary Club”, il Papa ricorda subito “l’incontro con i Rotariani di Milano, e la cordialità rispettosa e lieta” di cui egli si sentì circondato, quando portò alla sede del Rotary l’annuncio della Missione cittadina. Nel contempo, il Papa si rammarica “che quel Nostro colloquio non si sia dilatato in un orizzonte di più vasta ampiezza e di più sentita cordialità”. Montini sembra alludere al fatto che quell’incontro fosse rimasto un poco isolato, senza approfondimenti ulteriori, almeno durante gli anni di Milano. Ma ora che “l’intera organizzazione viene a restituirCi con gesto gentile quella Nostra visita”, prosegue il Pontefice, “amiamo confermarvi che seguiamo con interesse la vostra molteplice attività nel campo culturale, artistico, scientifico e della beneficenza”.

Di seguito il Papa accenna allo sviluppo del Rotary nel mondo, e spende parole autentiche di elogio e di ammirazione per la formula associativa, per il metodo degli incontri e per gli scopi assunti dai Rotariani. 

“Da quando l’avvocato Mr. Paul Harris fondava a Chicago, nel 1905, il Rotary, sono trascorsi sessant’anni”, annota il Pontefice; “e questo tempo è bastato a che l’istituzione si diffondesse dappertutto, e riuscisse ad interessare ceti di persone non facili a lasciarsi avvicinare in forma continuata e metodica, quali sono gli uomini d’affari, i liberi professionisti, gli esponenti della scienza e del pensiero. E’ segno che la formula associativa era buona: amicizia e cultura; e buono il metodo: il periodico incontro conviviale, coronato da un discorso informativo su qualche questione di attualità. Buoni pertanto anche gli scopi: infondere nelle diverse professioni dei soci un’esigenza di serietà e di onestà, e favorire il progresso della cultura e delle relazioni amichevoli fra gli uomini e fra le nazioni. Tutto questo è bello e vi fa onore. La vostra attività contribuisce alla formazione e alla coesione delle classi dirigenti della società; e mentre distingue e qualifica a un livello superiore al comune i Soci del Rotary, non li separa, non li oppone alle altre classi sociali, sì bene li stimola ad assumere con più avveduta coscienza le funzioni loro proprie, e li esorta a mettersi con più generosa dedizione a servizio del bene comune”.

2. Dopo questo sincero riconoscimento, inizia la seconda parte del Discorso, che forse oggi – a oltre cinquant’anni di distanza – qualcuno potrebbe accusare di “confessionalismo”, o addirittura di “integrismo”. Come abbiamo già accennato, invece, e come avremo modo di spiegare più diffusamente dopo la nostra rilettura del Discorso, anche questa seconda parte va interpretata alla luce del programma pastorale di san Paolo VI, e più in particolare dell’Enciclica Ecclesiam suam, autentica “chiave ermeneutica” del pontificato montiniano e dei documenti conciliari.

“Naturalmente”, prosegue il Papa ai Rotariani, “codesto, anche se buono e lodevole, non può essere un programma completo per dare alla vita dell’uomo il suo vero e profondo significato. Le esigenze ideali della vita superano il perimetro molto sobrio e discreto degli statuti del Rotary, che, nell’intento di associare uomini di diverse tendenze ideologiche e religiose, si astiene dall’imporre ai suoi Soci qualsiasi professione determinata di pensiero, o di fede. Cotesto aspetto del vostro programma, voi lo sapete, ha incontrato riserve da varie parti, e anni fa anche dalla Chiesa cattolica; le riserve erano fondate sul timore che la mentalità, nascente dal vostro programma, subisse l’influsso di altre ideologie, ovvero si ponesse come norma sufficiente a guidare la coscienza dell’uomo”.

Immediatamente, però, Paolo VI attenua questo rilievo, tornando a motivi di elogio nei confronti dell’Associazione. Dice infatti: “Ma fortunatamente voi qui dimostrate che la saggezza del Rotary, proprio perché aperta a varie correnti, conosce i suoi limiti; rispetta perciò il pensiero dei suoi Soci, e non rifiuta che talvolta voci autorevoli portino anche nel suo seno le testimonianze della filosofia perenne e del messaggio cristiano”.

Da parte mia – soprattutto trovandomi qui, a Bergamo – non posso passare sotto silenzio un fatto, certo ben noto a Paolo VI. Già Angelo Giuseppe Roncalli, come Nunzio apostolico a Parigi, aveva intrattenuto rapporti con alti dirigenti del Rotary in Francia, e – così san Giovanni XXIII era solito fare – ne lasciò diligente nota il 2 marzo del 1951 nel suo Diario

Poi, negli anni sessanta-settanta del secolo scorso – nel bel mezzo dei quali si colloca l’intervento di san Paolo VI ai Rotariani –, da Lercaro a Luciani furono numerosi i Vescovi che coinvolsero nelle loro iniziative le associazioni del Rotary, o che vi tennero affollate conferenze. Qualche decennio più tardi, lo stesso Arcivescovo di Buenos Aires, Jorge M. Bergoglio, venne fatto membro onorario dell’Associazione.

    3. Siamo giunti ormai alla conclusione del Discorso di san Paolo VI. Si può dire che “il peso cade a poppa”, cioè che il “gran finale” offre un’indicazione sicura per l’interpretazione dell’intero testo montiniano. 

“Noi siamo a ciò molto sensibili”, scrive il Papa alludendo alla “filosofia perenne e al messaggio cristiano”. “E senza pretendere che i Rotary Clubs abbiano a cambiare il loro stile e il loro programma, facciamo voti che sempre in essi, come è seria e alta l’espressione culturale e scientifica, così sia riguardoso il loro atteggiamento verso i valori spirituali e religiosi, e non vi sia del tutto forestiero il Maestro dell’umanità, Cristo Signore”. 

    Dopo questo passaggio centrale del Discorso, Paolo VI aggiunge un’osservazione importante per gli sviluppi successivi della dottrina sociale della Chiesa: “Nell’auspicare un buon lavoro a tutti voi”, così il Papa si congeda dai Rotariani d’Italia, “il pensiero si rivolge altresì ai vostri consoci di tutto il mondo, con i quali siete legati da vincoli di mutua estensione; anche questi rapporti di amicizia fra i rappresentanti di diversi popoli, uniti in speciali organizzazioni, possono meravigliosamente contribuire a cementare quell’unione nella concordia e nella pace, che la dottrina sociale della Chiesa e l’insegnamento pontificio inculcano con tanta insistenza e con invitta speranza”.

    4. Come si può vedere, il Discorso che abbiamo appena riletto offre un efficace “spaccato” – ancora non sufficientemente conosciuto e studiato – del magistero montiniano, anche perché molti temi caratteristici dell’impegno rotariano coincidono di fatto con la sensibilità pastorale di san Paolo VI.

    Riprenderemo – a prova e approfondimento di quello che abbiamo detto finora – l’Enciclica Ecclesiam suam del 6 agosto 1964. 

Era ormai trascorso più di un anno dalla sua elezione al Soglio petrino, ma Paolo VI non aveva avuto troppa fretta nella stesura e nella pubblicazione della sua Enciclica programmatica, mentre continuavano i lavori del Concilio Vaticano II, ai quali non voleva che la sua Enciclica si sovrapponesse. 

Solo pochi mesi più tardi, il Papa terrà il suo Discorso al Rotary.

    Un primo elemento che non deve sfuggire, fin dalle prima pagine dell’Enciclica, è la sollecitudine di Paolo VI per la pace nel mondo. Evidentemente – pur non rientrando nel piano dell’Enciclica questo tema specifico (già diffusamente trattato da san Giovanni XXIII un anno prima, al termine del suo pontificato, e molte volte con energia da vari documenti del Concilio), Paolo VI volle inserire nell’Enciclica, al termine dell’introduzione, un paragrafo dedicato all’“assiduo e illimitato zelo” della Chiesa per la pace nel mondo.

    Conviene rileggerlo. “Alla grande e universale questione della pace nel mondo”, dichiara solennemente Paolo VI, “Noi diciamo fin d’ora che Ci sentiremo particolarmente obbligati a rivolgere non solo la Nostra vigilante attenzione, ma l’interessamento altresì più assiduo ed efficace, contenuto, sì, nell’ambito del Nostro ministero, ed estraneo perciò ad ogni interesse puramente temporale e alle forme propriamente politiche, ma premuroso di contribuire all’educazione dell’umanità a sentimenti e a procedimenti contrari ad ogni violento e micidiale conflitto. E favorevoli ad ogni civile e razionale pacifico regolamento dei rapporti fra le nazioni; e sollecito parimenti di assistere – con la proclamazione dei principi umani superiori, che possano giovare a temperare gli egoismi e le passioni donde scaturiscono gli scontri bellici – l’armonica convivenza e la fruttuosa collaborazione fra i popoli; e d’intervenire, ove l’opportunità Ci sia offerta, per coadiuvare le parti contendenti a onorevoli e fraterne soluzioni. Non dimentichiamo infatti essere questo amoroso servizio un dovere, che la maturazione delle dottrine da un lato, delle istituzioni internazionali dall’altro, rende oggi più urgente nella coscienza della Nostra missione cristiana nel mondo, ch’è pur quella di rendere fratelli gli uomini, in virtù appunto del regno di giustizia e di pace, inaugurato dalla venuta di Cristo nel mondo” (17).

    Di per sé il tema della pace – in un’Enciclica dichiaratamente limitata “ad alcune considerazioni di carattere metodologico per la vita propria della Chiesa” (18) – non poteva che rimanere tangenziale. Ma la citazione riportata dimostra in maniera eloquente la sollecitudine per la pace, che accomuna la dottrina montiniana e il programma del Rotary.

    Come è noto, l’Enciclica si articola poi in tre parti fondamentali. La prima parte è dedicata all’“autocoscienza” che la Chiesa deve costantemente approfondire; la seconda al “rinnovamento” della Chiesa stessa; la terza, infine, al “dialogo”. 

    Soprattutto quest’ultimo tema caratterizza l’intero pontificato montiniano, mentre spiega in maniera esauriente i fondamenti del Discorso al Rotary.

    Nell’Ecclesiam suam Paolo VI disegna i “cerchi concentrici” del dialogo tra la Chiesa e il mondo, di cui i famosi e inediti viaggi apostolici sono la dimostrazione pratica. Il primo, immenso cerchio del dialogo, si configura con tutto ciò che è umano. C’è poi “un altro cerchio, immenso anche questo, ma da noi meno lontano”, ed è il dialogo con i credenti in Dio. Il terzo cerchio è quello del dialogo con i fratelli cristiani separati. Infine, il Papa torna a parlare tout court del dialogo all’interno della Chiesa.

    Nella prospettiva che qui ci interessa, il primo cerchio del dialogo è il più importante, e il viaggio apostolico che meglio lo rappresenta è quello compiuto da Paolo VI nel 1965, per visitare l’Assemblea delle Nazioni Unite nel ventesimo anniversario della sua fondazione.  

Rimane celebre il Discorso del 4 ottobre, nel quale il Papa presenta la Chiesa bimillenaria, e pure se stesso, come “esperti in umanità”. 

Qui i temi sviluppati nel “primo cerchio del dialogo” dell’Ecclesiam suam, e poi ripresi in rapida sintesi nel Discorso ai Rotariani del 20 marzo 1965, sono ulteriormente esplicitati, e giungono a valorizzare in massimo grado quel momento di incontro “semplice e grande” del 4 ottobre 1965. 

In nome dei morti, dei poveri e dei sofferenti, il Papa parla della giustizia, che deve regolare le trattative e le relazioni fra i popoli. Afferma con decisione: “Voi siete un’Associazione… La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli. Difficile impresa? Senza dubbio. Ma questa è l’impresa; questa la vostra nobilissima impresa”. 

E finalmente giunge il grido di pace di Papa Montini: “Non più gli uni contro gli altri, non più, non mai!… Ascoltate le parole di un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: ‘L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità’… Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità”.

“Dicendo queste parole”, prosegue più avanti il Papa, “Ci accorgiamo di far eco a un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri… Voi promuovete la collaborazione fraterna dei Popoli. Qui si instaura un sistema di solidarietà, per cui finalità civili altissime ottengono l’appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli, per il bene comune e per il bene dei singoli”.

Appare così evidente la sintonia profonda con cui il Papa guarda ai principi costitutivi dei due organismi a cui ci riferiamo, assumendo come “chiave ermeneutica” l’Enciclica Ecclesiam suam: le parole di san Paolo VI valgono per l’Organizzazione delle Nazioni Unite come per i Rotary Clubs, nelle rispettive competenze degli organismi stessi.

5. Non possiamo concludere, tuttavia, senza rilevare che a tutte e due le organizzazioni il Papa volle portare esplicitamente l’annuncio di Cristo, pur rispettando la laicità di entrambe. Anche nel profondo rispetto della “sana laicità” dei valori intramondani, a san Paolo VI urge pur sempre richiamare l’Assoluto, la pienezza del bene. I Padri della Chiesa, a lui tanto cari, parlerebbero a questo proposito dei “semi” del Verbo di verità, sparsi in qualunque cosa vi sia di buono e di autenticamente umano. Ma solo il Verbo di verità – Gesù Cristo Signore – porta a maturazione questi medesimi “semi”, che lo Spirito sparge nel mondo.

    Come Paolo VI ammoniva i Rotariani perché non fosse a loro “del tutto forestiero il Maestro dell’umanità, Cristo Signore”, così nel suo Discorso alle Nazioni Unite il Papa conclude con un messaggio altrettanto chiaro: “L’edificio della moderna civiltà”, afferma con decisione, “deve reggersi su principi spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principi di superiore sapienza, essi non possono che fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell’areopago san Paolo agli Ateniesi? Ignoto a loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo? Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini”.

    6. Siamo giunti così al punto di arrivo. 

In ogni suo intervento, Paolo VI – che pure ha sempre dichiarato il suo rispetto profondo, sinceramente aperto al dialogo, verso i non credenti e verso i credenti di altre religioni, verso gli Ebrei e i fratelli cristiani separati – non ha mai cessato di mettere al centro dei vari cerchi del dialogo Gesù Cristo e la sua Chiesa.

    Si deve parlare anzi del cristocentrismo – non certo di un preteso, quanto errato, “ecclesiocentrismo” – di san Paolo VI. La parola di sant’Ambrogio risuonava sempre nella mente e nel cuore di questo Arcivescovo di Milano, divenuto Papa e santo: Omnia Christus est nobis!

    “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivo!” – egli avrebbe confessato, con accenti appassionati, il 29 novembre 1970 a Manila, cinque anni dopo l’incontro con i Rotariani –. “Egli è nato, è morto, è risorto per noi. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita… Gesù, il Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra!”.

    Inseguendo la spiritualità del cuore di Papa    Montini, nella linea giovannea e agostiniana della sua dottrina, possiamo affermare che la vera conoscenza viene dalla fede e dall’amore; invece, quando la ragione si avvita su sé stessa, non è più in grado di approdare alla percezione del mistero.

    Questa affermazione – che ho appena fatto, e che riecheggia intenzionalmente il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI – trova un anticipo ricco di significati nelle parole, che ora cito, di un grande amico ed estimatore di Paolo VI, mons. Pietro Rossano. Lo ricordo, anche perché egli fu tra i miei predecessori nella guida dell’Università Lateranense. Queste parole hanno un sapore indubbiamente “montiniano”: “Solo la conoscenza accompagnata da affetto raggiunge la verità; la parola senza amore è menzogna. E’ questo il mio principio per il dialogo con le religioni”.

    Ecco: la centralità affettuosa – senza proselitismo alcuno – di Cristo, Parola del Dio vivente, ha illuminato costantemente la vita e l’insegnamento di Paolo VI, in piena consonanza con il magistero conciliare: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”, dichiara la Costituzione Gaudium et Spes; e prosegue, poco più avanti: “Ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia” (n. 22). 

E mons. Rossano – un biblista attento, che i vicini e i lontani chiamavano con ammirazione, e forse con una punta di invidia, Monsignor Dialogo – aggiungeva ancora: “I valori esterni della cultura sfumano in un silenzio, che sarebbe infinito e mortale, se non ci fosse la Parola di Dio”, anche quando essa è collocata “nel chiaroscuro in cui la contiene la Bibbia”. 

“Gesù Cristo!”, proseguiva da parte sua Paolo VI a Manila, “tu sei il rivelatore del Dio invisibile, tu sei la via, la verità, la vita!”.

    Immersi nel chiaroscuro dell’esistenza terrena, noi restiamo pur sempre di fronte all’interrogativo cruciale, posto duemila anni fa dallo stesso Gesù di Nazaret: “Voi, chi dite che io sia?”.

    La risposta a questa domanda – la risposta che stava nel cuore di Paolo VI, mentre si rivolgeva ai Clubs del Rotary, come pure all’Assemblea delle Nazioni Unite – la conosciamo molto bene. E’ la risposta definitiva dell’apostolo Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”.   

La rada

C’è una spiaggia lungo la rada

dove un tiepido sole splende

triste in questo novembre.

Lì tu celi e riveli il tuo mistero

e domandi sempre e non cerchi

più risposte. Solo guardi il mare

che brilla e si perde nella foschia

lontana e non hai più domande

e domandi sempre.

Poesia tratta da: https://gpcentofanti.altervista.org/piccolo-magnificat-un-canto-di-tanti-canti/

Franca Giansoldati: Francesco, lasciarsi portare oltre

di Franca Giansoldati, Il Messaggero

Città del Vaticano – L’Epifania come chiave per migliorare se stessi alla luce della fede. Papa Francesco torna a celebrare a San Pietro, dopo la sciatalgia che lo aveva costretto a rinunciare ai riti del 31 dicembre e di Capodanno, per far rivivere il racconto evangelico della adorazione dei Magi a Betlemme. Nella omelia che pronuncia in una basilica praticamente deserta a causa delle restrizioni anti Covid, affronta il grande tema dell’affidamento a Dio. «Per adorare il Signore bisogna “vedere” oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole. Erode e i notabili di Gerusalemme rappresentano la mondanità, perennemente schiava dell’apparenza e in cerca di attrattive» dice Francesco sottolineando che l’apparenza «dà valore soltanto alle cose sensazionali, alle cose che attirano l’attenzione dei più. D’altro canto, nei Magi vediamo un atteggiamento diverso, che potremmo definire realismo teologale: esso percepisce con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione».
La fede spiega che va declinata in un cammino esistenziale capace di modificare dal di dentro le persone e renderle migliori. «Si diventa adoratori del Signore mediante un cammino graduale. L’esperienza ci insegna, ad esempio, che una persona a cinquant’anni vive l’adorazione con uno spirito diverso rispetto a quando ne aveva trenta. Chi si lascia modellare dalla grazia, solitamente, col passare del tempo migliora: l’uomo esteriore invecchia – dice San Paolo –, mentre l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno disponendosi sempre meglio ad adorare il Signore».
Da questo punto di vista, i fallimenti, le crisi, gli errori possono diventare esperienze istruttive, spiega il Papa, visto che «non di rado servono a renderci consapevoli che (…) col passare del tempo, le prove e le fatiche della vita – vissute nella fede – contribuiscono a purificare il cuore, a renderlo più umile e quindi più disponibile ad aprirsi a Dio. Come i Magi, anche noi dobbiamo lasciarci istruire dal cammino della vita, segnato dalle inevitabili difficoltà del viaggio. Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento. Riconoscendoli invece con umiltà, dobbiamo farne occasione per progredire verso il Signore Gesù. La vita non è una dimostrazione di abilità, ma un viaggio verso Colui che ci ama: guardando al Signore, troveremo la forza per proseguire con gioia rinnovata»

Consiglio episcopale diocesi di Roma: La domenica della Parola

http://www.diocesidiroma.it/larte-dellascolto-il-messaggio-del-consiglio-episcopale-in-occasione-della-domenica-della-parola/

Movimento dei focolari

https://www.focolare.org/chi-siamo/

Maria Immacolata e il cammino dei neocatecumenali

https://neocatechumenaleiter.org/it/messaggio-di-kiko-in-occasione-del-61-mo-anniversario-della-apparizione-della-vergine-maria-solennita-dellimmacolata-concezione-madrid-8-dicembre-2020/

Il pellegrinaggio della Vergine della Medaglia miracolosa giunge a Napoli

https://www.acistampa.com/story/il-pellegrinaggio-della-vergine-della-medaglia-miracolosa-prosegue-in-campania-15980

Madonna del Divino Amore

O bella Verigine Immacolata MAria, Madre di Dio e Madre nostra, o Madonna del Divino Amore, a te rivolgiamo la nostra fiduciosa preghiera per le grazie di cui abbiamo bisogno. Tutto tu ci puoi ottenere, tu che mieritasti di sentirti salutare dall’angelo di Dio: Ave, gratia plena!.
S’, o Maria, veramente tu sei piena di grazia, perchè il tuo celeste Sposo, lo Spirito Santo, col Suo divino amore, fin dalla tua concezione è venuto in te, ti ha preservata dalla colpa e conservata immacolata; è ritornato sopra di te nell’Annunciazione e t’ha resa Madre di Gesù lasciando intatta la tua verginità; su te si è posato ancora nel giorno della Pentecoste, riempiendoti dei suo sette doni, sicchè Tu sei tesoriera e fonte delle divine grazie.
Tu, dungue, Madre dolcissima del Divino Amore, ascolta le nostre suppliche: grazia Madonna!
Assicura all’Italia e al mondo la pace, fa trionfare il tuo amore, proteggi il Papa, raduna nell’unità perfetta voluta dal tuo divin Figlio tutti i cristiani, illumina con la luce del Santo Vangelo coloro che ancora non credono, converti a Dio i poveri peccatori, dona anche a noi la forza per piangere i nostri peccati e vincere d’ora in poi le tentazioni, rischiaraci la mente per seguire sempre la via del bene, aprici alfine, o Maria, quando Dio ci chiamerà, la porta del cielo.
Ed intanto, tu che ci vedi gementi e piangenti in questa valle di lacrime, soccorrici nelle nostre miserie, conservaci la rassegnazione nelle inevitabili croci della vita, guarisci, o Madre di grazia, le nostre infermità, ridona la salute ai malati che a te ricorrono.
Solleva o Maria, e libera dalle loro pene le anime sante del Purgatorio, specialmente quelle affidate all’Opera dei Suffragi del Santuario e le vittime di tutte le guerre.
Guarda maternamente e proteggi le opere del tuo Santuario del Divino Amore, e a noi tuoi figli, concedi, dolcissima Madre, di poterti sempre lodare, e che il nostro cuore sia tanto acceso del Divino Amore in vita, da poterne godere in eterno nel Cielo. Amen.

Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

Ave Maria, grazia!

http://www.santuariodivinoamore.it/

Guido Oldani, La chiamata (vangelo di domenica 17 gennaio 2021)

giovanni è la campana dell’annuncio

ai due, già incuriositi dall’agnello

nella terra d’ulivo e dell’arancio.

si aggiungerà il fratello pescatore

ed il figlio dell’uomo poi lo arruola

e subito gli dice tu sei pietro

che in effetti a vederlo sembra un sasso,

fra la gente di niente, quasi vetro.

Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto

Bob Dylan, Knockin’ on heaven’s door

Bussando, Bussando, alle porte del paradiso. Ecco, sempre più, la vita del cristiano.

Francesco Marabotti, Questo momento storico

http://www.darsipace.it/2021/01/11/9349/

Le donne possono accedere all’accolitato

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-01/papa-francesco-motu-proprio-lettorato-accolitato-aperti-donne.html

Carlo Carretto: Racconti di un pellegrino russo, presentazione

Card. Ladaria: Oeconomicae et pecuniariae quaestiones

Carlo Carretto, L’eucaristia

https://youtu.be/x-8eSkRzb4M 

Il Triduo pasquale, un’unica celebrazione

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2019-04/giovedi-santo-apertura-triduo-pasquale.html

Carlo Carretto, Che bello, grazie

Vi racconto un’episodio della mia vita. Preparavo la tesi di laurea e stavo tornando a Spello per intervistare Carlo Carretto. Ero giunto ad una tappa decisiva della mia ricerca di Dio e molto più che mere notizie cercavo Lui. Fratel Carlo era stato di grande aiuto in quel percorso. Circa dieci anni prima avevo letto il suo Il Dio che viene ma solo ora cominciavo ad intuire che in quel libro parlava della capacità del Signore di sposare la persona, facendola innamorare carnalmente, come e mille volte più di quanto si penserebbe che solo una ragazza possa. Andavo dunque da Carretto con quesiti di storia e politica cristiana del secondo dopoguerra ma nel profondo del cuore con una domanda intensissima sull’unione sponsale con Dio. Venivo da Roma col treno e poi a piedi, studente senza una lira, tutto affidato al Signore. Ricordavo le volte precedenti in cui ero stato a Spello e i tanti doni ricevuti ascoltando Carlo. L’ultima ero venuto con due valigione per stare lì alcuni giorni di ritiro spirituale. Salivo a piedi la strada verso l’eremo Giacobbe e raggiunta una curva mi pareva di essere finalmente arrivato ma dopo la svolta appariva più su un’altra svolta e la salita fatta in precedenza sempre in macchina portato da qualcuno ora non finiva mai. E pensavo che così era la mia vita. Ti sembra sempre di giungere alla “Risposta” ma dietro l’angolo vi è sempre un’ulteriore curva. Ma forse ora ero davvero vicino alla meta. Invece giunto all’eremo mi dicono che Carretto è ricoverato all’ospedale di Monteluce a Perugia, in fin di vita. Corro coi pochi soldi rimasti a Perugia e di nuovo a piedi un’altra salita. Che speranza quel nome Monteluce, per Carlo e per me. Arrivo finalmente e davanti alla sua camera vi è solo una donna che l’assiste. Mi dice che posso entrare. Carlo sta morendo ma né lei né lui mi dicono di stare poco, di non stancarlo… Lui mi accoglie con un sorriso sereno, lo saluto soltanto ed esco. Dico alla donna che vorrei portare a Carlo dei dolcetti ma forse non è il caso, forse invece potrei portargli una candela. In un suo libro suggeriva di accendere una candela nella sofferenza, immagine tanto significativa. La donna acconsente ed io, senza una lira, giro a piedi tutti i negozi di Perugia per cercare una candela meravigliosamente decorata. Una preghiera per la guarigione di Carlo ed un segno ora anche per me della felicità sconfinata, anche carnale, che Dio forse può donare. Non trovo questa candela, vedo al più i ceri che indicano la presenza dell’Eucaristia nel tabernacolo. Continuo a cercare. Non risolvendo nulla vengo a sapere di una cereria fuori Perugia. Li contatto per telefono per sapere se hanno quello che cerco. Rispondono positivamente. Ma io non ho una lira, chiedo loro se mi faranno un prestito e spiego perché devo avere subito la candela. Accettano. Corro verso la cereria. Proprio allora ho un’illuminazione: non devo prendere una candela meravigliosa devo prendere quella da tabernacolo. Ho paura della “fregatura”, ossia che Dio non dia la felicità. Ma in qualche modo intuisco che invece quella è la via, nuda, umile e nascosta, della felicità piena. Non ci sarà la delusione. Risalgo correndo verso Monteluce con un dolore per Carlo morente e per quel segno concomitante anche di passaggi non come mi aspettavo ma con una pace, una speranza, una luce, nuove. Per lui e per me. Do la candela alla donna, lui dormiva da solo nella stanza, lo vedo e me ne riparto per Roma. Anni dopo tornando a Spello vicino alla sua tomba trovo una sola candela, da tabernacolo.

Enrico Dal Covolo, Origene e il Magnificat

L’interpretazione origeniana dell’opera di Luca1
rimane documentata da 39
omelie, a noi pervenute nella traduzione latina di Girolamo. Il testo originale, in
lingua greca, è andato perduto. In ogni caso, la traduzione geronimiana rap-
presenta il più antico commento del terzo Vangelo giunto fino a noi – per
quanto, come vedremo, in maniera assai lacunosa. È andato perduto anche il
Commento origeniano a Luca, composto in 15 libri e menzionato dallo stesso
Girolamo, mentre delle 17 omelie sugli Atti degli apostoli resta solo un fram-
mento della quarta.
H. Crouzel, F. Fournier e P. Périchon, sulla scorta dell’edizione berolinense
di M. Rauer (19592
), hanno curato per le Sources Chrétiennes (1962; 19982
) il
testo delle 39 omelie2
, aggiungendo 91 frammenti greci provenienti da antichi
commenti e catene. Qui interessano i frammenti 25-28, dei quali ci occuperemo,
almeno in parte3
. Prima di iniziare questa lectio del commento origeniano al Magnificat di
Maria, conviene premettere qualche notizia essenziale sulla datazione del ciclo
delle omelie lucane, come pure sulla traduzione latina di Girolamo4
.
Ebbene, non esiste alcuna certezza circa una datazione precisa: tanto per
esemplificare, P. Nautin assegna le omelie al triennio 239-241, mentre F.
Fournier le colloca fra il 233 e il 234. In verità, non siamo neppure certi che il testo a noi pervenuto – mediamente assai più stringato rispetto alle omelie ori-
geniane che noi conosciamo – corrisponda alle omelie effettivamente pronun-
ciate dall’Alessandrino. Potrebbe trattarsi semplicemente di appunti e di note a
uso del predicatore (così soprattutto H.-J. Sieben) 5
. Quanto alla traduzione
geronimiana, è nota la circostanza a cui essa si riconduce.
Nel 391, pochi anni prima di morire, Ambrogio pubblica le sue omelie su
Luca, che dipendono evidentemente dal testo origeniano. Girolamo lo viene a
sapere mentre si trova a Betlemme con Paola e Eustochio, che lo hanno seguito
nel suo ritiro. Sollecitato dalla richiesta delle due donne, si mette a tradurre (con
scarso entusiasmo, egli dice: ma forse questo è semplicemente un tópos retorico)
il testo di Origene, certo per smascherare quello che egli ritiene essere «il plagio
ambrosiano», ma soprattutto per offrire qualche cosa di meglio rispetto alle
omelie di Ambrogio, che – a suo dire – «giocava con le parole, mentre le idee
dormivano»6
.
Il confronto con i frammenti greci pervenuti – dove ciò sia possibile –
attesta che si tratta di una versione sostanzialmente fedele, nonostante le riserve
espresse da Rufino7
.
Il commento al cosiddetto Vangelo dell’infanzia e ai due capitoli successivi
del terzo Vangelo, fino al discorso programmatico di Nazaret (Luca 1,1-4, 27),
occupa la sezione più cospicua delle omelie a noi pervenute: addirittura 33 su 39!
Tuttavia non mancano lacune neanche in questa sezione superstite.
In particolare, per quanto riguarda il Magnificat di Maria, possediamo solo
il commento alla prima parte, da: L’anima mia magnifica il Signore (1, 46), fino
a: Ha spiegato la potenza del suo braccio (1, 51)8
.
Procediamo finalmente alla nostra lectio, riportando integralmente la breve
omelia a noi pervenuta, e accompagnandola via via con un sobrio commento su
alcuni temi principali evocati dal testo.
I temi principali sono i seguenti: il parallelismo antitipico Eva-Maria;
l’antropologia origeniana e l’anima dell’uomo, «immagine dell’immagine»; la
corruzione dell’immagine e il «bestiario» di Origene; l’umiltà e la grandezza di
Maria. Il parallelismo antitipico Eva-Maria9
.Prima di Giovanni profetizza Elisabetta, prima della nascita del Signore e Salvatore
profetizza Maria. E come il peccato ha cominciato dalla donna e poi giunse fino
all’uomo, così pure il principio della salvezza ha preso inizio dalle donne, affinché
anche le altre donne, messa da parte la debolezza del sesso, imitassero la vita e la
condotta delle sante, soprattutto quelle che sono descritte ora nel Vangelo10
.
Nei Padri del secondo-terzo secolo è ricorrente il parallelismo antitipico tra
Adamo ed Eva, da una parte, e Gesù e Maria, dall’altra. «Il nodo della disob-
bedienza di Eva», scrive in particolare Ireneo nel terzo libro Contro le eresie, «ha
avuto la sua soluzione con l’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva
legato con la sua incredulità, la vergine Maria l’ha sciolto con la sua fede»11. Il
vescovo di Lione ritorna sullo stesso tema anche nel quinto libro della medesima
opera, là dove – volendo esplicitare in massimo grado la corrispondenza
antitetica tra la disobbedienza di Adamo e l’obbedienza di Cristo – ridisegna,
dopo Giustino e prima di Tertulliano e di Origene, i termini fondamentali del
confronto antitipico Eva-Maria. «Il Cristo», egli scrive, «annullò la seduzione
con la quale era stata malamente sedotta Eva… E come Eva fu sedotta dal
discorso di un angelo, a tal punto da allontanarsi da Dio trasgredendo la sua
parola, così Maria fu istruita dall’annuncio di un angelo, a tal punto da portare
nel grembo Dio, obbedendo alla sua parola. E come quella si lasciò sedurre e
disobbedì a Dio, questa si lasciò persuadere a ubbidire a Dio, affinché la vergine
Maria divenisse l’avvocata della vergine Eva»12
.
Così – nello stesso modo in cui il vescovo di Lione parla della ‘rica-
pitolazione’ di tutti in Cristo, rispetto a Adamo – egli parla anche della ‘ricirco-
lazione’ (cioè della ‘rimessa in circolo’) della storia della salvezza in Maria,
rispetto a Eva13
.
Come si può vedere, già in Ireneo il parallelismo antitipico Eva-Maria
appare definitivamente strutturato nelle sue componenti fondamentali. Integrato dal successivo apporto tertullianeo14
, esso si presenta secondo
questo schema sintetico:
Eva Maria
vergine vergine
crede al demonio; crede a Gabriele;
accoglie in sé accoglie in sé
il verbum diaboli il verbum Dei
aedificatorium mortis; structorium vitae;
reca perdizione; reca salvezza;
concepisce concepisce
Caino, Cristo,
malus frater. bonus frater.
L’allusione di Origene al parallelismo antitipico, che pure rientra in questo
alveo tradizionale, si sviluppa qui in maniera autonoma, approdando a un’esor-
tazione morale rivolta alle ‘altre donne’, le quali – sexus fragilitate deposita,
secondo il tópos ben noto della debolezza femminile15
– dovranno imitare la vita
e la condotta di Maria e di Elisabetta.

  1. Appunti di antropologia origeniana: l’anima dell’uomo, ‘immagine dell’im-
    magine’.
    Riprendiamo a questo punto la lettura dell’omelia dal suo primo paragrafo.
  2. (…) Vediamo dunque la profezia della Vergine. Dice: Magnifica l’anima mia il
    Signore, e ha esultato il mio spirito in Dio mio salvatore. Due cose, l’anima e lo
    spirito, compiono una duplice lode. L’anima celebra il Signore, lo spirito celebra Dio:
    non perché la lode del Signore sia diversa da quella di Dio, perché colui che è Dio è
    anche Signore, e colui che è Signore è anche Dio.
  3. Ci si domanda in che modo l’anima possa magnificare il Signore. Se infatti il
    Signore non può ricevere né accrescimento né diminuzione, e ciò che è è, per qual
    motivo ora Maria dice: “Magnifica l’anima mia il Signore”?
    Se io considero che il Signore e Salvatore “è l’immagine di Dio invisibile”, e se vedo che
    la mia anima è fatta “a immagine del Creatore” per essere l’immagine dell’immagine
    (infatti la mia anima non è proprio l’immagine di Dio, ma è stata creata a
    somiglianza della prima immagine), potrò allora capire in questi termini: alla maniera

di coloro che dipingono immagini e, per esempio, una volta scelto il volto di un re,
rivolgono la loro abilità artistica ad esprimere la somiglianza con il modello scelto; così
ciascuno di noi, formando secondo l’immagine di Cristo la propria anima, fa
l’immagine più grande o più piccola, e talvolta la fa trascurata e sporca, talaltra chiara
e luminosa, e rispondente all’effigie del modello originale.
Quando dunque avrò fatto grande l’immagine dell’immagine, cioè la mia anima, e
l’avrò resa grande con le opere, con il pensiero, con la parola, allora l’immagine di Dio
è resa grande, e lo stesso Signore, di cui l’anima è immagine, è magnificato nella nostra
anima. E come il Signore cresce nella nostra immagine, così, se saremo stati peccatori,
egli diminuisce e decresce16
.
Come si vede, riprendendo la distinzione lucana tra anima e spirito,
Origene si limita a precisare che si tratta di una duplice lode – anima praedicat
Dominum, spiritus Deum –, che però non differisce nella sostanza: infatti essa è
rivolta allo stesso Signore e Dio. Personalmente, non colgo in questa enuncia-
zione origeniana nessuna allusione – che invece alcuni commentatori intrave-
dono – al progresso tra anima e spirito17
.
Più complesso è il discorso che occupa per intero il secondo paragrafo
dell’omelia, nel quale l’Alessandrino intende rispondere a una classica quaestio:
in che modo – egli si chiede – un’anima può ‘magnificare’, cioè ‘rendere grande’
il Signore? Di per sé, infatti, Dio non può essere né aumentato né diminuito.
L’obiezione consente a Origene di richiamare la celebre ‘dottrina dell’im-
magine’ e, più in generale, i fondamenti della sua concezione antropologica,
secondo cui l’anima dell’uomo è ‘immagine dell’immagine’.
La dottrina è ben nota18
. In questo paragrafo dell’omelia la ritroviamo
esposta in sintesi efficace. Ne vengono poi esplicitate (soprattutto nel paragrafo
successivo) le conseguenze morali.
Propriamente parlando, afferma Origene, l’immagine del Dio invisibile è
soltanto il Signore e Salvatore. L’anima dell’uomo, che è fatta a immagine del
Creatore, è solo «immagine dell’immagine», perché è creata a immagine della
prima immagine, che è appunto il Verbo di Dio. Questa immagine del Verbo
cresce nell’anima del credente, o diminuisce, a seconda del suo comportamento
morale. Quanto più il credente, praticando le virtù, fa crescere la propria

somiglianza con Cristo – che è «la Virtù tutta intera, animata e vivente
(émpsuchos kaì zôsa)
19
» –, tanto più l’immagine si ingrandisce; e viceversa.
Capita la stessa cosa a un pittore, quando dipinge – tanto per fare un
esempio – il ritratto di un re. A seconda della sua capacità, l’artista può realiz-
zarne il volto in maniera più o meno somigliante. Così il credente, che forma la
sua anima a immagine di Cristo, può fare più grande o più piccola l’immagine;
addirittura, può farla slavata e sporca, oppure – al contrario – chiara, luminosa,
in tutto corrispondente al suo Modello.
Quando igitur grandem fecero imaginem imaginis, id est animam meam,
conclude perentoriamente Origene, tunc imago Dei grandis efficitur, et ipse
Dominus, cuius imago est, in nostra anima magnificatur. Et quomodo crescit
Dominus in nostra imagine, sic, si peccatores fuerimus, minuitur atque decrescit20
.

  1. La corruzione dell’immagine: il ‘bestiario’ di Origene.
    Il discorso prosegue – declinato soprattutto ‘in negativo’ – nel seguente
    paragrafo, il terzo dell’omelia. Leggiamo:
  2. Detto in altri termini, il Signore certamente non diminuisce né decresce, ma siamo noi
    che, invece di indossare l’immagine del Salvatore, ci rivestiamo di altre immagini; al posto
    dell’immagine del Verbo, della sapienza, della giustizia e di tutte le altre virtù, assumiamo
    la forma del diavolo, tanto che si può dire di noi: “Serpenti, generazione di vipere”. Ma
    indossiamo anche la maschera del leone, del drago e delle volpi quando siamo velenosi,
    crudeli, astuti; e anche quella del caprone, quando siamo alquanto proni alla libidine.
    Mi ricordo di aver detto un giorno – spiegando il Deuteronomio in quel passo, in cui
    sta scritto: “Non fate alcun ritratto di uomo o di donna, nessun ritratto di animale”,
    perché la legge è spirituale – che alcuni formano un’immagine di uomo, altri di donna;
    alcuni si rendono simili agli uccelli, altri ai rettili e ai serpenti; altri finalmente
    coltivano la loro somiglianza con Dio. Chi ha letto anche quella spiegazione compren-
    derà in qual modo debbano essere comprese queste parole21
    .
    Si trova qui enunciata una dottrina che ricorre spesso nelle opere del-
    l’Alessandrino: secondo il pensiero di Origene, i peccati danno all’anima l’imma-
    gine di una bestia sgradevole.
    Qui e altrove egli fornisce una ricca tipologia, nella quale a un certo tipo di
    vizio corrisponde un certo genere di animale: così nell’anima del peccatore
    l’immagine di quell’animale prende il posto dell’immagine del Verbo22
    .

Al contrario, afferma Origene nella sua terza omelia Su Ezechiele, «se noi
siamo buoni e mansueti, raddoppiamo il nome dell’uomo, in modo che egli non
è più semplicemente un uomo, ma un uomo-uomo. Quando un uomo è uomo
solo all’esterno, perché al suo interno è un uomo-serpente, allora non c’è tra noi
un uomo-uomo, ma soltanto un uomo. Quando invece, in verità, anche l’uomo
interiore si conserva secondo l’immagine del Creatore, allora nasce un (vero)
uomo, e in questo modo avviene che un uomo è due volte uomo, secondo
l’immagine esteriore e secondo quella interiore»23
.
L’aspetto originale di HLc 8 consiste in un più esplicito raccordo tra le varie
immagini bestiali e l’immagine del diavolo. In qualche maniera – sembra dire
qui Origene – la forma diaboli presiede al ‘bestiario’, e si incarna via via nelle
fiere successivamente elencate. Tale raccordo è espresso in questi termini:
Diaboli formam assumimus, ut dicatur de nobis: serpentes, generatio viperarum. Sed
et leonis personam induimus et draconis et vulpium…24
.
Quanto poi all’autocitazione di Origene, con riferimento all’esegesi di
Deuteronomio 4,16-17 (Ne faciatis omnem similitudinem…), si tratta di un
commentario perduto, come perdute sono le 13 omelie sul Deuteronomio
menzionate da Girolamo.

  1. L’umiltà di Maria.
    Esaurita finalmente la risposta alla quaestio affacciata – cioè per quale
    motivo Maria possa dire: ‘Magnifica l’anima mia il Signore’ –, Origene ritorna al
    commento puntuale della pericope. E scrive:
  2. In primo luogo l’anima di Maria magnifica il Signore; in secondo luogo il suo spirito
    esulta in Dio. Infatti, se prima non siamo cresciuti, non possiamo esultare.
    “Perché ha guardato”, dice, “all’umiltà della sua serva”. A quale umiltà di Maria ha
    guardato il Signore? Che cosa aveva la madre del Signore di umile e di basso, lei, che
    portava nel suo grembo il Figlio di Dio? Perché quando dice: “Ha guardato all’umiltà
    della sua serva”, è come se dicesse: “Ha guardato alla giustizia della sua serva, ha
    guardato alla temperanza, ha guardato alla sua fortezza e alla sua sapienza”. È giusto
    infatti che Dio guardi alle sue virtù. Qualcuno potrebbe rispondere e dire: “Capisco che
    Dio guardi alla giustizia e alla sapienza della sua serva; ma non è sufficientemente
    chiaro perché guardi proprio all’umiltà”.
    Chi domanda queste cose consideri che proprio nelle Scritture l’umiltà è considerata
    una delle virtù.
  1. Dice il Salvatore: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo
    per le anime vostre”. E se vuoi sapere il nome di questa virtù, cioè come essa è
    chiamata anche dai filosofi, sappi che l’umiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella
    stessa virtù che i filosofi chiamano atyphía oppure metriótes. Noi possiamo peraltro
    definirla con una perifrasi: l’umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si
    abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice l’Apostolo, “nella condanna del diavolo”
    – il quale appunto ha cominciato con il gonfiarsi di superbia –; l’Apostolo dice: “Per
    non incappare, gonfiato d’orgoglio, nella condanna del diavolo”.
    “Ha guardato l’umiltà della sua ancella”: Dio mi ha guardato – dice Maria – perché
    sono umile e perché ricerco la virtù della mitezza e del nascondimento25
    .
    La nuova quaestio che Origene affronta lascia capire tutta la resistenza della
    mentalità ellenica ad accogliere l’umiltà come una virtù. Le quattro virtù
    cardinali riconosciute dai Greci erano la giustizia, la temperanza, la fortezza e la
    prudenza, chiamata qui sapientia (phrónesis o sophía nel testo originale? Non lo
    sappiamo).
    Perché dunque lo sguardo di Dio si rivolge proprio a una virtù, che non è
    contemplata nel catalogo cardinale dei Greci?
    Origene ha buon gioco a richiamare il Vangelo, e in ispecie la figura stessa
    di Gesù. Il discernimento delle virtù autentiche, infatti, non va condotto con i
    criteri della sapienza mondana, bensì con Colui che è la Virtù tutta intera,26 e che
    ha detto: Discite a me, quia mansuetus sum et humilis corde27
    .
    Peraltro, l’umiltà dei Vangeli trova il suo corrispondente anche in una virtù
    che non è certo cardinale, ma che è pur sempre apprezzata dalle filosofie
    sapienziali ellenistiche, in modo particolare dagli stoici: l’atyphía – esatto con-
    trario della hybris (si noti l’alfa privativa rispetto alla radice del verbo typhóo, che
    significa ‘gonfiare’ e ‘far inorgoglire’) –, ovvero la metriótes, o metriopátheia, che
    indica la moderazione e l’equilibrio delle passioni28
    .
    Così la virtù dell’umiltà caratterizza in modo speciale la figura di Maria in
    Origene. La sua esemplarità per ogni anima credente resta indubbiamente legata
    al progresso in questa virtù.29 Si veda al riguardo il frammento greco 26 delle

HLc: «Chi sono io per una simile opera?», si interroga Maria stessa. E risponde:
«È lui che mi ha guardata, non io che mi sono proposta: infatti, io ero umile
(tapeiné) e rigettata. Ora trascorro dalla terra al cielo, e sono attratta in un
disegno di salvezza ineffabile»30
.

  1. La grandezza di Maria.
    Siamo giunti così alla conclusione della nostra lectio.
    Si tratta degli ultimi due paragrafi – il sesto e il settimo – dell’omelia.
  2. “Ecco infatti che sin d’ora tutte le generazioni mi chiameranno beata”.
    Se intendo “tutte le generazioni” secondo il più semplice significato, ritengo che si
    faccia allusione ai credenti. Ma se cerco di vedere il significato più profondo, capirò
    quanto sia vantaggioso aggiungere: “Perché fece grandi cose per me colui che è potente”.
    Proprio perché “chiunque si umilia sarà esaltato”, Dio ha guardato l’umiltà della
    beata Maria; per questo ha fatto per lei grandi cose colui che è potente, e il cui nome è
    santo.
    “E la sua misericordia si estende di generazione in generazione”. Non è su una
    generazione, né su due, né su tre, e neppure su cinque che si estende “la misericordia”
    di Dio; essa si estende eternamente “di generazione in generazione”.
    “Per coloro che lo temono ha spiegato la potenza del suo braccio”. Anche se sei debole,
    se tu ti accosti al Signore, se avrai timore di lui, potrai udire la promessa che il Signore
    ti fa, per il timore che nutri verso di lui.
  3. Qual è questa promessa? Dice: “Per coloro che lo temono si è fatto potenza”. La forza
    o il potere è attributo regale. Infatti la parola krátos, che noi possiamo tradurre con
    imperium, si applica a colui che impera, oppure a colui che tiene tutto in suo potere.
    Ebbene, se tu temi il Signore, egli ti comunica la sua forza e il suo imperium; egli ti dà
    il suo regno, affinché tu, assoggettato al “re dei re”, possieda il “regno dei cieli” in Gesù
    Cristo, “al quale appartengono la gloria e l’imperium nei secoli. Amen”31
    .
    L’elemento più interessante e originale di questa conclusione è il seguente:
    chi è che proclama Maria beata?
    A un primo livello di interpretazione (simpliciter), afferma Origene, sono
    senz’altro i credenti (omnes generationes); ma a un livello più profondo e più
    vero (altius) è Dio stesso, la cui misericordia si estende di generazione in
    generazione.
    Qui entra la grandezza, e insieme l’esemplarità di Maria: chi – come lei –
    coltiva l’umiltà e il santo timore di Dio, esperimenta efficacemente la potenza
    dell’Altissimo. Si ergo timueris Dominum – così conclude Origene, e così conclu

diamo anche noi –, dat tibi fortitudinem sive imperium, dat regnum, ut factus sub
rege regum possideas regnum caelorum in Christo Iesu: cui est gloria et imperium in
saecula saeculorum32
.

Note

1 Riprendo così, aggiornandolo in parte, un mio precedente studio, pubblicato in M.
Maritano – E. dal Covolo (edd.), Omelie sul Vangelo di Luca. Lettura origeniana, Roma 2011.
Non risultano sul tema ulteriori contributi scientifici. Mi sembra chiaro il motivo per cui
dedico ora all’amico Lucio de Giovanni questo contributo: in molti momenti della nostra vita
abbiamo vissuto insieme il Magnificat di Maria.
2
È questa l’edizione che seguiremo: cfr. Origene, Omelia sul Vangelo di Luca 8, edd. H.
Crouzel – F. Fournier – P. Périchon, SC 87, Paris 1962, pp. 164-173 (d’ora in poi HLc, seguito
dall’indicazione del passo e della pagina). Per la traduzione mi riferisco a S. Aliquò, Origene.
Commento al Vangelo di Luca, Roma 1974, pp. 79-83, rielaborandola però in maniera
sostanziale.
3
Ibidem, pp. 480-483.
4 Riassumo per questo la voce di C. Gianotto, «Luca (scritti esegetici su)», in A. Monaci
Castagno (ed.), Origene. Dizionario. La cultura, il pensiero, le opere, Roma 2000, pp. 243-245.
Alla bibliografia ivi citata aggiungo almeno C. Corsato, Letture patristiche della Scrittura,
Padova 2004, che dedica il primo capitolo del libro a «Origene interprete del Vangelo di Luca
nelle omelie», pp. 18-64.

5 Cfr. F. Fournier, «Les Homélies sur Luc et leur traduction par saint Jerome», in SC 87,
pp. 65-92.
6 HLc Praefatio, p. 94.
7 Cfr. F. Fournier, «Les Homélies», cit.
8 Vedi però il frammento greco 28, relativo a Luca 1, 54 (Ha soccorso Israele, suo servo…).
A questo riguardo, Origene spiega che il riferimento di Maria a Israele può essere interpretato
sia katà sárka, cioè materialmente, sia noetôs, cioè spiritualmente. In questa seconda
interpretazione, afferma Origene, si parla di noi: siamo noi infatti l’Israele spirituale, «noi che
abbiamo creduto, convertendoci dai pagani» (HLc framm. 28, p. 482).

9
Sul tema, dopo L. Cignelli, Maria nuova Eva nella Patristica greca, Assisi 1966, vedi,
più complessivamente, E. Peretto, «Maria nell’area culturale greca», in E. dal Covolo – A. Serra
(edd.), Storia della mariologia, 1. Dal modello biblico al modello letterario, Roma 2009, soprat-
tutto le pp. 263-271.
10 HLc 8, 1, p. 164.
11 Ireneo, Contro le eresie 3, 22, 4, edd. A. Rousseau – L. Doutrelau, SC 211, Paris 1974,
pp. 442-444.
12 ibidem 5, 19, 1, edd. A. Rousseau et alii, SC 153, Paris 1969, p. 248.
13 Cfr. A Orbe, «La “recirculación” de la Virgen María en San Ireneo (Adv. Haer.
III,22,4,71)», in S. Felici (ed.), La mariologia nella catechesi dei Padri (età prenicena), Roma
1989, pp. 101-120.

14 Cfr. Tertulliano, Sulla carne di Cristo 17, 3-6, ed. J.-P. Mahé, SC 217, Paris 1975, pp.
280-282 (vedi nel commento dello stesso Mahé, SC 217, Paris 1975, pp. 401-406, la sinossi dei
testi paralleli di Giustino e di Ireneo); E. dal Covolo, «Riferimenti mariologici in Tertulliano»,
in S. Felici (ed.), La mariologia, cit., pp. 121-132.
15 Vedi al riguardo l’equilibrata disamina di E. Prinzivalli, «Origene», in E. dal Covolo
(ed.), Donna e matrimonio alle origini della Chiesa, Roma 1996, pp. 63-82.

16 HLc 8, 1-2, pp. 164-166.
17 Non mi pare infatti che Origene voglia impegnarsi in questa direzione. Nel
frammento greco 25 egli giunge a dire che, in questo caso, «alcuni affermano che pnéuma e
psyché sono la stessa cosa» (HLc framm. 25, p. 480). A meno che – cosa che è pure possibile, e
che qualche sconnessione del periodo lascia sospettare – il testo non ci sia pervenuto integro.
18 Rimane classico, al riguardo, H. Crouzel, Théologie de l’image de Dieu chez Origène,
Toulouse 1956. HLc 8 vi è citata molte volte: cfr. pp. 157-158, 191, 197-198, 208, 224. Dello
stesso, vedi ancora Origene, Roma 1986, pp. 136-144. Con riferimento specifico al nostro
passo, vedi infine F. Cocchini, «Maria in Origene. Osservazioni storico-dottrinali», in S. Felici
(ed.), La mariologia, cit., pp. 133-140, soprattutto p. 138.

19 Origene, Commento a Giovanni 32, 127, ed. C. Blanc, SC 385, Paris 1992, p. 242.
20 HLc 8, 2, p. 166.
21 HLc 8, 3, pp. 166-168. Cfr. M. P. Ciccarese (ed.), Animali simbolici. Alle origini del
bestiario cristiano, 1. Agnello – Gufo, Bologna 2002, p. 276.
22 Cfr. ancora H. Crouzel, Théologie de l’image…, pp. 197-206: «Images bestiales».

23 Origene, Omelia su Ezechiele 3, 8, ed. M. Borret, SC 352, Paris 1989, pp. 142-144.
24 HLc 8, 3, p. 166.

25 HLc 8, 4-5, pp. 168-170.
26 Cfr. supra, nota 19 e suo contesto.
27 Matteo 11, 29.
28 Com’è noto, è proprio questo uno dei tratti che separa Origene da Clemente
Alessandrino, il quale preferisce parlare dell’apátheia, piuttosto che della metriopátheia, come
virtù.
29 Cfr. H. Crouzel, «La Théologie mariale d’Origène», in SC 87, Paris 1962, pp. 11-64; C.
Gianotto, «Maria», in A. Monaci Castagno (ed.), Origene…, pp. 263-266; M. I. Danieli,
«Maria “terra di profeti viventi”. Profezie mariane in Origene», in Theotokos 10, 2002, pp. 43-
52; R. Scognamiglio, «La fisionomia “teologica” di Maria. Maternità e verginità», ibidem, pp.
53-69; F. Cocchini, «Maria “modello del cristiano” nell’interpretazione origeniana», ibidem,
pp. 71-85, soprattutto 80-82.

30 HLc framm. 26, p. 482.
31 HLc 8, 6-7, pp. 170-172.

32 HLc 8, 7, p. 172.

Guido Oldani, Battesimo di Gesù

LA DOCCIA DIVINA

il giordano occasione di turismo,

sempre incoraggia il male di saccoccia

ma il battesimo è storia d’altre facce.

giovanni, che ha la testa in spalla ancora

esita, poi battezza il nazareno

e si apre una botola del cielo,

c’è un piede grande come il vaticano

e un grido calmo, sembra un’autostrada:

“lui è d’acciaio, roba del mio seno.”

IL BATTESIMO

giovanni è ancora prima della scure,

gesù ha mani e piedi senza buchi

e il padreterno se ne prende cura.

e il giordano non è di certo il gange,

per questo non occorrono bagnini

e nascerà così la religione

ma i nemici, tagliole più che spade

versano fango, cercano assassini.

Don Tonino Bello, Omelia dell’ultimo giovedì santo

M. Rupnik e l’arte

Davidia Zucchelli, Le rimesse dei migranti e il covid

DZ – Munera, gennaio 2021

Calano le rimesse dei migranti, ma non solo a causa del Covid-19

Il Covid-19 ha inciso pesantemente anche sulle rimesse – le somme che i migranti inviano periodicamente alle famiglie di origine – con significative conseguenze per le economie dei paesi a cui sono destinate. L’analisi dell’andamento di questa importante voce della bilancia dei pagamenti offre molti spunti di riflessione, con riferimento alle condizioni economiche e finanziarie internazionali, all’inclusione finanziaria ed ai flussi migratori.

I dati pubblicati dalla World Bank (WB) evidenziavano già a fine 2019 un sensibile rallentamento a livello internazionale e le stime per il 2020 e il 2021 mostrano un ulteriore peggioramento. La grave crisi economica nei principali paesi che ospitano i migranti – USA, Europa e paesi del Golfo – è alla base del calo stimato nel 2020 (-7,2% per un ammontare pari a 508 miliardi di dollari), a cui è attesa seguire un’ulteriore flessione del 7,5% pari a 470 miliardi nel 2021. Si tratta delle più marcate riduzioni fino ad ora registrate, più profonde anche di quelle del 2009, in tutte le principali aree geografiche, ma in modo particolare nell’ECA (Europe Central Asia), secondo la ripartizione adottata dalla World Bank (-16% nel 2020). 

Rimesse (var % a/a, 2020, ripartizione per area geografica)

Nota: ECA (Europe Central Asia), EAP (East Asia Pacific), LAC (Latin America Caribbean), MENA (Middle East and North Africa), SA (South Asia), SSA (Sub-Saharan Africa. Fonte: World Bank-KNOMAD

La flessione delle rimesse registrata nei paesi dell’est Europa è da ricollegare alla crisi che ha colpito l’Europa occidentale, dove tali flussi vengono in gran parte originati. In particolare, nei paesi CEE (Central Eastern Europe) dopo una flessione del 4,4% nel 2019, la WB stima in -12,1% la variazione nel 2020, da imputare soprattutto alla Polonia (-15,5% da -8,6% nell’anno precedente), visto il peso economico che questo paese ha nell’area. Nei paesi SEE (South Eastern Europe), inoltre, si stima che le rimesse, generate in gran parte in Italia, registrino un calo medio del 20% (-23% in Romania). 

Nel resto del mondo, i flussi più consistenti in valore assoluto sono inviati in India, Cina, Messico, nelle Filippine e in Egitto (-9% in quest’ultimo paese, dove con 24,4 miliardi di dollari, pari al 6,7% del PIL, le rimesse assumono tradizionalmente un peso molto significativo), e risultano anch’essi tutti in diminuzione. 

Le rimesse rappresentano una importante risorsa finanziaria per i paesi emergenti, come evidenzia la loro incidenza sul PIL nazionale. Se consideriamo questo indicatore, i principali paesi riceventi risultano essere ovviamente economie di dimensioni minori quali Tonga, Haiti, Libano, Sud Sudan e Tajikistan, fra i primi cinque, ma non mancano paesi di dimensioni significative come le Filippine. Nei paesi europei più vicini a noi, fra i SEE, le rimesse ammontano a circa il 6,8% del PIL, in un range che va dal 2% circa in Romania al 9% sia in Albania sia in Bosnia. Molto più bassa è l’incidenza delle rimesse in entrata rispetto al PIL nazionale nei paesi CEE, che si colloca fra l’1% in Slovenia e Polonia, e il 2,5% in Ungheria, paesi con un minor tasso di emigrazione.  

Il tema ha rilevanti implicazioni, economiche e sociali. Le rimesse rappresentano come detto una risorsa finanziaria, hanno sostenuto la crescita macroeconomica del paese destinatario e ridotto la povertà. Tuttavia, come in genere per le forme di sussidio pubblico, sono condivisibili i timori che esse possano generare nel contempo un’azione di freno allo sviluppo (la cosiddetta trappola delle rimesse), disincentivando la popolazione alla partecipazione attiva alla crescita nazionale.

Rimesse – Flussi in entrata Paesi con % sul PIL uguali o superiori al 9% (stime 2020)
Fonte: World Bank-KNOMAD

Con riferimento invece ai flussi in uscita, le rimesse inviate all’estero dall’Italia erano pari a circa 9 miliardi di dollari ovvero lo 0.5% del PIL nel 2019, una incidenza analoga a quella delle altre maggiori economie del mondo (0.6% in Francia e Germania, 0.4% in UK e 0.3% negli USA), effetto delle crescenti interconnessioni internazionali.  

Numerosi sono i fattori che incidono sull’entità delle rimesse. Essendo almeno in parte una forma di trasferimento a fini di sostegno dei redditi e dei consumi delle famiglie e di accantonamento di risparmio o di investimento (ad esempio se destinate alla costruzione di una casa nel paese d’origine spesso collegata ad un progetto di rientro del migrante), l’entità delle rimesse dovrebbe essere sostenuta da motivi prudenziali, a fronte di minori consumi dei lavoratori nei paesi dove esse vengono generate. Un ulteriore fattore di supporto dei flussi inviati potrebbe derivare anche dalla volontà di aiutare le famiglie in condizioni economiche e finanziarie viste in peggioramento. Tuttavia, le difficoltà del mercato del lavoro da parte di coloro che inviano tali fondi nei paesi d’origine e quindi la loro minore disponibilità di reddito sembrano prevalere, poiché, come abbiamo visto, le attese sono per una flessione delle rimesse nel 2020 e nel 2021. 

Il Covid ha accentuato il trend in rallentamento che si stava realizzando già da tempo per il concorso di vari fattori. Occorre dapprima considerare i canali utilizzati per il loro trasferimento. Le rimesse vengono inviate solitamente, ma con minore frequenza negli ultimi anni, tramite banca, per essere trasferite su conti di deposito all’estero. Il minor utilizzo del canale bancario può essere ricondotto in parte alla flessione del numero di banche corrispondenti. Si tratta di un processo di de-risking, registrato a livello internazionale nell’ultimo decennio, specie verso operatori money transfer in molti paesi, per il timore di essere coinvolti in operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Fra il 2011 e il 2018, infatti, il numero di posizioni è diminuito del 20%, secondo quanto indicato dalla stessa WB, rendendo più difficile l’invio di denaro, specie se di modesta entità.  

Al fine di ridurre il rischio di operazioni illecite e consentire maggiore trasparenza e una più rapida tracciabilità, le autorità monetarie internazionali auspicano, come noto, un maggior utilizzo dei pagamenti digitali. È di queste settimane nel nostro paese l’incentivazione ai pagamenti digitali tramite il cashback. I canali alternativi (intermediari finanziari non bancari o canali informali) vengono utilizzati in misura crescente anche nel trasferimento delle rimesse, ma in molti paesi l’accesso a questa modalità rimane difficile, specie per alcuni segmenti della popolazione (per le donne, ad esempio), come evidenzia un grado di inclusione finanziaria ancora molto modesto.   

I dati della WB forniscono inoltre il costo dell’invio delle rimesse, un indicatore significativo che può spiegare, non tanto la diminuzione dei flussi – poiché i costi vanno diminuendo – quanto, almeno in parte, la scelta di utilizzo dei vari canali di trasferimento. Il costo medio per l’invio di 200 dollari verso un low-middle income country è stato del 6,8% nel terzo trimestre 2020, in graduale diminuzione negli ultimi anni, ma ancora ben oltre il doppio dell’obiettivo limite del 3%, fissato nel Sustainable Development Goal (SDG) dalla stessa WB, per il 2030. Le banche rappresentano il canale più costoso per l’invio delle rimesse con una media del 10,9% nel terzo trimestre 2020 – che si spiega in parte con i maggiori oneri di controllo e di gestione dettati dalla normativa vigente, a fronte però di una maggiore sicurezza – mentre le poste hanno segnato un costo medio dell’8,6% (da 8,1% nel 2019), gli operatori money transfer il 5,8% (in leggero calo da 6,1% nell’anno precedente) e gli operatori mobile solo il 2,8% (in riduzione da 3,4% nel 2019). 

È significativo infine – ed è questo l’aspetto che volevo evidenziare in questa breve riflessione – che fra i principali fattori che sottostanno alla riduzione delle rimesse vi è anche – sempre secondo le rilevazioni e previsioni della WB – l’intensificarsi dei flussi di ritorno verso i paesi di origine, sostenuto dal peggioramento delle prospettive future nei paesi ad economia matura, ma anche dal generale miglioramento, seppur modesto, delle condizioni economiche e sociali in molti paesi d’origine. Forse anche questo è un segnale dei grandi cambiamenti che ci aspettano nell’era post-Covid. 

I miracoli sono molti anche dopo che Gesù è risorto?

https://gpcentofanti.altervista.org/gesu-compiva-piu-miracoli-allora-che-oggi/

Anno giubilare per l’VIII centenario della morte di San Domenico di Guzman

L’anno giubilare è iniziato il 6 gennnaio 2021 e durerà per tutto l’anno.

Visualizza immagine di origine

Molte grazie si testimoniano ricevute pregando questa immagine che un racconto vuole di origine celeste, cioè come donata, il 15 settembre 1530, ad un frate dalla Madonna, da santa Maria Maddalena e da santa Caterina martire.L’immagine si trova a Soriano, in provincia di Vibo Valentia, in Calabria.

(3) Miracolosa Immagine di San Domenico in Soriano – Soriano Calabro (VV) – YouTube

O spem miram, preghiera a san Domenico:

O meravigliosa speranza,
che tu hai donato a coloro che piangono nell’ora della morte e ai tuoi fratelli per il futuro dopo la morte.

• Adempi, o Padre,
quanto promettesti,
aiutandoci con le preghiere.
(TP. Alleluja)

Tu che risplendesti per tanti miracoli compiuti
a favore degli infermi, rafforza la nostra debolezza, offrendoci l’aiuto di Cristo.

• Adempi, o Padre,
quanto promettesti,
aiutandoci con le preghiere.
(TP. Alleluja)

Gloria al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo.

• Adempi, o Padre,
quanto promettesti,
aiutandoci con le preghiere.
(TP. Alleluja)

 Prega per noi, Santo Padre Domenico.
 E saremo degni delle promesse di Cristo.

Preghiamo
O Dio che hai fatto risplendere la tua chiesa con le opere e la predicazione di san Domenico nostro Padre,  dona ai suoi figli di crescere nell’umile servizio della verità. Per Cristo nostro Signore.

 Amen


O Spem miram
quam dedisti
mortis hora te flentibus,
dum post mortem
promisisti
te pro futurum fratribus:

• Imple Pater quod dixisti,
nos tuis juvans precibus.
(TP. Alleluja)

Qui tot signis claruisti
in aegrorum corporibus,
nobis opem ferens Christi,
aegris medére moribus.

• Imple Pater quod dixisti,
nos tuis juvans precibus.
(TP. Alleluja)

 Gloria Patri, et Filio,
et Spiritui Sancto.

• Imple Pater quod dixisti,
nos tuis juvans precibus.
(TP. Alleluja)

 Ora pro nobis, Beate pater Dominice
 Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

Oremus
Deus, quei Ecclesiam tuam beati Dominici confessoris tui Patris nostri, illuminare dignatus es meritis et doctrinis: concede, ut eius intercessione temporalibus non destituatur auxiliis et spiritualibus semper proficiat incrementis. Per Christum Dominum nostrum.

 Amen                                                                                

ecco il link: (3) O spem miram – YouTube

Popolo della Famiglia e pensiero unico. Intervista a Mario Adinolfi

D: Mario Adinolfi, presidente nazionale del Popolo della Famiglia, viviamo in un’epoca in cui si direbbe che un pensiero unico cerca di teleguidare le persone attraverso il potere della formazione e dell’informazione. Sembra tutt’al più di vedere il “bianco” del sistema e il “nero” di frange altrettanto ideologizzate. Per le sfumature di ricerca autentica del vero pare talora lo spazio sia esiguo.

R: Il pensiero unico può diventare un alibi. Vi è sempre stato un conformismo verso il potere dominante.

D: Vi sono state epoche, come negli anni ’70, in cui vi era una maggiore varietà e originalità di espressioni? Ciò era dovuto anche all’esistenza di due blocchi dominanti contrapposti, USA e URSS?

R: A quell’epoca per una serie di motivi storico-culturali vi era più pensiero, questo sì. Ma i due blocchi costringevano anch’essi in gabbie.

D: Perché parlavi di alibi?

R: Perché ci si può arrendere al conformismo invece di avere il coraggio di sviluppare vie alternative.

D: Vi sono ostacoli profondi allo sviluppo di vie alternative? La scuola del pensiero falsamente neutro, di una inesistente razionalità astratta, non ha sradicato da tanti la fede così diffusa e sentita? Al punto che sempre meno giovani credono?

R: Appunto certamente si sarebbe potuto porre attenzione a ciò e con più coraggio. Forse anche sviluppando nei seminari una preparazione di maggiore spessore.

D: Oggi gli spazi di libertà sembrano angusti. Il crollo delle ideologie, ossia di filosofie della ragione astratta, ha condotto al nichilismo ed ora ad un filantropismo del mero fare, tecnicista, omologante. Ossia una parabola della ragione astratta, che al fondo resta. Persone che cercavano più giustizia e uguaglianza sono dunque passate senza avvedersene ad approvare tale visione che parla di solidarietà ma nega alle persone di maturare sin dalla scuola alla luce di ciò in cui crede e dunque anche di un solo allora autentico scambio.

R: La fede può sviluppare luci profonde. Il Popolo della Famiglia, il quotidiano La Croce, cercano di animare percorsi vivi, partecipati. Qualcuno le considera minoranze ma duecentomila e oltre voti, qualche migliaio di lettori, sono una minoranza?

D: E poi le persone motivate stimolano tanti. Ma senza l’appoggio della Chiesa è più difficile. Vi è questo appoggio o per ora i numeri sono esigui per poter venire presi in considerazione?

R: Non credo sia questione di numeri. Sono un cristiano obbediente. Al tempo stesso il Popolo della Famiglia segue alcune piste…

Guido Oldani, Epifania

I MAGI

è un megafono quest’epifania,

costruita dai tre senza binari

venuti dall’oriente e andati via.

hanno visto quel bimbo che è ben altro,

loro che, non avari, fanno doni

e non credono a chi tesse gl’inganni

poi seguendo la via dei continenti

lui esclamano, come già giovanni.

6 gennaio

la sabbia è la casa del silenzio

e le zampe che sembrano coperchi

di pignatte, scalfiscono le dune,

perché i re magi sono giunti insieme.

di notte il freddo gela mani e piedi,

e le grosse borracce i tre cammelli

paiono una catena d’appennino

ed hanno musi poco perspicaci

ma giungono alla fine dal bambino.

Gianluca Giorgio: Clemente Rebora

https://www.acistampa.com/story/litinerario-religioso-e-poetico-di-clemente-rebora-15891

La Croce, quotidiano: Manifesto del cuore divino e umano di Gesù

http://www.lacrocequotidiano.it/articolo/2020/11/24/chiesa/manifesto-del-cuore-divino-e-umano-di-gesu

F. Giansoldati, Il Vaticano e il vaccino

di Franca Giansoldati, Il Messaggero, 4 gennaio 2021

Città del Vaticano – Conto alla rovescia. Tra qualche giorno inizieranno le vaccinazioni all’ombra del Cupolone. «Anche io mi vaccinerò, è l’unico modo che abbiamo per uscire da questa tragedia globale» dice il professore Andrea Arcangeli, direttore del Fondo Assistenza Sanitaria, l’organismo vaticano dal quale dipendono i servizi medici e ambulatoriali. E’ lui che ha predisposto e coordinato il piano per immunizzare cardinali, suore, vescovi e sacerdoti. Anche il Papa dovrebbe sottoporsi al vaccino. «Immagino che lo farà, penso sia scontato, ma non essendo il medico del Santo Padre non posso dire nulla a proposito, non dipende da me». In queste ultime ore è stato acquistato anche un grande frigorifero capace di mantenere a bassissime temperature i vaccini. 

Mancano solo i vaccini che però dovrebbero arrivare la settimana prossima…

«Li stiamo aspettando. E’ questione di qualche giorno, in ogni caso da noi è tutto predisposto per far partire immediatamente la campagna». 

Che criteri seguirete?

«Abbiamo adottato le linee guida stabilite a livello internazionale, quelle che – per intenderci – sta seguendo anche l’Italia. Si prevedono prima le categorie in prima linea come i medici e il personale sanitario, seguite dal personale di pubblica utilità, poi ci saranno i cittadini vaticani che soffrono di patologie particolari o invalidanti, poi gli anziani e fragili e via via tutti gli altri». 

Vaccinerete anche i familiari di coloro che lavorano in curia?

«E’ stato deciso che saranno inclusi anche loro. I figli dei dipendenti a carico del FAS fino alla fine delle scuole e poi anche i coniugi». 

Quante dosi avete ordinato considerando che in Vaticano ci sono circa 500 residenti e 4000 dipendenti, la metà dei quali con famiglia: la cifra potrebbe essere attorno alle 10 mila dosi?

«Siamo attorno a questo numero. Sono sufficienti a coprire il nostro fabbisogno interno. Vediamo se ce li manderanno tutti».

Perchè avete scelto Pfeizer?

«Praticamente era una scelta obbligata visto che per ora si tratta dell’unico vaccino approvato e disponibile. Successivamente se ci saranno necessità potremo ricorrere anche ad altri vaccini, ma per ora aspettiamo Pfeizer. Non ci sono motivi particolari. E’ solo una questione di tempistica che ci ha portato a questo vaccino». 

Lei si vaccinerà?

«Assolutamente si. Senza alcun indugio». 

Papa Francesco si vaccinerà?

«Immagino che lo farà, ma io non ho una diretta responsabilità sanitaria sul pontefice».

Sarebbe però bizzarro che il Papa che predica sui vaccini non si vaccinasse.. 

«Non ho alcuna autorità per parlare di questo, mi creda. Immagino che lo farà ma non ho alcuna informazione diretta e non posso dunque dire nulla». 

In queste ore cresce la marea dei no-vax, basta andare a vedere sui social quello che scrivono. Lei che ha alle spalle un lungo percorso di ricerca al Gemelli cosa può dire alle persone che nutrono timori sui vaccini anti Covid?

«Che sono l’unica possibilità che abbiamo. L’unica arma a disposizione per tener sotto controllo questa pandemia. Possiamo dire che i vaccini sono stati sperimentati ampiamente, che la sperimentazione è durata meno tempo del previsto, rispetto agli altri farmaci, ma che grazie agli investimenti che sono stati fatti da tutti gli Stati le sperimentazioni si sono potute effettuare in modo più veloce. Un tempo richiedevano diversi anni, stavolta è stato fatto in un anno. Personalmente ho molta fiducia nella scienza e sono più che convinto che i vaccini a disposizione sono sicuri e non comportano rischi. La fine della tragedia che stiamo vivendo dipende dalla diffusione dei vaccini». 

Perché i negazionisti secondo lei sono così refrattari?

«Purtroppo le loro posizioni sono il frutto della disinformazione. I social amplificano le parole di persone che non hanno alcuna competenza per poter fare affermazioni scientifiche e questo finisce per seminare paure irrazionali».

Card. Czerny, In cammino verso la sinodalità concreta

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2020-12/czerny-sinodalita-chiesa-identita-ecclesiale.html

https://gpcentofanti.altervista.org/maria-e-la-storia-della-salvezza/

S. Magister: Un punto decisivo

https://gpcentofanti.altervista.org/domande-a-magister/

E. Galli della Loggia – B. Forte: dialogo sulla sinodalità

Il Sismografo: ItaliaBruno Forte: “Il bisogno e la ricerca di Dio restano sempre vivi e presenti”. / Ernesto Galli della Loggia: “Ma il futuro della Chiesa è solo tra le plebi?”

Franca Giansoldati, La donna nella Chiesa

Dal minuto -18,12

La cultura e la geopolitica

https://gpcentofanti.altervista.org/il-potere-oggi/

Le virtù e san Francesco

Saluto alle virtu’

[256] Ave, regina sapienza,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa, pura semplicità.

Signora santa povertà,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa umiltà.

Signora santa carità,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa obbedienza.

Santissime virtù,
voi tutte salvi il Signore
dal quale venite e procedete.



[257] Non c’è proprio nessuno in tutto il mondo,
che possa avere una sola di voi,
se prima non muore [a se stesso].

Chi ne possiede una e le altre non offende,
le possiede tutte,
e chi una sola ne offende
non ne possiede alcuna e le offende tutte.
E ciascuna confonde i vizi e i peccati.


[258] La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue malizie.

La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.

La santa povertà
confonde la cupidigia e l’avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.

La santa umiltà
confonde la superbia
e tutti gli uomini che sono nel mondo,
e similmente tutte le cose che sono nel mondo.

La santa carità
confonde tutte le tentazioni diaboliche e carnali
e tutti i timori della carne.
La santa obbedienza
confonde ogni volontà propria
corporale e carnale,
e tiene il corpo di ciascuno
mortificato per l’obbedienza allo spirito
e per l’obbedienza al proprio fratello;
e allora egli è suddito e sottomesso
a tutti gli uomini che sono nel mondo,
e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
così che possano fare di lui quello che vogliono,
per quanto sara` loro concesso dall’alto dal Signore.

P. Gabriele Morra: San Giovanni della Croce

Un racconto: Il conclave e lo Spirito Santo

https://gpcentofanti.altervista.org/un-racconto-breve-habemus-papam/

Una grazia nuova

https://gpcentofanti.altervista.org/il-crollo-del-tecnicismo-e-il-germogliare-della-grazia-divina-e-umana/

Favola breve di fine anno. Buon anno e grazie a tutti!

L’uomo che fece ridere Dio

Qualcuno ha detto che Gesù non ha mai riso. I vangeli non parlano di questo, anche se spesso in essi lo vediamo tra l’altro rivelare certi paradossi della vita. Per esempio certo era un uomo nel profondo felice ma l’unica volta che viene esplicitamente riportato che esultò nello Spirito è quando disse: “Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate agli infanti (= coloro che non sanno parlare, testo originale)”. O quando a quelli che non volevano guarisse in giorno di sabato domanda perché invece se il loro bue cade nel pozzo di sabato può venire tirato fuori. Ancora, si può ricordare l’episodio in cui a quelli scandalizzati perché aveva rimesso i peccati chiede se sia più facile operare ciò o far camminare un paralitico e il paralitico torna sano.

Io comunque preferisco cercare di lasciare il giusto spazio al mistero. Ma riporto una storia dove si narra che Gesù rise.

Il fatto è che al vedere tutti i miracoli che compiva, cambiare l’acqua in vino, moltiplicare i pani e i pesci, camminare sul mare, far comparire le monete in bocca ai pesci, un bambino aveva cominciato a seguirlo dappertutto avendolo scambiato per un prestigiatore e deciso a non perdersi uno spettacolo.

Così una volta Gesù, indicandolo alla folla disse: “In verità, in verità, vi dico: quel bambino mi crede un prestigiatore”.

“No, no” si difese il bambino “Io ti credo un… un… un…” non gli veniva la parola.

“Un prestigiatore?” fece Gesù.

“Macché, non sei un prestigiatore?” chiese il fanciullo, vinto dalla curiosità.

“Di più, di più”.

” Un inventore!”

“Di più”

“Un illusionista!”

“Di più”

“Un mago!!!” esclamò emozionatissimo il bambino, che non aveva osato sperare tanto

“Di più” ripeté però ancora una volta Gesù.

“Ma allora… Allora sei Dio!!!”

E Gesù sorridendo rispose: “Tu l’hai detto”.

https://gpcentofanti.altervista.org/un-racconto-breve-habemus-papam/

Intervista ad Angela Ambrogetti

D: Angela Ambrogetti, direttore editoriale di ACI Stampa, parliamo di fede, di Chiesa, di Vaticano. Come cominciamo?

R: Dalla fede e dai sacramenti, tutto il resto è relativo, ci sono le diversità di vita…

D: Lei ha scelto la professione di giornalista vaticanista? Perché?
R: Mi piace per tanti motivi, mi stimola a conoscere la fede, il magistero dei pontefici, senza filtri in un tempo in cui si riscontrano manipolazioni giornalistiche. E per la storia, l’arte, la cultura, la diplomazia… Evidente e umano poi che quando si devono gestire anche delle strutture possano emergere limiti, difficoltà…

D: Accennava a manipolazioni giornalistiche. Per un giornalista vi sono margini per esprimersi e far esprimere liberamente?

R: Un giornale nasce intorno ad un progetto concordato tra editore, direttore editoriale, giornalisti. Si tratta di compiti seri e delicati. Ma ogni giornalista ha una sua etica e la sua onestà intellettuale per cui si può essere sempre corretti nella informazione, oppure lasciare che le notizie vengano manipolate per un fine. Ma ripeto è sempre compito del giornalista essere intellettualmente onesto e professionale e nella etica della professione c’è la possibilità di rifiutare certe imposizioni. E questo vale per ogni tipo di giornale, su carta, on line in tv etc.

Altra cosa sono i blog che sono espressioni libere e senza controllo, senza limiti e possono essere luoghi di libera espressione, di incontro, ma anche luoghi pericolosi proprio per la mancanza di verifica e controllo. 


D: Quale può risultare un’esigenza nella vita religiosa che oggi è più forte?

R: La mancanza di attenzione ai Sacramenti anche da parte dei sacerdoti . Faccio un esempio: se un anziano non può uscire di casa ( e in questo anno è stata un problema per tanti) non sempre trova dei sacerdoti che vadano a casa per portare i Sacramenti. Parlo per esperienza diretta. Il rischio oggi è che i preti facciano tante cose che invece farebbero meglio i laici e facciano poco i preti. 

D: In questo difficile tempo un compito importante lo hanno le famiglie…

R: Le famiglie sane oggi sono purtroppo una minoranza. La maggioranza ha gravi problemi e vive situazioni disastrose. Anche nelle famiglie di cultura cristiana spesso non si ha una vita davvero familiare. Eppure bisogna ricordare che la prima formazione è in famiglia, per poter poi dare una vera testimonianza  e aiutarsi reciprocamente vivendo ciascuno la propria diversa vocazione, i laici e i sacerdoti e i religiosi. Del resto la famiglia dovrebbe essere anche la culla delle vocazioni. 

Guido Oldani, 2021

2021

e l’anno è stato un chiodo; da ragazzi

lo si metteva sotto un treno in moto,

come lama da barba era all’uscita.

ora lascia alle spalle quel che è andato

e cala un ponte levatoio nuovo

sperando non si cada ai coccodrilli,

ma ai miracoli io ci credo sempre:

la fogna cambi in fonti di zampilli.

La rivoluzione al tempo del covid

Ave Maria

Apri come non mai tutte le porte

del cuore

ecco chi sei, chiara stella dell’alba.

Vieni come non mai dove alcuno

ti cerca

tersa aria nuova e non veduta.

Ah, come umilmente sei amorevole

e vera

che cerchi sempre i cuori e mai

le cose.

Povertà e sete e non sapere

e chiedere a tutti e mendicare,

ecco perché il potente non ti vuole.

Ah, se sapesse invece quanto è dolce.

Seconda Ave Maria
Sempre la sera quando scende la tua pace
domando che sia del mondo che non spera.
Potenti affannati a dominare gente
che cerca solo una vita più serena.
Oh Signore, tu sai perché permetti
queste cose, questi dolori, queste ferite
astruse. Quando le cose semplici e buone?
Quando la fede coltivata a scuola,
pure lo scambio col pensare altro?
Lasciateci campare, siamo stanchi.
Viene la sera, ogni voce si fa eco distesa,
si quieta il campo di girasoli, il faggio riposa.
Fuma il comignolo del casolare nella tenue rossastra
luce diffusa. E l’allodola dal nido ai margini del bosco
canta che questa vostra vita non è vera.

Preghiera del vespro.

La sera tu vieni sileziosa
come una pace segreta
tra il vento e la rosa.
Un raggio di luce rossa
ferisce per un solo istante
la siepe odorosa di gelsomini.
Qui nella campagna
tu parli confidenzialmente
come il marito e la sposa.
Come la mamma e il bimbo
che rotola sull’erba
senza farsi male.
E la mamma ride contenta
di questo gioco che
non le dà pensiero
ma solo infonde fiducia
in tale tempo di prova.

Compieta

Ci sia pace nel tuo cuore
lascia scendere la pace.
Senti? Bussa alle finestre
dalle brume della sera
e ti dona di ascoltare.
Tu aprile. Non temere
– ti dice – i fantasmi dell’inverno,
né la notte che viene.
Riposa. Io sono invece
nel crepitare del caminetto,
nel cagnolino beato
della tua presenza,
nelle semplici cose
contro le quali nulla
davvero può il male.

Breviario pasquale

In questo tempo di sera
sento un canto
come una sorpresa
che si rivela un appuntamento.
Non devo fare nulla, viene
ed io soltanto sento.
Sento il dolore per il vento
che scuote questo mondo
e più nel fondo una pace,
una speranza, in cui mi perdo
senza più alcun ragionamento.

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L’equivoco che torna nei secoli

Il punto drammatico è che il tecnicismo, il funzionamento e via dicendo sono soluzioni spesso proposte anche da chi vorrebbe sinceramente innovare. Ma così l’uomo diventa sempre più un pupazzo manovrato dai potenti, la società si svuota e finisce per crollare. La perenne illusione della storia è dimostrata dall’implodere dall’interno, per spegnimento, di ciò che l’animava davvero e che finiva per essere scambiato come mera capacità funzionale. Per leggere il futuro veramente è fondamentale ben leggere anche il passato. 

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Intervista a Stefano Zamagni

D: Professore Zamagni (Stefano Zamagni, Rimini, 4 gennaio 1943, è un economista e accademico italiano, ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, apprezzato in tutto il mondo per i suoi studi in materia di economia sociale. Dal 27 marzo 2019 è presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali. NdR)  cosa suggerirebbe a dei giovani studiosi?

R: Abbandonare l’individualismo possessivo che ormai domina sulla scena internazionale e dal quale un giovane rischia di venire abbindolato.

Coltivare dunque relazioni dismettendo l’io per il noi. Cosa che oggi può talora risultare raro riscontrare.

Pensare lo studio come una ricerca della verità e non solo in funzione di futuri guadagni.

Importante affrancarsi dalla dipendenza dalle tecnologie digitali. Cosa grave. La politica, anche internazionale, subisce il potere dei padroni dell’high tech che orientano a proprio favore le stesse leggi. I giovani possono venire liberati dalle influenze di questa difficile società attraverso la maturazione nelle virtù cardinali, se non credenti: giustizia, fortezza, prudenza, temperanza. E anche in quelle teologali, se cristiani: fede, speranza, carità. Bisogna trovare e sviluppare le vie per una libera maturazione che favorisca una libera e viva partecipazione. Dalla tecnica all’uomo specifico, non omologato e all’incontro allora autentico.

Intervista al cardinale Versaldi sull’anno di San Giuseppe

D: Padre Versaldi (cardinale, arcivescovo e prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica. NdR) siamo nell’anno dedicato, fino al prossimo 8 dicembre, a San Giuseppe. Lei porta questo nome, può dirci qualcosa su tale santo? E su questo anno a lui dedicato? Come vede il fatto che l’anno esordisca e termini nel giorno dell’Immacolata?

R: La decisione di Papa Francesco di indire un anno sotto la protezione di San Giuseppe, in occasione della ricorrenza del 150° anniversario della dichiarazione di Patrono della Chiesa universale,  deve rendere felice non solo chi, come me, porta il suo venerato nome, ma tutti i fedeli della Chiesa. Infatti, tutti in quanto appartenenti alla Chiesa sono sotto la sua protezione. Purtroppo, non tutti ne apprezzano il significato legato alla missione che San Giuseppe ebbe nella nostra redenzione. Giuseppe, all’inizio della vita di Gesù, ebbe un ruolo essenziale che egli accettò come uomo di fede e di umiltà coraggiosa. A lui fu chiesto di assumere il ruolo di sposo di Maria e di padre di Gesù di fronte alla comunità in cui viveva in osservanza delle leggi in vigore. Possiamo dire che a Giuseppe fu chiesto di entrare nel mistero dell’Incarnazione come colui che garantiva l’umanità del Verbo incarnato che nascondeva la sua divinità nella apparente normalità della sua venuta nel mondo. Giuseppe salvò Maria e Gesù non solo dalle insidie di Erode, ma ancor prima dalla illegalità a cui la nascita verginale esponeva l’inizio della incarnazione. Fino alla manifestazione pubblica di Gesù, ben oltre la vita di Giuseppe, Gesù fu considerato il “figlio del falegname” e lo sposo di Maria, benché tutto ciò non fosse secondo la carne ed il sangue. L’importanza di questa missione di Giuseppe si accompagna con la fede ed umiltà con cui egli, ispirato dall’alto, accettò e portò a compimento quanto Dio gli chiedeva. L’aver assicurato a Gesù e Maria una vita ordinaria e una legalità sociale è stata la condizione per cui si è potuta realizzare la nostra redenzione. E, come alcuni Santi hanno messo in rilievo, tale ruolo ha reso Giuseppe così caro ed autorevole sia per Gesù come per Maria, da farne ancora un potente loro aiuto nel compimento dell’opera redentiva che si sta realizzando nella storia umana. Per questo è Protettore della Chiesa universale: perché ancora collabora, con il suo stile silenzioso, ma operoso, a rendere efficace il progetto di Dio che è la salvezza di tutti gli uomini. Dunque, non possiamo dimenticare San Giuseppe come servo buono e fedele anche nella Chiesa di oggi, perché concretamente la redenzione è iniziata nella famiglia di Nazaret e non è lecito separare ciò che Dio ha unito! Giuseppe, Maria e Gesù sono ancora, ciascuno secondo la sua diversa missione, protagonisti della vita della Chiesa. Giuseppe continua ad assicurare le condizioni concrete e socialmente più adatte perché la Chiesa possa continuare la sua missione. E quanto ne abbiamo bisogno in questi tempi difficili per la Chiesa ed  il mondo intero! Ricorriamo, dunque, con fiducia alla intercessione di San Giuseppe per imitarne la fede e l’umiltà che gli permisero di assicurare l’incolumità della sacra famiglia in mezzo ai pericoli e le difficoltà incontrate subito al suo inizio. Con le parole di Papa Francesco, che ci fa riscoprire il “cuore paterno di San Giuseppe, lo invochiamo: “O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi e guidaci nel cammino della vita. Ottienici grazia, misericordia e coraggio, e difendici da ogni male”. Così sia.

Guido Oldani, Due poesie

Nevicare

non si vedeva niente su per aria

se non una tinteggiatura grigia

magari mescolata con bambagia.

la neve in nessun modo compariva,

pare ora un formaggio grattugiato

che giù cancella via ogni colore,

specialmente lo sporco che è di casa,

anche se si fa finta non esista

ma il bianco un giorno all’anno dà pudore.

La natività

c’è un raggio che non so da dove venga,

nel cielo non si vede alcuno specchio

che lo rifletta sulla nostra spocchia.

e il suono quand’è muto nel tacere

lo accompagna mentre viene al mondo;

quest’anno la capanna è il mio cappotto

e lui ritornerà a ossigenarci

anche se ormai il pianeta è mezzo rotto.

Angela Ambrogetti, Una pubblicazione storica

https://www.acistampa.com/story/una-pubblicazione-storica-la-prima-edizione-completa-del-codice-penale-vaticano-15762

Mauro Antimi, Un piccolo spunto

Questo è un periodo grigio della nostra vita e, nonostante la forzata esteriorità del Natale, incombe spesso dentro di noi uno stato d’animo di tristezza e di malinconia. Probabilmente è l’età che avanza-dirà qualcuno – o la percezione che è fragile la resistenza psicofisica di chi non è più giovane. Sarà che emerge, inutile, quello stucchevole cerimoniale degli auguri pieni di stereotipati auspici di virtù  poco proponibili al momento come la serenità, la letizia, la gioia. Siamo stanchi, eppure c’è sempre un interiore “ristoro” energetico: quello di non chiudersi in sé stessi, nella “turris eburnea” dei pochi o nella disperata amarezza dei tanti che soffrono. Tutti si spera soffrendo e si sogna di ricostruire futuro. Nessuna novità in questo pensiero, credo sia millenario. C’è stato un fatto che mi ha indotto a riflettere. Un mio caro, vecchio amico in un semplice sms ha augurato a me, assieme a sé stesso, di superare le traversie con una “rinnovata passione di vita”. Il mio saggio, benevolo amico in quattro parole ha tracciato il senso dell’ambivalente termine “passione”: quello che si sta “patendo” apparterrà al passato, ciò che si rinnoverà dentro di noi sarà il “colore” stesso della Vita. Andiamo allora in questa direzione. Anche questo è Natale. E’ sentire l’amore che rigenera, quello di Dio per noi: l’augurio per tutti.

Intervista a mons. Vincenzo Paglia

D: Mons. Paglia (Presidente della Pontificia accademia per la vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Pao II) la vita di ognuno ha percorsi particolari ma che cosa orientativamente suggerirebbe prima di tutto ad un sacerdote e cosa ad un laico?

R: Ad ogni cristiano, prete o laico non importa, suggerirei di tornare a meditare la Parola ed il Vangelo. Da lì nasce la vita del discepolo. Siamo generati dalla Parola. Non a caso il vangelo di Giovanni esordisce con la Parola che si fa carne, che viene ad abitare ciascuno di noi. Custodire pertanto la Parola come ha fatto Maria e lasciarla crescere in noi definisce la vocazione cristiana. E la prima Parola di Dio in Gesù è Amore: il Dio invisibile si è reso visibile nel volto di un Bambino che ci ama e chiede di essere amato. 

Ad un sacerdote di essere un uomo per tutti e per tutte senza conservare nulla per sé. E questo avviene all’altare. Il prete nasce dall’altare e deve tornare all’altare. Francesco d’Assisi diceva che il Natale si ripete in ogni messa. Infatti a Greccio non fece un presepe dio statuine viventi. No, fece celebrare una Messa sulla mangiatoia come altare. Lui diacono cantò il Vangelo. Per un sacerdote l’altare è l’inizio e la fine della sua missione.

Il compito di un laico è di vivere la sua testimonianza sugli altari della vita quotidiana, quelli della famiglia e del lavoro, quelli dell’economia e della politica, quelli della fraternità con tutti. Insomma vivere per rendere giusto e solidale il mondo.

Prete e laico hanno un’unica missione in due dimensioni inseparabili sull’altare della Chiesa e della Creazione.

Cercare il bandolo della matassa

https://gpcentofanti.altervista.org/la-via-che-scioglie-i-nodi/

M. Guzzi, La storia al bivio

http://www.darsipace.it/2020/12/28/un-pianeta-al-bivio-tra-distruzione-e-ricominciamento/#comment-23654

Mons. Dal Covolo, Riflessioni tra il Natale e la Sacra Famiglia

https://photos.app.goo.gl/1QSnZgNjAyJ59jzv9

Mario Adinolfi su scuola e università

https://mobile.twitter.com/marioadinolfi/status/1332282899660476416

Dal 19 marzo 2021 anno speciale della famiglia

http://diocesiforli.it/news+e+appuntamenti/-hcDocumento/id/3898/news-e-appuntamenti.html

Angela Ambrogetti, Pio IX chiude il Concilio Vaticano I

https://www.acistampa.com/story/la-sacrilega-e-repentina-invasione-di-roma-obbliga-pio-ix-a-fermare-il-concilio-vaticano-15280

Intervista a Marco Guzzi

Cieli e terre

https://gpcentofanti.altervista.org/il-magnificat-le-nozze-di-cana-e-questo-nostro-tempo/

Il Messaggero: Il Natale al santuario della Madonna del Divino Amore

Franca Giansoldati. Città del Vaticano – «Forza romani guardiamo avanti: ce la faremo a superare questo brutto momento, con l’aiuto di Dio e la nostra collaborazione. La speranza ci accompagna sempre”. Dal Divino Amore, il santuario per eccellenza della capitale, alla vigilia di Natale arriva un messaggio di speranza, di fiducia, di tenacia, un messaggio che incoraggia a ritrovare nella spiritualità e nella preghiera la forza per uscire migliori anche dai frangenti più difficili. Al cappellano del santuario, don Giampaolo Centofanti, viene spontaneo paragonare i dolori della guerra, quando c’erano i bombardamenti sul quartiere di San Lorenzo ai momenti complicati che oggi, a causa del Covid, stanno mettendo a dura prova migliaia di famiglie, nonché il tessuto produttivo di interi quartieri. Allora come oggi la gente continua a riversare speranze sul santuario, punto di riferimento della pietà popolare. «Maria è una madre ed è amata e il suo manto si stende si chi soffre. Proprio in questi giorni abbiamo letto il Magnificat che ci parla di come Dio conduce la storia con la collaborazione delle persone. Di tutte le persone. Di quelle semplici, spesso nascoste e non conteggiate, come di quelle importanti o potenti. Persone che aprono il loro cuore con abnegazione, devozione, impegno. Pensiamo a quello che sta accadendo. Accanto alle difficoltà c’è anche un visibile flusso di bene che è scaturito. Se lo osserviamo lo possiamo individuare».
«La storia della salvezza – spiega il don Centofanti – è una lettura che filtra lo sguardo di Dio. Il Magnificat è un veicolo di fiducia. La speranza nella mano di Dio per chi crede è una certezza, nonostante i momenti bui, le sofferenze, i dolori».
Il cappellano insiste nel definire la figura di Maria e cita il passaggio evangelico che descrive le nozze di Cana. «Non è un caso se è Maria che avverte che non c’era più vino. Maria in qualche modo previene con la sua vicinanza». E Natale, spiega ancora, è il momento in cui si concretizza il messaggio della vicinanza di Dio all’uomo. «Questo ci aiuta a superare tutto. Ci dà fiducia sul fatto che ne usciremo fuori. Che con Lui ce la faremo. E non è solo un messaggio per i credenti perchè sono proprio gli angeli a cantare per le persone di buona volontà. Quel Bambino ci insegna che il messaggio di Dio, ci indica la strada, ci apre vie nuove. E le apre anche a chi non crede. E’ questa la grazia del Natale».
Roma secondo lei è una città che sta perdendo la fede? «Dal nostro osservatorio, il santuario del Divino amore, vedo che c’è un flusso enorme di brava gente, di credenti, persone che fanno parte di quella maggioranza silenziosa che opera ma non è appariscente. Roma è una città complessa, una metropoli con mille problemi, ma anche chi apparentemente si è allontanato da Dio, nel suo cuore mantiene sempre una radice. Personalmente lo posso toccare quando vado a fare la benedizione nelle case. Non c’è quasi nessuno che la rifiuta. E questo secondo me la dice lunga, ci insegna tanto».

Buon Natale!

https://gpcentofanti.altervista.org/maria-e-la-storia-della-salvezza/

F. Giansoldati, Il card. Filoni sul viaggio del papa in Iraq

Fonte Il Messaggero

Il cardinale Filoni parla del Natale e anticipa il viaggio del Papa in Iraq per la pace tra sciiti e sunniti

Il cardinale Filoni parla del Natale e anticipa il viaggio del Papa in Iraq per la pace tra sciiti e sunniti

Mercoledì 23 Dicembre 202009:47

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Imparare ad alzare lo sguardo verso il cielo, allenarsi a fare sentire meno solo chi è lontano e aiutare chi è vicino. Un piccolo gesto può scaldare il cuore e racconta meglio il Natale al tempo del Covid, uno dei più duri dai tempi della Guerra. «Quest’anno persino la cittadina di Betlemme sarà terribilmente vuota e senza nessuno». Il cardinale Fernando Filoni da questa crisi intravede cose positive. «E’ possibile coltivare speranza con una visione soprannaturale delle cose. Il Natale deve essere dentro di noi». Dal quartier generale dell’Ordine del Santo Sepolcro, formidabile osservatorio internazionale, dal quale dipendono scuole, università, seminari, istituti in Terra Santa, intravede già due fatti positivi da tenere sotto osservazione che potrebbero cambiare il mondo: il Patto di Abramo – siglato da Israele con alcuni paesi arabi – e l’annunciato viaggio in Iraq di Papa Francesco che potrebbe fare da ponte a relazioni meno burrascose tra sciiti e sunniti. Praticamente un miracolo.

Il Natale gramo di Betlemme, contagiato anche il Patriarca Pizzaballa: «In quarantena»
Papa Francesco a marzo 2021 andrà in Iraq (Covid permettendo)
Vaticano, niente benedizione Urbi et Orbi dalla Loggia per evitare assembramenti a San Pietro
Papa Francesco, allarme Covid: due cardinali (spesso a contatto con lui) sono positivi

E’ difficile fare i conti con un Natale così duro… 

«Le persone di una certa età ne hanno vissuti di Natali difficili ai tempi della guerra, e anche dopo, benché vi fosse il grande desiderio di ricostruire la vita. Se andiamo a vedere quei 25 dicembre non c’erano le palline dorate da mettere sugli abeti, si mettevano le mele, i mandarini, le arance. Non c’era altro. Il presepe era fatto da statuine di terracotta, i dolci erano quelli che si facevano in casa e si scambiavano con i vicini. I regali potevano essere il maglione di lana fatto coi ferri. Per chi ha vissuto quei Natali il paragone affiora. Stavolta potrebbe essere l’occasione per rivedere quello che è essenziale. La gioia è fatta di piccole cose. Penso a un invito fatto al vicino, il tempo donato ad un anziano o a chi è solo. Penso anche che questo Natale ci spinga a non essere miopi, a guardare più lontano, alzare lo sguardo al cielo. Osservare meglio quello che ci circonda, anche fuori ai nostri soliti confini esistenziali».

Natale per tante persone non sarà facile. C’è chi ha perso il lavoro, la salute, chi è solo e non sa su chi poter contare. Stavolta in giro c’è disperazione… 

«Mi viene in mente il Vangelo di Luca, quando dice ai discepoli che stavano litigando su chi di loro fosse più importante: io sto in mezzo a voi come uno che serve. Significa che Dio è sempre accanto a noi, anche nei momenti difficili, bui. Che cosa è il Natale dunque? E’ un fatto che entra nella nostra realtà umana. E’ qui entra in gioco la speranza. L’uomo non può camminare sempre guardando per terra, dobbiamo alzare gli occhi ed è qui che le nostre capacità si aprono a una dimensione spirituale. La fede è la fiducia che si pone in Dio. Se da una parte si alza lo sguardo, dall’altra c’è Dio che si rivela». 

A proposito di fiducia, in un anno si è sgretolato tutto il nostro mondo di certezze e in questo momento si spera in un vaccino davvero efficace. Lei si vaccinerà?

«Ho fatto la prenotazione in Vaticano. Sarà a gennaio ma non ci hanno ancora fissato una data. Viviamo tutti con la fiducia che possa funzionare. La scienza dice che sarà efficace al 95 %, e allora fidiamoci. Se alla base delle nostre relazioni umane non c’è un atto di fiducia finisce che restiamo tutti isolati, gli uni agli altri, e saremmo finiti» 

Ne usciremo da questa crisi?

«Papa Francesco ha di recente parlato di due aspetti fondamentali per analizzare questi tempi complessi. Ha parlato di crisi e di contrapposizione. La crisi è una occasione di verifica e porta in sé normalmente a una crescita, a una positività. La contrapposizione implica uno scontro, una logica di perdere-vincere e quindi il prevaricare. Personalmente vedo che questa pandemia, accanto ai tanti drammi, abbia sprigionato anche cose buone. Per esempio ha fatto capire che per troppo tempo gli anziani hanno vissuto una dimensione di spaventosa solitudine anche se avevano una famiglia alle spalle. La crisi – volente o nolente – ci sta facendo capire che per troppo tempo li abbiamo abbandonati e che bisogna cambiare direzione». 

Qualcuno potrebbe chiedersi ma in questa pandemia dove è Dio?

«Dio non se ne è mai andato. Egli continua ad essere presente. Sta sulla croce e non è mai sceso anche se, tante volte, vorremmo mettere quella croce in un angolo e dimenticarla. Ma la croce significa che Dio è con noi, nelle nostre sofferenze nei nostri drammi, silenzioso, capace di accettare anche il bestemmiatore che, accanto a Gesù crocifisso, lo offende. Allo stesso modo è capace di stare accanto all’altro ladrone che dice: ricordati di me quando sarai nel Regno dei Cieli. E’ vicino a chi si converte ma anche a chi resta isolato». 

Sbagliato, allora, lamentarsi per quello che sta succedendo?

«Lamentiamoci pure se aiuta. Ma non tiriamo conclusioni utilitaristiche, semmai andiamo verso gli altri, a chi sta male, sosteniamo gli anziani, doniamo tempo, ascoltiamo chi è in difficoltà, non chiudiamoci nei nostri mondi di prima. Alziamo gli occhi. Cerchiamo di non essere miopi. Ho ascoltato alla radio che un gruppo di ragazzi di un paesino del Nord Italia si impegnano per andare a recitare poesie agli anziani che non possono muoversi. C’è bisogno di piccoli gesti di grande affettività. La gente che soffre dice: grazie. Serve riscoprire l’umanità. Mi ha commosso l’abnegazione di tanti ricercatori che si sono messi a studiare per il vaccino e sono sicuro che per tanti non era solo una questione di denaro. La disponibilità dimostrata andava ben oltre. Fare un dono fa regala più gioia a chi lo fa che non a chi lo riceve. Tutto questo prima del Covid non era così evidenziato. Ora i drammi si vedono meglio. Ma è altrettanto grande la sensibilità che sta crescendo attorno a noi. Non è tutto negativo. Non è tutto perso. Tanti aspetti stanno emergendo. Il Natale è anche questo. Rinascita».

Lei è a capo di un Ordine (Equestre del Santo Sepolcro) dal quale dipende la vita materiale di tutte le scuole, università, seminari, dispensari che sono in Terra Santa. A Betlemme il Natale stavolta è terribile, tutto chiuso, sembra una cittadina spenta. Tra l’altro l’emorragia dei cristiani sembra inarrestabile.. 

«E’ una realtà in Palestina ma anche in Giordania, Iraq, Siria. In Terra Santa la crisi è stata prodotta dalla mancanza di pellegrinaggi, di turismo, di profilassi medica, di certezze. Eppure in questo quadro complesso io non vedo solo aspetti negativi».

Per esempio?

«E’ interessante il Patto di Abramo. Sono vissuto in medio oriente per decenni per dire che si tratta di un aspetto da guardare davvero con una certa speranza». 

Qualcosa di buono lo ha fatto anche Trump allora…

«E’ un percorso, vediamo se funziona per portare sollievo in quella zona del mondo. Il patto di Abramo nasce dalla consapevolezza che bisognava superare le divisioni politiche. Nasce anche da un altro passo importante (e meno noto) che riguarda le relazioni tra religioni, tra ebrei e musulmani. Mi riferisco all’accordo sulla Fratellanza che è stato firmato da Papa Francesco ad Abu Dhabi, negli Emirati». 

Il Papa vuole andare in Iraq a marzo, secondo lei riuscirà con la pandemia che avanza?

«Nell’annuncio fatto si specifica che dipenderà dalla situazione. Ma già il fatto che il Papa abbia programmato una data, per gli iracheni è una speranza di vita. L’Iraq vive internamente ancora tanti drammi. Per esempio la divisione tra sciiti e sunniti iniziata dopo la morte di Maometto con l’uccisione del nipote Ali. Sono 15 secoli che si combattono».

Pensa che la visita del Papa possa favorire un gesto di riavvicinamento tra sciiti e sunniti?

«Il Papa non risolverà ovviamente il problema dentro l’Islam. Ma iforse c’è spazio per sperare che anche all’interno dell’Islam si cominci a parlare. Perché non potrebbe accadere? Servirebbe una forma di ecumenismo da sviluppare tra musulmani. Un po’ come noi cattolici facciamo con i nostri fratelli cristiani».

Il Papa potrebbe davvero costruire ponti tra sciiti e sunniti?

«Noi li incoraggiamo, se possiamo dire o fare qualcosa. Il fatto che vada li, è un passo importante nell’Iraq dove è marcata la divisione tra sciiti e sunniti. Prima o poi si dovrà rinunciare alla contrapposizione. La crisi fa crescere, la contrapposizione produce solo negatività». 

L’unica via per l’indipendenza, di don Fabrizio Centofanti

La mancanza di indipendenza è una brutta bestia e lo sappiamo bene. I sintomi sono il dover strafare per essere accettati, la paura dell’abbandono, la rabbia per non essere compresi. Chissà quante volte ci siamo trovati in queste condizioni, e abbiamo fatto di tutto per ricuperare situazioni compromesse. L’ossessione del riaggiustare, il rincorrere soluzioni rabberciate è una spia del senso di dipendenza patologico in cui ci ritroviamo invischiati. 

La via d’uscita non è mai in qualche ritocco parziale, ma nel trovare la propria identità in certi eventi rivelatori dell’amore di Dio. L’immagine calzante è quella della vite e dei tralci, utilizzata nel Vangelo da Gesù. Solo se aderisco radicalmente a una vita ricevuta in dono sarò indipendente dall’approvazione o dal giudizio altrui. 

Ciò implica la rinuncia all’egoismo, all’egocentrismo, alla carnalità: è lo spirito che rende liberi. 

Bisogna fare memoria dell’amore vero per sentire una linfa vitale scorrere in noi. Sono questa linfa, questo flusso, i segni dell’indipendenza raggiunta che, come sempre, è possibile soltanto nell’amore.

Ritrovare l’umano frammentato

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Mons. Dario Gervasi, vescovo ausiliare di Roma, Natale 2020

In Attesa del Natale 2020

“I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi», Così scriveva all’ inizio del suo pontificato Benedetto XVI parlando della difficile situazione mondiale. Oggi, ancor più di prima, ci troviamo a vivere in un clima che ha reso molti di noi più disincantati e stanchi. Ascoltiamo continuamente i dati di una crescente povertà come effetto della Pandemia e seguiamo il fluttuare della curva epidemologica aspettando un ritorno alla normalità. La crisi sanitaria ed economica che stiamo attraversando ha appesantito lo sguardo verso il futuro che per diversi aspetti appare molto incerto. Non si tratta solo di un problema legato alla salute. Il deserto di cui parlava Papa Benedetto era dovuto all’oblio dei valori forti e la perdita di speranza nel nostro mondo occidentale. Scrive Papa Francesco: ”la Pandemia ha messo in luce le nostre false sicurezze.”(Lettera enciclica Fratelli Tutti n.7).
Il Natale che stiamo per vivere sarà sicuramente molto diverso da quelli precedenti. Il silenzio serale racchiude in maniera per noi inconsueta la nostra città. Anche la notte di Natale sarà più del solito avvolta dal silenzio. Il Natale dei consumi si è ridotto ed ha lasciato spazio ad un Natale molto più semplice.
Proprio in questa cornice, dove molto cose esteriori vengono a mancare, si nasconde una grande e nuova opportunità. E’ quella annunciata dalla liturgia dell’Avvento: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore (Mc 1,3).” L’Annuncio del Natale nella Scrittura viene dato in un luogo desolato, un luogo che per sua natura può manifestare molto più chiaramente la grandezza di ciò che sta per venire. E ed anche nel ‘deserto’ del lockdown che possiamo rintracciare i segni di questa venuta. Girando le parrocchie di Roma ho raccolto tante voci di parroci che hanno raccontato la sofferenza della propria gente e la generosità di quanti si sono adoperati per rinunciare a qualcosa e condividerlo con chi improvvisamente si è trovato nell’indigenza. Questa carità è segno di qualcosa di nuovo che si sta generando proprio ora, qualcosa che ci fa sentire più vicini. Arriviamo al Natale più consapevoli della nostra fragilità, arriviamo al Natale più consapevoli di essere ‘ sulla stessa barca’ e che: “possiamo far rinascere fra tutti una aspirazione mondiale alla fraternità”( Papa Francesco). Forse è proprio questo il clima più favorevole per accogliere l’Annuncio del Natale che la Chiesa ha ripreso a cantare nella liturgia. Il Natale viene lo stesso. A proposito c’è una storia per bambini che racconta di un piccolo pastore povero che si recava alla grotta di Betlemme. Voleva vedere Gesù, ma durante il percorso si accorse che non aveva proprio nulla da offrire al Divino Bambino. Mentre la fila avanzava vedeva tutti i doni che portavano le altre persone: lana, latte, formaggi, coperte, paglia per la culla. Lui, non aveva proprio niente e dietro di lui c’era ancora molta gente che portava doni preziosi. Mentre si avvicinava sempre più confuso ripeteva dentro di sé: ‘Signore perdonami’. Quale sorpresa quando arrivato davanti a Maria lei stessa con un sorriso lo accolse e vedendo le sue mani vuote gli chiese di aprirle e tenere in braccio il suo piccolo Bambino mentre prendeva i doni che le portavano. Quale gioia! Quel povero pastore aveva ricevuto nelle sue braccia vuote il dono più prezioso!
Una bella storia! Nel vuoto sarà forse più facile accogliere il Dono che troppe volte trova le nostre braccia troppo occupate per riceverlo. Nel deserto di questo tempo la Chiesa canta l’arrivo della gioia, l’arrivo di Colui che è Emmanuele, che è in mezzo a noi.

Buon Natale cari fratelli e sorelle!

Come mettere insieme bellezza, bontà e verità? di don Fabrizio Centofanti

Sperimentiamo vari tipi di bellezza. Al grado più basso c’è quella del peccato: il frutto dell’albero “era bello a vedersi e buono da mangiare”. Spesso si rimane prigionieri di questa falsa bellezza, si resta ammaliati, come dalla maga Circe del poema omerico. Che sia falsa è dimostrato dal fatto che non risponde alle domande ultime, corrispondenti all’altezza della vocazione umana, ma si ferma al contingente: non a caso gli uomini che entrano in contatto con Circe sono trasformati in bestie. 

C’è poi un’altra bellezza, quella della relazione, della comunione: è la scoperta del Tu, che avviene spesso nella sofferenza, perché i sensi hanno bisogno di essere purificati per liberarsi dalle attrazioni contingenti. Il bello, in questo stadio, coincide col buono: non è più una bellezza effimera, superficiale, seduttiva, ma profonda, autentica, umana.

Il terzo stadio è quando questo bello-buono si rivela come il nostro destino ultimo: il cuore trova la sua collocazione solo in prospettiva dell’eterno, quando si sente avvolto in un amore che attrae nella purezza del dono reciproco. Allora bello, buono e vero diventano quello che sono: il nostro essere uniti a Cristo, alla Sua umanità e divinità. Il cuore si allinea col progetto di Dio e fa esperienza di una pace non più minacciata dalle vicende della vita.

Enneatipo Uno, di Sabrina Trane

L’atmosfera interiore del tipo Uno può essere resa con i sostantivi: serietà, ordine, pulizia (soprattutto morale), compostezza.

Per questo tipo i temi della giustizia, dell’etica e del rispetto sono basilari. 

Un altro termine importante per la comprensione del tipo Uno è il controllo: spesso sono persone molto sensibili, che percepiscono le emozioni ma sentono la necessità di controllarle, in particolare la rabbia, che pure è un tema dominante in questo carattere. Nel corso della sua storia questa emozione non ha trovato la possibilità di esprimersi, per i più svariati motivi, e per questo è negata.

Sappiamo però che le emozioni eliminate dall’orizzonte cosciente non scompaiono, ma trovano un’altra via per manifestarsi: una ricerca dell’azione giusta, che intervenga sul mondo per modificarlo e renderlo migliore.

La tendenza a migliorare la propria porzione di mondo è molto presente, spesso attraverso critiche e borbottii, e una difficoltà a comprendere le ragioni degli altri, quando si discostano dal proprio giusto modo di vedere.

Si tratta di persone volte all’azione, che tendono al perfezionismo (ma, come vedremo, non sono gli unici nell’Enneagramma ad avere questa tendenza), che per loro significa svolgere nel miglior modo possibile ciò che va fatto.

Decisione e autorevolezza (ma a volte anche autoritarismo) completano il quadro.

Il focus è su ciò che è giusto fare, e raramente ci sono dubbi al riguardo.

Tutto questo porta le persone Uno a provare facilmente indignazione, che è un termine chiave per comprendere questo tipo. Naturalmente tutti provano indignazione, ma qui è un modo ricorrente di relazionarsi al mondo, che mantiene l’idea di fondo di avere ragione, e che sono gli altri che non funzionano come dovrebbero. Nello stesso tempo giustifica l’espressione di quella rabbia che non si può buttar fuori in modo scomposto, ma che pur richiede di fuoriuscire in qualche modo per non esplodere: sbottare è riprovevole, ma indignarsi per una “giusta causa” è sacrosanto. Così pensa l’Uno, e ciò gli impedisce di prendere coscienza del fatto che non sempre la  ragione è dalla sua parte, e che la rabbia lo rende spesso intollerante.

Lo stile di comunicazione è tendenzialmente direttivo, anche se la modalità è molto corretta, con uso frequente dei condizionali“ (Forse questa cosa non è fatta come dovrebbe), e anche imperativi (Impegnati, fai le cose fatte bene!).

Quando trovano un contesto in cui si sentono rilassati, sanno però lasciarsi andare e anche ridere di gusto, senza mai però superare la misura (detestano la volgarità e le manifestazioni disordinate ed eccessive).

Se la critica è così presente, lo è ancor di più l’autocritica, ma difficilmente lo mostrano agli altri, e questo alimenta il perfezionismo, e anche la rabbia.

I tipi Uno tendono ad avere un’immagine di sé di persona giusta, etica, seria, corretta. Ciò che sfugge loro è la permalosità che li caratterizza, e anche il rischio di diventare arroganti, ipercritici e dogmatici.

Ogni tipo di personalità, quando non è consapevole di sé e vive i propri automatismi caratteriali in modo rigido, tende a non dare il meglio di sé, ma quando al contrario comincia a rendersi conto dei propri punti ciechi, può rendere più flessibili i propri tratti, ampliare la gamma di schemi mentali e comportamentali, e indirizzare al meglio le proprie caratteristiche.

Per il tipo Uno il cammino di crescita interiore consiste nel prendere contatto con la rabbia rimossa e le altre emozioni giudicate inaccettabili, e nell’accoglierle e integrarle senza condannarle: il giudice interiore è infatti implacabile in questo tipo. Smettere di temere la propria ombra, accettarsi e rilassarsi, aiuta paradossalmente a vivere più autenticamente e pienamente quei valori e quegli ideali così importanti per l’Uno,  parte essenziale del proprio orizzonte esistenziale.

Un esempio di Uno che si colloca in questa linea è Nelson Mandela, che ha combattuto la sua giusta battaglia ponendosi su un piano di verità etica senza mai piegarsi, e ha avuto il coraggio di portare fino in fondo le conseguenze delle sue scelte.

Come sentire che non siamo soli, di don Fabrizio Centofanti

Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, leggiamo nel Vangelo di Giovanni. È la chiave per capire che non siamo soli. Viviamo in un creato che porta, in ogni cosa, la traccia di Dio. Il segreto sta nel prendere il dato sul serio, nel sentire che niente è casuale, che l’universo parla col linguaggio dell’amore. Se tutto è stato creato per amore, significa che posso godere della realtà che mi circonda, e che provo il desiderio che sia così per gli altri. La solitudine si supera immergendosi nel destino comune, nella coscienza che siamo amore fatto per amare, e che al di fuori di questo c’è il non senso delle incomprensioni, dei rifiuti, dello spirito ribelle che porta in sé una carica autodistruttiva. Non sono mai solo, il Padre è sempre con me, dichiara Gesù: dobbiamo lasciarci avvolgere dalla paternità universale, che pone tutto sotto il suo manto protettivo. Se ci sentissimo soli, in qualche momento della vita, ripetiamo le parole terapeutiche: tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste (Gv 1,3).

Franca Giansoldati, Papa Francesco fa il bilancio dell’anno

Papa Francesco ammette la crisi della Chiesa: «La nostra fragilità non sia ostacolo al Vangelo»

Lunedì 21 Dicembre 202011:05

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Papa Francesco fa il bilancio dell’annus horribilis della Chiesa segnata non solo dal Covid e dall’impossibilità di celebrare come prima, ma anche da scandali, lotte di potere, riforme mancate, opacità nella struttura affiorate più volte in questi dodici mesi. Bergoglio tiene fermo il timone e nel discorso alla curia per gli auguri di fine anno indica che il cammino iniziato non subirà modifiche. Avanti tutta.

«Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento. Ma se vogliamo davvero un aggiornamento, dobbiamo avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica» dice il Papa aggiugendo subito dopo che non si tratta di «rattoppare un abito, perché la Chiesa non è un semplice vestito di Cristo, bensì è il suo corpo che abbraccia tutta la storia».

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Semmai si tratta di riformare alla radice il rapporto i singoli. «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre!: siamo chiamati a rivestire con un vestito nuovo quel medesimo Corpo, affinché appaia chiaramente che la Grazia posseduta non viene da noi ma da Dio (…). Questo è un tempo in cui sembra evidente che la creta di cui siamo impastati è scheggiata, incrinata, spaccata. Dobbiamo sforzarci affinché la nostra fragilità non diventi ostacolo all’annuncio del Vangelo».

Francesco insiste anche nel non leggere semre la Chiesa «con le categorie di conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti – frammenta, polarizza, perverte e tradisce la sua vera natura: essa è un Corpo perennemente in crisi proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti. Infatti, in questo modo diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa». 

Francesco spiega che la novità introdotta dalla crisi voluta dallo Spirito non è mai una novità in contrapposizione al vecchio, “bensì una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo. Gesù usa un’espressione che esprime in maniera semplice e chiara questo passaggio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. 

Nel suo discorso non fa menzione a nessuno degli scandali che quest’anno sono affiorati, disorientando i fedeli di tutto il mondo. Per esempio il caso del cardinale Becciu, le inchieste sul capitolo di San Pietro, la gestione del denaro e i contrasti in curia, il rapporto burrascoso con la Chiesa tedesca. Stavolta non c’è stato alcun ribrotto alla curia, esattamente come era accaduto negli anni passati. 

«Qui nella Curia sono molti coloro che danno testimonianza con il loro lavoro umile, discreto, silenzioso, leale, professionale, onesto. Anche il nostro tempo ha i suoi problemi, ma ha anche la testimonianza viva del fatto che il Signore non ha abbandonato il suo popolo, con l’unica differenza che i problemi vanno a finire subito sui giornali, invece i segni di speranza fanno notizia solo dopo molto tempo, e non sempre».

E ancora: «Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere (…)Infine, vorrei esortarvi a non confondere la crisi con il conflitto. La crisi generalmente ha un esito positivo, mentre il conflitto crea sempre un contrasto, una competizione, un antagonismo apparentemente senza soluzione fra soggetti divisi in amici da amare e nemici da combattere, con la conseguente vittoria di una delle parti». Fonte: Il Messaggero

Il Padre nostro

https://gpcentofanti.altervista.org/la-professione-di-fede-di-gesu-il-padre-nostro/

Cos’è la bellezza? di don Fabrizio Centofanti

In questi giorni di malattia mi sto interrogando sulla vera bellezza. Quando c’è la sofferenza sembra svanire, sei preso in una morsa in cui la realtà pare tutto tranne che bella. Poi ci rifletti: Gesù non ha sofferto? E la bellezza per eccellenza non è quella divina? Allora le categorie si ribaltano: bellezza è soffrire con Lui, condividere la prova come azione purificatrice che compie su di me. Posso ringraziare per la sofferenza, guardarmi negli occhi con il Cristo e scoprire che soffre con me, e in me. Non c’è bellezza più vera di questa: non è soggetta al tempo, non è insidiata da alcunché, è l’eterna giovinezza di Dio.

Mons. E. Dal Covolo, Buon Natale

Angela Ambrogetti, Una app per l’anima in tempo di pandemia

ACI Stampa

In tempo di pandemia prendiamo tutti qualche integratore e le vitamine per il corpo. Ma forse ci dimentichiamo la salute dell’anima.

Dopo una Quaresima e una Pasqua senza Sacramenti, e considerando che in molte parti del mondo sono chiuse anche le chiese, la vitamina più necessaria è la VitaminaV, la vitamina Vangelo. 

Prendi un po’ di Vitamina V(angelo), ogni giorno e permetti al Signore di parlare al tuo cuore”. É la idea che c’è dietro alla creazione di un app che si chiama proprio VitaminaV.

Commenti al Vangelo, ma anche preghiere, magistero dei Pontefici, vite dei Santi, la Via Crucis e una ricerca per temi specifici.

“C’è bisogno di qualcuno che creda in te. Di qualcuno che ti dica che il tuo desiderio è giusto, è buono, è vero. Che la delusione, il cinismo, la rassegnazione non sono l’ultima parola sulla vita. Che c’è qualcuno che ti vuol bene così come sei, che è disposto a giocarsi la vita per te e con te, perché il desiderio con cui sei stato messo al mondo possa essere realizzato. E chi è questo, se non Gesù?” Spiega Alessandro Cristofari, l’autore della App.

La App si scarica gratuitamente dagli store di Apple e Google play.

“Il Gesù che esce da questa app è vivo, vitale: un uomo di carne e ossa, che gira impolverato per le strade di Palestina, che incontra donne e uomini veri, che partecipa alla loro vita, si commuove per loro. Che quando apre bocca non è per dettar regole, ma per suggerire come si può fare per essere un po’ più contenti. E puoi fare l’esperienza che entrare nella cerchia degli amici di Gesù rende la vita più lieta.

Vitamina V, è necessaria per la salute del tuo spirito e l’equilibrio del tuo cuore. Si tratta di una molecola richiesta dall’organismo soltanto in piccole quantità, ma necessaria per condurti a conoscere, frequentare e vivere di Colui che è la Via, la Verità e la Vita”.

E non dimenticatevi di lasciare una recensione!

Novità nel menù

Toccando le tre righe orizzontali in alto a destra compare il menu’ con molte novità.

Dom Scicolone, Messaggio di Natale 2020

Messaggio di Natale 2020

    Auguro a tutti voi e alle vostre famiglie un Buon Natale. Tutti sappiamo che il Natale 2020 sarà unico, e speriamo non si ripeta. Sarà un bene o un male? Dipende da noi. Ci sono tre modi di intendere e di vivere questa festività: 

  • C’è il Natale consumistico: feste, luminarie, pranzi, cenoni, regali. Non si celebra la nascita del nostro Redentore, ma “Babbo Natale”. Quest’anno ci sarà, ma in misura ridotta. E potrebbe essere un bene, per riscoprire, da parte dei cristiani, gli altri due aspetti.
  • C’è il Natale devozionale: nasce un bambino, da genitori poveri, fuori casa, deposto in una mangiatoia, scaldato dagli animali; ci parla di umiltà, semplicità, gioia per il lieto evento. A questo ci prepara una novena, con preghiere e canti popolari, gli zampognari…
  • C’è il Natale “teologico-sacramentale”. Quel bambino è Dio che nasce come uomo, e porta a compimento ciò che profeticamente era stato preparato e simbolicamente annunziato al popolo ebraico: il Signore viene.

La nascita di Gesù può e deve essere vista come l’unione sponsale tra Dio e l’uomo.

Tante profezie annunziavano al popolo di Israele: “Tuo sposo è il tuo Creatore” (Is 54, 5); “mi ricordo di te… dell’amore al tempo del tuo fidanzamento” (Ger 2, 2); “ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te – oracolo del Signore Dio – e divenisti mia” (Ez 16, 8); “il re si è invaghito della tua bellezza. E’ lui il tuo Signore: rendigli omaggio” (sal 45, 12); tutto il Cantico dei cantici. In questi e simili testi veterotestamentari, il matrimonio umano è immagine del rapporto tra Dio e il suo popolo. Ma quando Dio si fa uomo, quella immagine diventa realtà: Dio è unito “indissolubilmente” all’umanità, quando “il Verbo si è fatto carne”: Gesù, “vero Dio e vero uomo” è il compimento del piano di Dio. Il Natale del Signore è l’evento dell’unione sponsale tra Creatore e creatura. Il grembo di Maria è stato il “talamo nuziale” dal quale è nato il Salvatore. 

Ecco perché a Natale cantiamo che Gesù nasce come “il sole che esce dalla nuziale”

(sal 18), del quale Dio dice “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato” (sal 2). Questo accostamento con il sole ha fatto sì che, a Roma, si celebrasse la natività a mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre. 

Questa data non si trova registrata nei Vangeli. Che fosse notte, si può desumere da Luca che parla dei pastori che pernottando, vegliavano il gregge. Ma perché proprio “a mezzanotte”, e il 24/25 dicembre? Il giorno è stato scelto perché i Romani festeggiavano la “nascita del sole”: da quel giorno “solstizio” d’inverno, il sole comincia a crescere (al contrario, il 24 giugno, festa di s. Giovanni Battista, comincia a diminuire comincia a decrescere: Giovanni diceva “bisogna che lui cresca e io diminuisca”). E perché a mezzanotte? Perché in Sap 18, 14 leggiamo. “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, … si lanciò…”. La mezzanotte la ritroviamo in Mt 25,6: “A mezzanotte si alzò un grido: Ecco lo sposo! Andategli incontro”. Vedete come Gesù nasce a mezzanotte perché è lo Sposo che viene. Ciò si è verificato nella nascita e si verificherà alla seconda venuta. E si verifica ogni volta che noi siamo nella mezzanotte e si fa vedere dentro di noi, il Sole che sorge dall’alto”.

    Questo è il mio augurio per tutti e per ciascuno di voi.

Come resistere nella malattia, di don Fabrizio Centofanti

Quando si sta male, le energie si assottigliano, i pensieri si incupiscono, non sai più a che santo votarti. Io ho un metodo personale collaudato, che potrebbe tornare utile a qualcuno.

Mi metto davanti al volto di Gesù, ed evoco ciò che è bello, buono e vero. Sono le categorie attraverso cui si comunica lo Spirito. Così ci soccorrono energie più profonde, le uniche capaci di trasmettere una forza superiore al male. Il bene vince sempre, anche in questi casi.

La malattia si trasforma in occasione di miglioramento, acquista un senso, diventa una ricchezza. I momenti difficili sono i più indicati per intrecciare con Gesù una più stretta relazione. Bellezza, bontà e verità sono la via per incontrarlo in modo concreto, così come Lui vuole. È un carisma di guarigione che chiunque può sperimentare nell’intimità della preghiera, che mai come qui diventa vita.

Guido Oldani, Il ponte

Il ponte

l’arcobaleno, sai , con sette tinte

è come un grande ponte d’autostrada

che crolla se ci fanno sporchi intenti.

lì dove dormono gli zombi santi

nasce chi spiazzerà tutte le genti

a partire da chi gli sta più accanto

che a costo zero lo farà inchiodare

ma lui rivive, sballa i continenti.

Cosa fare del dolore, di don Fabrizio Centofanti

La sofferenza toglie lucidità e voglia di vivere, costringendoci a concentrare l’attenzione su un territorio ristretto, a camminare su un campo minato. Ci sentiamo privati delle solite risorse, come se fossimo ridotti a una condizione d’impotenza. Nessuno è esente da esperienze come queste. Ciò spinge a trovare una soluzione che renda costruttivo questo passaggio inevitabile. L’unica trasformazione possibile è quella di offrire la crisi, darle un senso profondo, che tocchi lo spirito. Abbiamo sempre, intorno a noi, situazioni difficili che richiedono un contributo di preghiera: lo strumento più potente è offrire il dolore che proviamo per cause come queste. Si sperimenterà il miracolo di un’apertura inedita, di un amore che si fa letteralmente carne. Si può gustare il bene anche nelle avversità, come è avvenuto per Gesù nella passione: secondo i Padri diventiamo spirituali quando vediamo il più bello tra i figli dell’uomo nel volto sfigurato del Cristo. La grazia realizza queste meraviglie: vale la pena scoprirle nella nostra esperienza quotidiana.

Rivoluzioni vere e fasulle nella storia

https://gpcentofanti.altervista.org/la-vecchia-rivoluzione-e-quella-sempre-nuova/

Enneagramma, uno specchio per conoscersi meglio, di Sabrina Trane

Iniziare un viaggio alla scoperta di sé può essere molto difficile: sono tanti i meccanismi che impediscono di vedere i nostri punti ciechi, e spesso sono gli altri a coglierli meglio, e spesso è duro accettarli quando ce li rimandano!

Uno strumento interessante e utile, a questo riguardo, è l’Enneagramma, un mondo complesso e variegato, che può nello stesso tempo costituire un primo approccio nel riconoscimento della propria struttura caratteriale.

Quando si parla di Enneagramma bisogna stare attenti: è una materia vasta, spesso trattata in modo superficiale, e può essere usata addirittura alla stregua dei segni zodiacali, o venire abbinato all’esoterismo. 

Esiste una vasta letteratura, soprattutto negli Stati Uniti (ma sta cominciando a prendere piede anche in Italia), che studia in modo approfondito e rigoroso i meccanismi alla base dei nove profili caratteriali descritti da questo strumento, così come i loro movimenti, cioè le tendenze tipiche quando, ad esempio, ci si trova in un periodo di stress, o quando si va verso una fase di equilibrio psichico.

Il viaggio inizia dalla ricerca della tipologia che meglio ci descrive: non è sempre facile trovarla, perché siamo complessi e, in una certa misura, ogni approccio al mondo descritto dall’Enneagramma ci appartiene, nel senso che possiamo adottarlo nel rapporto con la realtà; ma c’è una sola tipologia che descrive le dinamiche profonde della nostra personalità, con i suoi inciampi – le cosiddette “passioni”-, modi fissi di vivere e percepire le esperienze.

Le passioni e le fissazioni dei tipi hanno il potere di  riportare ogni situazione all’interno di quegli schemi precostituiti, utili nel momento  in cui si sono strutturati (nel corso della nostra crescita), ma che oggi risultano angusti e limitanti. 

E’ il concetto di “copione” di cui parla la psicologia transazionale: una sorta di canovaccio messo a punto nei primi anni della nostra esistenza, ritoccato in quelli adolescenziali, e poi recitato continuamente sulla scena della nostra vita, con poche possibilità di uscire dal personaggio così confezionato.

Le personalità descritte sono nove, indicate ciascuna con un numero. Molti autori vi affiancano un nome per sintetizzarne le caratteristiche, ma può risultare fuorviante: bisogna evitare le eccessive schematizzazioni e le tendenze a etichettare.

In questa rubrica, dedicherò ogni appuntamento a un tipo di personalità: sarà uno schizzo, un assaggio, e se a qualcuno verrà appetito e desiderio di approfondire, potrà farlo con facilità perché in rete è presente molto materiale.

Per ogni tipo, oltre a una descrizione generale dei tratti più caratteristici, fornisco le indicazioni sulla cosiddetta passione dominante (la tendenza psicologica strutturata nel passato, che condiziona inconsapevolmente il nostro modo di relazionarci al mondo), e la fissazione, che è il modo in cui il nostro comportamento sostiene tale passione. 

Si tratta di un’indicazione dei punti di cui ogni tipologia di personalità dovrebbe prendere coscienza, per poter poi lavorare su di sé. 

Ognuno di noi mette in atto dei meccanismi di auto inganno per non vedersi nella verità: per questo, riconoscersi nel tipo non è sempre facile. Come afferma Martin Buber, ci sono personalità più unitarie, altre più complesse e contraddittorie: queste ultime avranno ancor più difficoltà a individuare il proprio tipo. Non bisogna scoraggiarsi: se si è interessati, approfondendo l’argomento si arriverà di certo al riconoscimento.

Trovo che il processo di conoscenza di sé che l’Enneagramma  aiuta a sviluppare, sia utile anche da un punto di vista spirituale, per esempio come guida a un più approfondito esame di coscienza, perché i meccanismi messi in atto possono ripercuotersi in modo negativo sulle relazioni, e dunque sulla capacità di crescere nell’amore disinteressato e gratuito.

È meglio il coinvolgimento o il distacco? di don Fabrizio Centofanti

Nella vita spirituale ci sono paradossi apparentemente insolubili. Uno di questi è se sia meglio, nelle situazioni della vita, il coinvolgimento o il distacco. A volte ci sentiamo immersi fino alla punta dei capelli in vicende che richiederebbero lucidità e riflessione; altre volte ci sentiamo distanti laddove sarebbe richiesta una partecipazione affettiva consistente. Se dovessimo fare un elenco dei momenti in cui ci siamo sentiti sulla lunghezza d’onda più adeguata, si conterebbero sulla punta delle dita: ci sono sempre sfasature, dovute a eccessi o difetti logici o emotivi. Sorgono tentazioni di scoraggiamento, sussulti di rabbia, gorghi di amarezza. La soluzione è nello spirito: solo se mi lascio unificare interiormente, attingo alla dimensione in cui coinvolgimento e distacco si amalgamano in una miscela di natura e di grazia. È importante sapere che c’è una possibilità ulteriore rispetto ai limiti della psicologia. La psiche approda alla sua autenticità solo nell’abbraccio con lo spirito. L’unità è l’apice dell’evoluzione, che si realizza ogni momento.

Il nucleo della crisi

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Angela Ambrogetti, Giovanni Paolo II e le Chiese dell’est

CITTÀ DEL VATICANO , 17 novembre, 2020 / 6:00 PM (ACI Stampa).- 

“Giovanni Paolo II modificò radicalmente la tradizionale “Ostpolitik vaticana guidata dall’arcivescovo Agostino Casaroli e orientata al compromesso con i Governi comunisti. Dall’inizio del suo pontificato iniziò una linea più dura nei confronti dei governi comunisti”.

A dirlo è stato il professor Mikrut Jan, sacerdote e insegnante alla Gregoriana presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa e presso la Facoltà di Teologia . É lui che da anni cura la collana di Storia della Chiesa in Europa centro-orientale. Oggi pomeriggio ha presentato il volume più recente: “ Sangue del vostro sangue,  ossa delle vostre ossa.  Il Pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005)  e le Chiese in Europa centro-orientale.  Nel centenario della nascita di Karol Wojtyła” edito da Gabrielli.

In un evento on line della Università Gregoriana cui ha partecipato anche l’attuale Arcivescovo di Cracovia  Marek Jędraszewski , il professor Mikrut ha evidenziato che “Gorbaciov stesso ha attestato a Giovanni Paolo II un contributo decisivo nella caduta del comunismo in Europa e il 9 novembre 1989 alla caduta del muro di Berlino. Arrivò la fine del blocco orientale e del regime sovietico. Con gli sforzi congiunti anche della diplomazia pontificia, cominciarono le iniziative verso una larga cooperazione”.

 Il curatore presentando il volume ricorda che “il Papa era un protagonista del tutto singolare della storia della Chiesa: da polacco, da sacerdote e da papa, egli ha affrontato in prima persona tutte le dimensioni.  Tutti gli autori evidenziando le relazioni che Giovanni Paolo II ebbe con i loro Paesi. Giovanni Paolo II era il pastore che si inchinava a baciare il suolo della loro Patria, intriso di lacrime e di sangue dopo i decenni delle dittature nazista e comunista, per parlar loro dal cuore al cuore”.

L’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszwski si è soffermato sulla frase che da il titolo all’opera: “Sangue del vostro sangue, ossa delle vostre ossa”, deriva dalla frase usata  da Giovanni Paolo II durante il suo primo pellegrinaggio in Polonia. “Al termine dell’omelia di Pentecoste, il 3 giugno 1979 a Gniezno, disse di sé: “Così canterà con voi, amati compatrioti, questo papa, sangue del vostro sangue, ossa delle vostre ossa”.

“Sapeva che le stesse parole furono usate nel XIX secolo dal cardinale John Henry Newman quando parlava della dignità dei sacerdoti, uguali nella sua umanità a quelli a cui erano stati inviati: “Egli ha stabilito come predicatori del Vangelo non esseri di origine straniera di qualche natura sconosciuta, ma i vostri fratelli, sangue del vostro sangue e ossa delle vostre ossa”? Era a conoscenza del fatto che le stesse parole adoperò Józef Piłsudski uno dei padri dell’indipendenza polacca nel 1918, e Wojciech Korfanty, quando nel 1921 invocò la Terza Insurrezione Slesiana? ”.

L’arcivescovo ha ricordato che Giovanni Paolo II “quando venne in Patria per la seconda volta, il 16 giugno 1983, durante la legge marziale allora ancora vigente, confessò: “Vengo nella Patria. La prima parola, detta nel silenzio e in ginocchio, è stata un bacio a questo suolo: un suolo natale. /…/ Il bacio deposto sul suolo polacco ha però per me un significato particolare. È come un bacio dato nelle mani della madre, poiché la Patria è la nostra madre terrena”. Ed ecco anche  perché “mentre parlava contro l’aborto, a Kielce, il 3 giugno 1991, con grande emozione ha giustificato la sua voce sollevata, veramente profetica: “Forse è per questo che parlo così, perché questa è mia madre, questa terra! Questa è mia Madre, questa Patria! Questi sono i miei fratelli e sorelle! E capite, tutti voi che prendete queste cose con sconsideratezza, dovete capire che queste cose non possono essere irrilevanti per me, non possono non procurarmi il dolore. Dovrebbero addolorare anche voi!”.

Dalla Bulgaria si è levata la voce di Ivan Stoyanov Ivanov del Patriarcato ortodosso di Bulgaria.

Il viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in Bulgaria  “un sogno” diventato realtà “.  Una forza ecumenica che a seguito della visita apostolica di Papa Giovanni Paolo II  ha fatto nascere molte iniziative positive, anche in termini di attività sociale, ecclesiastica e politica. “La sua missione era anche quella di aprire le porte del popolo bulgaro al mondo” ha detto Stoyanov Ivanov. Il suo studio nel libro ha lo scopo “di perseguire l’unità tra cristiani, principale filo conduttore del pontificato di Giovanni Paolo II.  Credo che sebbene il processo di unità tra i cristiani sia difficile, non è un’utopia e, nonostante le sue varie difficoltà, può essere realizzato attraverso la diplomazia della Chiesa, gli studi teologici e i fatti storici oggettivi, che vengono gradualmente scoperti in modo ragionevole per una comunicazione più completa, in futuro, tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente”.

Da parte sua la ambasciatrice della Albania presso la Santa Sede Majlinda Dodaj ha ricordato il viaggio di Giovanni Paolo II nel suo paese ma anche la attenzione del Papa per gli Albanesi emigrati. Nel 2004 mette a disposizione degli albanesi la Chiesa di San Giovanni della Malva a Trastevere e nel 2005 ricostruisce la gerarchia della Chiesa cattolica in Albania.  E la sede di Tirana Durazzo ritorna ad essere Metropolia.

Singolare la testimonianza di  Tomo Vuksic arcivescovo coadiutore di Sarajevo e amministratore apostolico dell’Ordinariato militare.

La lotta di Giovanni Paolo II per la pace era continua” ha detto. “Le guerre degli anni 90’ nei Balcani all’inizio non hanno destato alcun interesse particolare e preoccupazione né dell’opinione pubblica internazionale né delle autorità mondiali che avrebbero forse potuto impedirle o magari fermarle presto. A differenza loro, intravedendo il pericolo incombente, tra i primi ad alzare la propria voce in maniera vigorosa vi fu Giovanni Paolo II. Più volte alle udienze generali, aveva avvertito sui pericoli e sulle inevitabili tragiche conseguenze della guerra, e quando era già scoppiata parlò molte volte degli orrori e delle sofferenze che aveva causato. Di tali tragici avvenimenti il papa accennò spesso nei suoi discorsi ai fedeli radunati in Piazza di San Pietro per la preghiera dell’Angelus, come pure nelle prediche e nelle omelie soprattutto nei viaggi apostolici in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina. Della guerra e delle sofferenze che essa causava egli parlò nelle udienze private e generali, ai partecipanti di vari convegni politici e altri a Roma, poi ai singoli uomini di stato e delegazioni, ai diplomatici e ad altre persone di riguardo. Sulla guerra in Bosnia ed Erzegovina attirava l’attenzione internazionale anche nei consueti incontri con i membri del corpo diplomatico, accreditati presso la Santa Sede, per la presentazione degli auguri di nuovo anno, ma anche nei tradizionali messaggi di Natale e Pasqua”.

Indimenticabile poi la visita di Giovanni Paolo II a Sarajevo nel freddo aprile del 1997 con la celebrazione della messa nello stadio e quelle parole: “Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, hai un avvocato presso Dio, Gesù Cristo giusto!”.

Sapete chi siete? di don Fabrizio Centofanti

Sapete chi siete? Siete figli di Dio, persone create per credere, sperare e amare. Persone amate che non temono nulla, perché si sentono protette. Persone che hanno in sé un ingrediente di eterno che impedisce di sentirsi in scadenza; o inutili, superflui, fuori luogo. Nell’eternità nessuno è inutile, superfluo o fuori luogo, anche se è fuori del tempo. Siete creati per amarvi, come quando note diverse si collegano in una complessa sinfonia. Dio è il direttore d’orchestra: conosce alla perfezione il timbro e la potenza di ciascuno strumento. Bisogna seguire i suoi gesti, il suo orecchio sapiente, conoscitore di armonie. Siete gente fatta per il paradiso, che anche passando per l’inferno non dimentica la musica composta dal Padre, e seguendo una melodia inconfondibile è in grado di sorridere anche nella sofferenza, persino nel momento della morte. Ora che sapete chi siete, vivete all’altezza della vostra identità, al servizio di chi non lo sa ancora.

Guido Oldani, Tre poesie sul Natale

QUESTO NATALE

è il natale più vero che ricordi

in cui l’abito e il trucco non consola

e il presepe vivente è l’ospedale.

la noia è i pacchetti dei regali

e il virus dove viaggia spadroneggia,

fa la crociera ma non vuol pagare

e va a sciare da mattina a sera

però io canto “scendi dalle stelle”

e di babbo natale me ne frego

come già dell’abete illuminato,

“gesù inchiodato salvaci la pelle”.

NATIVITA’ OVUNQUE

qui sul tavolo dove scrivo i fogli,

il natale dei due col bambino

è un bicchiere di vetro stretto ed alto

con tre penne, ma una è la matita

corta che scrive con dell’oro chiaro

e la coppia è giuseppe con maria:

stilografica lei, lui una biro

eppure in questo poco vive il tanto

santo, che sta anche in questa stanza mia.

PRESEPE SANTO

è un bastone di pane il falegname

e una brocca di vino la ragazza,

gesù la messa che noi celebriamo.

e l’angelo volante è una zanzara

che il carillon lo suona sibilando

ed il virus quest’oggi non ci punge,

la neve è il bianco latte che si munge.

Benedetti ostacoli, di don Fabrizio Centofanti

È nelle difficoltà che si conosce la vita. Finché tutto va bene, procediamo con automatismi che non mettiamo in discussione, e non cambiamo. Quando sorgono ostacoli, dobbiamo rivedere le abitudini mentali, escogitare nuove strategie, comprendere meglio chi siamo. Da tempo sappiamo di utilizzare una minima parte del cervello. Se non siamo costretti a estendere le potenzialità non lo facciamo, per un principio autoconservativo che tende a prevalere. Ma quando viene a mancare il terreno sotto i piedi troviamo nuove vie, lasciando emergere risorse nascoste che sentiamo finalmente nostre. L’ostacolo non è un fastidio, ma un’occasione per crescere: l’unica dall’effetto garantito.

Davidia Zucchelli, Volontari dentro e fuori il carcere

Davidia Zucchelli *

Volontari dentro e fuori il carcere

Riflessioni da una esperienza

L’attività di volontariato in carcere è condotta da numerose associazioni laiche e religiose, alcune a livello nazionale, altre attive solo in alcuni istituti. Secondo la normativa che regola l’accesso ai penitenziari, in Italia il volontariato è di tre tipi[1]: volontariato di singoli, la forma più tradizionale ma oggi la meno diffusa, volontariato di singole associazioni e volontariato di gruppi di associazioni coordinate da una più ampia organizzazione. L’autorizzazione per l’accesso in istituto è comunque nominativa, rilasciata ai singoli volontari, ed è disciplinata dagli articoli 17 e 78 dell’ordinamento penitenziario (L. 354/1975). L’art. 17 di tale ordinamento consente l’ingresso in carcere a tutti coloro che «avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera». L’art. 78 disciplina un’attività di volontariato più specifica e comprende la collaborazione con gli operatori istituzionali nelle attività trattamentali e risocializzanti. Oltre che entrare in carcere, i volontari ex art. 78 possono anche collaborare con gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (U.E.P.E) nell’esecuzione delle misure alternative alla detenzione e per l’assistenza a coloro che escono dopo aver scontato la pena e alle loro famiglie.

* Economista, è il referente-coordinatore del gruppo Carcere della Parrocchia S. Francesco al Fopponino di Milano che svolge attività di volontariato presso la Casa Circondariale F. Di Cataldo – San Vittore. Membro della redazione di «Munera».

Dossier: Il carcere oggi Munera, 3/2019, pp. 77-86

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In altre parole, lo scopo di questi due articoli è quello di consentire alla società civile di partecipare alla risocializzazione dei detenuti attraverso attività di vario genere che hanno come fine il rafforzamento dei contatti fra il carcere e la società libera, anche in vista di un futuro reinserimento nella società. Sulla base dell’esperienza vissuta nel carcere di San Vittore di Milano, in queste brevi note vorrei richiamare l’importanza dell’attività svolta dai volontari, sottolineando talune peculiarità che meritano particolare attenzione e alcune criticità.

1.​ ​ ​ ​Un piccolo esercito

Il Ministero della Giustizia fornisce numerose statistiche sulle at-tività svolte nelle carceri. In particolare, dai dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP)[2] emerge che nel 2018, in tutto il territorio nazionale, i volontari ex art. 17 superavano le 15.500 unità, sostanzialmente stabili rispetto al 2017 (15.594); mentre i volontari ex art. 78 sono leggermente aumentati, per un totale di 1.301 persone (1.248 nell’anno precedente), invertendo il trend degli ultimi anni. Il totale dei volontari è pertanto rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 2017: 16.838 rispetto ai 16.842 dell’anno precedente. Il 40% (6.214 in valore assoluto) delle attività in cui i volontari ex art. 17 sono coinvolti sono soprattutto sportive, ricreative e culturali, al secondo posto con il 28% (4.346) si trova il sostegno alla persona e alle famiglie, seguono le attività religiose (23.5%, in aumento dal 19% del 2017) e di formazione e lavoro (8.6% rispetto al 9%). Invece, fra i volontari ex art. 78, con percentuali stabili rispetto all’anno precedente, il 63% (818) opera nel settore del sostegno alla persona e alle famiglie. La più elevata percentuale rispetto ai volontari ex art. 17 è da ricollegare semplicemente alla specifica funzione di collaborazione esterna svolta da questi volontari. Seguono le attività sportive, ricreative e culturali (19%) e quelle religiose (15%). Il restante 3.5% è occupato in attività di formazione e lavoro.

79 ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ V olontari dentro e fuori il carcere. Riflessioni da una esperienza

Tabella 1.

Fonte: Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Dalle rilevazioni del Ministero della Giustizia emerge inoltre che gran parte dei volontari appartiene a un’associazione. Le associazioni di volontariato sono numerose,[3] alcune specializzate, altre svolgono attività diversificate. Numerosi tuttavia (oltre il 20% del totale dei volontari a fine 2018) sono i volontari individuali che si avvicinano a una realtà tanto complessa quale quella del carcere anche senza avere competenze specifiche.[4] Il numero complessivo dei volontari nelle nostre carceri è costantemente aumentato nell’ultimo decennio, raddoppiando da più di 8000 a oltre 16.000 unità. Purtroppo però sfuggono alle rilevazioni statistiche ufficiali coloro che operano al di fuori delle carceri, e sono numerosi. Si tratta di persone di ogni estrazione sociale, spesso pro-fessionisti in pensione, e molte sono le donne.

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Grafico 1. Volontari nelle carceri italiane (migliaia)

Fonte: ns. elaborazione su dati DAP.

2. Un ruolo strategico

I volontari, inutile dirlo, svolgono un ruolo centrale. Ma chi può aiutare il cammino di rieducazione dei carcerati? A questo proposito, il Cardinale Martini, che tanta attenzione dedicò a San Vittore, scrisse: «La persona educa la persona. Voglio dire che ogni azione educativa o rieducativa avviene attraverso il coinvolgimento di almeno un’altra persona. Chi è detenu to e si perde per depressione o per aggressività, deve sapere che c’è una persona che si interessa a lui seriamente e di cui lui stesso può interessarsi».[5] Diventare volontario è semplice, ma molte associazioni chiedono di seguire un corso di formazione. Se è assolutamente vero che non vi sono esperienze professionali più utili di altre, né sono richieste abilità particolari, è anche vero che il volontario del carcere è un po’ speciale: non è psicologo, non è medico, non è insegnante, ma è un po’ di tutto questo insieme. Il volontario deve avere, prima di tutto, piena consapevolezza del fatto che, per quanto utile e indispensabile, è “ospite” in una struttura che ha regole molto precise, ben chiare, che devono essere rispettate, sempre, anche per evitare di perdere l’autorizzazione all’accesso.

È chiesto quindi – questo sì – un grande sforzo di umiltà, di pazienza e di servizio, di rispetto e di riservatezza. Se ciò è intuitivo, forse non lo è un altro requisito essenziale: l’equilibrio interiore e la “sicurezza” di potersi impegnare per un tempo relativamente lungo. La presenza in carcere infatti genera l’attesa dell’incontro, il detenuto aspetta, in lui/lei spesso nasce il bisogno di ritrovarsi, di rivedersi, il bisogno di continuità. E i tempi in carcere sono lunghi; il tempo trascorre con lentezza, si dilata, occorrono minuti solo per aprire e chiudere una porta dietro di sé.

Entrare in carcere da volontari è complicato non solo per le disposizioni di sicurezza, ma soprattutto per le implicazioni psicologiche. È naturale essere assaliti dalla brutta sensazione di “andare a vedere”, quasi di “curiosare”, o persino di “sentirsi orgogliosi di sé stessi/gratificati per il bel gesto compiuto”, ed è una reazione del tutto comprensibile. Occorre semplicemente scacciare questi pensieri. Occorre piuttosto trasmettere il desiderio e il piacere di partecipare, con la disponibilità a un’apertura verso persone che sono in difficoltà, cercando di trasmettere loro, direttamente con la propria presenza, un po’ di considerazione piuttosto che indifferenza.

Con riferimento al proprio credo religioso, la fede non è ovviamente un requisito necessario, non certo nel senso di dover essere battezzati, ma è anche vero che nei fatti chi crede trasmette serenità, sicurezza, stabilità, equilibrio; quelle qualità che sono essenziali per poter mantenere un impegno complesso nel tempo.[6] Può essere difficile altrimenti riuscire a superare piccoli o grandi segni di ingratitudine, di mancanza di rispetto, sgarbi o altro, che, inevitabilmente, in contesti di forte tensione e dolore, possono colpire, anzi per certo colpiscono il volontario.[7]

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Il carcere ha bisogno di tutto e ogni cosa va organizzata con cura, come fosse un’azienda, un quartiere fra gli altri quartieri della città. Qualche anno fa, l’Italia è stata condannata perché le sue carceri non garantivano una permanenza dignitosa ai detenuti, ovvero per trattamento degradante, e quindi si decisero le dimensioni minime della cella (circa 3 mq per persona). Va da sé che non è un problema di quantità ma di qualità, perché “custodire” non è questione di spazio ma vuol dire prendersi cura delle persone a prescindere da quello che hanno compiuto, solo per il fatto che sono “persone”. «E si può cambiare! Possono cambiare anche i mafiosi» – come ci hanno testimoniato numerosi operatori di grande esperienza – ma questo richiede tempo, esige un lungo percorso di elaborazione interiore. Certo, in un carcere come San Vittore i tempi di permanenza sono talmente brevi che non si può pensare che la persona “cambi”, che possa prendere coscienza di quello che ha fatto e maturare una consapevolezza del male compiuto, tuttavia è convinzione diffusa che occorre intervenire tempestivamente. Rispetto ad altre sedi, infatti, San Vittore è propriamente una casa circondariale dove arrivano gli imputati in attesa di giudizio che rimangono in media più o meno tre mesi, quindi per un periodo molto limitato. Questo incide molto sul loro atteggiamento: l’imputato per definizione si dichiara “innocente”, e fa di tutto per dimostrare di esserlo; raramente confessa (altrimenti si autocondanna) e, per una reazione psicologica facilmente comprensibile, non è disposto a mettersi in discussione, non si preoccupa delle vittime e del male che ha fatto e nei confronti degli agenti si pone nell’atteggiamento di chi vuole “tutto e subito”. L’imputato peraltro vive in una condizione paradossale: mentre il condannato può beneficiare di una serie di provvedimenti e di misure cautelari alternative (ad es. i cosiddetti “domiciliari”), per l’imputato vi sono meno strumenti agevolativi e risulta di fatto “punito”. Gran parte dei detenuti sono stranieri extracomunitari che vengono catapultati in un altro mondo, in un contesto culturale radicalmente diverso, con abitudini alimentari e comportamentali lontane dalle nostre e spesso con una limitata capacità di comprensione e di confronto.

​ Il volontario del carcere è un po’ speciale: non è psicologo, non è medico, non è insegnante, ma è un po’ di tutto questo insieme.

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Il ruolo dei volontari è strategico anche per gli agenti. Negli istituti dove la presenza di volontari e contatti con l’esterno è bassa risulta più difficile il lavoro del personale interno alla struttura, su cui ricadono tutte le fragilità e frustrazioni che i detenuti non riescono o non possono esprimere attraverso le attività e i contatti con il mondo esterno.[8]

Nel rapporto con i detenuti, mentre gli agenti rappresentano l’Istituzione, che è il “nemico da combattere”,[9] ciò che rende i volontari insostituibili è proprio il loro disinteresse, il fatto di operare gratuitamente: chi opera senza alcun tornaconto personale, chi decide di investire il suo tempo, solo costui “buca”, riesce cioè a entrare “in relazione” con i detenuti, a ottenere da loro più facilmente fiducia e rispetto. Certo il volontario non può “giudicare”, deve occuparsi del detenuto indipendentemente da quello che ha commesso, con l’unico obiettivo di aiutarlo a fare un percorso di vita nuova. Però, anche quando i tempi brevi di permanenza, come ho già ricordato, lo rendono difficile, occorre aiutare i detenuti a prendere in mano la propria vita per farne un’altra storia.

Sotto il profilo organizzativo, è molto importante tenere presente che i volontari entrano a far parte – con gli agenti, i medici, la cappellania – di una rete di operatori che devono tra loro interagire: ognuno rappresenta un tassello del puzzle che ha come fine ultimo il sostegno al detenuto, attraverso la condivisione delle informazioni (come eventuali disturbi fisici o particolari problemi familiari) e il confronto continuo. La rete deve essere compatta per evitare che si creino legami diretti fra i singoli volontari e i detenuti, poiché il servizio – questo deve restare – deve essere percepito come offerto da un’organizzazione sociale coesa. Non si tratta di violare la privacy ovviamente, tutt’altro, significa operare tutti insieme per il bene delle persone.

Molto è stato fatto, ma molto si può ancora pensare e realizzare. Entrare in carcere significa offrire un servizio alla persona, che può

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comprendere molte cose, all’interno del carcere, ma anche dopo, fuori dal carcere. E quando i detenuti vengono coinvolti in attività pensate per loro, non succede nulla di pericoloso, perché essi non possono tradire la fiducia di chi li tratta con rispetto, di chi li tratta come “persone”. La realizzazione di ogni progetto deve avvenire sempre sotto la supervisione e il coordinamento degli organi interni (la direzione, in primo luogo, e gli educatori), al fine di ottenere il miglior contributo di tutte le parti coinvolte. Non di rado infatti l’operato dei molti volontari va guidato per affinare il loro intervento verso una crescente professionalità, evitando che essi si sostituiscano allo Stato, richiedendo piuttosto l’intervento di quest’ultimo quando esso è tenuto ad agire in adempimento degli obblighi previsti dalla legge.[10] I volontari non si devono sostituire alle istituzioni, piuttosto si affiancano alle realtà che si occupano del carcere.

3. Una nuova consapevolezza

La recente esperienza condotta in San Vittore[11] mi porta a concludere questo articolo sottolineando un ulteriore importante ruolo svolto dai volontari: favorire la diffusione di una consapevolezza nuova fra chi sta fuori del carcere.

Partiti con obiettivi molto modesti (essenzialmente la distribuzione di vestiario e la preghiera dall’antica chiesetta al Fopponino, preziosa per il suo valore storico fin dai tempi della peste del Manzoni, rivolta proprio verso il carcere),[12]​ ci siamo resi conto ben presto che

La presenza in carcere genera l’attesa dell’incontro.

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un fine altrettanto meritevole era la necessità di far sapere cosa fosse veramente il carcere. E i risultati sono stati significativi: le iniziative sono cresciute rapidamente[13] e con esse il numero delle persone interessate.

Non è affatto scontato, anche noi non lo sapevamo e lo abbiamo imparato progetto dopo progetto. Per capirlo davvero occorre aprire la nostra mente, fare un salto di comprensione e di compassione. Occorre entrare. E capire che il carcere è diventato di fatto un luogo di «detenzione sociale».[14] Non è cioè la dimora di delinquenti incalliti, ma un luogo dove spesso paradossalmente trovano rifugio persone che “svernano”, senza una casa, disadattati, soli, persi in un mondo complicato. Vi è chi ha rigettato gli arresti domiciliari perché sapeva che fuori sarebbe tornato a delinquere oppure chi – e sono molti – agli arresti domiciliari non ci può andare, perché non ha un domicilio.

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Per la stragrande maggioranza, per gli ultimi della catena sociale, gli esclusi, per i quali la società non riesce a trovare un posto, il carcere è diventato ospedale, casa di riposo, rifugio. E il loro numero continua a crescere, soprattutto dopo la pesante crisi economica del decennio passato: persone senza lavoro, con malattie mentali o doppia dipendenza, segnate da traumi che portano devastazioni non solo a loro, ma all’intera famiglia a cui appartengono.

Particolare attenzione infine va rivolta al “dopo” carcere, al reinserimento sociale. È questo forse il momento più delicato della detenzione. Spesso, infatti, il suicidio fra i detenuti avviene proprio pochi giorni prima dell’uscita: un drammatico paradosso, che testimonia del vuoto intorno, della paura del nulla, di un mondo esterno dove i reclusi devono tornare a vivere, trovare casa, lavoro, costruirsi nuove relazioni… Non sempre la società è disposta a offrire una nuova opportunità.

In questo articolo, ho cercato di spiegare l’importanza del lavoro svolto da tutti coloro che operano nelle nostre carceri, ma il lavoro davvero impegnativo è quello dentro di noi, tutti noi, per riuscire a essere autenticamente aperti nel prendere coscienza del disagio di altri e ritrovare la volontà di partecipare alla costruzione di un mondo migliore.

“Custodire” non è questione di spazio ma vuol dire prendersi cura delle persone.


[1] Cfr. L. 26 luglio 1975, n. 354, Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà (GU n. 212 del 9-8-1975 – Suppl. Ordinario).

[2] Si veda il sito del Ministero della Giustizia, Attività trattamentali, Volontaria-to, vari anni:[inrete]https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page?facetNode_1=0_2&frame10_item=1&selectedNode=0_2_6. Tutti i siti citati in questo articolo sono stati consultati per l’ultima volta in data 1 settembre 2019.

[3] Ricordo fra le molte associazioni: Antigone, Caritas, Mario Cuminetti, Sesta Opera San Fedele, Il Girasole. Un dato significativo è il rapporto detenuti/volontari, ma le rilevazioni appaiono discordanti: secondo l’Osservatorio di Antigone, tale rapporto è pari a 7, vale a dire 1 volontario ogni 7 detenuti a fronte di 1 volontario ogni 3,5 detenuti secondo i dati del DAP.

[4] Fra le molte testimonianze scritte da volontari, segnalo Teresa Michiara, Viaggio in un carcere italiano, San Paolo, Milano 2003, fuori commercio, disponibile sul sito di Sesta Opera.

[5] Come riportato sul sito di Sesta Opera: [in rete] http://www.sestaopera.it/ attivita-intramuraria/.

[6] Molti volontari organizzano la messa domenicale, specie nei tempi forti. Considerando il graduale processo di apertura (uno degli obiettivi sempre più diffusamente perseguiti dalle direzioni carcerarie è proprio quello di “aprire” il carcere all’esterno, favorendo incontri quali servizi di ristorazione e spettacolo) e pur con tutte le ragioni di prudenza e di tutela necessarie, ovviamente, forse non è utopistico pensare che un giorno si possa poter scegliere di andare a messa in carcere con “libertà”, come se fosse una chiesa qualunque, per partecipare alla messa assieme a persone, i detenuti, che si trovano in una condizione particolare; partecipare quindi in condizioni di “quasi normalità”. Anche questo potrebbe costituire un passo verso una maggiore integrazione.

[7] In carcere operano volontari appartenenti prevalentemente alla Chiesa cattolica, ma significativa e in aumento è la presenza di volontari appartenenti ad altre confessioni, in particolare le Chiese evangeliche. Si veda lo speciale di Confronti, Uscire Dentro. Carceri e fedi, settembre 2018.

[8] Cfr. i materiali presenti sul sito dell’associazione Antigone: [in rete] www.antigone.it.

[9] La posizione degli agenti non va trascurata. Essi svolgono un ruolo estremamente delicato e stressante, tanto che il numero dei suicidi fra loro risulta lo stesso di quello dei detenuti. Molti, come ci hanno testimoniato, passano dalle celle dei detenuti alle loro stanze, certo riservate e più confortevoli, ma ciò di cui lamentano la mancanza è un adeguato inserimento nella città.

[10] Sull’importanza del ruolo dello stato nella “ricostruzione” dei detenuti, per la conquista di nuova fiducia e autostima, cfr. G. Siciliano, Il recupero vero? È uso del tempo e la dignità della persona, «Corriere della Sera», 21 maggio 2019.

[11] Faccio riferimento al Progetto Carcere della parrocchia San Francesco al Fopponino, confinante con San Vittore, un unicum nella diocesi di Milano. Il gruppo dei volontari, di cui sono il referente-coordinatore, si compone di circa 30 persone. Il progetto ha seguito alcuni passaggi fondamentali negli ultimi anni: dapprima la conoscenza della realtà carceraria, nonché la preghiera, la promozione di gesti concreti di solidarietà e la definizione di forme continuative di sostegno, con uno sguardo al futuro, per favorire il reinserimento sociale dei detenuti.

[12] Ogni venerdì pomeriggio, alle 15:00, le campane suonano per i detenuti, accompagnate dalle preghiere dei parrocchiani e con i detenuti riuniti in gruppi di preghiera, con l’aiuto della cappellania. Quelle stesse campane che hanno fatto compagnia alla beata Enrichetta Alfieri, suora della carità dal maggio 1923 al novembre 1951, e figura di riferimento in carcere per tanti anni, alla quale è dedicata una lapide all’ingresso di San Vittore: «Passò come un Angelo, pianse come una Mamma nel tacito eroismo di ogni dì. Veramente e sempre Suora di Carità». Certo gran parte dei reclusi è di altra fede, soprattutto musulmana, ma, a quanto ci riferiscono dalla cappellania, la preghiera è un momento vissuto con rispetto e tolleranza da tutti.

[13] Il progetto tuttavia non vuole comprendere tanto una serie di iniziative, ma un vero e proprio cammino di solidarietà, un “gemellaggio”, un percorso di crescita umana e spirituale. Fra i vari programmi che abbiamo seguito, ricordo in particolare l’installazione di una cella-tipo all’interno della chiesa, a cura della Caritas Ambrosiana, denominata Extrema Ratio, espressione usata dal cardinale Martini per indicare che il carcere deve essere la soluzione ultima per chi commette un reato, da impartire solo quando non vi sia alcuna alternativa. Nonché la cena di carnevale, preparata con un gruppo di ragazzi, alcuni figli dei detenuti, che frequentano una scuola professionale di cucina e turismo per far loro guadagnare qualche credito a scuola e un po’ di attenzione dalla città. I giovani meritano una cura speciale e noi dobbiamo contribuire a spezzare la catena del destino che li proietta, con elevata probabilità, a seguire le orme dei padri. Ricordo infine il corso estivo di alfabetizzazione, guidato da un gruppo di giovani universitari e rivolto a circa 30 studenti di diversa nazionalità, tenuto in un periodo in cui la scuola interna era chiusa.

[14] Come ci ha spiegato Gloria Manzelli, ex-direttrice del carcere di San Vittore, in un incontro in parrocchia tenuto nel gennaio 2018. La direttrice non ci è sembrata affatto buonista: «Ci sono quelli che è giusto che scontino la pena in carcere, ma sono pochi, davvero molto pochi», ha precisato.

Video: Byoblu dialoga con d. Giampaolo Centofanti

https://gpcentofanti.altervista.org/intervista-di-byoblu-a-d-giampaolo-centofanti/

Scegli chi vuoi essere, di don Fabrizio Centofanti

In teologia morale c’è la cosiddetta opzione fondamentale, che è il fondamento del nostro stile di vita. Tutto dipende da questa scelta. Mi sembra consolante, perché a volte ci sentiamo vittime di un destino irrevocabile, ma non è mai così, fino all’ultimo respiro. 

Siamo noi a decidere la qualità dell’esistenza, che può svariare dalla carne allo spirito, dal bene al male, dal vizio alla virtù. Capita, nella quotidianità, di sentirsi sbagliati, amareggiati, delusi. Sentiamo che qualcosa non va, che stiamo pensando o facendo qualcosa che non corrisponde a ciò che siamo veramente. Dobbiamo essere grati per queste sensazioni, perché ci fanno comprendere che stiamo dando il peggio di noi stessi, e che, di conseguenza, ci è impossibile essere felici.

Solo se abbiamo il coraggio di guardare in faccia l’infelicità accadrà qualcosa che ci farà cambiare: cercheremo un’altra visione della vita, un modo più consono ai nostri desideri più profondi. I maestri spirituali dovrebbero servire a trovare questa alternativa. Gesù si è dedicato a un’opera così, permettendo a tante persone di essere se stesse, di salvarsi.

Trasfigurazione come ri-nascita (Mc 9), di don Fabrizio Centofanti

da qui

Mons Dal Covolo, I “FONDAMENTI PATRISTICI” DELL’ENCICLICA FRATELLI TUTTI DI PAPA FRANCESCO

+ Enrico dal Covolo

Come è noto, l’età patristica si conclude ufficialmente con Isidoro di Siviglia (+ 636) in Occidente e con Giovanni Damasceno (+ 749) in Oriente. Ma – ora che la Chiesa è cresciuta in età – non è arbitrario prolungare i termini cronologici tradizionali, fino a coprire tutto il primo millennio. Di fatto, Bernardo di Chiaravalle, che è morto nel 1153, viene chiamato spesso “l’ultimo dei Padri”; per l’Oriente, invece, la data estrema di riferimento può essere quella del doloroso scisma del 1054.

Se si accetta questa cronologia non ufficiale, allora potremmo dire che Francesco (1181-1226), erede originale del monachesimo patristico, ha respirato a pieni polmoni l’insegnamento dei nostri Padri, in stretta continuità cronologica con la loro vita e con le loro opere. Così l’Enciclica Fratelli Tutti (d’ora in poi FT) – che dal titolo e dallo sviluppo del primo paragrafo si apre con due citazioni dirette delle Ammonizioni del Santo – trova fin dal suo inizio un solido fondamento patristico.

Ma per chi vuole attenersi alla cronologia ufficiale dell’età patristica, diciamo che – a parte alcune citazioni isolate, che pure esamineremo, perché aiutano a comprendere meglio il pensiero di Papa Francesco – il riferimento ai Padri della Chiesa si concentra nell’Enciclica soprattutto sulle questioni della distribuzione dei beni materiali, del diritto comune alla proprietà, e in definitiva sul tema della povertà e della ricchezza.

1. Il “fondamento patristico” nello sviluppo del tema “povertà e ricchezza”

Conviene leggere anzitutto il paragrafo 119 di FT, verso la conclusione del terzo capitolo, dedicato a “generare e a pensare un mondo aperto”. Per raggiungere questo obiettivo, scrive il Papa Francesco, è necessario “riproporre la funzione sociale della proprietà”.

“Nei primi secoli della fede cristiana”, egli afferma, “diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò induceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che ‘non dare ai poveri parte dei propri beni, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro’. Come pure queste parole di Gregorio Magno: ‘Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra, ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene’”.

Nelle relative note al testo (91-93) il Papa cita, a supporto, Basilio, Pietro Crisologo, Ambrogio e Agostino, riportando i titoli di alcune loro opere. Per le due citazioni dirette egli si riferisce rispettivamente al De Lazaro del Crisostomo e alla Regula pastoralis di Gregorio.

Piuttosto che analizzare le singole citazioni, propongo qui una riflessione di sintesi, complementare al testo dell’Enciclica, riguardo al tema della povertà e della ricchezza nei primi secoli cristiani.

Occorre riconoscere nella letteratura cristiana antica la compresenza di un duplice filone di pensiero. 

Da una parte prevale la prospettiva ascetica, carismatica, escatologica: nella tensione verso la città celeste (spesso avvertita come molto vicina), tutto l’interesse è riservato alla sequela povera di Gesù, e alla rinuncia radicale al mondo.  Sembra essere questa, per molti aspetti, la prospettiva di san Francesco, che non coincide però con quella di FT.

Dall’altra parte si impone, soprattutto nel prosieguo dei secoli, una prospettiva sociologico-caritativa, che riguarda piuttosto l’uso corretto delle ricchezze, mentre avanza l’imperativo etico della condivisione dei beni e la convinzione del diritto comune alla proprietà. E’ questa la linea percorsa da Papa Francesco nella sua Enciclica.

A tale riguardo, è decisivo il paragrafo 74 di FT, dove si legge: “Ci sono modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio. San Giovanni Crisostomo giunse ad esprimere con grande chiarezza tale sfida che si presenta ai cristiani: ‘Volete onorare veramente il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo. Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate a patire il freddo e la nudità’”.

E’ questa una citazione diretta della celebre Omelia 50 di Giovanni Crisostomo sul Vangelo di Matteo. Conviene riprenderla ampiamente, nel suo contesto storico-letterario.

 Le Omelie crisostomiane sul Vangelo di Matteo rappresentano per noi il più antico commento completo al primo vangelo. Rappresentano altresì una significativa testimonianza di quell’attività omiletica che avrebbe assicurato al Crisostomo il massimo riconoscimento tra gli oratori ecclesiastici. Risalgono agli anni fra il 386 e il 397 (probabilmente al 390) – vale a dire tra l’ordinazione sacerdotale in Antiochia e l’elezione alla cattedra patriarcale di Costantinopoli –, periodo nel quale il Crisostomo fu chiamato a svolgere diversi incarichi di predicazione nelle più importanti chiese antiochene. Questi incarichi riuscivano particolarmente congeniali a Giovanni, che aveva abbracciato il sacerdozio per un’irresistibile vocazione pastorale, e che specialmente attraverso la predicazione delle Scritture puntava a realizzare tale vocazione: coerentemente la sua predicazione e la sua esegesi – fedeli ai fondamentali indirizzi della cosiddetta “scuola antiochena” – paiono singolarmente sensibili alle condizioni concrete, ai problemi e alle necessità anche materiali dei destinatari.

Tali istanze esegetiche e pastorali caratteristiche della predicazione crisostomiana si riflettono puntualmente nell’Omelia 50, e ne giustificano la singolare impostazione, piuttosto “sproporzionata” rispetto al testo di Matteo.  

L’Omelia infatti intende commentare la pericope conclusiva di Matteo 14.

I temi sviluppati nei primi due paragrafi – dedicati all’esegesi puntuale dei vv. 23-36 – sono soprattutto quelli della preghiera, della pazienza nelle prove, della pedagogia di Dio e della fede dei discepoli. Di fatto, però, la spiegazione del versetto 36 si prolunga lungo gli altri due paragrafi, il terzo e il quarto, così da occupare più di metà dell’intera Omelia

La “sproporzione omiletica” si giustifica grazie al contesto della liturgia eucaristica, in cui l’Omelia è collocata: “Tocchiamo anche noi il lembo del suo mantello”, così il Crisostomo apostrofa i suoi fedeli; “anzi, se vogliamo, noi possediamo Cristo tutto intero. Il suo corpo infatti è ora qui, a nostra disposizione. Non solo il suo mantello, ma il suo stesso corpo: e non per toccarlo soltanto, ma per mangiarlo e per esserne saziati… Che importa se tu non senti la sua voce? Tu lo contempli sull’altare; o meglio tu senti anche la sua voce, dato che egli ti parla per mezzo degli evangelisti”.

Da qui in poi l’Omelia si concentra tutta sul tema dell’Eucaristia e sulle condizioni morali indispensabili per celebrarla degnamente.

Così prosegue infatti il Crisostomo: “Credete che anche ora c’è quella mensa, alla quale anche Gesù sedette con gli apostoli. Non c’è infatti nessuna differenza tra l’ultima cena e la cena dell’altare”. Tale certezza di fede interpella in modo decisivo la responsabilità dei cristiani, poiché la partecipazione alla mensa del Signore non consente incoerenze di sorta: “Comprendiamo bene tutti noi, sacerdoti e fedeli, quale dono il Signore si è degnato di darci, e a quale onore ci ha elevati. Riconosciamolo e tremiamo. Cristo ci ha dato di saziarci con la sua carne, ci ha offerto se stesso immolato. Quale scusa avremo ancora se, così alimentati, continuiamo a peccare; se, cibati dall’Agnello, viviamo come lupi; se, nutriti di tale cibo, non cessiamo di essere avidi come i leoni? Questo sacramento esige non solo che siamo sempre esenti da ogni violenza e rapina, ma puri anche della più piccola inimicizia. Questo sacramento infatti è un sacramento di pace, e non permette di avere attaccamento alle ricchezze”.

Ed ecco finalmente il punto di approdo dell’Omelia, quello a cui si riferisce il Papa Francesco nell’Enciclica: “Che nessun Giuda… si accosti alla tavola!”, esclama il Crisostomo. E non è un criterio sufficiente di dignità quello di presentarsi alla mensa con vasi d’oro: “Non era d’argento quella mensa, né d’oro il calice da cui Cristo diede il suo sangue ai discepoli… Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che egli sia nudo: e non onorarlo qui in chiesa con vesti di seta, per poi tollerare, fuori di qui, che egli stesso muoia per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: ‘Questo è il mio corpo’, e ha confermato il fatto con la sua parola, ha detto anche: ‘Mi avete visto affamato, e non mi avete nutrito’; e: ‘Quello che non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me’… Impariamo dunque ad essere sapienti, e ad onorare Cristo come egli vuole… spendendo le ricchezze per i poveri. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro… Che vantaggio c’è, se la sua mensa è piena di calici d’oro ed egli stesso muore di fame? Prima sazia la sua fame, e allora con il superfluo ornerai la sua mensa! Fai un calice d’oro e non dai un bicchiere d’acqua fresca? E che vantaggio c’è? Prepari per la mensa paramenti ricamati in oro e non gli offri nemmeno il rivestimento necessario? E che profitto ne deriva?”.

Ecco chi è Giuda, secondo il Crisostomo. E’ colui che si accosta al Corpo e al Sangue del Signore, ma in realtà non ne condivide il progetto di vita. Giovanni, sempre attento ai risvolti concreti e alla rilevanza sociale della scelta di fede, non perde l’occasione per sottolinearlo con forza, a costo di rendere sproporzionata la sua Omelia.

Egli può approdare così ad uno dei temi caratteristici della sua predicazione, quello dell’elemosina. Il tema dell’elemosina, infatti, scaturisce come un corollario: il Corpo di Cristo condiviso richiama i fedeli alla solidarietà fraterna. Questo spiega perché i sermoni sui poveri si svolgono alla presenza dell’Eucaristia. In effetti, essa crea un nuovo linguaggio di solidarietà per una duplice ragione, che il Crisostomo sottolinea: anzitutto la partecipazione alla stessa mensa, che rafforza i vincoli della comunione; in secondo luogo il fatto che nell’Eucaristia si svela la synkatábasis di Dio, ossia quella “condiscendenza” (abbassamento), che diventa paradigmatica per i cristiani ricchi.

Così infatti termina l’Omelia 50: “L’elemosina purifica dal peccato…, è più grande del sacrificio…, apre i cieli. Essa è più necessaria della verginità; così infatti quelle [le vergini stolte] furono scacciate dalla sala delle nozze; mentre le altre [le vergini prudenti] vi furono ammesse. Consapevoli di tutto ciò, seminiamo generosamente per mietere con maggiore abbondanza e conseguire i beni futuri”.

Come si può verificare facilmente, molti di questi temi sono affrontati in vario modo da Papa Francesco nella sua Enciclica.

Al riguardo possiamo addurre un altro testo patristico più o meno contemporaneo all’Omelia 50 – testo però non citato dal Papa –, trascorrendo così dall’Oriente all’Occidente, cioè dal Crisostomo (+ 407) a Massimo di Torino (+ 420).

Si tratta dei Sermoni 17 e 18 del vescovo, dedicati al tema della povertà e della ricchezza nella comunità cristiana della sua città. 

Ne emerge l’immagine di una città scossa da forti tensioni. 

La ricchezza viene accumulata e occultata. “Uno non pensa al bisogno dell’altro”, constata amaramente Massimo nel suo diciassettesimo Sermone. “Infatti molti cristiani non solo non distribuiscono le cose proprie, ma rapinano anche quelle degli altri. Non solo, dico, raccogliendo i loro danari non li portano ai piedi degli apostoli, ma anche trascinano via dai piedi dei sacerdoti i loro fratelli che cercano aiuto”. E conclude: “Nella nostra città ci sono molti ospiti o pellegrini. Fate ciò che avete promesso” aderendo alla fede, “perché non si dica anche a voi ciò che fu detto ad Anania: ‘Non avete mentito agli uomini, ma a Dio’”.

Nel Sermone successivo, il diciottesimo, Massimo stigmatizza forme ricorrenti di sciacallaggio sulle altrui disgrazie. “Dimmi, cristiano”, così Massimo apostrofa i suoi fedeli, “dimmi: perché hai preso la preda abbandonata dai predoni? Perché hai introdotto nella tua casa un ‘guadagno’, come pensi tu stesso, sbranato e contaminato?”. “Ma forse”, prosegue, “tu dici di aver comperato, e per questo pensi di evitare l’accusa di avarizia. Ma non è in questo modo che si può far corrispondere la compera alla vendita. E’ una buona cosa comperare, ma in tempo di pace ciò che si vende liberamente, non durante un saccheggio ciò che è stato rapinato. Considera l’origine del contratto, l’autore della vendita, il livello del prezzo, e capisci di essere complice di una rapina, piuttosto che compratore di una vendita! Donde un barbaro possiede monili d’oro e di gemme?… Sappiamo che tutte queste cose appartengono a nostri comprovinciali o concittadini. Agisce dunque da cristiano e da cittadino chi compera per restituire”.

Senza darlo troppo a vedere, il vescovo di Torino giunge così a equiparare i doveri civici del cristiano e del cittadino. Vivere una vita cristianamente impegnata, infatti, costituisce per lui un impegno civico, così come è un impegno religioso non abbandonare la città. Viceversa, ogni cristiano che, “pur potendo vivere col suo lavoro, cattura la preda altrui col furore delle fiere”; che “insidia il suo vicino, che ogni giorno tenta di rosicchiare i confini altrui, di impadronirsi dei prodotti, di divorare gli animali”, non gli appare neanche più simile alla volpe che sgozza le galline, ma al lupo che si avventa sui porci.

2. Altri riferimenti patristici dell’Enciclica

Altri riferimenti patristici si incontrano anzitutto nei paragrafi 90-91 di FT.

Siamo sempre nel terzo capitolo dell’Enciclica, ma in un contesto differente, che riguarda l’impegno generoso dell’accoglienza nei confronti dei pellegrini di passaggio. Tale impegno, scrive Francesco, “lo hanno vissuto anche le comunità monastiche medievali, come si riscontra nella Regola di San Benedetto. Benché potesse disturbare l’ordine e il silenzio dei monasteri, Benedetto esigeva che i poveri e i pellegrini fossero trattati ‘con tutto il riguardo e la premura possibili’. E nella nota 68 il Papa cita alla lettera Regula 53,15: Pauperum et peregrinorum maxime susceptioni cura sollicite exhibeatur.

Diversamente – sostiene Francesco, sviluppando nel successivo paragrafo 91 un discorso sulla gerarchia e sull’autenticità delle virtù – “avremo forse un’apparenza di virtù, e queste saranno incapaci di costruire la vita in comune. Perciò San Tommaso d’Aquino – citando Sant’Agostino – diceva che la temperanza di una persona avara non è neppure una virtù”. E prosegue: “San Bonaventura, con altre parole, spiegava che le altre virtù, senza la carità, a rigore non adempiono i comandamenti ‘come Dio li intende’”.

Di notevole rilevanza è – infine – il riferimento all’Adversus haereses di Ireneo (+ 202), per sostenere alcuni diritti comuni, in particolare il diritto alla proprietà. E necessario rileggere l’intero paragrafo 58 di FT. 

Siamo all’inizio del capitolo secondo, intitolato “Un estraneo sulla strada”: “Il libro di Giobbe”, scrive il Papa, ricorre al fatto di avere un medesimo Creatore come base per sostenere alcuni diritti comuni: ‘Chi ha fatto me nel ventre materno, non ha fatto anche lui? Non fu lo stesso a formarci nel grembo materno?’ (31,15). Molti secoli dopo, Sant’Ireneo si esprimerà in modo diverso con l’immagine della melodia: ‘Dunque chi ama la verità non deve lasciarsi trasportare dalla differenza di ciascun suono né immaginare che uno sia l’artefice e il creatore di questo suono e un altro l’artefice e il creatore dell’altro […], ma deve pensare che lo ha fatto uno solo’”.

3. Riflessione di sintesi

Come affermava con chiarezza Giovanni Paolo II verso la conclusione dell’Enciclica Sollicitudo Rei Socialis, la Chiesa “non propone sistemi o programmi economici e politici, né manifesta preferenze per gli uni o per gli altri, purché la dignità dell’uomo sia debitamente rispettata e promossa” (n. 41).

Tale affermazione resta valida per una valutazione complessiva dei Padri riguardo alle questioni sociali. 

Sulla povertà e la ricchezza, in particolare, il pensiero patristico – saldamente ancorato alla riflessione biblica – è concorde su considerazioni di natura morale, concernenti principalmente la bontà delle cose create, l’uguale dignità delle persone (siano esse ricche o povere), il dovere della solidarietà e della condivisione, l’elemosina… In ogni caso, la gestione delle risorse non può avvenire nella logica e nell’atteggiamento di chi si sente “padrone” di esse, bensì di chi si sente “fratello di tutti” e,  in particolare, fratello dei più poveri.

Precisamente da questo punto di vista i “fondamenti patristici” dell’Enciclica FT si manifestano saldi e convincenti.

Dom Scicolone, Il matrimonio, la celebrazione esprime la vera teologia

LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO NUZIALE

D. Ildebrando Scicolone

Mentre per gli altri sacramenti si dice che «sono stati istituiti da Gesù Cristo», per il matrimonio si dice che «Cristo ha elevato il matrimonio alla dignità di sacramento». Ciò perché il matrimonio appartiene già all’ordine della creazione, e quindi delle realtà terrestri. Ne è conferma il racconto della Genesi a proposito della creazione dell’uomo, maschio e femmina. La tradizione profetica e poi tutto il NT hanno presentato il rapporto di amore tra Dio e il suo popolo, e poi tra Cristo e la chiesa come un rapporto sponsale. La realtà del matrimonio umano è diventata simbolo dell’Unione tra Cristo e la chiesa: è stata cioè «transignificata». La riflessione del Concilio sul matrimonio cristiano ha portato ad approfondire una tale dimensione sacramentale, mentre da un punto di vista antropologico ha posto l’accento sul rapporto personale di amore dei coniugi, più che sull’aspetto giuridico del contratto. Frutto di tali indicazioni conciliari è il nuovo “Rito del Matrimonio”.

A) Il matrimonio cristiano nella storia

Prima di parlare del matrimonio dei cristiani, dovremmo tenere presente due elementi: la prassi e la teologia dei matrimoni nella Bibbia (cf.  i matrimoni di Isacco e Rebecca, Booz e Ruth, Tobia e Sara), e la prassi greco-romana, dato che in questi ambiti il primo cristianesimo si è impiantato e diffuso. Elementi comuni sono il carattere sacro di tali celebrazioni e il carattere familiare. Si tratta infatti di invocare la benedizione di Jahvè (rispettivamente delle divinità familiari), e di stringere alleanza tra due famiglie. Il carattere romano porrà l’accento sull’aspetto giuridico del consenso e della «congiunzione delle destre», ad opera del padre della «pronuba»

Nei primi secoli, il matrimonio dei cristiani non si distingueva da quello dei pagani. La Lettera a Diogneto dice esplicitamente che «i cristiani si sposano come gli altri e hanno figli». L’unica avvertenza che si registra è che essi non hanno banchetti sacrificali, ma i loro matrimoni si fanno «nel Signore», cioè – per lo più si intende così- tra cristiani. Per questo s. Ignazio richiede l’approvazione del vescovo. Ciò non sembra comportare una presenza fisica del ministro ecclesiastico, ma serve solo a far evitare i matrimoni misti, per le conseguenze negative che potevano comportare. È forse in questo senso che va interpretato il celebre passo di Tertulliano, nell’opera Ad uxorem.

«Da dove può venirci la capacità adeguata per proclamare la felicità di quel matrimonio che la comunità (ecclesia) concilia e l’oblazione conferma e la benedizione sigilla, (del quale) gli angeli portano l’annuncio (e che) il Padre ratifica?».

Da questo testo, però, l’interpretazione tradizionale deduce che già a quel tempo (verso il 200) esisteva nella chiesa un rito di benedizione nuziale e per giunta durante la messa (oblazione).  Certo è che abbiamo documenti per questa benedizione solo a partire dai secoli IV-V.  Le prime benedizioni della sposa si trovano nei sacramentari, dal Veronese in poi. Questi testi riportano le preghiere della messa e un’ampia benedizione sulla sposa, da recitarsi prima della comunione. Non si parla invece di consenso. Probabilmente ciò era avvenuto prima, in ambiente familiare, e solo dopo gli sposi cristiani ricevevano una tale benedizione. Avremmo così due momenti distinti: il consenso-contratto che aveva tutto il carattere civile, senza presenza della chiesa, e poi la benedizione della sposa. Perché si benediceva solo questa? Probabilmente per due motivi, uno di ordine antropologico (la donna è più debole, oppure si prega per la sua fecondità) e l’altro di ordine teologico (se lo sposo è segno di Cristo e la sposa della chiesa, è solo questa che riceve una benedizione).

  Bisognerà arrivare all’epoca carolingia per vedere avvicinati i due momenti, quando il consenso-contratto si farà in facie ecclesiae, cioè materialmente davanti la porta della chiesa, e quindi anche con la presenza del sacerdote.  Dopo questo (diventato) rito, si entrava in chiesa per la messa e la benedizione.

  Questa benedizione era chiamata dai vecchi testi anche col nome di velatio: un velo copriva la testa della sposa. In oriente oltre il velo gli sposi ricevono una corona (donde il termine di incoronazione o stephania dato al matrimonio orientale). L’anello rimarrà invece un segno del consenso, esso sarà prima di ferro, poi di oro: esso (uno solo) veniva dato dallo sposo (che lo aveva ricevuto dal sacerdote) e lo metteva al dito della sposa, con o senza l’invocazione della Trinità.

  Nel Rituale romano del 1614 le due parti del rito (consenso e benedizione) si avvicinano ancora di più: si fanno ambedue in chiesa, ma il consenso viene espresso prima che inizi la messa, e la benedizione non ha luogo sempre (essa non si dà alle seconde nozze, ed è vietata in alcuni tempi penitenziali: in questi casi viene rinviata ad altro tempo, cosa che non sempre poi si verificava).

Si sviluppa così l’idea che il matrimonio consiste solo nel consenso, e la benedizione è un superfluo.

B) Il nuovo Rituale

La situazione – almeno nel rito- cambia con la riforma dell’ultimo concilio. La costituzione liturgica (art. 77-78) decreta:

“il rito della celebrazione del matrimonio, che si trova nel rituale romano, sia riveduto e arricchito, in modo che più chiaramente venga significata la grazia del sacramento e vengano inculcati i doveri dei coniugi” (77). 

“In via ordinaria il matrimonio si celebri nel corso della messa, dopo la lettura del vangelo e l’omelia, e prima della “orazione dei fedeli”. La benedizione della sposa, opportunamente

ritoccata così da inculcare ad entrambi gli sposi lo stesso dovere della fedeltà vicendevole… e venga sempre impartita.

Seguendo queste indicazioni, è stato preparato un nuovo Rito del Matrimonio. La prima edizione latina è del 1969, la seconda latina del 1990 (edizione italiana arricchita del 2004). 

L’Assemblea nuziale

  •  Domani sono di matrimonio”.  
  • Dove?  
  • Al ristorante tale.

Questo è un dialogo tra amici che si sente spesso. Il matrimonio si identifica con il pranzo. Per esso ci vuole un abito di cerimonia, per cui sembra una sfilata di moda.

La “cerimonia” che si fa in chiesa è una premessa, che interessa solo gli sposi e – tutt’al più – i testimoni. I presenti in chiesa sono gli “invitati”, non importa se cristiani o no. Essi vi stanno come spettatori: non rispondono, non cantano, non partecipano, non si comunicano: non sanno di essere un’assemblea radunata per celebrare non uno, ma due sacramenti, cioè l’eucaristia e il matrimonio. Molti sacerdoti giustamente lamentano: si celebra male, sono le assemblee peggiori.

Eppure il matrimonio cristiano è sacramento della Chiesa, e come tutte le celebrazioni liturgiche – non è “azione privata, ma dell’intero corpo ecclesiale, lo interessa e lo coinvolge; i singoli vi sono però impegnati in vario modo secondo la diversità dei ruoli, dei ministeri e dell’attuale partecipazione” (cfr. SC 26).

Per una celebrazione nuziale, specialmente se avviene durante la Messa, bisognerebbe suonare le campane, cioè convocare la comunità ecclesiale, non semplicemente accogliere coloro che sono stati “invitati” dagli sposi.

Il ruolo della comunità, sia nella preparazione, sia nella celebrazione del sacramento, è richiamato più volte nelle premesse al nuovo Rito.

n. 12: “La preparazione e la celebrazione del matrimonio, … per quanto attiene alla dimensione pastorale e liturgica, è competenza del Vescovo, del parroco e dei suoi vicari e, in qualche modo almeno, di tutta la comunità ecclesiale”.

n. 14: “I pastori d’anime devono aver cura che questa assistenza sia offerta nella propria comunità…”.

n. 26: “Altri laici possono…, in vari modi, svolgere compiti sia nella preparazione dei fidanzati sia nella celebrazione stessa del rito. È necessario poi che tutta la comunità cristiana cooperi a testimoniare la fede e a manifestare al mondo l’amore di Cristo”.

n. 28: “Poiché il matrimonio è ordinato alla crescita e alla santificazione del popolo di Dio, la sua celebrazione ha un carattere comunitario che consiglia la partecipazione anche della comunità parrocchiale, almeno attraverso alcuni dei suoi membri”.

Ma perché ciò si possa realizzare è necessario che “il matrimonio sia celebrato nella parrocchia di uno dei fidanzati, oppure altrove con licenza del proprio Ordinario o del parroco” (n. 27).

Tenuto conto di tutto questo, è necessaria un’opportuna e costante catechesi perché i presenti a una celebrazione nuziale abbiano coscienza di essere una comunità cristiana e una assemblea, a suo modo “celebrante”.

Nella stessa celebrazione è quanto mai opportuno che il sacerdote e altri eventuali ministri stimolino alla partecipazione. Se nessuno, per esempio, risponde al saluto iniziale, è bene che il sacerdote, con opportuni modi, esorti a rispondere, perché non ci sono spettatori, ma popolo celebrante, chiamati cioè a partecipare con il corpo e la mente. Bisogna far capire che sono lì, non solo per pregare per gli sposi e con loro.

Il rito stesso fa rivolgere la parola a tutta l’assemblea. Così l’invito a far memoria del Battesimo è rivolto a tutta la comunità presente:

“Fratelli e sorelle, ci siamo riuniti con gioia nella casa del Signore, nel giorno in cui N. e N. intendono formare la loro famiglia. In quest’ora di particolare grazia siamo loro vicini con l’affetto, con l’amicizia e la preghiera fraterna.  Ascoltiamo attentamente la Parola che Dio oggi ci rivolge … supplichiamo Dio Padre… Facciamo ora memoria del Battesimo…”

Il popolo tutto poi acclama alla formula trinitaria. I fedeli (“fratelli e sorelle”) sono invitati, dopo il consenso degli sposi, a pregare perché essi mantengano ciò che hanno promesso. Essi invocano “ascoltaci, o Signore”. Ancora, prima della benedizione nuziale, il sacerdote invita tutti, “fratelli e sorelle” ad invocare “con fiducia il Signore…”, e in alcune di queste benedizioni il popolo è chiamato ad acclamare e a supplicare.

Un elemento importante di una celebrazione festiva è il canto. Ora, nei matrimoni, difficilmente l’assemblea canta. Ci si contenta (!) di sentire brani di organo, o si invita un tenore o un soprano a cantare pezzi d’opera, che nulla hanno a che fare con una celebrazione eucaristica o liturgica. Il n. 30 recita: «I canti da eseguire siano adatti al rito del matrimonio ed esprimano la fede della Chiesa, in modo particolare si dia importanza al canto del salmo responsoriale nella liturgia della Paola».

Come si può fare ciò, se i presenti non sono abituati a farlo, o se in quel momento, non sanno di essere assemblea celebrante?

Non potrebbe il sacerdote, o un altro ministro, nell’attesa della sposa (che arriva sempre all’ultimo momento) fare un minimo di preparazione, almeno dei canti più necessari, quali il ritornello del salmo, l’Alleluia e il Santo?

Un’ultima osservazione, che ritrovo nelle Premesse, al n. 37: “Anche se i pastori sono ministri del Vangelo di Cristo per tutti, abbiano tuttavia una speciale premura verso coloro che, sia cattolici sia non cattolici, mai o quasi mai partecipano alla celebrazione dell’Eucaristia”. La celebrazione deve riuscire attraente e diventare essa stessa una catechesi, per sollecitare il desiderio di ritornare in chiesa, dal momento che si è “gustato quanto è buono il Signore”. 

Riti di ingresso

    Normalmente per “ingresso” si intende la processione del celebrante e dei ministri. Nel caso del matrimonio invece si pensa all’ingresso dello sposo e soprattutto della sposa, al suono di una marcia nuziale. In questa fase, cerimoniere è il fotografo. Il Rituale invece prevede due forme di ingresso: 

a) il sacerdote accoglie gli sposi all’ingresso della chiesa, e processionalmente, prima i ministri e il sacerdote, poi gli sposi. “Durante la processione si esegue il canto d’ingresso” (n. 46). 

b) dopo che gli sposi sono entrati e hanno raggiunto il loro posto, “il sacerdote li accoglie e li saluta cordialmente, manifestando la partecipazione della Chiesa alla loro gioia” (49).

Invece dell’atto penitenziale, il rituale italiano prevede una “memoria del battesimo” con l’aspersione dell’acqua benedetta.        

La liturgia della Parola

Il n. 35 delle Premesse al rito del Matrimonio, tra “i principali elementi della celebrazione” elenca, al primo posto “la liturgia della Parola, nella quale si esprime l’importanza del matrimonio cristiano nella storia della salvezza e i suoi compiti e doveri nel promuovere la santificazione dei coniugi e dei figli” (p. 25).

Già nella prima edizione era presente un’abbondante scelta di letture; ora, in questa seconda edizione, il numero delle pericopi è stato aumentato, fino ad un totale di 82 letture (dispiace il fatto che non sono state numerate), così distribuite:

a) Prima lettura: 16 dell’Antico Testamento, 6 del Nuovo (nel Tempo Pasquale)

b) Seconda lettura: 19 dalle Lettere degli Apostoli

c) Vangelo: 23 brani

d) Salmo responsoriale: 18 Salmi (alcuni di essi si ripetono)

Al n. 29 delle Premesse si raccomanda: “secondo l’opportunità, si scelgano insieme con gli stessi fidanzati le letture della Sacra Scrittura che saranno commentate nell’omelia…”. Ora è chiaro che, per scegliere, i fidanzati dovrebbero averle lette tutte. Non potrebbe questa lettura, specialmente se fatta insieme col sacerdote celebrante, essere una ricca e fruttuosa catechesi sul sacramento del matrimonio? Si potrebbe così passare in rassegna tutta la teologia biblica del sacramento, dalla Genesi (uomo e donna) all’Apocalisse (lo Spirito e la Sposa).

Grande aiuto per questa preparazione potrebbe essere la Presentazione al Lezionario del Matrimonio, che la Conferenza Episcopale Italiana offre all’inizio del Capitolo IV del Rito. Sono 8 numeri abbastanza lunghi, che vanno letti e studiati. Si tratta di criteri di lettura dei brani biblici:

  1. “Nelle pagine della Bibbia, il matrimonio – mysterium magnum – è una realtà costante e molteplice”. Se ne parla – come dicevo – “dalla creazione della prima coppia, fatta ad immagine di Dio”, fino all’Apocalisse, dove si ha il compimento della storia della salvezza “nell’incontro finale dell’Agnello con la Gerusalemme celeste, contemplato come un incontro sponsale”. Bisogna perciò inserire ogni brano che si legge in questa visione d’insieme, perché “ogni singolo brano in sé stesso è insufficiente a dire tutta la ricchezza del matrimonio”. È necessario altresì ricordare che la Bibbia ci presenta una progressiva evoluzione, nella linea della pedagogia divina, che vuole purificazione le deviazioni che l’uomo ha introdotto (la poligamia, il ripudio, la mortificante concezione della donna, vista talvolta come “proprietà” dell’uomo) riportando il matrimonio alla “santità della sua prima origine”, anzi a esprimere già nel segno quell’unione tra Cristo e la Chiesa che si compirà nel mondo futuro (senza bisogno del segno).
  2. Se i brani della Genesi, dalla creazione della coppia, benedetta da Dio, ai matrimoni con la benedizione di Isacco con Rebecca e di Giacobbe con Rachele (a cui si aggiunga quello di Tobia con Sara), manifestano che il matrimonio unico e indissolubile sono voluti dal Creatore, i testi profetici di Isaia, Geremia, Ezechiele, Osea, come pure il testo del Cantico dei Cantici, mostrano che “nella Scrittura è chiara la coscienza che Matrimonio e Alleanza sono realtà misteriosamente collegate” (n. 4).
  3. Al n. 7 della Presentazione del Lezionario si mette in luce che le varie pericopi “illuminano le dimensioni del vivere da credenti la realtà del matrimonio”:
    • la dimensione ecclesiologica, per non chiudere la celebrazione del matrimonio in un limitato orizzonte di semplice rapporto personale e di puro avvenimento familiare;
    • la dimensione pneumatologica, … in quanto lo Spirito Santo è fonte dell’amore (vedi Ezechiele 36 e Rm 5,5; Gv 14, 16-17);
    • l’aspetto di vocazione-missione che ha la nascita di una famiglia cristiana, e il ruolo che ne consegue di essere segno del mistero divino e della vita trinitaria;
    • il tema di Cristo-sposo proposto come mistero in cui immergere tutta la vita di coppia… (vedi i testi paolini di Efesini 5, Gv 2; Gv 3,29; Ap19).
  1. Il n. 8 presenta le varie aree tematiche del Lezionario, che qui riassumo:
    • Amore sponsale e carità del Padre: la vita trinitaria come fonte e modello dell’amore sponsale cristiano (cfr Rm 5,5; 1 Gv 4,7-12; Gv 17,20-26)
    • Il matrimonio nel mistero di Cristo e della Chiesa (cfr Ef 5; Gv 3,28-29)
    • Spirito Santo e matrimonio (cfr Ef 5, Gv 14, 12-17)
    • Matrimonio e alleanza (cfr Osea, Geremia 31, Ezechiele 16)
    • Famiglia, Chiesa domestica (cfr Efesini, Colossesi, 1 Pietro, Matteo 5)
    • Valore della persona nel matrimonio (vedi i testi di Matteo 5 e 19)
    • Matrimonio e fedeltà; amore gratuito e capace di perdono (cfr Osea, Ezechiele, Matteo 18,19-22)
    • Matrimonio e preghiera (cfr Tobia 8, 4b-8; Colossesi) 
    • Il valore del corpo (cfr 1 Corinzi 6, 13-15. 17-20).
  2. Oltre a tutte queste letture, se ne potrebbero utilizzare altre? A mio modesto giudizio, sì. Il rapporto sponsale, per esempio, tra Cristo e la Chiesa si potrebbe vedere già nel Prologo del Vangelo di Giovanni. La divinità si è unita “indissolubilmente” all’umanità, quando “il Verbo si è fatto carne” (in qualche rito orientale, si legge il Prologo nella Messa di fidanzamento). Tale unione sponsale poi si è consumata sulla Croce, quando la Sposa (la Chiesa) è stata tratta “dal costato di Cristo che dorme sulla Croce” (cfr Gv 19,34). Stranamente, a mio avviso, questi brani non sono presenti nel Lezionario.

La Parola di Dio che illumina il significato cristiano del matrimonio è tanto importante che anche quando si celebra in una solennità o domenica dei tempi forti, pur dovendosi usare il lezionario domenicale e festivo, “una delle letture può essere scelta tra quelle previste per la celebrazione del matrimonio” (Premesse, n. 34).

Il consenso sponsale

Purtroppo il Rituale titola “Liturgia del Matrimonio” la parte che comprende la parte in cui i fidanzati esprimono il loro consenso. In questa parte non c’è nessuna preghiera, tranne la breve benedizione degli anelli. Ma questo non è il sacramento, ma solo quello che, nelle ordinazioni e nelle professioni religiose, è chiamato “Interrogazioni” previe.

Questo ha fatto pensare che non solo la volontà dei due, cioè il consenso è l’essenza del matrimonio, ma ha fatto dire che “ministri del matrimonio” sono gli sposi. Essi sono ministri – se così vogliamo chiamarli – del matrimonio umano o civile, ma non del sacramento, che è opera dello Spirito. 

Comunque sia, questa è una parte necessaria, perché già il Diritto romano sanciva: il matrimonio lo fa il consenso, non la coabitazione” (matrimonium consensus, non concubitus facit).

    Prima che gli sposi esprimano il vero e proprio consenso, il sacerdote (o il diacono) rivolge agli sposi una triplice domanda: se si sposano in piena libertà e consapevolezza, se accettano la indissolubilità e se sono aperti alla procreazione. Senza questi requisiti, il matrimonio è invalido.

    Gli sposi si danno la mano destra (gesto che risale al diritto romano (la dexterarum iunctio). Il consenso può essere espresso in vario modo: importante è che sia chiaro. Il rituale propone due formule: a) prima lo sposo e poi la sposa dichiarano: 

Io N. accolgo te, N., come mio sposo/a. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. 

b) Lo sposo chiede alla sposa: N., vuoi unire la tua vita alla mia, nel Signore che ci ha creati e redenti? La sposa risponde: Sì, con la grazia di Dio, lo voglio.

Il Sacerdote, stendendo la mano sulle destre unite, accoglie il consenso, e ammonisce:

Non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce.

Segue la benedizione e lo scambio degli anelli. L’anello è l’unico segno rimasto nel rito romano. Ma le tradizioni liturgiche orientali (in particolare la bizantina) hanno altri segni, quali la corona e la velazione. Il nuovo rituale italiano prevede che – con il consenso del Vescovo – si possa fare sia l’una che l’altra. L’incoronazione è prevista dopo lo scambio degli anelli (n. 78): La rubrica recita: Il sacerdote, tenendo le corone nuziali (dorate o argentate, o di fiori) sul capo degli sposi, con le mani incrociate incorona prima lo sposo e poi la sposa dicendo: N., (servo/serva di Dio) ricevi N. come corona” e prosegue pregando: O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore. La velazione invece accompagna la solenne benedizione degli sposi. La rubrica recita: 

    “Nei luoghi dove c’è la consuetudine, o altrove con il permesso dell’Ordinario si può fare a questo punto l’imposizione del velo sugli sposi (velazione), segno della comunione di vita che lo Spirito, avvolgendoli con la sua ombra, dona loro di vivere. Insieme, genitori e/o testimoni, terranno disteso il ‘velo sponsale’ (bianco, con eventuale appropriato e sobrio ornamento) sul capo di entrambi gli sposi per tutta la durata della preghiera di benedizione”.

La benedizione degli sposi (e la Velatio)

Tra i principali elementi della celebrazione del matrimonio da mettere in evidenza, accanto al consenso, alla liturgia della Parola e alla comunione eucaristica, il n. 35 delle Premesse annovera “la solenne e veneranda preghiera con cui si invoca la benedizione di Dio sopra la sposa e lo sposo”. 

    Potremmo allora dire che lo specifico cristiano della celebrazione del matrimonio sta proprio in questa benedizione. Essa aveva luogo dopo la Preghiera eucaristica, prima della comunione, precisamente dopo il Padre Nostro.

    Prima del Concilio Vaticano II, la benedizione riguardava la sola sposa; era chiamata anche benedictio sponsae. Si portavano per questo due ragioni: una antropologica e l’altra teologica. Da una parte si pensava che la benedizione fosse invocata in vista della fecondità, riferendosi alla Genesi, dove si dice che “Dio li benedisse dicendo: siate fecondi e moltiplicatevi”. E allora si pensava che la fecondità o la sterilità dipendesse dalla donna. Alla luce della teologia del sacramento, poi, lo sposo è segno di Cristo, la sposa della Chiesa: si benediceva quindi la sposa, non lo sposo. 

    Il Concilio ha esplicitamente voluto che “la benedizione della sposa, fosse opportunamente ritoccata così da inculcare ad entrambi gli sposi lo stesso dovere della fedeltà vicendevole”. Così il rituale precedente la intitolava “Solenne benedizione della sposa e dello sposo” (notate l’ordine delle parole che ricorda la storia precedente!). Oggi il nuovo rito la chiama semplicemente “benedizione nuziale”.

    Per quanto riguarda il momento di questa benedizione, il nuovo Rituale, pur conservando quello tradizionale, e cioè dopo il Padre Nostro, prevede un’altra possibilità: “Se lo si ritiene opportuno, a questo punto [dopo lo scambio degli anelli] può essere anticipata la benedizione nuziale”. Io penso che sia opportuno, per due motivi: 1. Nel caso contrario, il rito vero e proprio del matrimonio, che è previsto dopo la liturgia della Parola (e l’omelia) non avrebbe alcuna preghiera (salvo la benedizione degli anelli); 2. la benedizione data dopo il Padre Nostro non viene spesso compresa, e si pensa che sia nient’altro che una preghiera in più del sacerdote. 

All’unica preghiera degli antichi Sacramentari, il Rituale del 1990 ne aveva aggiunto altre due; il nuovo ne aggiunge ancora una quarta. Ognuna di queste preghiera si compone di due parti: nella prima parte “si ricorda” (anàmnesi) o “si fa presente” a Dio il progetto che ha avuto nella creazione dell’uomo e della donna “donandoli l’uno all’altro [non all’altra, perché è un dono reciproco] come sostegno inseparabile, perché siano non più due ma una sola carne”. Ricorda poi che il mistero nuziale è “sacramento di Cristo e della Chiesa”. Ricorda ancora “quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio”. Nella seconda parte si invoca (epiclesi): “Guarda con bontà questi tuoi figli che, uniti nel vincolo del Matrimonio, chiedono l’aiuto della tua benedizione”. E poi in modo esplicito (cosa nuova!) si invoca lo Spirito Santo: “effondi su di loro la grazia dello Spirito Santo perché, con la forza del tuo amore diffuso nei loro cuori (Rom 5,5) rimangano fedeli al patto nuziale”. Sottolineo che questa epiclesi esplicita è cosa nuova. Non può esistere infatti sacramento senza l’azione dello Spirito Santo; era proprio strano che il sacramento dell’amore sponsale non risultasse frutto della presenza e dell’azione dello Spirito di amore tra il Padre e il Figlio,

La seconda formula è simile alla prima quanto a struttura, ma il linguaggio è più vicino alla moderna sensibilità. Nella parte anamnetica si ricorda, oltre alla creazione, il patto di alleanza: quello dell’AT, cantato dai profeti, e compiuto poi nel “mistero nuziale di Cristo e della Chiesa”. L’epiclesi è così espressa: “O Dio, stendi la tua mano su N. e N. ed effondi nei loro cuori la forza dello Spirito Santo”. Seguono delle espressioni molto belle, per esprimere la comunione di vita e il senso del dono che Dio fa ad entrambi: “Fa’, o Signore, che, nell’unione da te consacrata, condividano i doni del tuo amore e, diventando l’uno per l’altro segno della tua presenza, siano un cuor solo e un’anima sola”. E si invoca: “Dona a questa sposa N. benedizione su benedizione, perché come moglie e madre, diffonda la gioia nella casa e la illumini con generosità e dolcezza”. Per lo sposo si chiede: “Guarda con paterna bontà N., suo sposo, perché, forte della tua benedizione, adempia con fedeltà la sua missione di marito e di padre”. La preghiera si conclude con un accenno alla comunione eucaristica: “concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo”. Mi piace pensare che la prima cosa che, come sposi, mangiano insieme, è il corpo e il sangue di Cristo. 

    La terza preghiera ha un’anamnesi più breve, mentre l’epiclesi è più sviluppata: “Scenda, o Signore, su questi sposi la ricchezza delle tue benedizioni, e la forza del tuo Santo Spirito infiammi dall’alto i loro cuori… Ti lodino, Signore, nella gioia, ti cerchino nella sofferenza: godano del tuo sostegno nella fatica e del tuo conforto nella necessità; ti preghino nella santa assemblea, siano tuoi testimoni nel mondo. Vivano a lungo nella prosperità e nella pace…”.  Questa preghiera, così come la quarta, può essere intervallata da due acclamazioni dell’assemblea: all’anamnesi si acclama: “Ti lodiamo, Signore e ti benediciamo. Eterno è il tuo amore per noi”. All’epiclesi invece si invoca: “Ti supplichiamo, Signore: ascolta la nostra preghiera”.

    La quarta formula è proprio nuova, e più adatta a essere usata nel tempo pasquale. L’anamnesi è più lunga e più incentrata sul Nuovo Testamento. Dopo aver ricordato la creazione, passa a ricordare l’incarnazione di Cristo in una famiglia umana; ricorda la presenza di Cristo alle nozze di Cana quando, “cambiando l’acqua in vino, è divenuto presenza di gioia nella vita degli sposi”. Si ricorda soprattutto il mistero pasquale, da cui ogni sacramento trae senso e forza: “Nella Croce, si è abbassato fino all’estrema povertà dell’umana condizione, e tu, Padre, hai rivelato un amore sconosciuto ai nostri occhi, un amore disposto a donarsi senza chiedere nulla in cambio. Con l’effusione dello Spirito del Risorto hai concesso alla Chiesa di accogliere nel tempo la tua grazia e di santificare i giorni di ogni uomo”. L’invocazione epicletica è pure molto sviluppata: “Ora, Padre, guarda N. e N., che si affidano a te: trasfigura quest’opera che hai iniziato in loro e rendila segno della tua carità. Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini”. La preghiera diventa poi augurio e raccomandazione: “Siano lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. Non rendano a nessuno male per male, benedicano e non maledicano, vivano a lungo e in pace con tutti” (cfr Rom 12, 12-18). 

La Preghiera e la Comunione eucaristica

    Il centro della celebrazione è la Preghiera eucaristica. In essa rendiamo grazie a Dio per tutta l’opera salvifica operata da Cristo nel suo mistero pasquale. In essa, nella prima parte (prefazio) e nelle “intercessioni” si fa menzione della particolare festività che si celebra o del sacramento che vi è inserito (nel nostro caso, il matrimonio). Abbiamo così tre prefazi che inseriscono l’evento sponsale nel “mistero grande” e si prega per gli sposi.

    Il momento della comunione è la pregustazione del banchetto escatologico: “beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, secondo la beatitudine di Apocalisse 19,9:

“beati gli invitati alla cena delle nozze dell’Agnello”. La vita eterna sarà un abbraccio eterno dello Sposo e la sposa. 

    Il matrimonio cristiano, come tutti i sacramenti, è un segno “rememorativo”, ricorda cioè l’unione sponsale del Verbo con l’umanità, e segno “ripresentativo” nella vita terrena degli sposi, e segno “prognostico” che annunzia quel banchetto escatologico.

    Altro che un semplice “rito”! 

A cosa aggrapparsi quando tutto crolla, di don Fabrizio Centofanti

È facile dire: aggrappati a Gesù. Un momento, andiamo con ordine. Ci sono periodi, nella vita, in cui sembra che ogni certezza venga meno: non che uno creda in cose come la sfortuna; sarebbe più ragionevole pensare alle molestie del demonio. Comunque sia, va tutto male: al lavoro, negli affetti, nel regime economico, nell’organizzazione del tempo. Sembra che il negativo si concentri su di te, e non abbia altri bersagli da colpire. In questi casi, in ambito cattolico, si consiglia di aggrapparsi a Cristo. Niente da eccepire, ma si dimentica che aggrapparsi a Gesù vuol dire assumere come valida la sua prospettiva, il suo sguardo sulle cose. Per Lui non è stato facile venire nel mondo che ha creato e gli si è voltato contro. Questo sì che è un caso di molestia totale, umanamente intollerabile. Gesù ha vissuto controcorrente, ha percorso il torrente in senso opposto, come i salmoni, perché abbiamo cambiato la direzione della vita. Aggrapparsi a Gesù significa una cosa precisa: guizzare, come il salmone, in direzione ostinata e contraria, come ha cantato qualcuno. Ciò implica un sentimento perduto, di cui è divenuto incomprensibile perfino il nome: lo zelo. Solo questa passione tenace per il bene, l’opposto dell’accidia, consente di andare nel senso antitetico rispetto a quello dell’intera società: ma solo allora si sperimenta la libertà dei figli di Dio, superiore a ogni altra gioia terrena.

La fonte della profezia

Ogni uomo può in mille modi contribuire alla ricerca del vero, anche semplicemente con la sua stessa vita, le sue speranze, i suoi bisogni, le sue difficoltà. Ogni uomo può ricevere intuizioni originali, profetiche. Ma la profezia più profonda nasce dal sempre più profondo ascolto, dalla sete di Luce. Gesù è la Parola di Dio perché è l’ascolto del Padre. E il titolo con cui preferisce chiamarsi è quello di Figlio dell’uomo. Ossia uno che impara da tutti e da tutto. Anche Maria imparava da tutti e da tutto, serbava tutti quei fatti-parole gettandoli alla rinfusa nel suo cuore, sembra dire letteralmente il testo di san Luca. Erano essi, accolti nel cuore, a rivelarsi gradualmente. Semi, doni di grazia, non concetti. Sete di Luce. E non già circoscritta da paletti, solo spiritualistica, intellettualistica o solo pratica. Fatti parole, secondo l’intraducibile parola greca ῥῆμα. L’umanità intera della persona sempre più aperta dalla e alla Luce di Cristo, Dio e uomo, alla sua grazia divina e umana. Vi diranno eccolo qua, eccolo là, non andateci – dice Gesù – perché il regno di Dio è in mezzo a voi, con il contributo di tutti e di tutto. Verità, libera identità e scambio, vita concreta. Non solo un aspetto, chiudendo e svuotando le persone. Restando nelle astrazioni, nel tecnicismo, che stanno conducendo l’umanità al crollo.

Forse in mezzo a tanti pericoli stiamo giungendo ad una nuova tappa nella storia della salvezza: alla fine il mio cuore immacolato trionferà. Cosa vuol dire poi “alla fine”? Forse che specifiche persone e società devono sperimentare il fallimento per appoggiarsi sempre più in ogni cosa a Dio?

“Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole” (1 Sam 3, 19). Ascoltare significa vivere: “Tu sei degno di prendere il libro

e di aprirne i sigilli,

perché sei stato immolato

e hai riscattato per Dio con il tuo sangue

uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione

e li hai costituiti per il nostro Dio

un regno di sacerdoti

e regneranno sopra la terra” (Ap 5, 9-10).

Dove trovare la gioia, di don Fabrizio Centofanti

Spesso la fede, i preti, le suore, con gli annessi e i connessi, sono liquidati per l’atmosfera zuccherosa e direi gelatinosa con cui parlano di pace, di gioia, di amore e cose simili. Sembra una finzione messa in scena da persone che imparano la parte a memoria. Questa melassa è in contrasto con la realtà della vita, che ti fa maledire le burocrazie, inveire contro le ingiustizie, prendertela con i tuoi simili, che cercano di fregarti o in auto ti tagliano la strada. Che c’entra la gioia in tutto questo? Per trovarla, bisogna fare un passo indietro. Nel nostro modo di vivere, la gioia non esiste. Sperimentiamo gratificazioni, piaceri strappati alla routine quotidiana, euforie passeggere per fenomeni come il tifo sportivo e via sparendo. La gioia è da un’altra parte, dalla parte di Dio. Lui sa come funzionano le cose, avendole create. Sa come funzioniamo, quale cammino sia necessario per diventare ciò che siamo. Solo rintracciando queste coordinate, anche non essendo ufficialmente credenti, possiamo riscoprire il sentimento sconosciuto ai più che va sotto il nome di gioia. Bisogna riconoscere che credere conviene: se non credo, non so chi sono, ma continuo a cercare risposte per le mie domande vere. Risultato: insoddisfazione, rabbia, tristezza. Vi siete accorti di quante persone siano insoddisfatte, tristi, rabbiose? Niente paura: proviamo a credere, a capire come la pensa Dio, come ci vede, Lui che ci ha creati. Poi ne parliamo.

Intervista al “decano” dei vaticanisti Luigi Accattoli

Di d Giampaolo Centofanti, gennaio 2020

Da qualche mese ho conosciuto da vicino Luigi Accattoli, vaticanista di lungo corso: prima alla “Repubblica” e poi al “Corriere della Sera”. Dal 1973 scrive sulla rivista “Il Regno”. Oltre a vari volumi sui Papi e sul Vaticano, ha pubblicato tre testi intitolati “Cerco fatti di Vangelo”: uno per la Sei e due per la EDB. Da 14 anni coordina il blog www.luigiaccattoli.it e anche in esso ha una pagina intitolata “Cerco fatti di Vangelo”. L’ultima pubblicazione, curata insieme a Ciro Fusco, è intitolata “C’era un vecchio gesuita furbaccione. 110 parabole di Papa Francesco” (Paoline 2019). Vive a Roma, ha cinque figli. Fa conferenze per l’Italia ed è attivo in parrocchia.

Luigi mi hai detto che la tua avventura di giornalista inizia in un luogo e una data cruciali: università la Sapienza, 1968, presidenza nazionale della Fuci. Che è stato per te il ‘68?

Sono stati anni importanti per l’acquisizione di una certa idea di impegno civile, quello che viene detto cattolico-democratico, nel quale poi sempre mi sono riconosciuto. Ma non sono stati gli anni più importanti: metto prima quelli di bambino in una famiglia contadina delle Marche che mi hanno insegnato la serietà della vita e quelli del matrimonio e della nascita dei figli, dove ho imparato la dedizione e l’umiltà. 

Gli anni del tuo incarico fucino coincidono con la scelta religiosa dell’Aci di Vittorio Bachelet. Che ricordo hai di quel periodo?

Da giovane ero contrario alla scelta religiosa ma oggi so che mi sbagliavo. Mi appariva come una scelta timida e avrei voluto uno schieramento netto con i poveri e i paesi poveri, in nome di don Milani e del vescovo Camara. Fu un periodo di grande travaglio, ma – direi – né più né meno che l’attuale. 

Se dovessi trovare un aggettivo per ciascuna delle stagioni ecclesiali che hai attraversato, quali sceglieresti?

Vado sui Papi e dedico un ossimoro a ciascuno. Montini: dolente e magnifico. Luciani: ridente e fuggitivo. Wojtyla: eroico e giocoso. Ratzinger: mite e fermo. Francesco: severo e misericordioso.

Su Francesco si dicono molte cose. Qual è l’aspetto che più ti colpisce?

“La riforma della Chiesa in uscita missionaria” (n. 17 della “Evangelii gaudium”), che è il cuore della sua predicazione. Sono convinto che la vera novità del Papa argentino sia qui e oso affermare che se non obbediamo a quella chiamata vanifichiamo l’intera dote – o dono – che da lui ci viene e che tutta è in funzione della chiamata all’uscita.

Quali sono gli orizzonti di questa Chiesa dell’uscita?

Sono quelli – epocali – del passaggio dal modello di Chiesa costituita della tradizione europea alla forma più agile di una Chiesa missionaria adeguata all’epoca post moderna, caratterizzata da un processo globale di secolarizzazione. Se non l’aiuteremo a compiere questo passaggio, che lui chiama uscita; se non usciamo con lui, Francesco resterà un Papa simpatico, estroverso, che ha alleggerito i conflitti con la modernità e che ha semplificato l’immagine e il linguaggio, ma che non avrà ottenuto quello per cui è stato eletto, in accoglienza – si direbbe – al monito ch’egli stesso aveva rivolto ai confratelli cardinali alla vigilia del Conclave: la chiamata della Chiesa a uscire da se stessa per evangelizzare. La Chiesa in uscita va oltre l’ovile, le mura, la pedagogia, l’anagrafe, il linguaggio della Chiesa costituita, che sono stati grandi, gloriosi, ma non sono più in grado di parlare all’umanità circostante. La Chiesa costituita si curava innanzitutto dei “fedeli”, la Chiesa in uscita cerca per primi i non credenti.

Come hai affrontato la sfida di raccontare la Chiesa dalle pagine dei quotidiani laici?

Come piccola parte della sfida complessiva che i credenti si trovano oggi ad affrontare di fronte al mondo della non credenza. Se ti trovi a un ricevimento o dal barbiere e c’è chi irride al matrimonio cristiano non sei in una posizione diversa rispetto al giornalista che scrive sui giornali laici. 

Quali sono i pregiudizi dell’informazione laica verso il mondo cattolico? 

Intendono la Chiesa come gerarchia e la vedono come una realtà politica che tende al governo temporale, diretto o indiretto, da perseguire per via religiosa. Dovremmo tener un maggior conto di questo pregiudizio. Per esempio quando noi stessi identifichiamo la voce della Chiesa con quella dei vescovi, o quando riduciamo i vescovi al solo Papa.

Che linguaggio bisognerebbe adottare per l’informazione religiosa?

La lingua media comprensibile a tutti, che è regola del giornalismo in generale, con l’avvertenza specifica della necessità di tradurre in essa il linguaggio della fede. Tutto ciò arricchito dal linguaggio dei segni e delle storie di vita: dall’eloquenza dei gesti, come dice Papa Francesco. Nel mercato dell’informazione, la notizia forte (cioè suscettibile di un uso concorrenziale) scaccia quella debole; e la notizia religiosa rischia di risultare debolissima ogni volta che si riduce a messaggio verbale, o a segnalazione di avvenimenti interni alla comunità ecclesiale. Essa invece può esser forte quando veicola un gesto o una storia di vita. 

Sei conosciuto come un narratore di storie di vita che chiami “fatti di Vangelo”: com’è nata questa passione? 

Ho iniziato a raccoglierli nel marzo 1993, su impulso di Tonino Bello, il vescovo della diocesi di Molfetta: egli era morente e io ero andato a fargli visita; e mi chiese di aiutarlo a trovare ‘segni di speranza’ per l’omelia del Giovedì Santo che fu la sua ultima. Don Tonino morì due settimane dopo e io mi dissi: quello che mi ha chiesto questo caro vescovo morente io voglio farlo come opera della mia vita. 

Oggi questi “fatti” si trovano ancora? 

Essi ci sono ovunque due o tre si riuniscono ‘nel suo nome’. Persone che amano fino a dare la vita, che perdonano gli uccisori dei parenti, che inventano ogni forma di nuova carità per i nuovi bisogni, che accettano la malattia, la vecchiaia e la morte in attesa della risurrezione. I fatti di Vangelo ci sono sempre nella Chiesa: è la loro comunicazione che risulta generalmente inferiore alla loro consistenza. 

Che giudizio dai delle comunità cristiane del nostro Paese, che continui a visitare con la tua attività di conferenziere? 

Ottimo quanto a carità vissuta. Dubbioso quanto a capacità di attestare in parole la fede. Comunque non sono pessimista. E’ in crisi l’organizzazione ecclesiastica e la permanenza della religione tradizionale, non la presenza del Vangelo nella vita delle persone.

Di che ha bisogno la Chiesa oggi? In quale direzione i credenti dovrebbero impegnarsi di più?

Nell’attestazione in parole e opere del mistero di amore che professiamo, come ci stimola a fare Francesco e come già predicava Benedetto. Ma è una domanda superiore alle mie vedute. Dal mio punto di osservazione mi auguro la crescita di una reale tolleranza interna che permetta qualche riforma e una ripresa di iniziativa nel campo ecumenico e in quello della pace. Per la vita e il raggio d’azione dei cristiani comuni, spero che cresca il confronto sugli impegni storici. Non mi auguro il ritorno di un partito cattolico o di indicazioni elettorali da parte dei vescovi, ma la creazione di ambiti e momenti nei quali tutti i cristiani impegnati nella vita pubblica, non solo politica, possano discutere le loro esperienze e maturare indicazioni condivise. 

Da anni hai un blog d’autore e da qualche mese sei in Instagram. Perché hai scelto di sperimentare una presenza cristiana nella Rete? 

I cristiani debbono essere ovunque e ognuno deve contribuire a questa presenza secondo le proprie competenze. Vedo che anche i nuovi media sono attratti dalla diatriba e io in questo accanimento vorrei portare un germe di tolleranza, di accettazione del diverso. Di simpatia per l’universo, in definitiva. E di carità cristiana. Ma l’idea di partenza era di dedicarmi alla ricerca dei fatti di Vangelo per le vie della Rete, passando dalla raccolta in volume allo strumento più agile, più veloce e più capiente di un sito internet.

E di Instagram che dici? 

Ci sono entrato per una scommessa: quella di imparare un nuovo linguaggio. Mi affascina la sua comunicazione veloce e per immagini. Cerco di usarlo mescolando alle immagini le parole. Ma soprattutto mi applico ad apprendere in esso la comunicazione dei giovani e dei giovanissimi. 

Sei anche attivo in parrocchia: i nuovi media possono essere d’aiuto alla vita parrocchiale?

In parrocchia do una mano in attività del tutto tradizionali: quelle caritative e quelle culturali. Ma vorrei aiutare la comunità a passare dal cartaceo al digitale e da un sito Internet bacheca a un sito interattivo. Dove cioè i visitatori possano fare domande e dire la loro. Il sito parrocchiale, questo sconosciuto: che farne, oltre a metterci gli orari delle messe e il calendario degli appuntamenti? Qui le nostre comunità sono indietro sui tempi che corrono. Penso che potrei aiutare la mia parrocchia a realizzare un indirizzario digitale che permetta di raggiungere con sufficiente sicurezza, per posta elettronica e attraverso la messaggistica scritta e vocale, l’insieme della popolazione. Lo vedo come un primo minimo passo – ma adeguato ai tempi – della Chiesa in uscita.

Intervista a Ciriaco De Mita

Andrea Monda, L’Osservatore Romano, 4 febbraio 2020

Incontro Ciriaco De Mita il 31 gennaio, festa di san Giovanni Bosco, e alla fine della nostra conversazione l’ex-presidente del consiglio, 92 anni da compiere proprio due giorni dopo, mi dice: «La Chiesa dovrebbe ripartire dall’educazione, come facevano i salesiani, aprire scuole ma non per l’insegnamento, bensì per l’educazione, cioè per quell’arricchimento globale della persona nel segno della libertà. L’insegnamento rischia spesso di diventare qualcosa che cala dall’alto, soffocando la libertà».

Tutto il resto della nostra chiacchierata è in qualche modo riassunta in questa battuta finale, perché è la libertà il cuore dell’avventura umana e quindi anche della politica. Gli chiedo di Sturzo, l’anno appena trascorso ha segnato il secolo dal famoso Appello ai liberi e forti, ma lui parte dalla sua esperienza personale e la riflessione diventa un viaggio nella memoria:

Penso al Partito popolare di Sturzo — spiega — come a una tentazione a riflettere sulla politica in maniera sorprendente. Questo sin dall’inizio. Ricordo che c’era la guerra d’Africa e io avevo sette anni quando ascolto il bollettino alla radio che annuncia la vittoria dell’Amba Alagi in modo trionfalistico, la gente in paese parlava della conquista di una montagna d’oro. Io accompagnavo mio nonno che aveva le cataratte inoperabili e ricordo le sue parole che poi mi hanno segnato, ed erano le parole che riecheggiavano quelle dei Papi, di Benedetto XV e poi di Pio XII: «Con la guerra tutto è perduto, con la pace nulla è perduto». Quando nel 1940 fu dichiarata la guerra ricordo le manifestazioni dei giovani universitari tutte a favore della guerra, ma io seguivo mio padre che era diventato antifascista assieme ad altri tre o quattro nel paese. A Nusco intanto erano arrivati dei confinati politici, i quali avevano il dovere di farsi riconoscere dai carabinieri, la mattina alle dieci e il pomeriggio alle cinque, subito dopo venivano nella bottega di mio padre, chiudevano le porte e cominciavano a farla, la politica. Io avevo qualche difficoltà: non ero d’accordo sul fatto che per mandare via il fascismo bisognava perdere la guerra, questo oggi è difficile da capire ma all’epoca la patria era una cosa sacra, per questo ero in crisi, volevo combattere la guerra senza mettere in discussione il re ma poi dopo tre notti senza dormire mi convinsi. Poi la guerra finisce e insieme anche la monarchia, in quel periodo risorgono i partiti politici e la Dc e il Pci non erano contrapposti, le cose cambiano alla fine del 1947 quando si rompe la solidarietà di governo e si fa la campagna elettorale per l’elezione del 18 aprile 1948. Ricordo che dovevo fare l’esame di licenza liceale, ma dal mese di febbraio ho sospeso gli studi per andare in giro per fare comizi in tutto il territorio della diocesi. Fu un passaggio delicatissimo e il risultato per nulla scontato visto che il Partito comunista e quello Socialista avevano una capacità organizzativa maggiore della Dc. Ci venne incontro la Chiesa, furono inventati i comitati civici con Gedda che incarnava però una posizione clerico-moderata che si scontrò presto con l’opinione diversa dei democratici.

Cerco di riportare la discussione sulla figura di Sturzo:

Ho scoperto Sturzo soprattutto dopo, all’inizio degli anni ’80, quando ho cominciato a leggere tutta la sua opera. Con Sturzo ho avuto un rapporto non lineare, all’inizio non avevo per lui una particolare simpatia, per la sua posizione all’interno della Dc, il fatto è che lui era di un’altra generazione e per i giovani democristiani era stato fondamentale l’incontro con Maritain attraverso la mediazione di Montini, il futuro Paolo VI.

Qual è la forza della sua lezione per il tempo di oggi?

Sturzo mette in piedi un partito dopo averci pensato, è dal pensiero che scaturisce la forma concreta del partito politico, un’esperienza che è sempre collegata a una riflessione e le due cose camminano insieme: esperienza e riflessione. È ancora attualissimo il suo rapporto con la Chiesa, di piena fedeltà ma al tempo stesso di rivendicazione dell’autonomia della politica. Quando comincia l’esperienza politica Sturzo spiega che cosa vuole dicendo che la Chiesa cattolica è universale mentre la politica è sempre particolare, il partito è appunto una parte, e ha sempre mantenuto questa posizione. È l’ispirazione religiosa che lo porta a quel suo pensiero di fondo per cui in politica un problema si risolve ma nel momento stesso da un problema risolto se ne crea un altro, a differenza della sinistra che all’epoca pensava che tolta la proprietà privata tutto sarebbe stato risolto. Questo atteggiamento lo portava a riflettere sul fatto della pluralità di posizioni distinte, per lui (e per me) la contraddizione è segno di vita, è proprio per questo che il pensiero deve incarnarsi, diventare fatto, e ciò può avvenire se possiede una ricchezza di motivazione elevandosi dalla dimensione meramente particolare. Era poi un uomo che possedeva una dimensione internazionale della politica e che intuiva, al tempo stesso, proprio nell’autonomia del territorio la condizione della libertà e della crescita. In tutto questo e altro consiste il suo pensiero politico, il più alto che ci sia stato nel ’900, il che non significa che sia un pensiero definitivo, ma è piuttosto un modo di pensare, un metodo, quasi il rifiuto di un pensiero definitivo, definitorio, apparentemente capace di risolvere tutti i problemi ma per questo inevitabilmente ideologico e astratto, che calava dall’alto nella storia concreta delle vicende umane. Il popolarismo che Sturzo ha elaborato è un po’ come la medicina: essa aiuta a vivere ma non ha la pretesa di rendere immune l’uomo dalla malattia. Si aiuta il corpo a creare le condizioni dello sviluppo ma senza violentarlo, lo si accompagna nel rispetto della libertà, sapendo che la malattia non è mai debellata una volta per tutte. 

Un De Mita quindi sturziano al cento per cento, anche oggi?

Oggi più di ieri. Questa mia fede nel popolarismo, il senso forte della laicità della politica, mi ha portato in passato ad avere una storia un po’ controversa con il mondo cattolico e con il clero. Eppure rivedendo la mia esperienza posso dire che non ho mai messo in discussione la fede cattolica e devo dire che nell’ultimo periodo, merito anche di questo Papa che ha liberato il cristianesimo dalla lettura solo culturale, ho rivisto la mia opinione, scegliendo un atteggiamento meno critico che spinge invece verso una sempre maggiore attenzione alla dimensione religiosa, una dimensione può apparire come una cosa che frantuma e separa ed è invece un fermento che fa crescere la spiritualità e quindi anche la libertà politica. Oggi più di ieri la politica per me è finalizzata al mettere insieme le persone, è una forma di aiuto, è questo sforzo a metterci insieme per l’arricchimento e la crescita della dimensione spirituale, per combattere la miseria materiale e morale e la solitudine delle persone; metterci insieme direi per riscattare anche un mondo cattolico che ha vissuto quasi come un’inerzia la grandezza degli ultimi Papi, adagiandosi su di essi.

La riflessione su Sturzo e il suo essere anti-ideologico mi ricorda quello che dice Papa Francesco che parla del cristiano come «l’uomo dal pensiero incompiuto».

Sono d’accordo se con questa espressione si vuole sottolineare il dinamismo della realtà umana. Io dico “il pensiero diventa fatto” che è come dire una ruota con il motore perché nel momento in cui si fa fatto apre a un nuovo e non c’è una posizione vera che domina. Questo dinamismo insomma non si risolve, non si raggiunge mai una perfezione definitiva, nella storia. Vedo la storia come cammino, come processo e la politica come accompagnamento dei processi storici. 

La conversazione riprende il filo della memoria e si affacciano diversi personaggi, ad esempio il cardinale Martini.

Quando divento nel 1982 segretario della Dc era un periodo difficile per il mondo cattolico, c’era stato l’anno prima il referendum sull’aborto, un’aria di rottura tra il partito e la gerarchia ecclesiale. Io giravo molto per l’Italia ed ero messo in difficoltà dai vescovi e dai sacerdoti su questo tema, poi arrivo a Milano, incontro Martini e gli espongo la mia difficoltà e lui mi fa: «E tu allarga il discorso sulla vita!», fu per me di grande aiuto e conforto.

La memoria lo porta a ricordare la sua “avventura cilena”:

Qualche anno dopo, nel 1984, vado in Cile e mi incontro con i democristiani del paese. C’è la prima manifestazione dei giovani, era il periodo di Pinochet, mentre andavamo alla manifestazione c’erano con me Piccoli e Rumor che mi consigliavano prudenza. Quando arriviamo in piazza però la parola più gentile che sentivamo era «assassino», insomma finisce che io scendo assieme ai ragazzi in piazza, era la prima volta in vita mia che scendevo in piazza a protestare. Arrivano i carabinieri, picchiano qualcuno, ma fu per me una grande esperienza e così qualche tempo dopo ho aiutato i democristiani e quando a Pinochet venne l’idea di fare il referendum, noi organizzammo una raccolta di fondi (si pagava per votare) e così tanta gente poté votare e Pinochet perse il referendum. Fui invitato di nuovo alla manifestazione ed ero là sotto il palco e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia cristiana.

La seconda metà degli anni ’80: la costruzione dell’Europa, Kohl e la Germania…

Ricordo una riunione in Germania nel 1988 con Kohl che era rude nel parlare ma di grande chiarezza espositiva e spiegò che la Germania al centro dell’Europa è un rischio per l’Europa stessa e per evitare il rischio bisogna inglobare la Germania in Europa. Oggi siamo ancora qui, il problema è ancora questo perché noi ci siamo fermati e la guida politica è stata più attenta alla sopravvivenza anziché al futuro.

…e Gorbačëv:

Con Gorbačëv ho avuto conversazioni bellissime, appena ci siamo incontrati cominciammo a parlare della piaga della droga tra i giovani che per me era un segno, almeno in Occidente, di un malinteso senso della libertà. Faccio con lui discorsi in varie sedi e a un certo punto gli dico che noi italiani faremo una specie di piano Marshall per aiutare lo sviluppo della Russia; lui, rivolto a me, dice che «voi siete cresciuti economicamente ma non siete integrati, mentre noi sovietici siamo uniti ma non siamo sviluppati economicamente, ci dovreste dare una mano». Gli chiedo se per lui era ancora valida l’esperienza marxista e lui dice che bisogna vedere di quale esperienza si vuole parlare, interviene la moglie e difende rigorosamente la posizione marxista-leninista, lui mi guarda e dice «mia moglie è filosofa» e poi dice a lei: «Ma l’uomo, senza spiritualità che cos’è?». Mi sembra stupendo che il leader del partito comunista sovietico ponga la questione sulla spiritualità dell’uomo.

C’è tempo anche per una riflessione autocritica: 

Dentro la Dc da giovane ero alquanto settario, non avevo il senso dell’unità, volevo fare la corrente degli intelligenti, un errore mortale. Quando ho fatto il segretario invece ho sempre pensato all’unità.

Gli ricordo una sua passata intervista in cui diceva che uno dei meriti della Democrazia cristiana è stato fare dell’Italia, che era un paese reazionario, un paese democratico. Finita la Dc in questi trent’anni l’Italia è forse tornata a essere un paese reazionario?

Il paese si è trasformato: quelli che poi sono venuti dopo di noi, pensando a tutto quello che si è realizzato, debbono tutti concludere che il difetto enorme è stata la crescita accelerata, ciò che negli altri paesi era avvenuto in qualche secolo da noi è avvenuto nel periodo tra il 1947 e il 1989. Dopo il processo democratico e la funzione della Dc hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza. Negli anni ’80 mi resi conto di questo rischio e provai a rinnovare le istituzioni, con Berlinguer ebbi un rapporto di grande solidarietà, lui era una persona di grande delicatezza, ricordo che una volta parlando con lui mi uscì un’espressione colorita e lui mi disse «Ringrazia Iddio che ti voglio bene perché questa espressione un sardo te la farebbe pagare». Purtroppo lui non ci sentì rispetto alle riforme istituzionali, non fu pronto in quel momento e poi quando si convinse avvenne la sua morte improvvisa.

Nella galleria dei ricordi c’è spazio anche per alcuni Papi che ha conosciuto (ben otto):

Giovanni XXIII è stato il Papa che forse mi ha colpito di più, direi quasi che la sua era una “sacralità manifesta”, che rivela l’insufficienza del pensiero rispetto a tanta grandezza. Penso alla bellezza di quella espressione sulla carezza da dare ai bambini tornando a casa e non posso ancora oggi non emozionarmi profondamente; quella fu una suggestione infinita per tutta la classe politica, indistintamente. Paolo VI lo avevo già conosciuto come assistente della Fuci, ricordo nel 1945 quando ci fu l’uccisione di Mussolini. Io mi trovato a Roma per una riunione politica e ci fu una grande discussione se era legittimo ammazzarlo e ricordo che lui insieme a Dalla Torre, il direttore de «l’Osservatore Romano», fecero degli interventi molto costruttivi. Con Giovanni Paolo II ebbi un lungo rapporto, finalizzato a riaprire il rapporto tra la Chiesa e la Dc che era molto in crisi, come ho già detto. Quando avemmo occasione di parlare mi fece capire che non aveva un pensiero preciso sulla situazione italiana e voleva comprendere meglio questo strano paese che è l’Italia; mi disse «Io sono il Primate d’Italia ma è un titolo onorifico, di fatto io non conosco bene la realtà italiana» e così cominciammo un bel rapporto, in cui mi aiutò anche l’amico Mario Agnes, il direttore de «L’Osservatore Romano».

Il cristiano non è un marziano, di don Fabrizio Centofanti

Il cristiano non è un marziano. Neanche la cristiana. Hanno dei gusti, fanno delle scelte, avvertono allergie e preferenze, si infastidiscono e gioiscono. Anche Gesù funzionava così, da vero uomo che era. È importante sottolineare questo aspetto, in tempi in cui vengono meno certezze elementari. Il cristiano e la cristiana sono uomini e donne come gli altri: vanno al bar e viaggiano coi mezzi, guardano alla finestra e vedono alberi, prati, nuvole (almeno qui, al Divino Amore). Il cristiano e la cristiana amano, soffrono, sono contenti se incontrano qualcuno con cui parlare della vita. Una particolarità ce l’hanno: credono che tutto abbia senso con Gesù. È come un filtro; come quando si scelgono certe frasi piuttosto che altre, o quando si decide di sorridere o tirare dritto. Il fatto di scegliere Gesù vuol dire consultarlo nelle cose di ogni giorno. Si lavora, si incontrano persone, si mangia, si beve, si canta, ed è sempre come se Gesù fosse lì, interlocutore fidato, suggeritore a tua disposizione. Gesù orienta verso il bene, anche quando le cose vanno male. Spinge al perdono, anche quando vorresti litigare. È un’amicizia impegnativa: chiede una qualità alta, non si accontenta della mediocrità, soprattutto se ti ha tirato fuori dalle sabbie mobili del male. Più ti ha cambiato, più ti ha estratto dalla melma, più lo ascolti volentieri, perché sai che significa scampare al pericolo. Il cristiano e la cristiana sono gente che ringrazia perché è stata graziata. Uomini e donne come tutti e tutte, con un grazie che sgorga da dentro.

La sequela di Gesù, la cultura, la partecipazione sociale

Vi è un cammino di serena e graduale maturazione personale. Tale percorso può portare a divenire sempre più consapevoli anche della società, della cultura, in cui si vive. Gesù getta semi di vita, accompagna la crescita personale ma per certi aspetti lascia l’approfondimento culturale, la politica e via dicendo alla ricerca e al dialogo, nei tempi e nei modi di ciascuno, delle e tra le persone. Pur essendo comunque elementi della maturazione. Si può dunque da un lato aiutare, in uno scambio reciproco, una maturazione serena, libera e non schematica e dall’altro, più approfonditamente specie tra laici, con chi vuole sviluppare anche un dialogo su cultura e società. Se dal lato della maturazione personale l’interesse per questo secondo piano può svilupparsi in ciascuno secondo modi e tempi personalissimi, la drammatica, esiziale, e sconosciuta perché nuova, situazione che stiamo vivendo potrà stimolare chi così la vede a cercare insieme a chi vorrà le possibili contromisure. 

https://gpcentofanti.altervista.org/la-democrazia-aggirata-raggirata/

Come vincere la tristezza, di don Fabrizio Centofanti

Per i Padri orientali la tristezza è un peccato. Questo ci solleva, perché vuol dire che è un problema da cui dobbiamo liberarci, essendo sempre auspicabile disfarsi del peccato. E come sempre, la liberazione dal peccato è frutto di una sinergia fra la grazia di Dio e la nostra adesione. Perché siamo tristi? Chiedendocelo, siamo a metà dell’opera: spesso la tristezza è uno stato d’animo passivo, rischia di diventare un’abitudine, e delle abitudini non ci chiediamo più il perché. Più scaviamo in noi stessi, più la tristezza perde consistenza: la profondità è un antidoto infallibile, perché più vado verso il centro di me stesso, più mi avvicino a Dio. La tristezza spadroneggia nella periferia della persona, là dove abbiamo meno consapevolezza, meno dominio su noi stessi. Non a caso accidia e tristezza sono spesso imparentate: l’ozio, la pigrizia, sono un vagare alla superficie di sé, uno staccarsi dalle energie interiori, dal senso delle cose. La tristezza nasce dal non senso.

I vizi inducono tristezza: sono il bene, la virtù, a lasciar emergere la vitalità della persona, le motivazioni  radicate nel DNA della creazione, nell’amore, che è il segno della partecipazione alla vita di Dio. 

Se sono triste, dunque, devo innanzitutto chiedermi perché. Poi scavare, fino ad approdare a una sfera più profonda e ricca di energie. Poi riconoscere che il mio essere sta dentro un progetto più grande, l’amore di Dio che si comunica a ciò che Lui ha creato. 

Compiendo questi passi, non sarò triste neanche sforzandomi di esserlo di nuovo.

Perché le virtù sono preferibili ai vizi? di don Fabrizio Centofanti

Sembra una domanda scontata, banale, ma nella vita spirituale non c’è nulla di scontato. I vizi procurano gratificazioni e sicurezze, per questo fatichiamo a ripudiarli. Ci armiamo di buoni propositi, ma ricadiamo nelle abitudini di sempre. È necessario accrescere la consapevolezza per trovare una via d’uscita da questo labirinto.

I vizi hanno una caratteristica precisa: dietro l’apparenza piacevole o efficace, tendono a distruggere, gli altri e se stessi. Bisogna vedere dove portano, per rendersene conto. L’errore è quello di coglierne solo gli effetti più superficiali: il piacere, il vantaggio che ne viene. Ma se guardiamo oltre, ci accorgiamo che sono sempre collegati all’egoismo, che è distruttivo e autodistruttivo. 

Le virtù sono più impegnative, perché meno immediate, ma portano alla pace, che per Cristo è il bene supremo, al punto di farne il testamento personale (vi lascio la pace, vi do la mia pace).

Dobbiamo scegliere, dunque, tra queste alternative: la distruttività o la pace. Il cammino dal vizio alla virtù opposta non è dettato da qualche imperativo categorico, ma da un bene personale e interpersonale. Amare la virtù e odiare il vizio è una scelta conveniente, oltre che gradita al Signore e in sintonia con la sua volontà. È naturale che sia così, perché Dio ci ama. 

Alessandro Barbero, Domande sull’Unione Europea

Dal minuto 6,18

Umberto Galimberti, Heidegger

Come vede Gesù la cultura?

https://gpcentofanti.altervista.org/gesu-e-la-cultura/

Mons Dal Covolo, Mito, fede, religione, filosofia

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/un-altro-inedito-di-mons-dal-covolo-rivisitazione-critica-della-questione-religiosa-tra-cristiani-e-pagani-fino-alla-svolta-costantiniana-sulle-tracce-di-joseph-ratzinger/

Come scoprire la propria vocazione, di don Fabrizio Centofanti

A volte ci sembra così difficile trovare la strada che potremmo scoraggiarci o disperare. Sembra che Dio offra a ciascuno un compito, tranne che a noi. Possibile che ci consideri inutili per il suo progetto? No, è impossibile. Dobbiamo convincerci che il Signore ci ama, e nessuno ci valorizza come Lui.

Non sappiamo dove possiamo dare di più: pensavamo al matrimonio, e ci vuole preti o suore; sognavamo di raggiungere i vertici della società, e invece siamo gli ultimi. E chi ha detto che gli ultimi non siano più utili dei primi? Per il Vangelo è così.

Per Dio non esistono standard, sembra fatto apposta per sfatare ogni luogo comune. Gesù era, come qualcuno ha scritto, un ebreo marginale: avrebbe potuto nascere imperatore di Roma, o sommo sacerdote, chissà quante cose avrebbe migliorato. Ma l’amore è pieno di sorprese: dovremmo godere di questo rovesciamento delle previsioni, della creatività di un Dio che è sempre diverso da come lo aspettiamo. Crediamo di essere inutili perché non abbiamo rispettato il curriculum previsto dalla società? Brindiamo alla fantasia di Dio e diverremo così fecondi da cambiare il mondo intorno a noi.

Due interventi sull’ascolto

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/card-luis-francisco-ladaria-ferrer-un-anelito-di-rinnovamento/

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/card-angelo-de-donatis-il-volto-di-gesu-il-volto-delluomo/

La preghiera del battito, di don Fabrizio Centofanti

Molti si lamentano per le distrazioni da cui sono assaliti durante la preghiera. La causa, spesso, è una orazione fatta solo con la mente, a discapito della persona nella sua interezza. La soluzione sta nel coinvolgimento reale e intimo dell’identità. I Padri orientali consigliavano l’ascolto del battito del cuore, con cui si percepisce qualcosa che ci supera e spalanca scenari sorprendenti. Solo questa pratica ha il potere di cacciare i pensieri importuni, che si nutrono di negatività e di alienazione. La preghiera del battito – unitamente alla memoria dell’amore, alla sosta davanti al volto di Cristo e alla scelta di non mettere la propria persona in primo piano – costituisce l’ambiente ideale per la conservazione e l’evoluzione della vita nello Spirito. Esercitarsi in questo è la garanzia di una preghiera intima, autentica, sentita. Non si tratta di abilità particolari, ma della consonanza col lavoro dello Spirito, l’artefice di tutto ciò che è vitale nell’essere umano. Questa attitudine consente di impiegare nel modo più fruttuoso i propri talenti, che necessitano di un simile humus per essere riconosciuti e investiti. 

Francesca Libori, nuove forme di monastero

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/francesca-libori-un-monastero-virtuale/

Gesù e la psicologia

https://gpcentofanti.altervista.org/il-discernere-concreto-di-gesu-e-la-psicologia/

Mons Dal Covolo, Riflessioni sul cristianesimo oggi

https://sinodalitapartecipazione.altervista.org/mons-enrico-dal-covolo-il-cristianesimo-oggi-tra-dialogo-e-annuncio/

Spunti fuori dagli schemi dominanti

Questo è un intento del nostro sito Sinodalità. Si veda solo come esempio:

qui altri possibili contributi sul tema: https://gpcentofanti.altervista.org/il-discernere-concreto-di-gesu-e-la-psicologia/

Il denominatore comune dei vizi capitali, di don Fabrizio Centofanti

Vogliamo migliorare, ma non sappiamo come. Proviamo, ma ci ritroviamo al punto di partenza. E se ci sfuggisse la chiave fondamentale per cambiare le cose? 

Ecco alcuni criteri efficaci:

  1. Tutto ciò che, nella nostra storia, avviene in ordine alla salvezza, è frutto della grazia. Gesù ha detto esplicitamente che senza di Lui non possiamo far nulla.
  2. Ciò significa che senza la preghiera non può cambiare niente: si tratta di un’invocazione continua, un ricordo di Dio ininterrotto, una memoria dell’amore coltivata ogni momento.
  3. Stabilito questo, bisogna riconoscere l’ostacolo alla sua realizzazione: è il denominatore comune dei vizi capitali, che tocca la libertà e la collaborazione con l’opera di Dio, sempre prioritaria. Ciò che collega i vizi – o pensieri cattivi, secondo i Padri orientali – è il fatto di mettere in primo piano la propria persona. Questo atteggiamento interferisce in modo decisivo con la capacità di pregare e di amare gli altri e Dio. Pensieri, parole e azioni risultano inquinati alla radice da un errore di metodo.
  4. L’amore è dimenticarsi di sé: Dio lo ha dimostrato soffrendo e morendo per noi. Questa scelta di fondo ci libera dal nemico più insidioso, perché quasi mai riconosciuto: noi stessi. 
  5. Qui comincia l’avventura dell’amore: dall’io al tu, dal ripiegamento su di sé alla capacità di dare, dalla tristezza alla gioia. Se non prendiamo coscienza di ciò, ci ritroveremo al punto di partenza.

Psicoterapia e Spirito Santo. Nuove prospettive del “prendersi cura”, in quella terra di nessuno ai confini tra psichico e spirituale.

di Valter Cascioli

A dispetto di un’idealizzata neutralità in psicoterapia, di fatto il tema dei valori è costantemente presente  e pressoché inalienabile dal setting. Va da sé che la consapevolezza del mondo valoriale da parte del terapeuta si rende necessaria -oltreché opportuna- a tutto vantaggio della terapia stessa, influenzandola positivamente (“conversione valoriale”).

Nell’esercizio della professione si evidenzia, peraltro, un sempre maggiore allontanamento dai valori. In una società sempre più secolarizzata, dove la “dittatura del relativismo culturale” (Card. Joseph Ratzinger, omelia Santa Messa Pro eligendo Romano Pontefice, 18 aprile 2005)  sembra imperare, anche la psicoterapia rischia di entrare in soggezione, trincerandosi dietro la facciata di una presunta neutralità normativa, che la penalizza, riconducendola nell’ambito angusto di un riduzionismo riduttivista. La componente religiosa è spesso trascurata, purtroppo anche dai terapeuti di matrice cattolica, arrivando, addirittura,  ad essere svalutata. In tal senso si dimentica quanto la fede e la spiritualità condizionano la vita dell’uomo, oltre che la salute psicofisica dello stesso, entrando di diritto nello sviluppo cognitivo ed affettivo della persona.

È importante, allora, riconoscerne l’esistenza sia nel cliente che nel terapeuta. A quest’ultimo, ovviamente, è affidato il compito di concettualizzarla ed esplicitarla, “usandola” in senso terapeutico.

È innegabile come l’esperienza religiosa sia fondamentale per comprendere la natura umana, così come la Weltanschauung del soggetto, per comprenderne appieno le dinamiche psichiche. In tal senso, già la logoterapia -la cosiddetta “terza via” della psicologia-aveva considerato “nell’essere” la propensione dell’uomo a cercare, intenzionalmente, un significato capace di orientare la propria esistenza.

Se è vero che la psicoterapia può essere considerata come l’arte del cambiamento, allora la situazione di crisi, portata all’attenzione del terapeuta, già lo preconizza, quantomeno da un punto di vista etimologico. Entriamo, così, in una dinamica in continuo divenire che, mutatis mutandis, si riconosce in un “tendere verso” di junghiana memoria e in un “già e non ancora”. Quest’ultima ci richiama a quel desiderio d’infinito, inscritto da Dio nel cuore di ogni uomo. 

Nella presentificazione (il cosiddetto “hic et nunc”) il cambiamento apportato dalla psicoterapia e legato alla trasformazione interiore (crescita) viene, allora, visto come occasione opportuna e favorevole ovvero come tempo di grazia (kairós)  propiziato dall’esperienza di fede al quale il terapeuta dovrà, per primo, aprirsi.

Ogni professionista della salute mentale, veramente degno di questo nome, sa bene che il fattore di prim’ordine in psicoterapia è dato dalla relazione che si stabilisce nella diade terapeuta-cliente. Tale rapporto, nella sua vera essenza, è paragonabile alla corrente d’amore che, nella Santissima Trinità, procede dal Padre al Figlio e caratterizza la Terza Persona del Dio uno e trino: lo Spirito Santo.

Consideriamo, allora, quali implicazioni viene ad avere in una prospettiva psicoterapica.

A scanso di pericolosi equivoci, va subito precisato che lo Spirito Santo, che è Dio, non può essere certamente assimilato ad una tecnica né, tantomeno, “usato” come strategia, essendo -per la sua stessa natura divina- soprannaturale, indefinibile e non assoggettato (né assoggettabile!) al volere umano. Pertanto, prescinde da qualsivoglia strumentalizzazione da parte dell’uomo, che potrà soltanto invocarLo e desiderare di accoglierLo nel suo cuore (che, nel senso antropologico del termine, è la centralità dell’essere) rendendosi docile alla Sua imperscrutabile azione. È, dunque, lo Spirito Santo, “che è Signore e dà la vita” (cfr. Symbolum apostolorum) ad essere il protagonista e l’artefice di quel cambiamento/trasformazione interiore che caratterizza il processo psicoterapico stesso, mentre il terapeuta diventa lo strumento nelle Sue sapienti mani. Gli effetti della grazia divina sull’uomo, come insegna la pneumatologia, sono fondamentalmente tre: dona vita, santifica e crea la comunione.

Secondo l’antropologia cristiana, ed ancor prima, come ricorda l’Apostolo delle Genti (1Ts 5, 23) l’uomo è un’unità inscindibile di corpo, mente e spirito che interagiscono tra loro nella dimensione esistenziale, della quale il terapeuta si “prende cura”.     Pertanto, sarà necessario considerare sempre la persona nella sua interezza, cioè nella dimensione pneumo-psicosomatica (concezione tridimensionale). C’ė una tale interdipendenza fra queste tre parti, che non ė possibile distinguerle in modo autentico se non attraverso la loro rispettiva relazione né considerarle ciascuna a sé stante senza creare un artefatto. Tale presupposto diventa, pertanto, un aspetto irrinunciabile nella teoria e nella prassi del terapeuta cristiano. Dunque, come ci ricorda un profondo conoscitore dell’animo umano, sant’Agostino, bisogna, innanzitutto, credere per potere capire (“credo ut intelligam”) oltre che capire per credere (“intelligo ut credam”). È chiaro che la nostra mente ci dà le ragioni per credere, ma non può avere la pretesa di assolutizzare la realtà visibile, negando ciò che non riesce a cogliere, in quanto la trascende. Il mondo invisibile, infatti, pur essendo in comunicazione reale, intima e misteriosa con noi, è oltre la nostra dimensione spazio-temporale e, pertanto, non può essere indagato/conosciuto con i tradizionali mezzi/strumenti della scienza. Talvolta le forbici della ragione, autentica espressione di un razionalismo, retaggio di una cultura naturalistico-positivista, tagliano, pregiudizialmente, tutto quello che non conoscono, che non comprendono o che, in taluni casi, non accettano, limitando l’approccio ed il lavoro su tali complesse problematiche con le quali possiamo essere chiamati a confrontarci, nella quotidiana “presa in carico” dei nostri pazienti.

Il mistero della sofferenza e della malattia (fisica, psichica e/o spirituale) si può penetrare solo in preghiera e per grazia. Altrimenti potremo descriverlo, ma non capirlo appieno, guardare senza vedere, sentire senza ascoltare. Si richiedono, allora, anche al terapeuta cristiano, “occhi nuovi”, evitando così il rischio di  scotomizzare ciò che è inscritto nella condizione umana, disattendendo la nostra comune chiamata alla verità. Dunque, anche noi, consapevoli dell’importanza di riuscire a “vedere”, con gli “occhi” della fede diciamo Effatà o, in un linguaggio a noi più vicino, open your eyes!!

Per altri versi, lo Spirito Santo, in quanto Spirito di verità  (Gv 15, 26) ci consente di entrare davvero nella quidditas del processo di demistificazione, così importante per chiamare ogni cosa con il proprio nome e liberare l’uomo da ogni situazione di “non-verità”  e/o dipendenza. Come sappiamo, infatti, solo la verità rende l’uomo libero (Gv 8, 32).

Balza agli occhi in modo evidente come, nella valutazione dei singoli casi, sarà di fondamentale importanza per il terapeuta il ricorso ai carisma di conoscenza ed al carisma di  discernimento, doni che lo Spirito Santo elargisce ai battezzati per il bene comune. Questi carismi sono di fondamentale importanza anche per riconoscere talune manifestazioni di origine diabolica (c.d. mali preternaturali) arrivando  così ad una diagnosi differenziale con i disturbi e le malattie psichiatriche. Si eviterà, in questo modo, che una sintomatologia riconducibile a male malefico, venga ad essere misconosciuta o, addirittura,  contrabbandata come fenomenologia psichiatrica, dato che la prima può mimetizzarsi, fino a confondersi, dietro ai sintomi di una malattia naturale, come ci insegna l’esperienza. Ma è altrettanto vero, al contrario, che possiamo scambiare per possessione diabolica qualcosa che, in realtà, può essere una patologia di natura psichiatrica!

Auspico, in tal senso, la creazione di un’apposita scuola di formazione,  a livello universitario, per operatori sanitari, in una progettualità che riconsideri sempre più gli stretti rapporti tra la dimensione psichica e quella spirituale, entrando nelle complesse dinamiche sottese al mysterium iniquitatis (2Ts 2, 7). Tali problematiche, spesso al centro di accese dispute, ci richiamano, chiaramente, alla necessità di un approccio interdisciplinare e multilivellare, dove le cosiddette scienze umane si incontrano con le scienze religiose e  la psichiatria con la demonologia e l’esorcistica.

Last but not least, uno degli aspetti più pregnanti dell’opera dello Spirito Santo nell’esperienza psicoterapica è senza dubbio quella della rinascita psicologica e spirituale. È quanto Gesù dice a Nicodemo (Gv 3, 1-11) ma è, per altri versi, anche l’esperienza di ogni uomo che, attraverso la psicoterapia cristiana, cambia il proprio modo di “vedere” alla vita ed alle cose del mondo. Anche questo, per il terapeuta cristiano, è dono dello Spirito Santo. Stiamo parlando del carisma della Sapienza. Esso apre il cuore dell’uomo al mistero di Dio. Questo dono spirituale non va assolutamente confuso con la conoscenza umana, la saggezza o il buon senso comune ma è, in parole povere, il “guardare” al mondo e alle cose, con gli “occhi” di Dio.

Tutto questo porta ad elaborare più facilmente le situazioni conflittuali intrapsichiche consce e/o inconsce del soggetto e, attraverso una vera e propria catarsi, dona serenità ed un entusiasmo nuovo. Dall’etimologia stessa della parola -entusiasmo deriva dal greco “en” (dentro) e “thèos” (Dio)- ricaviamo che non è un semplice stato emotivo, né può essere autoindotto (come, ad es, lo stato di eccitamento) ma si tratta di una forza interiore, che nasce dal profondo, capace di farci affrontare e superare, con la giusta determinazione, ogni difficoltà/ostacolo. È, dunque, un’energia vitale che chiamiamo, più propriamente, sobria ebbrezza dello spirito. Questa condizione è, di per se stessa, contagiosa e diffusiva, crea un dinamismo spirituale. 

Da quanto abbiamo fin qui brevemente esposto si evince come il percorso psicoterapico, per ogni cristiano, non possa essere scisso da un personale cammino di fede, nel quale dovrà essere sensibilizzato alle realtà dello spirito e, in modo particolare, alla riscoperta del Sacramento del Battesimo. È l’adozione a figli di Dio, che riceviamo con questo sacramento dell’iniziazione cristiana,  che ci porta ogni volta, nella sua riattualizzazione, ad una vera e propria rinascita, ad un profondo cambiamento interiore. Anche il terapeuta implementerà la propria fede con la preghiera e chiederà allo Spirito Santo di riversare doni e carismi su di lui e sulla persona della quale si è fatta carico in terapia. Ovviamente entrambi dovranno rendersi docili all’azione dello spirito, come ci ricorda l’esperienza di Maria Santissima e degli Apostoli, riuniti in preghiera nel Cenacolo, il giorno di Pentecoste.

Dove è il regno di Dio

«Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17, 21)

Questo sito Sinodalità è nato proprio da queste parole di Gesù. Si cresce insieme in Cristo, nella Chiesa e con l’aiuto di ogni persona.

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Come rovinarsi la vita, di don Fabrizio Centofanti

Ci sono modi sicuri per rovinarsi la vita. Uno di questi è coltivare attese sbagliate. Siamo specializzati in questa pratica. Ci aspettiamo dagli altri ciò che non possono o non vogliono darci, ed ecco la delusione, la rabbia, l’amarezza. 

Come sempre, c’è una via d’uscita dai labirinti della nostra insipienza. Provate a pensare quale possa essere: stiamo diventando esperti in esercizi come questi.

La risposta è semplice: dobbiamo tornare in contatto con noi stessi, sentire la vita a cui partecipiamo, la profondità collegata al tutto. Allora sorrideremo all’idea di aver pensato di appagare il desiderio bevendo a una cisterna screpolata, come scrive, ironicamente, il profeta Geremia.

Un racconto sulla Chiesa futura

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La fonte di tutti i problemi, di don Fabrizio Centofanti

Ogni tanto, nella vita, spunta qualcosa che non va. Non parlo delle grandi sofferenze (malattie, lutti, rovesci economici), ma di quei microeventi capaci di inquinare i nostri stati d’animo, se non troviamo gli antidoti efficaci. Anche se ci alziamo bene la mattina, basta un pensiero, una parola, un incontro, e la giornata si rabbuia. Come evitare questo automatismo che rischia di guastare non solo una giornata, ma la vita? Ecco una soluzione in cinque passi.

  1. Prima di tutto, ricordiamo ciò che dicevano i Padri della Chiesa: il nostro cuore è un paradiso terrestre, perché è il luogo dove regna Dio, che l’ha creato. Bisogna tener fermo questo punto, corrispondente alla promessa di Gesù: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Se stiamo con Lui, sperimentiamo un abbandono fiducioso.
  2. Tuttavia, come spiega l’episodio narrato nel libro della Genesi, nel paradiso terrestre c’è un serpente interessato a turbare questa pace. I Padri lo considerano il simbolo del pensiero cattivo, e per questo consigliano il più classico dei discernimenti: chiedere, a ogni pensiero che si affaccia, se sia dei nostri oppure del nemico. Fuor di metafora, il serpente/nemico è il demonio, colui che si è arrogato il compito di toglierci la pace. 
  3. È questa la fonte dei problemi: il pensiero si insinua – magari mascherato da bene – e comunica scoraggiamenti, dubbi, diffidenze, desideri di vendetta, il catalogo corposo  dei veleni che intossicano l’esistenza quotidiana.
  4. A questo punto si comincia a intuire quale sia l’antidoto infallibile: restare uniti a Cristo, che attraverso la memoria dell’amore ci immunizza dalle trame del male. 
  5. Si neutralizza così la fonte dei problemi: non è la garanzia di vite idilliache e prive di dolori, ma il cuore è libero da quella morte che, giorno dopo giorno, vorrebbe conquistare l’anima. La verità vi farà liberi, ha promesso Gesù: c’è da fidarsi della Sua parola.

Video: Nodi che si sciolgono, strade che si aprono

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Corso di preparazione al giudizio universale, di don Fabrizio Centofanti

Si è presentato a tutti, prima o poi, il pensiero del giudizio finale. È cosa da far tremar le vene e i polsi, come ha scritto qualcuno. Pensiamo ai peccati, che a volte consideriamo imperdonabili; o temiamo di non esserci confessati bene, o di non farlo in tempo, prima di morire. Ci ricordiamo di quando rischiammo di essere bocciati o rimandati, l’angoscia dell’interrogazione, l’altolà della Polstrada che ci ferma per qualche infrazione. O avvertiamo un disagio indefinibile, che ci fa vivere un brutto quarto d’ora. 

Ma il giudizio finale non è un terno al lotto, una roulette russa, un “io speriamo che me la cavo”. È noto su che cosa verterà il compito, perché il Vangelo ricorda a chiare lettere la traccia unica proposta in quell’esame: l’amore ricevuto, che eravamo chiamati a custodire e coltivare, e che possiede una natura diffusiva, secondo l’Aquinate: dandogli spazio, finisce col prenderselo tutto. Santa Teresa d’Avila aggiungeva: se accogli Gesù, non te lo togli di torno. È il modo migliore per rapportarci al giudizio universale: pensare all’amore di Dio, così sorprendente da far sentire scolari modello degli asini patentati come noi.

Dov’è che sbagliamo? Il vero successo, di don Fabrizio Centofanti

La sensazione di sbagliare ci accompagna spesso: a ragione o a torto, perché a volte non risponde al vero. Al di là delle incertezze, che fanno parte dell’umano, c’è un motivo per cui abbiamo una possibilità di cadere in errore facilmente, ed è quando viviamo, come dice san Paolo, secondo l’uomo vecchio. Se le nostre coordinate di vita incrociano, in qualsiasi punto, i vizi capitali (segni caratteristici dell’uomo vecchio nell’accezione paolina), possiamo essere sicuri che in qualche modo sbaglieremo. 

Si tratta, in tutti i casi, di un attaccamento all’io, che non è quasi mai un buon consigliere: la verità è nel profondo, in quello che Carl Gustav Jung chiama il Sé. In un momento della sua evoluzione ha identificato significativamente l’archetipo del Sé col Cristo. 

Ciò cambia la nostra idea di successo: quello mondano è quasi sempre collegato all’uomo vecchio, che soffre di invidie, antagonismi, gelosie, nonché di ambizioni sbagliate. Questo tipo di successo porta con sé ansie e insicurezze, ben visibili in certe vite di star, concluse talvolta col dramma del suicidio.

Il vero successo consiste nel passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, dal vizio alla virtù, dalla carne allo spirito. Questo successo porta gioia, generosità, vitalità, per cui vale la pena dedicargli una vita. È l’unica scelta che consente di non sbagliare più con la frequenza che logora le forze e conduce alla tristezza. La gioia profonda, presente anche nelle circostanze più difficili, è quindi il segno della vera riuscita nella vita.

Due testi decisivi di M. Heidegger

Se posso rispondere brevemente, e forse [284] un po’ grossolanamente, ma sulla base di una lunga riflessione, direi così: la filosofia non potrà produrre nessuna modificazione immediata dello stato attuale del mondo. E questo non vale solo per la filosofia, ma per ogni riflessione e per ogni aspirazione degli uomini. Solo un Dio, ormai, può aiutarci a trovare una via di scampo. Vedo, come unica possibilità di via di scampo, questo: preparare, nel pensiero e nella poesia, una disponibilità e una prontezza per l’apparizione del Dio oppure per l’assenza, il dis-stanziarsi, del Dio nel tramonto; in modo che il nostro destino non sia quello, per dirla brutalmente, di “crepare”, ma che sia, se dobbiamo tramontare, quello di tramontare al cospetto del Dio assente.

Noi non possiamo avvicinarlo col pensiero, siamo tutt’al più in grado di risvegliare la disponibilità dell’attesa.

La preparazione della disponibilità e della prontezza potrebbe essere il primo aiuto. Il mondo non può essere ciò che è e come è grazie all’uomo, ma neppure senza l’uomo. Secondo ciò che posso vedere, il punto è questo: quello che indico con la dizione «essere» – dizione di lunghissima tradizione e dai molteplici significati, ed ora logorata dall’uso –, ebbene, l’«essere» ha bisogno dell’uomo; infatti l’essere non è essere senza che l’uomo sia usato, impiegato per la sua (dell’essere) aperta manifestazione, per la sua custodia e per la sua configurazione. L’essenza della tecnica la vedo in quello che chiamo Ge-stell, espressione che a prima vista può essere facilmente fraintesa, ma che, se soppesata rettamente, rimanda al cuore della storia della metafisica – ossia di ciò che oggi intona e determina ancora il nostro [285] Dasein. Il vigere del Ge-stell significa questo: l’uomo è posto, preteso e reso oggetto di una ingiunzione da una potenza che diviene apertamente manifesta nell’essenza della tecnica. Ora, esattamente nell’esperienza – che l’essere umano fa – di questo essere posto, preteso e reso oggetto di un’ingiunzione da parte di qualcosa che egli stesso non è e di cui non è affatto padrone, ebbene in tale esperienza gli è offerta la possibilità di gettare uno sguardo nel fatto che l’uomo è usato, impiegato, adoperato dall’essere. Qui, nell’elemento più proprio della tecnica moderna, si nasconde la possibilità dell’esperienza dell’essere usato e impiegato e dell’essere pronto per queste nuove possibilità. Condurci a questo sguardo, a questa “visuale”: il pensiero non pretende più di questo, e la filosofia è finita.

Tratto da: https://gabriellagiudici.it/heidegger-ormai-solo-un-dio-ci-puo-salvare/

Cosa è pensare? https://www.filosofiablog.it/filosofia-contemporanea/heidegger-e-il-compito-del-pensiero-il-dono-dellessere/

La rivoluzione sociale dei piccoli

Se Dio esiste, si manifesta ed opera allora il più profondo rinnovamento non avviene principalmente ad opera dei potenti, dei grandi della cultura ma dei piccoli. Non sono stati essi a riconoscere e accogliere Gesù?

https://gpcentofanti.altervista.org/una-chiesa-famiglia/

Una via nuova nella Chiesa in tre preghiere

http://www.centromadonnadiloreto.it/index.php?option=com_content&view=article&id=104&Itemid=66

Intervista a M. Guzzi

Intervista al poeta e filosofo Marco Guzzi  (http://marcoguzzi.it/biografia/ ).

D: Quando sono nati i gruppi Darsi Pace?

R: I Gruppi DP nascono il 16 ottobre del 1999 a Roma, e da venti anni continuano a svilupparsi, anche grazie alla loro natura fisico-telematica, sono cioè praticabili on line anche da ogni parte d’Italia.

D: Mi può indicare un’ispirazione di fondo che li caratterizza?

R: L’ispirazione fondamentale è stata quella di offrire alle persone di oggi, a noi, migranti antropologici, un percorso da vivere insieme, con pratiche concrete che ci aiutino a liberarci interiormente per poter operare quelle trasformazioni del mondo che risultano sempre più urgenti.

D: Alcuni contenuti concreti. Per esempio il rapporto, nel percorso da lei proposto, tra la fede cristiana e le altre religioni.

R: Noi tentiamo di integrare un elemento culturale, e cioè una interpretazione nuova e forte del tempo che viviamo, con un elemento autoconoscitivo, e uno più strettamente spirituale. Ogni elemento si esprime in una pratica, con esercizi, studio, e meditazione e contempazione quotidiane.

D: Quali altre religioni, filosofie, quali figure, possono in modo particolare aver inciso in questa ricerca? 

R: Noi ci consideriamo assolutamente moderni come diceva Rimbaud, e quindi portiamo nel nostro linguaggio tutti gli sviluppi evolutivi della modernità, dalla psicoanalisi alla poesia e alla scienza del 900, insieme a quegli insegnamenti delle tradizioni orientali, e in particolare asiatiche, che ci offrono oggi immensi spunti di apprendimento. Tutta questa ricchezza confluisce in una esperienza rinnovata della centralità dell’evento della Incarnazione.

D: Quali sviluppi può avere questo percorso nella vita personale?

R: Il nostro lavoro manifesta grandi trasformazioni in chi lo segue con umiltà e perseveranza. La vita interiore viene radicalmente rinnovata, e ciò comporta ovviamente molteplici effetti anche nell’esistenza concreta e relazionale.

D: E nella vita dei gruppi? Sono già, possono divenire più manifestamente, un movimento? Come si può rapportare un aderente con la vita sociale e politica? 

R: Noi ci consideriamo fin dall’inizio un movimento spirituale, culturale, e politico al contempo. Le manifestazioni storiche di questi tre livelli non dipendono solo da noi. Ciò che constatiamo, in questi 20 anni, è una penetrazione costante dei nostri contenuti in ambiti sempre più vasti di popolazione.

Maria, una grazia nuova in un mondo che crolla

Nei vangeli vediamo Maria maturare nella fede. Aiuta la crescita del Figlio e al tempo stesso da lui viene condotta nel mistero di Dio e dell’uomo. Tutto ciò lo esprime quando rivela il suo segreto. La Madonna nel Magnificat non ci manifesta che il Signore ha guardato all’umiltà della sua serva. Non si attribuisce da sola questa virtù. Il testo originale parla di piccolezza costitutiva, creaturale: potremmo dire la sua piccolina (Lc 1, 48). E Gesù il centro della sua crescita, il suo stesso segreto, lo apprende dalla mamma: “Imparate da me che sono docile e piccolino di cuore” (Mt 11, 29). Come uomo anche Gesù è creatura con il cuore che matura gradualmente, serenamente, nel dono dello Spirito, in mezzo agli altri. Cristo non è un energumeno ma accoglie con semplicità la luce che scende delicatamente, come una colomba.

Maria ha detto a Fatima che il suo cuore immacolato trionferà. Ed è proprio nel cuore che si trova la via semplice e profonda. Di fronte a dubbi, aridità, oscurità, se Dio ti ha donato la fede puoi ascoltare nella tua coscienza la risposta alla domanda se credi o meno nel Signore. Se è sì significa che hai ricevuto questa grazia e ciò non dipende da ragionamenti. Appunto puoi essere talora confuso, arrabbiato ma il sì, se ascolti sinceramente, resterà tale. “Beato te Simone, figlio di Giona, perché né carne, né sangue te l’hanno svelato ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16, 17).

Poi in questo cammino discerniamo anche meglio di quando ci impantanavamo in logiche da tavolino. Spiritualità, culture, astratte, che possono orientare a fuggire in prassi senza adeguati riferimenti. Ma forse anche queste oscillazioni tra astrazioni, pragmatismi, aiutano, stimolano, ad intuire un oltre. Ogni uomo si può ritrovare con semplicità nel proprio cuore che cerca di lasciarsi portare dalla luce serena, imparando anche da ciascuna persona. Forse questo è il passaggio, il guado, che stiamo avvicinando. In Gn 32, 23-33, proprio al guado dello Iabbok, l’angelo dice a Giacobbe che si chiamerà Israele perché ha combattuto con Dio e con gli uomini e ha vinto. Come mai se invece Giacobbe in quella lotta sembra aver perso? Proprio per aver perso col Signore e in qualcosa anche con gli altri ha vinto. È divenuto piccolo e fiducioso di cuore, non puntando più sui propri calcoli, sulle proprie forze. Figlio del popolo di Dio, e, in questo corpo, del mondo. Ha cominciato a sperimentare la pace dell’abbandono mentre paradossalmente l’innaturale fatica era tenere tutto sotto il proprio controllo. Siamo figli di Dio, questa è la nostra natura. A Fatima Maria ha detto che alla fine il suo cuore immacolato trionferà. Alla fine, col fallimento, dell’autosalvarsi della persona umana?

Spunti interessanti da Emanuele Severino

https://www.google.com/amp/s/antemp.com/2014/01/07/emanuele-sul-libro-biagio-de-giovanni-disputa-sul-divenire-gentile-e-severino-editoriale-scientifica-2013/amp/

L’uomo è destinato a restare chiuso nei suoi ragionamenti, nel suo fare, anche buono, anche “cristiano”? http://gpcentofanti.altervista.org/la-parola-carne/

Intervista a Mario Adinolfi

D: Nella bella intervista pubblicata il 4 febbraio dall’Osservatore Romano Ciriaco De Mita osserva che la rinascita della società può partire soltanto dal favorire la libera scelta della formazione anche scolastica. Possiamo sviluppare questi importanti temi? Che i giovani possano crescere alla luce di ciò in cui liberamente credono e nello scambio con le altre religioni e filosofie?

R: Conosco bene il presidente De Mita e ho letto la sua intervista all’Osservatore Romano, interessante anche su altri temi. Quello della libera formazione, anzi, diciamo chiaramente, della libertà scolastica è decisivo per la crescita del sistema dell’istruzione in genere e per l’ampliamento degli effettivi elementi di scelta educativa in campo ai genitori. Libera scelta della formazione significa mettere i giovani su un cammino di conoscenza non privo di forti elementi identitari, che vengono minacciati invero dal finto ecumenismo di Stato.

D: In modo che non si finisca nel falso neutralismo o in un incontro senza anche lo sviluppo delle identità, che svuotano i giovani e neanche nell’opposto svuotamento di identità chiuse in sé stesse, senza autentica, vissuta, maturazione?

R: Bisogna sfuggire i neutralismi falsi e insegnare che il confronto, persino il mescolamento, non possono che nascere da un’affermazione di identità che non può essere presupposta, deve essere edificata. L’apertura vera all’altro nasce solo dopo l’assunzione della coscienza di sé.

D: È possibile arrivare a questa crescita, a questo vero sviluppo della democrazia, nel quale le stesse guide escono da uno sviluppo comune, partecipato e non da avulse oligarchie dei tecnicismi, degli apparati culturali e politici?

R: Io sono ottimista, vedo nelle giovani generazioni svilupparsi nuove forme di assunzione di responsabilità che sanno evitare le trappole del già vissuto, della costruzione orwelliana di una società dove la libertà è solo presunta, mai praticata effettivamente. Senza un livello qualitativo di libertà non c’è democrazia. Le oligarchie più pericolose si sviluppano abbassando quei livelli.

D: Quali difficoltà si possono incontrare, come superarle?

R: La principale difficoltà è rappresentata dalle inerzie di sistema, che solo una dinamica innescata da forze libere e fresche (Sturzo avrebbe detto “liberi e forti”) può superare, comunque non senza sforzo.

D: La società del pensiero unico tecnicistico può venire teleguidata da pochi veri potenti e da un sistema ad essi asservito ma che da tale subalternità trae guadagno e prestigio. Mentre il popolo è oppresso, svuotato, manipolato, emarginato. Un sistema che sembra andare verso il crollo in ogni campo senza che alcuno lo possa fermare?

R: Quando ho citato la società orwelliana non l’ho fatto a caso. L’intuizione profetica di George Orwell racconta il rischio dei tecnicismi applicati da oligarchie sempre più ristrette e inaccessibili, che addirittura riscrivono all’istante la storia per piegarla ai propri interessi. Non credo però che quel destino sia ineluttabile, esiste la possibilità di lottare contro questa evoluzione involuta. In sostanza è quello che il Popolo della Famiglia e anche il quotidiano che dirigo, La Croce, quotidianamente fanno.

Alla ricerca del discernimento

https://gpcentofanti.altervista.org/alla-ricerca-del-discernimento-di-d-giampaolo-centofanti-su-radio-popolo-della-famiglia/

Mauro Antimi, Covid-19 in tempo di Avvento

Questo virus, 600 volte più piccolo di un capello, ha messo in ginocchio l’umanità o il genere umano narcisista, arrogante, autoreferenziale, quello che riteneva di essere prossimo all’onnipotenza perché dotato di molte robuste risorse e di scarsissima coscienza del limite? Entrambe, purtroppo. Di certo, la prima soffre, e spesso si nobilita, il secondo ringhia, guarda e resta cieco. Molte volte nella Storia le popolazioni di questa nostra Terra sono state provate da terribili esperienze, a tutti note, ma c’è sempre stata una ripresa vitale. Anche stavolta sarà così, ma intanto quanto siamo diventati più poveri, nell’animo e nelle cose? E quanto siamo (o saremo stati) capaci di soffrire, ma anche di recuperarci comunque ai sentimenti universali del Bene? Cerchiamo sicurezze ed esistono probabilità, al massimo, ragionevoli: siamo di fronte all’ignoto che si appalesa in modi poi man mano meglio conosciuti, ma intanto c’è paura, dolore, solitudine. E anche morte: quella altrui non ci riguarda mai, ha connotati sempre diversi dai nostri, potrebbe non toccarci. Ma se ci è entrata in casa, ha sconquassato la nostra esistenza e infranto le nostre presuntuose certezze. Forse domani ci sarà una qualche dolcezza di memoria umana, ma oggi è dura, eppure dobbiamo uscire dal chiostro della speranza. La forza della Vita è in noi e dobbiamo trasmetterla: è più contagiosa di questo stesso virus e porta al Bene, accoglie le fasi evolutive della Scienza, chiama Speranza e ci darà, stanchi, la pace, finalmente. Dobbiamo averne consapevolezza e attendere questo tempo con spirito di positività, nonostante la durezza delle prove che sosteniamo e proprio per questo averne contezza e dare senso morale al nostro comportamento, laddove il rispetto umano è quello della reciprocità e dell’attenzione, perché nulla in salute è soltanto nostro.
Dietro ogni amarezza e ogni dramma c’è un Dio che ci salva e sta per farsi nuovamente Uomo: ma c’era già prima a lenire la pena, sta per riprenderci per mano nel cammino della nostra vita.
Facciamoci trovare pronti, stanchi e fragili, ma Uomini e Fratelli.

Dom Scicolone: Vivere la messa

La funzione delle umiliazioni, di don Fabrizio Centofanti

Cambiare è la cosa più difficile. I motivi sono tanti, ma la causa ricorrente è che niente ci sembra così garantito come il nostro io. Anche facendo l’esperienza di continui fallimenti nei rapporti, di fratture insanabili, di strappi irricucibili, la colpa non è nostra, ma sempre degli altri. Preferiamo coltivare il vittimismo, piuttosto che contraddire un io inamovibile e immutabile. Di fronte a questo muro, la vita non trova altre soluzioni se non quella di umiliarci, colpirci nell’orgoglio, metterci in crisi con eventi dolorosi e inaspettati. Di fronte a essi si presentano due scelte: confermarci ulteriormente nel ruolo di vittime predestinate, oppure optare per il passo della vita, la svolta mai presa sul serio, quella di cambiare. È la funzione preziosa delle umiliazioni, che non possiamo cercarci da soli: la vita stessa si incarica di prestarci un servizio più prezioso di tanti successi e di tante gratificazioni nocive, se illusorie. È il momento in cui usciamo dal sentimento di onnipotenza conscio o inconscio, facendo un passo verso l’umiltà, ossia la verità di noi stessi. Gesù stesso ci ha dato l’esempio di questa spoliazione, indispensabile per la carità, ossia l’amore vero. “Bene per me se sono stato umiliato”, recita il salmo 119: una sapienza ardua ma preziosa per arrivare a essere se stessi.

L’onnipervasivita’ del pensiero unico

La finanza e i potenti di internet dominano la cultura e l’informazione. Chiunque legga i giornali sperimenta il grigio ripetersi dei soliti ritornelli. È vitale diffondere la consapevolezza della necessità di sviluppare canali alternativi. Questa è oggi la via di salvezza dallo svuotamento e dunque dal sempre più possibile crollo di tutto.

https://gpcentofanti.altervista.org/la-presa-di-coscienza-del-nuovo-quarto-stato/

Come vivere la sofferenza? di don Fabrizio Centofanti

Nella navigazione della vita c’è uno scoglio inevitabile: la sofferenza. Da qualche parte spunta, anche fuggendola. I tentativi di aggirare il dolore falliscono regolarmente, perché le situazioni rimosse continuano ad agire nell’inconscio, causando più danni. 

Una forma certamente perdente di gestione del problema è l’evasione: è il classico “bere per dimenticare”, che può essere esteso ben oltre l’uso e abuso di alcol. Ciò che si cerca di rimuovere è la morte, la grande paura che si concretizza in piccole paure distribuite nelle nostre giornate. 

Proprio qui si prospetta la soluzione del problema. La fede cristiana è pasquale, costituita inscindibilmente da morte e risurrezione, dolore e gioia, sacrificio e festa. L’esistenza umana sulla terra è il luogo dell’unione degli opposti. 

Una gioia incompatibile con la sofferenza è destinata a esaurirsi, perché il dolore è onnipresente.

Donandosi con gioia anche nel sacrificio della croce, Dio ci mostra la via da percorrere: integrare la sofferenza nell’amore, per trasformarla in qualcosa di nuovo. La novità è la Pasqua: ogni volta che proclamiamo la morte del Signore e annunciamo la Sua risurrezione accogliamo la manifestazione del senso vero della vita, l’unico capace di portare con sé una gioia che non finisce, resistente a qualsiasi dolore.

Avvento, di dom Ildebrando Scicolone

Vieni, Signore Gesù. Il tempo di Avvento

D. Ildebrando Scicolone O.S.B.

La parola “Avvento” significa “venuta” e anche “arrivo”, dal latino “adventus”; in greco corrisponde a “parusia”, che significa “arrivo”, “presenza”: parusia è la venuta, l’apparizione (talvolta corrisponde a epiphania) del Re, del Sovrano.

La parola parusia fa pensare alla fine dei tempi, a quando Cristo apparirà; e noi, invece, quando parliamo di Avvento pensiamo a un tempo di preparazione al Natale. Il Natale è stato istituito a Roma nel 336, come attesta il cronografo del 354. Il periodo di avvento, invece, nasce fuori di Roma, qualche secolo dopo; non è dunque nato come preparazione al Natale, ma come ultima parte dell’anno liturgico, nel senso dell’Avvento escatologico. Lo possiamo vedere alla luce della storia e dalla teologia del Concilio Vaticano II.
Storicamente, se prendiamo il messale attuale, l’anno liturgico comincia con la I domenica di Avvento. Ma se apriamo il Sacramentario Gelasiano, troviamo in prima pagina: In vigilia nativitatis ad Nonam, e in fondo al secondo libro del Gelasiano: In dominicis de Adventu. Ugualmente nel Sacramentario Gregoriano, antenato del nostro messale (sec. VI-VII), all’inizio (sez. 9) troviamo la vigilia di Natale, mentre l’Avvento si trova quasi alla fine (sezioni 185-193). Sembra chiaro quindi, che l’avvento sia alla fine e non all’inizio dell’anno liturgico. Natale era una volta l’inizio dell’anno liturgico. Noi monaci, ancora oggi, nella carta di professione scriviamo: “Nell’anno 2009 dalla sua nascita …” . Gli anni si contavano dalla nascita del Signore e prima ancora si contavano dall’Incarnazione (25 marzo). Gli ebrei contavano gli anni dalla Pasqua. L’inizio dell’anno ha oscillato. Dunque, l’anno liturgico cominciava dal Natale, perché il primo evento è la nascita di Cristo.

Del resto, non è la prima venuta del Signore che noi aspettiamo. Egli è già venuto! Noi aspettiamo la seconda venuta. Però si diceva: nell’avvento noi ci mettiamo nella prospettiva dell’Antico Testamento e facciamo nostri i sentimenti dei patriarchi, dei profeti, di quelli che aspettavano il Messia, noi lo aspettiamo come se ancora non fosse venuto. Ma la liturgia non fa finzioni. Come facciamo a dire che aspettiamo il Messia quando sappiamo che siamo nel 2009 dalla sua venuta?

L’Avvento in origine è nato come attesa dell’avvento escatologico, cioè della venuta alla fine dei tempi. Il tempo della Chiesa va dal giorno in cui noi siamo rimasti a guardare il cielo (il giorno dell’ascensione i discepoli rimasero a guardare in alto e due uomini dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare in alto? Quel Gesù che voi avete visto salire al cielo verrà di nuovo così come l’avete visto salire al cielo”) e noi stiamo ancora aspettando che venga. Da quel giorno noi aspettiamo quella venuta, “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. “Vieni Signore Gesù”, “Maranatha”, “Venga il tuo Regno”. Mentre noi umanamente parlando, vorremmo dire “Vieni Signore Gesù, ma senza premura”, la Chiesa nella sua fede e gioiosa speranza prega: Veni, Domine, et noli tardare.
Che l’Avvento non sia la prima ma l’ultima parte dell’anno liturgico, lo conferma l’articolo 102 della Sacrosanctum Concilium: “La pia madre Chiesa ritiene suo dovere celebrare con sacra memoria in giorni determinati l’opera redentrice del suo sposo divino. Nel corso dell’anno la Chiesa dispiega (esplicat) i misteri della nostra redenzione, a partire dalla Incarnazione e dalla Nascita di Cristo fino alla sua Ascensione e alla beata Pentecoste e all’attesa della sua venuta nella gloria”.

Le “Norme generali dell’anno liturgico”, pubblicate nel 1969, nell’ambito della riforma liturgica post-conciliare (si trovano all’inizio del Messale e della Liturgia delle Ore), parlando dell’Avvento recitano: “Il tempo di Avvento ha un duplice carattere: è infatti un tempo di preparazione alla solennità del Natale, nella quale si fa memoria della prima venuta del Figlio di Dio agli uomini, ed insieme il tempo in cui, attraverso tale ricordo, la mente si rivolge all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. Per queste due ragioni il tempo di Avvento si presenta come un tempo di devota e gioiosa attesa” (n. 39).

Per quanto i due temi, avvento nella carne e avvento escatologico siano piuttosto intrecciati, trovo che l’Avvento, così come è ora, è diviso chiaramente in due parti: fino al 16 dicembre la prima parte, dal 17 dicembre la seconda parte. È un taglio netto, perché il 17 dicembre noi cominciamo le antifone “O”, o “antifone maggiori”: sono le antifone al Magnificat, di origine medievale. Sono state disposte in modo che quando si completano, il 23 dicembre, le iniziali, dall’ultima alla prima, formano un acrostico, che dice: ERO CRAS (= sarò domani). Esse sono: O Sapientia, O Adonaj, O Radix Iesse, O Clavis David, O Oriens, O Rex Gentium, O Emmanuel. Sono rivolte a Cristo, invocato con titoli che provengono da diversi testi dell’AT, letti come profezie di Cristo.
Dal 17 dicembre inoltre ci sono antifone proprie per le lodi e i vespri di ogni giorno. E infine, il Messale prevede due prefazi per l’Avvento, il primo fino al 16 dicembre, di chiara intonazione escatologica:: “…verrà di nuovo…“, il secondo dal 17, con riferimento al prossimo Natale: “La Vergine Madre l’attese in grembo con ineffabile amore….“.
Non solo, ma il 17 dicembre noi cominciamo a leggere la prima pagina del primo vangelo e dal 17 al 24 leggiamo i vangeli dell’infanzia, di Matteo e di Luca, tutti i preparativi della nascita: la genealogia, l’angelo che appare a Giuseppe, l’apparizione a Zaccaria, a Maria, Maria che va a trovare Elisabetta, Maria che canta il Magnificat, finalmente la nascita di Giovani Battista e Zaccaria che canta il Benedictus; arriviamo così al 24, poi nasce Gesù. La nascita di Gesù è preparata dal 17 dicembre, ma fino al 16 è l’avvento escatologico.

Se guardiamo il Lezionario della Messa domenicale, si vede chiaramente che nella I Domenica di Avvento si parla della venuta alla fine dei tempi (la “parusia”), ma in fondo anche le ultime domeniche dell’anno precedente hanno già questi discorsi escatologici, quindi c’è continuità. È vero poi che, nella seconda e nella terza domenica di Avvento, abbiamo la figura e la predicazione di Giovanni Battista. Ma egli non annunzia la nascita di Gesù (la loro differenza di età è di soli sei mesi!); il Battista annunzia, anzi minaccia un Messia giudice: “La scure è posta alla radice dell’albero… Sta per venire colui che ha in mano il ventilabro per separare il grano dalla pula“, è il Signore, che viene a raccogliere “i frutti”. Sono discorsi escatologici.
Potremo dire allora che l’anno liturgico comincia il 17 dicembre? Cioè che comincia con la nascita di Gesù preparata dal 17 dicembre, ma fino al 16 siamo alla fine della storia. 

Se l’anno liturgico è un cerchio, non è un cerchio che ritorna sempre su se stesso. E noi dovremmo viverlo sempre su un piano superiore. La storia alla luce di Cristo è orientata verso un compimento, però per circulum anni e qualcuno l’ha raffigurato come una spirale: ogni anno ritorniamo alla stessa festa, ma sempre su un piano superiore. Perciò questo cerchio possiamo cominciarlo da qualunque punto, anche a Pasqua, ma, di per sé, la Chiesa lo comincia dalla nascita di Cristo fino al suo ritono. Ogni anno ripercorriamo questa storia. 

Di fatto l’Avvento dovrebbe ricordarci che Gesù è Colui che era, Colui che è, Colui che viene. Facciamo memoria della prima venuta (il passato), lo facciamo presente con la celebrazione di oggi (il presente), e anticipiamo la seconda venuta (il futuro). Così il tempo di Avvento diventa un sacramentum, come espressamente troviamo in un prefazio del Supplemento Anianense (n. 1699): “adventus admirabile sacramentum“, per indicare non solo la prima, ma ogni venuta. Il sacramento è un evento della storia della salvezza, di cui facciamo memoria, che si rende presente, e di cui pregustiamo il futuro. Il Signore è venuto, viene, verrà definitivamente.

Non solo il Avvento aspettiamo il Signore: queste poche settimane sono come il “sacramento” di tutta la vita e di tutta la storia: la nostra vita cristiana è tutta un’attesa, non del giudice, ma dello Sposo. È chiaro che, per una sposa infedele, l’arrivo improvviso dello sposo, è temuta come una sciagura, ma per una fedele, sarà una lieta, lietissima sorpresa.
Il tempo di Avvento è un tempo di gioiosa speranza. La Chiesa “non vede l’ora” che arrivi lo Sposo. E lo attende vigilante, ansiosa, non paurosa.

Come ritrovare se stessi, di don Fabrizio Centofanti

Come ritrovare se stessi? È la domanda più importante, proveniente da un passato lontano, come testimonia il “conosci te stesso” scritto sul frontone del tempio di Apollo, a Delfi. Il riferimento al tempio sottolinea la sacralità del tema, che rimanda implicitamente alla presenza del divino nell’essere umano. Ciò significa che possiamo conoscerci solo tenendo conto di qualcosa che ci supera, che è oltre il nostro io, che è più profondo, e dà il senso pieno alla nostra identità. Se è qualcosa che è oltre, vuol dire che l’io ha bisogno di riceverlo: la preghiera è necessaria, non opzionale, per sapere chi siamo. Il mio consiglio è quello di mettersi davanti a un volto di Gesù e chiedergli: chi sono io per Te? Solo Lui possiede questa informazione. Nel mito antico, Prometeo ruba il fuoco agli dèi; nella fede cristiana, Dio dona il fuoco dello Spirito Santo, Spirito di intelletto, di scienza, di consiglio, di sapienza. Torna in primo piano la sacralità del conoscere se stessi: solo il dono di qualcosa che va oltre, che supera l’io, comunica una conoscenza altrimenti interdetta. Concretamente, ciò significa che la preghiera autentica non è un rito che comincia e termina in noi, ma un dialogo continuo con la presenza che ci supera. È il motivo per cui la preghiera autentica è incessante: se si interrompesse, ricadremmo nella cecità dell’io, incapace di conoscersi. Se vuoi ritrovare te stesso, sospendi per un momento il fare e cerca il tuo essere davanti allo sguardo di Cristo: troverai il tuo vero nome, scritto da sempre nel progetto eterno di Dio.

Dom Scicolone, La terza edizione del Messale Romano

Terza edizione del Messale Romano in pdf: https://www.chiesacattolica.it/?p=806004&post_type=post

Mario Adinolfi, Il popolo della famiglia

Una mappa per questo tempo, di don Fabrizio Centofanti

Il sentimento più comune, ultimamente, è il disorientamento. Non se ne comprende il motivo, ma è così. Personalmente, sento la responsabilità di confortare la gente, di indicare una strada, di aprire spiragli di speranza. Come mai mancano i punti di riferimento? Quali certezze abbiamo perduto? È possibile azzardare una diagnosi e prescrivere una terapia? Il dubbio è che siamo andati tanto avanti nel processo di decomposizione dei valori, che gli stessi rimedi sarebbero inapplicabili ed estrinseci. Se dovessi formulare uno schema per descrivere la situazione, lo costruirei con le seguenti coppie di opposti:

Mons Enrico Dal Covolo: Roma cristiana dinanzi ai migranti

ROMA CRISTIANA DINANZI AI MIGRANTI

L’insegnamento e l’azione dei Papi dal XIX secolo a oggi 

                                        + Enrico dal Covolo

Il confronto con l’insegnamento recente dei Papi – sebbene ridotto qui a una sintesi ingenerosa – è utile per comprendere l’atteggiamento di Roma cristiana dinanzi ai migranti.

Nel corso dell’Ottocento, l’ampiezza dei flussi migratori fa emergere, a livello ecclesiale romano, la difficoltà di accogliere i numerosi migranti cattolici che arrivano, soprattutto nel Nuovo Mondo, nelle tradizionali parrocchie territoriali, dove si parla solo la lingua del luogo. 

Sotto il pontificato di Pio IX (1846-1878) si comincia, allora, a inviare in emigrazione sacerdoti che parlino la stessa lingua e condividano la stessa cultura degli emigrati. Si invitano, inoltre, alcune congregazioni religiose a sopperire alla scarsità del clero diocesano. 

Con Leone XIII (1878-1903) la scelta del rispetto di lingua, cultura e tradizioni religiose del migrante viene riaffermata soprattutto attraverso l’istituzione di parrocchie nazionali, personali o linguistiche, e attraverso l’approvazione data a Giovanni Battista Scalabrini di fondare un istituto di religiosi per l’assistenza specifica degli emigrati italiani in Brasile e negli Stati Uniti. Vengono poste così le basi per una pastorale migratoria specifica, dove emerge la convinzione che dei migranti si devono occupare sia le Chiese di arrivo sia quelle di partenza.

Il pontificato di Pio X (1903-1914), sollecito a salvaguardare la fede degli emigranti, è caratterizzato da una riorganizzazione centralizzata della pastorale migratoria con la creazione di norme giuridiche e disciplinari per il clero addetto all’assistenza degli emigranti, oltre che di apposite strutture ecclesiastiche, sia a livello locale sia a livello centrale, per l’assistenza e l’accompagnamento dei migranti.

Il pontificato di Benedetto XV (1914-1922) vede lo scatenarsi del primo conflitto mondiale, che – se da un lato rallenta i flussi migratori volontari dall’Europa verso le Americhe – dall’altro lato acuisce il dramma di sfollati, profughi e prigionieri di guerra: il papa esorta i vescovi a farsene carico, e a non trascurare nulla di quanto è richiesto dalla salute spirituale e materiale delle persone. 

Durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), anche se il fenomeno migratorio si riduce quasi ovunque a causa delle misure restrittive adottate dai principali Paesi di ìmmigrazione, la situazione non sminuisce l’importanza del fenomeno stesso. Il Papa pensa ormai a un’assistenza globale dellemigrazione, che include la dimensione religiosa (parrocchie, confraternite, associazioni religiose), quella morale e sociale (ospedali, ricoveri, patronati) e quella educativa (scuole e formazione professionale). 

Pio XII (1939-1958) è il papa che riconosce nei valori delle culture non cristiane una base sufficiente di salvezza per le persone che non conoscono Gesù Cristo. E’ anche il papa che legge il fenomeno migratorio nei suoi molteplici aspetti sociali, politici, demografici, economici, morali e religiosi, e che elabora la magna charta della pastorale migratoria con la Costituzione apostolica Exsul familia, dove i pastori delle Chiese locali sono invitati a creare le condizioni favorevoli alla vita religiosa dei migranti, mettendo in atto strumenti specifici di cura pastorale.

Giovanni XXIII (1958-1963) con il Concilio Vaticano II accende le speranze della Chiesa, e rimette in moto le forze del rinnovamento ecclesiale. Anche in campo migratorio il papa privilegia l’azione degli organismi internazionali, perché cerchino il miglior rapporto possibile tra crescita demografica, beni disponibili e possibilità di lavoro, così da evitare quegli squilibri profondamente lesivi della dignità umana e della vita morale e religiosa dell’umanità itinerante.

Sulla scia della speranza di rinnovamento veicolata dal Concilio Vaticano II, il pontificato di Paolo VI (1963-1978) immerge la Chiesa nei nuovi scenari del mondo, sempre più attenta alle istanze dei poveri, e dal punto di vista migratorio meno legata alla realtà italiana e più preoccupata della connotazione mondiale del fenomeno. In tale ottica l’emigrazione è vista come fenomeno complesso, nel quale al diritto di emigrare devono corrispondere l’impegno di integrazione e il dovere di collaborare allo sviluppo da parte del Paese di accoglienza. Le stesse strutture ecclesiali si evolvono, tanto che, nel 1970 il papa istituisce la Pontificia Commissione per la pastorale delle migrazioni e del turismo, con il compito di coordinare a livello centrale la cura pastorale dei migranti e degli itineranti.

Nei suoi diversi e numerosi interventi sulle migrazioni, Giovanni Paolo II (1978-2005) si schiera chiaramente a difesa dei diritti dei lavoratori migranti, delle loro famiglie e dei rifugiati, diritti che non sempre trovano riscontro nelle legislazioni e nelle prassi nazionali e internazionali. Perciò la Chiesa deve esercitare la sua tutela, insieme a una costante opera educativa. Il papa, però, non si limita a enunciare i diritti, ma invita la Chiesa a promuovere attivamente tutte quelle iniziative che possono valorizzare le migrazioni come elemento importante per l’arricchimento reciproco, per rinsaldare i vincoli di comprensione tra i diversi Paesi e per la costruzione della grande famiglia dei popoli. Occorre occuparsi del benessere integrale dei migranti, che ha come obiettivo principale quello di favorire il processo della loro integrazione nella Chiesa e nella società: per la Chiesa di Roma, afferma con forza Giovanni Paolo II, «nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano».

Ai nostri giorni, Benedetto XVI ha chiaramente annoverato tra gli odierni segni dei tempi il fenomeno delle migrazioni (specialmente nelle sue componenti femminili, familiari e giovanili), che ha assunto una dimensione strutturale delle società odierne, diventando una caratteristica importante del mercato del lavoro a livello mondiale, come conseguenza, tra l’altro, della globalizzazione, Il papa emerito è cosciente che, da un lato, la solidarietà esige risposte politiche, una più ampia comprensione delle cause dell’’emigrazione, una volontà reale di affrontarle e unaccettazione delle responsabilità internazionali, e che, dall’altro lato, l’esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi della vita cristiana.

Infine, per presentare il magistero di papa Francesco sulla questione migratoria, sarebbe necessaria un’intera monografia.

Ci limitiamo qui a citare un passo significativo della sua Enciclica più recente, firmata ad Assisi lo scorso 3 ottobre: «Gesù dice: Ero straniero e non mi avete accolto», scrive Francesco, citando il racconto del giudizio universale di Matteo 25. E prosegue: «Gesù poteva dire queste parole perché aveva un cuore aperto, che faceva propri i drammi degli altri… Quando il cuore assume tale atteggiamento, è capace di identificarsi con l’altro, senza badare a dove è nato o da dove viene» (Fratelli tutti, 84).

In conclusione, anche in seguito ai cambiamenti radicali nel mondo della mobilità umana, appare sempre più rilevante da parte di Roma cristiana e del suo magistero pontificio un approccio globale al fenomeno migratorio, con un7azione pastorale e sociale a tutto campo, che supera le barriere tra gruppi di origine diversa, e tende a non considerare le migrazioni come mere emergenze problematiche da fronteggiare, ma soprattutto come eventi potenzialmente positivi, dal punto di vista spirituale, sociale, economico e culturale, tanto per le società di partenza, come per quelle di arrivo, e soprattutto per i migranti stessi.

Mauro Antimi, ospedali e umanità

Ma perché vi è bisogno di umanizzazione negli ospedali?

Si parla di bisogno quando qualcosa manca. In un luogo di sofferenza, come un ospedale, il rapporto umano, che sarebbe di per sé indispensabile, viene a mancare o ad essere scarso per la progressiva perdita del senso caritatevole degli atti sanitari. A favore poi di un’organizzazione prevalentemente cadenzata sul numero delle prestazioni da effettuare, da modalità restrittive del tempo da utilizzare e da una, seppur non costante, necessità di concludere un’azione per passare presto ad un’altra. Si “umanizza” una presenza o si gestisce un numero? Il sacrosanto diritto di civiltà che è la salvaguardia della salute, specie se è a rischio di essere perduta (la criticità dell’accesso in ospedale), è sterile e alienante se la medicina non recupera una dimensione “dal volto umano”.

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La solitudine del malato e quella del medico di fronte all’altrui e alla propria fine

Quando si teme che la propria salute si stia perdendo, la paura e l’incertezza colorano di un’atmosfera cupa l’esistenza e se non vi è accoglienza, o ve ne è poca e superficiale, ci si sente soli, vuoti e amari. Se la situazione poi evolve in negativo, la vita residua si svolge quasi su un piano parallelo e lontano rispetto a quello della vita ordinaria. Se vi è lucidità e consapevolezza, è una condizione di una tristezza infinita; se il male ottunde la coscienza di sé “la Natura è Madre e non Matrigna”. La carità è il braccio attivo della fede e nella reciprocità del sentire umano il destino ultimo non fa distinzione tra chi assiste e chi è assistito. E non è un privilegio sapere “come” si finisce: se vi è lucidità la triste consapevolezza porta all’abbandono già prima del buio. Ma per chi crede, la luce della fede illumina il passaggio verso la Speranza.

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Un mestiere, una professione, una fratellanza. Il cocktail valoriale del lavoro “sanitario”

“Più cuore in quelle mani fratello!” diceva san Camillo de Lellis a chi poteva fare oltre e meglio l’assistenza ai malati. Quel vocativo fratello è lo specchio di chi oggi è sano e domani potrebbe ammalarsi: basta guardarsi, e capire. Non la banalizzazione di gesti ripetitivi, non l’orgoglio del ruolo e dell’immagine di sé, ma la comprensione della fragilità umana e la grandezza di senso quando si acquisisce la nobiltà del dovere. Verso gli “altri” e verso di noi. È il privilegio della fatica, della preoccupazione, della solitudine del pensiero dubbioso, ma anche la forza interiore che non ti fa demordere e traduce la speranza in un atto d’amore e di sereno coraggio umano.

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Curare, cura sé stesso

Curare significa prendersi cura: pensare a…, accudire e, soprattutto, non abbandonare. Curare è darsi e non rinunciare, ma anche comprendere, rispettare, stimolare, attendere ed accelerare. Curare è avere nei propri gli occhi di chi sta male e ti chiede aiuto, spesso in silenzio. Curare è esserci, dentro, profondamente: la superficialità non è ammessa, l’ignoranza è proibita. Curare è prudenza, la madre del coraggio e dell’attesa saggia. Curare è una scuola continua in cui gli “Altri”, siamo noi. E senza ironie banali, “Medice, cura te ipsum!”.

Mons Enrico Dal Covolo sul cristianesimo oggi

Il cristianesimo oggi tra dialogo e annuncio

                                                                                                          + Enrico dal Covolo

E’ ben noto che nell’ormai bimillenaria storia del Cristianesimo il Concilio Vaticano II ha segnato una svolta decisiva, appunto per ciò che riguarda il dialogo e l’annuncio.

Così, anziché raccogliere un’antologia dei relativi testi, ci limiteremo in buona sostanza a riflettere sull’Enciclica Ecclesiam Suam del 6 agosto 1964, autentica “chiave ermeneutica” dei Documenti conciliari. 

1. Era ormai trascorso più di un anno dalla sua elezione al Soglio petrino, ma Paolo VI non aveva avuto troppa fretta nella stesura e nella pubblicazione della sua Enciclica programmatica, mentre continuavano i lavori del Concilio Vaticano II, ai quali non voleva che la sua Enciclica si sovrapponesse. 

    Un primo elemento che non deve sfuggire, fin dall’inizio dell’Enciclica, è la sollecitudine di Paolo VI per la pace nel mondo. Evidentemente – pur non rientrando nel piano dell’Enciclica questo tema specifico (già diffusamente trattato da san Giovanni XXIII un anno prima, al termine del suo pontificato, e molte volte con energia da vari Documenti del Concilio) – Paolo VI volle ugualmente inserire nell’Enciclica, al termine dell’introduzione, un paragrafo dedicato all’“assiduo e illimitato zelo” della Chiesa per la pace nel mondo.

    Conviene rileggerlo. “Alla grande e universale questione della pace nel mondo”, dichiara solennemente Paolo VI, “Noi diciamo fin d’ora che Ci sentiremo particolarmente obbligati a rivolgere non solo la Nostra vigilante attenzione, ma l’interessamento altresì più assiduo ed efficace, contenuto, sì, nell’ambito del Nostro ministero, ed estraneo perciò ad ogni interesse puramente temporale e alle forme propriamente politiche, ma premuroso di contribuire all’educazione dell’umanità a sentimenti e a procedimenti contrari ad ogni violento e micidiale conflitto. E favorevoli ad ogni civile e razionale pacifico regolamento dei rapporti fra le nazioni; e sollecito parimenti di assistere – con la proclamazione dei principi umani superiori, che possano giovare a temperare gli egoismi e le passioni donde scaturiscono gli scontri bellici – l’armonica convivenza e la fruttuosa collaborazione fra i popoli; e d’intervenire, ove l’opportunità Ci sia offerta, per coadiuvare le parti contendenti a onorevoli e fraterne soluzioni. Non dimentichiamo infatti essere questo amoroso servizio un dovere, che la maturazione delle dottrine da un lato, delle istituzioni internazionali dall’altro, rende oggi più urgente nella coscienza della Nostra missione cristiana nel mondo, ch’è pur quella di rendere fratelli gli uomini, in virtù appunto del regno di giustizia e di pace, inaugurato dalla venuta di Cristo nel mondo” (17).

    Di per sé il tema della pace – in un’Enciclica dichiaratamente limitata “ad alcune considerazioni di carattere metodologico per la vita propria della Chiesa” (18) – non poteva che rimanere tangenziale. Ma la citazione riportata dimostra in maniera eloquente la sollecitudine per la pace, come condizione fondamentale per un dialogo sincero e per un annuncio efficace.

2. L’Enciclica si articola poi in tre parti fondamentali. La prima parte è dedicata all’“autocoscienza” che la Chiesa deve costantemente approfondire; la seconda al “rinnovamento” della Chiesa stessa; la terza, infine, al “dialogo”. 

    Soprattutto quest’ultimo tema caratterizza l’intero pontificato montiniano, mentre segna decisamente i decenni successivi, fino ad oggi.

    Nell’Ecclesiam suam Paolo VI disegna i “cerchi concentrici” del dialogo tra la Chiesa e il mondo, di cui i famosi e inediti viaggi apostolici sono la dimostrazione pratica. Il primo, immenso cerchio del dialogo, è disegnato da tutto ciò che è umano. C’è poi “un altro cerchio, immenso anche questo, ma da noi meno lontano”, ed è il dialogo con i credenti in Dio. Il terzo cerchio è quello del dialogo con i fratelli cristiani separati. Infine, il Papa torna a parlare tout court del dialogo all’interno della Chiesa.

    Il primo cerchio del dialogo è il più importante, e il viaggio apostolico che meglio lo rappresenta è quello compiuto da Paolo VI nel 1965, per visitare l’Assemblea delle Nazioni Unite, nel ventesimo anniversario della sua fondazione.  

3. Rimane celebre il Discorso del 4 ottobre, nel quale il Papa presenta la Chiesa bimillenaria, e pure sé stesso, come “esperti in umanità”. 

Qui i temi sviluppati nel “primo cerchio del dialogo” dell’Ecclesiam suam sono ulteriormente esplicitati, e giungono a valorizzare in massimo grado quel momento di incontro “semplice e grande” del 4 ottobre 1965. 

In nome dei morti, dei poveri e dei sofferenti, il Papa parla della giustizia, che deve regolare le trattative e le relazioni fra i popoli. Afferma con decisione: “Voi siete un’Associazione… La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli. Difficile impresa? Senza dubbio. Ma questa è l’impresa; questa la vostra nobilissima impresa”. 

E finalmente giunge il grido di pace di Papa Montini: “Non più gli uni contro gli altri, non più, non mai!… Ascoltate le parole di un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: ‘L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità’… Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità”.

“Dicendo queste parole”, prosegue più avanti il Papa, “Ci accorgiamo di far eco a un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri… Voi promuovete la collaborazione fraterna dei Popoli. Qui si instaura un sistema di solidarietà, per cui finalità civili altissime ottengono l’appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli, per il bene comune e per il bene dei singoli”.

Tuttavia non possiamo concludere la rivisitazione del Discorso del 4 ottobre senza rilevare che, insieme alla sollecitudine sincera per il dialogo con le nazioni del mondo e le loro religioni, il Papa volle portare esplicitamente l’annuncio di Cristo, pur rispettando la laicità dell’istituzione. Anche nel profondo rispetto della “sana laicità” dei valori intramondani, a san Paolo VI urge pur sempre richiamare l’Assoluto, la pienezza del bene. I Padri della Chiesa, a lui tanto cari, parlerebbero a questo proposito dei “semi” del Verbo di verità, sparsi in qualunque cosa vi sia di buono e di autenticamente umano. Ma solo il Verbo di verità – Gesù Cristo Signore – porta a maturazione questi medesimi “semi”, che lo Spirito sparge nel mondo.

    Così nel suo Discorso alle Nazioni Unite il Papa conclude con un annuncio esplicito: “L’edificio della moderna civiltà”, afferma con decisione, “deve reggersi su principi spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principi di superiore sapienza, essi non possono che fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell’areopago san Paolo agli Ateniesi? Ignoto a loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo? Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini”.

4. Siamo giunti così al punto d’arrivo. 

In ogni suo intervento, Paolo VI – che pure ha sempre dichiarato il suo rispetto profondo, sinceramente aperto al dialogo, verso i non credenti e verso i credenti di altre religioni, verso gli Ebrei e i fratelli cristiani separati – non ha mai cessato di mettere al centro dei vari cerchi del dialogo (ecco perché “concentrici”) l’annuncio di Gesù Cristo e della sua Chiesa.

    Si deve parlare anzi del cristocentrismo – non certo di un preteso, quanto errato, “ecclesiocentrismo” – di san Paolo VI. La parola di sant’Ambrogio risuonava sempre nella mente e nel cuore di questo Arcivescovo di Milano, divenuto Papa e santo: Omnia Christus est nobis!

    “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivo!” – egli avrebbe confessato, con accenti appassionati, il 29 novembre 1970 a Manila, nel corso di un altro viaggio emblematico del dialogo con credenti e non credenti –. “Egli è nato, è morto, è risorto per noi. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita… Gesù, il Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra!”.

    Inseguendo la spiritualità del cuore di Papa    Montini, nella linea giovannea e agostiniana della sua dottrina, possiamo affermare che la vera conoscenza viene dalla fede e dall’amore; invece, quando la ragione si avvita su sé stessa, non è più in grado di approdare alla percezione del mistero.

    Questa affermazione – che ho appena fatto, e che riecheggia intenzionalmente il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI – trova un anticipo ricco di significati nelle parole, che ora cito, di un grande amico ed estimatore di Paolo VI, mons. Pietro Rossano. Lo ricordo, anche perché egli fu tra i miei predecessori nella guida dell’Università Lateranense. Queste parole hanno un sapore indubbiamente “montiniano”: “Solo la conoscenza accompagnata da affetto raggiunge la verità; la parola senza amore è menzogna. E’ questo il mio principio per il dialogo con le religioni”. 

Nullum noscitur, quod non amatur, affermava Agostino. Non c’è amore senza conoscenza, né conoscenza senza amore.

    Ecco: la centralità affettuosa – senza proselitismo alcuno – di Cristo, Parola del Dio vivente, ha illuminato costantemente la vita e l’insegnamento di Paolo VI, in piena consonanza con il magistero conciliare: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”, dichiara la Costituzione Gaudium et Spes; e prosegue, poco più avanti: “Ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia” (n. 22). 

E mons. Rossano – un biblista attento, che i vicini e i lontani chiamavano con ammirazione, e forse con una punta di invidia, Monsignor Dialogo – aggiungeva ancora: “I valori esterni della cultura sfumano in un silenzio, che sarebbe infinito e mortale, se non ci fosse la Parola di Dio”, anche quando essa è collocata “nel chiaroscuro in cui la contiene la Bibbia”. 

“Gesù Cristo!”, proseguiva da parte sua Paolo VI a Manila, “tu sei il rivelatore del Dio invisibile, tu sei la via, la verità, la vita!”.

    Immersi nel chiaroscuro dell’esistenza terrena, noi restiamo pur sempre di fronte all’interrogativo cruciale, posto duemila anni fa dallo stesso Gesù di Nazaret: “Voi, chi dite che io sia?”.

    La risposta a questa domanda – la risposta che stava nel cuore di Paolo VI, mentre svolgeva il suo dialogo con l’Assemblea delle Nazioni Unite – la conosciamo molto bene. E’ la risposta definitiva dell’apostolo Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”.

5. Dialogo e annuncio insieme, non l’uno senza l’altro. Così è nella tradizione cristiana autentica, dai Padri apologisti, fino a Papa Francesco.

Riguardo all’annuncio, mai disgiunto dal dialogo, concludo con una citazione dell’Esortazione apostolica programmatica di Francesco, la Evangelii Gaudium, che fin dal titolo intende riagganciarsi all’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI. 

In questa citazione di Francesco troviamo un rinnovato slancio nel dialogo con il mondo e nell’annuncio del Vangelo. Vi si parla di una “Chiesa in uscita”, dunque di una Chiesa che “sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa ‘coinvolgersi’. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: ‘Sarete beati se farete questo’ (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze” (24).

6. In definitiva, è questo il cammino – costantemente ribadito da Papa Francesco nei suoi viaggi apostolici, che sembrano allargare i “cerchi del dialogo” di Paolo VI – su cui si stanno muovendo il dialogo e l’annuncionel Cristianesimo di oggi.

  + Enrico dal Covolo

Intervista a padre Ildebrando Scicolone

  1. Mi può dire qualcosa sulla situazione attuale della Liturgia?

R. Devo articolare la risposta, perché la domanda è troppo generica. Molti per “liturgia” intendono (ahimé!) il modo di svolgere i riti. Ma essi sono solo la veste, con cui ogni comunità cristiana esprime il contenuto della liturgia stessa. “Liturgia” non significa “cerimonie”. 

Prima di domandarsi “come si celebra?”, bisogna chiedersi: a) “che cosa si celebra?”, quindi b)  chi celebra?, e ancora: c)“ perché si celebra?. E rispondo brevemente:

a) I cristiani celebrano “l’opera della nostra salvezza” operata da Gesù Cristo, soprattutto con il suo mistero pasquale di morte e risurrezione”. Hanno celebrato quest’opera, a partire dal giorno di Pentecoste, principalmente facendo cià che Gesù aveva comandato di fare “in sua memoria”. Da allora ogni comunità cristiana lo ha fatto, esprimendosi nella propria lingua, secondo la propria cultura (ebraica, siriaca, greca, copta, romana). Nell’anno liturgico hanno poi “fatto memoria delle varie tappe in cui il disegno salvifico si è realizzato nella vita di Cristo. Così, a poco a poco si è sviluppato quello che chiamiamo l’Anno liturgico con le varie feste del Signore. 

Per partecipare a queste celebrazioni, gli uomini dovevano essere “iniziati” alla fede, con opportune catechesi (evangelizzazione) e con dei riti appositi (battesimo ed eucaristia).

b) Chi è il soggetto celebrante? E’ sempre Cristo, presente nella sua Chiesa, che raduna ancora il suo popolo, parla all’assemblea e spezza ancora il pane per loro, rendendo presente nel tempo la sua offerta al Padre per la salvezza del mondo. Presiede questa assemblea un successore degli Apostoli (vescovo) o un suo delegato (presbitero). Ma dobbiamo dire che è  al fine di tutta l’opera salvifica. Lo esprimono bene le varie preghiere eucaristiche e le altre preghiere rivolte al Padre. 

c) Lo scopo della celebrazione è quello di rendere presente l’evento salvifico, perché gli uomini di tutti i tempi possano “venirne a contatto”. Ciò che presente nell’eternità di Dio, viene reso presente (ri-presentato) “ogni volta” (! Cor 11, 25.26). Lo Spirito Santo che ha operato in Cristo la sua nascita, la sua predicazione, la sua morte e risurrezione, viene invocato su sul pane e sul vino, sull’acqua del battesimo, sull’assemblea e, nei sacramenti, sulle singole persone. In poche parole, invochiamo lo Spirito Santo perché “diventiamo un solo corpo e un solo spirito”. Scopo della celebrazione liturgica è,  quindi, formare la Chiesa come “unico corpo di Cristo”.

d) Come si celebra? Dicevo che ogni comunità cristiana esprime queste realtà  secondo la propria cultura. Ecco perché si sono formate le diverse famiglie e riti litugici, in Oriente e in Occidente. Dal sec. IV si stabiliscono i vari riti latini: romano, ambrosiano, gallicano, hispanico, celtico. Anzi, possiamo dire che ogni Chiesa(diocesi) o Monastero aveva delle proprie liturgie. Nel medioevo il Rito Romano è rimasto sempre più solo, e si è stabilizzato nei vari popoli del mondo di allora, fino a diventare unico per tutto il mondo. Ciò è avvenuto, quando nel 1570 il Papa Pio V ha imposto il Messale Romano (di Roma) a tutta la Chiesa di rito latino, Ma si è conservato anche il Rito Ambrosiano!

2. Qual è la novità apportata dal Concilio Vaticano II ?

R. Il Concilio, in vista del “rinnovamento della vita cristiana tra i fedeli”, si è occupato della riforma del rito romano, non del Messale Romano di Pio V. Il Consilium per la riforma ha utilizzato tutta la tradizione liturgica romana, dall’inizio della Chiesa ad oggi. Così ha riscoperto i libri liturgici precedenti il Concilio di Trento (i vari Sacramentari, Antifonari e Ordines). Ha concesso di poter utilizzare le lingue moderne, “specialmente nelle letture, nelle monizioni e in alcune (?) preghiere e canti. La perdita (nella pratica) del Latino doveva essere compensata dalla maggior comprensione e consapevolezza di ciò che si fa e si dice nella liturgia. Inoltre, gli artt. 37-40 della SC aprono ad un “adattamento della liturgia romana alle varie culture, in un mondo che non è solo europeo, ma globale. Questo immane sforzo di adattamento culturale, non si fa in pochi decenni. Bisogna quindi avere pazienza: saranno necessarie parecchie generazioni.

3) Perché, allora, questo ambizioso progetto stenta a realizzarsi e trova tante opposizioni?

R. A mio giudizio, ma anche a giudizio dell’Episcopato italiano, già nel 1983, a vent’anni dalla Costituzione liturgica, è mancato e manca ancora una adeguata “formazione” liturgica, mentre il testo conciliare la raccomandava prima di parlare della riforma. Siamo in ritardo, ma sempre in tempo. Per es.: è stato arricchito di molto il lezionario: ma quali sono i frutti sperati? Il popolo cattolico non conosceva la Scrittura e non la conosce tuttora. Eppure sono passati 50 anni con un complesso di lezionari, che prima si ignorava. Non è stato convenientemente spiegato il Rito della Messa, che pure è descritto e motivato nella introduzione al Messale. Non è stata fatta una catechesi biblica e liturgica. Non è stato messo in atto, nello studio della teologia, l’art. 16 della SC, dove si dice che “la liturgia deve essere considerata materia principale, e deve essere insegnata sotto l’aspetto teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico”. E non è stato messo in rilievo che quanto si insegna nella dottrina diventa “vita” nel momento liturgico, per la presenza e l’azione dello Spirito Santo,

Le varie opposizioni alla riforma, che non è mai compiuta, e deve essere continuamente riformata, non perché cambia il piano di Dio, ma perché cambiano le generazioni, la lingua e la cultura, si spiegano con la falsa idea che la liturgia risale a Gesù Cristo in persona. Nulla di più anti-storico. La liturgia “di sempre” non esiste, perché la vita in tanto rimane la stessa, in quanto continuamente muta.

4) La Chiesa sembra stia scoprendo in modo rinnovato la misericordia di Dio. Come si può riverberare ciò nella liturgia?

R. E’ al contrario. Non è la misericordia che deve modificare la liturgia, ma è proprio la liturgia compresa e celebrata bene che non ci rivela, ma ci fa sperimentare la misericordia, cioè che Dio “ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio”. E’ la celebrazione che diventa “eucaristia”, cioè ringraziamento, perché in essa riceviamo e continuamente facciamo esperienza della misericordia di Dio: “Dio abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”. Ogni Sacramento è incontro tra la nostra miseria e la sua misericordia.

5) Quali sviluppi vede come possibili, come doni o come pericoli per la liturgia?

R. Per prima cosa bisogna che i pastori facciano di tutto perché la liturgia sia compresa per quello che è: culmine e fonte della attività della Chiesa. Si fanno tante attività, ma sembrano fatte per la propria gloria e non per quella di Dio. La Chiesa non è una “società per azioni”, ma una comunità di credenti e viventi per ciò che Cristo ha fatto e ci ha lasciato, una “ecclesia orans”: i credenti erano assidui nella dottrina degli Apostoli, nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42). Si realizzare in ogni comunità quella “nuova evangelizzazione” di cui tanto si parlava al tempo di Papa Giovanni Paolo II. Il nostro popolo non conosce la Scrittura e non può capire la liturgia. Bisogna che le celebrazioni siano vissute come incontro con Dio e con i fratelli, superando l’atavico individualismo, per formare l’unico “corpo di Cristo”. Le forme celebrative, con il concorso di tutti i ministeri (lettori, cantori, accoliti e soprattutto presbiteri e diaconi) siano partecipate con intelletto d’amore e con fede viva e contagiosa.

A livello mondiale non ci si scandalizzi se le forme celebrative sono diverse: in Africa non si concepisce una festa (e la liturgia è la festa cristiana) senza la danza, Così in India e in America latina. Così pure, quegli elementi propri della cultura, che non sono in contrasto con l’unica fede, la Chiesa le considera amorevolmente e talvolta le accoglie nella stessa liturgia. Si pensi ai riti del matrimonio o dei funerali e, in genere, dei sacramenti e sacramentali. 

Le parole e la vita, di don Fabrizio Centofanti

Il linguaggio, in questi nostri anni, è un campo minato. Alcune parole sono diventate impronunciabili: dottrina, tradizione, maschio, femmina. Nessuno più potrebbe intitolare un libro “Se questo è un uomo”. C’è da temere a leggere il biblico “maschio e femmina li creò “. Si rischia grosso a fare affermazioni come queste: “Verrà un giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina”, anche se scritte due millenni fa, nella Seconda lettera a Timoteo. La libertà, oggi, comincia dalla riappropriazione di parole proibite, dalla decisione di non accettare censure preventive. Piegarsi al divieto vuol dire chiudere canali di comprensione che potrebbero non riaprirsi più. L’intelligenza ha bisogno di giocare tutte le carte per gestire la partita della vita. Anche a Gesù volevano interdire la possibilità di pronunciare parole decisive: Figlio di Dio, per esempio; ma non ha rinunciato, pagando il prezzo che sappiamo. La censura tocca la parola verità, col risultato che possiamo immaginare: la cancellazione di un’intera visione dell’uomo (e della donna!), col pretesto che la gente non è più in grado di recepire le categorie corrispondenti. Cosa ci sia di così incomprensibile in vocaboli come bellezza, bontà, verità, unità; o intelligenza, libertà, volontà, giustizia, amore, non è dato sapere. È evidente che è la sostanza che si intende rimuovere, perché il criterio prevalente è la sensazione, e guai a uscire dal recinto. La sostanza è l’esperienza reale dell’amore, indicibile, ineffabile, eppure assimilabile dalla coscienza proprio perché costituita da una realtà che è bella, buona, vera, intelligente, libera, concreta. Riappropriamoci della vita cominciando dalle parole che la rendono umana. Parliamone, anche in questo spazio libero per persone libere, e le cose inizieranno a cambiare.

Marco Guzzi: La bellezza del pensiero rivoluzionario

Cercare il vero insieme

Siamo cristiani che cercano il vero nella fratellanza, nel rispetto, reciproco, anche con cammini molto diversi. Ricerca del vero, non ruoli, titoli o notorietà, ossia quei criteri formali, tecnicistici, di apparato, che stanno svuotando la società conducendola al crollo. I contributi sono gratuiti, anche qui per evitare un altro rischio del tecnicismo, le logiche commerciali che finiscono per soffocare la libertà.

Sinodalità

Ho scoperto sul campo che quando marito e moglie, al di là di normali nervosismi, contrasti, alla fine cercano di accettarsi andando oltre le divergenze, i figli possono tendere a cogliere il buono di entrambi. Se le divergenze diventano disprezzo i figli vengono orientati a seguire pregi e difetti di un solo genitore. Nel primo caso li vedono, al di là dei limiti, come una sola carne. E i genitori cristiani possono nel tempo scoprire l’efficacia del dono della fiducia nel disegno (autentico) di Dio.

Anche nella Chiesa possiamo riscontrare orientamenti differenti, che qui estremizzo per farli comprendere: intellettualismo e conseguenti astrazioni, ricerca della societas christiana; spiritualismo, ricerca di un resto di puri e duri; fuggendo da tali problematiche pragmatismo, per esempio giusto incontro, ma senza grande attenzione  allo sviluppo, nei modi e nei tempi adeguati, anche delle identità. Allora rischio omologazione, che fa comodo a chi vuole svuotare la gente. Allo stesso modo dell’identitarismo, dello spiritualismo, chiusi in sé.

Sono i tre riduttivismi del razionalismo: se ci si basa su una ragione astratta resta poi un’anima disincarnata e un residuo emozionale, pratico, della vita quotidiana.

Orientamenti forse sperimentabili come provvidenziali, perché si interpellano l’un l’altro. 

Se si cerca di accettarsi, di dialogare, di dare un prudente spazio al pluralismo anche nella cultura, i fedeli si possono più facilmente sentire da tutto ciò portati a cercare una spiritualità (dallo spiritualismo) semplice in cammino sereno, personalissimo, ben al di là degli schemi (dal pragmatismo), verso e grazie ai riferimenti della fede (dall’intellettualismo, identitarismo astratto). Crescendo nella Chiesa e imparando da ogni uomo. Entrando in contatto col proprio cuore semplice nella luce serena. E così sulla propria via ogni uomo.

Può nascere gradualmente nella storia una speranza nuova che rinnova il mondo a tutto campo. La libera, semplice, crescita di ciascuno, nella Luce che lo illumina, anche nello scambio con gli altri. Nei modi e nei tempi adeguati fin dalla scuola. Il cammino pure verso una più viva, autentica, democrazia.

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